Via Adda Non Si Cancella (dalla memoria collettiva)

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 18:22

Via Adda a Milano è una stradina tra la zona centrale e il quartiere isola, una vietta insignificante se non per il fatto di aver ospitato per decenni una delle ultime case di ringhiera della zona, negli ultimi anni casa a 300 e passa rom. Per mesi e mesi la grancassa della propaganda dell'amministrazione comunale ha usato via Adda come spauracchio per tutti i cittadini "civili democratici e ben educati", è stato per Albertini il simbolo della Milano che lui voleva distruggere per darla in mano alle persone per bene. Per chi conosceva dall'interno quel luogo, una volta superata la barriera di diffidenza che ci divide sempre da chi vive a lungo sulla strada, via Adda era un luogo di feste folli e di umanità, un aggregato di violento sentimento, di insofferenza alla vita civile che tanto decantiamo nella nostra opulenza.

Il primo aprile 2004, dopo diversi tentativi andati a vuoto per la durezza dello scontro profilato dai rom, la Questura riesce a farsi autorizzare l'uso di un numero spropositato di sbirri: 700 omini in blu si presentano a portare via 300 rom, dopo una settimana di editoriali e articoli fuoco e fiamme da parte di tutta la stampa cittadina, con la solidarietà solo di quei soggetti del movimento milanese che individuano la radicalità nell'insofferenza, oltre che nella capacità di espressione di innovazione politica. 

L'operazione dello sgombero è una vera e propria opera di propaganda e riconquista culturale della città, colpita e sommersa dal ribollire dell'indisponibilità a subire sempre e a compiacere i datori di lavoro e quelli che ci affamano ogni giorno: il primo dicembre 2003 i lavoratori dell'ATM erano entrati in sciopero selvaggio senza preavviso mettendo in ginocchio la città e costringendola ad ascoltare, solidale un po' controvoglia, le loro necessità. Le autorità cittadine e i benpensanti giocarono all'epoca subito la carta dell'eccesso, della maleducazione, del "certo hanno ragione, ma non si può fare così", della divisione tra lavoratori ordinati e sottomessi che ottengono qualche contentino e lavoratori indisciplinati e esigenti che verranno repressi. Non funzionò. Un rospo che non si poteva mandare giù nell'avamposto della ridefinizione culturale dell'Italia come Milano, nel fulcro economico e borghese della Nuova Italia proiettata verso il futuro. 

Come se non bastasse, una settimana dopo i vigili del fuoco replicarono con uno sciopero duro e dai toni decisamente vicini ai lavoratori ATM e alla masnada di pazzi che per giorni si presentava all'alba nelle caserme e nei depositi di tram e bus con thermos e biscotti. Uno sgarro di solidarietà che vede nell'epilogo di via Adda una punzione esemplare: il Comune costringe i vigili del fuoco a prendere parte allo sgombero (non senza aver ricevuto diversi rifiuti prima di trovare un equipaggio disponibile) e i 300 rom (di cui 150 rimpatriati al volo, con una pletora di famiglie distrutte senza alcuna remora) vengono portati all'aeroporto di Verona con gli autobus dell'Azienda Milanese Trasporti.

La città si riconcilia sotto l'egida del razzismo e dell'intolleranza, con il placet della democrazia civile ma ferma (leggi violenta nei confronti di chi non accetta passivamente e supinamente le sue regole di sopraffazione economica).

Oggi, 17 novembre 2006, più di due anni e mezzo dopo, hanno cominciato a demolire l'area di via Adda, un luogo che per chi ha vissuto questi anni le stagioni di movimento e mobilitazione rimane un simbolo dell'inizio e della fine di uno dei pochi momenti di solidarietà a Milano, senza se e senza ma. Chi sta dall'altra parte della barricata, inesorabile, dopo aver usato via Adda come simbolo del ritorno della prodiga Milano nell'alveo delle città pacificate, abbatte la sua casa di ringhiera per cancellare la memoria di un piccolo sogno di resistenza e di follia.  

A futura memoria, ripubblico il video prodotto in quei giorni da una Reload Video Crew che ancora sapeva esprimere senso politico: 20040401_sgombero_via_adda.avi


50 anni sperando di non vederli mai

conscienza — Inviato da nero @ 18:11

Il New Scientist ha chiesto una previsione a 70 scienziati di spicco in tutto il mondo. I risultati li trovate ordinati per categorie. La nostra più viva speranza è ovviamente quella che non arrivino mai altri 50 anni con la specie Homo Sapiens ancora in giro, l'estinzione è una prospettiva molto più interessante.


Here comes the bastards!

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 17:50

Con i percorsi di chainworkers, serpicanaro, imbattibili, san precario, ecc ormai da almeno un paio d'anni andiamo raffinando la teoria pratica del media sociale: per mesi abbiamo riflettutto su quello che siamo riusciti a fare in questi ultimi anni e abbiamo cercato di sistematizzarne senso e possibili indicazioni di prassi politica. Il tutto ha trovato un elemento di forte convergenza nel concetto di media sociale, ovvero di quel dispositivo relazionale e politico capace di trasformare gli atti degli individui in potenti elementi di comunicazione (nel senso più primigeno di creazione di comunità).

Non c'è da stupirsi quindi se di fronte alla nostra incapacità di dare una visibilità coerente e pubblica di tutti questi ragionamenti, i teorici del social networking, pionieri di un capitalismo dal volto nuovo, aperto, pulito, amichevole, ma non meno dedito a sfruttare ogni cosa e ogni persona per il solo desiderio di trarne profitto, abbiano cominciato a propagandare la loro definizione di media sociale

Le parole hanno un peso e la capacità di universalizzarle e di renderle moneta corrente nasconde un potere quasi mistico di determinazione della realtà: se penso che nel 1999 nessuno si definiva precario e quindi il problema strutturale della rivoluzione del mercato del lavoro non veniva minimamente preso in considerazione politicamente, e che dopo due anni di mayday nel 2002, la parola precario era ormai parte del vocabolario degli italiani, mi accorgo di quanta potenza abbiano espresso le parade in quanto media sociale.

