Cina e Africa

movimenti tellurici, orient express — Inviato da nero @ 13:20

中国

 

Riporto integralmente l'interessante articolo di Irene Panozzo tratto da carmillaonline, che a sua volta lo ha tratto da Limes (n3./2006). Molto ben fatto nella sua dimensione abbastanza riassuntiva di rapporti che possono vantare almeno una cinquantina di anni di storia solida :)

 

“I primi anni del nuovo secolo testimoniano una continuazione dei profondi e complessi cambiamenti della situazione internazionale e l’ulteriore avanzamento della globalizzazione. (…) La Cina, il più grande paese in via di sviluppo del mondo, segue la via dello sviluppo pacifico e persegue un’indipendente politica estera di pace. (…) Il continente africano, che comprende il più gran numero di paesi in via di sviluppo, è una forza importante per lo sviluppo e la pace del mondo. Le nuove circostanze creano nuove opportunità per le relazioni tra Cina e Africa, tradizionalmente amichevoli.”
Inizia con queste parole il documento programmatico che il governo di Pechino ha presentato il 12 gennaio 2006. Un documento non a caso intitolato “La politica della Cina in Africa”, che fotografa e allo stesso tempo costituisce la punta dell’iceberg di un fenomeno di ampia portata, in atto da anni ma sempre più all’ordine del giorno nelle riflessioni che riguardano l’Africa: la penetrazione cinese nel continente.

La pubblicazione di questo documento è tanto più notevole in quanto si tratta di un passo più unico che raro da parte del governo di Pechino. Infatti, l’articolazione di una politica specifica nei confronti del continente è la seconda del suo genere in tutta la storia della Cina popolare. Solo nel 2003 Pechino aveva preparato qualcosa di simile per mettere nero su bianco la sua politica nei confronti dell’Unione Europea. Ma nel caso dell’Africa la presentazione di questa sorta di ‘libro bianco’ sui rapporti cinesi con il continente si è inserita in un fittissimo reticolato di incontri, firme di accordi di cooperazione economica, visite ufficiali, appalti ricchissimi per la costruzione di infrastrutture e contratti energetici miliardari. A illustrare il documento alla stampa, c’era quel giorno il portavoce del ministro degli Esteri cinese.

Il responsabile del dicastero, il ministro Li Zhaoxing, non era presente, perché impegnato altrove. In Africa, guarda caso, in un viaggio ufficiale di otto giorni, nel quale è passato da Capo Verde al Senegal, dal Mali alla Nigeria, dalla Liberia alla Libia. Sei paesi