L'idea mainstream del media sociale è quella di una rete di relazioni inefficaci dal punto di vista politiche, confinate all'interno della sfera del consumo e della fruizione, in cui il massimo della potenzialità sociale si esprime in superficiali e insulse catene di link incrociati e di sorrisini beoti. Un media sociale, un network sociale, come può essere un business model alternativo capace di generare mostruose entrate, può anche essere un dispositivo politico dalle potenzialità immense, in grado di imporre la volontà e il desiderio dei molti sull'interesse dei pochi. Il trucco è crederci e lavorare in modo da poter costruire reti sociali in grado di produrre senso politico e conflitto. Ci siamo già riusciti alcune volte (Serpica Naro uber alles), e lo si può fare ancora, se se ne sente il bisogno.

Here they come
Here come the bastards
I heard it from a confidant -
Who heard it form a confidant
They're definitely on their way


Responsabilità penale personale e internet

jet tech, oscuro scrutare — Inviato da nero @ 14:06

Continua la saga dell'assurdo nell'Italietta provinciale anche per quanto concerne le tecnologie. Da un mesetto, i detentori del dominio indymedia.org sono tempestati di richieste da parte dell'Interpol per una inchiesta avviata dal simpaticissimo pm Vitello per vilipendio alla religione più di un anno e mezzo fa, relativa a vignette satiriche sul Pontefice, Maledetto XVI. In uno stato ufficialmente laico e privo di una religione di stato, nel XXII secolo, uno si aspetterebbe che un art. come il 403 del codice penale sia una barzelletta in attesa di essere depennata dalla legislazione italiana; invece ogni codicillo è usato saggiamente da magistrati in cerca di notorietà e sgherri in cerca di repressione facile per esercitare pressioni futili quanto fastidiose su chi cerca di fare altro nella vita.

D'altronde, è consolante vedere che la scure della censura e della minaccia repressiva non si abbatte solo sui siti del cosiddetto movimento, ma che la verve priva di sense of humour del soglio pontificio agisce ad ampio raggio. La speranza è che in questo modo la cosa non sia vista come la solita stupidata da comunisti (il volgo è pieno di espressioni di un massimalismo che le teorie economiche del movimento paiono rigorose analisi socio-economiche al confronto), ma come un problema reale, al quale dare il giusto peso. Prima o poi gli italianetti si incazzeranno o no? Questo non è dato saperlo ma il problema delle religioni e del loro rapporto con la vita civile è sicuramente una chiave di lettura fondamentale per i prossimi due-tre decenni almeno nella strutturazione della società e nello svilupparsi dei conflitti interni alla nostra vita di tutti i giorni. Porsi il problema in maniera meno ideologica e semplicistica della Lega Nord o di Magdi Allam (speriamo presto poterci salutare con un "pace all'anima sua") forse  aiuterebbe.

In compenso è vagamente consolante come in America gli economisti e gli osservatori di nuove tecnologie cominciano a sottolineare come la responsabilità penale, nel mondo moderno, sia strettamente personale, e come quindi eventuali illeciti debbano essere semmai ricondotti a chi li ha commessi e non generare generici episodi di censura e repressione 'ndo cojo cojo. Si sa però che sparare nel mucchio è sempre più facile e che a tenere con le mani in mano sbirri e carabinieri, poi finisce che si mettono a fare altro. <g>


Attaccato al futuro

pagine e parole — Inviato da nero @ 13:45

E' morto il 10 novembre l'ultimo autore di fantascienza fisicamente più vecchio del genere letterario stesso: Jack Williamson. Me ne sono accorto oggi leggendo il blog di Bruce Sterling, che oltre ad essere un noto autore cyberpunk è anche un commentatore che offre spunti sempre molto interessanti sulla realtà circostante.

I suoi libri erano polpettoni assolutamente indigeribili dopo gli anni 30 e 40, space opera ante litteram con il giusto mix di avventura e romance, di invenzioni incredibili ed eroi senza macchia e senza paura. Ha cominciato a pubblicare sulla leggendaria Amazing Stories di Hugo Gernsback, per poi proseguire a pubblicare intere saghe: dalla Legione dello Spazio (la sua prima e migliore opera) fino ad arrivare a quelle scritte con Fredrick Pohl, altro specialista della space saga che andava molto di moda negli anni 60-70 ma che ormai trova poco spazio nella fantasia dei lettori più svezzati. Ciò non toglie che ripensare a un ragazzino di 20 anni che nel 1926 scrive di spazio, antimateria, alieni e astronavi su una rivista, tirando su qualche soldo quando la fantascienza non esisteva neanche come genere definito in quanto tale, è un immagine lattiginosa che riempie di un po' di nostalgia per tutte quelle cose che nella propria vita si sono viste nascere, diventare comunità e poi venir depredate dall'istinto commerciale e dall'incapacità di coniugare comunità e soldi. Un esempio per tutti, per quanto mi riguarda: i giochi di ruolo e la parabola Stratelibri/Avalon, con tutto il rispetto per le cose anche buone che hanno saputo fare alle volte. 

Un altro pezzo di storia se ne va, e non sarà certo l'ultimo, ma è sempre un'ottima scusa per parlare di cose interessanti che giacciono nel passato di molti di noi :)

 


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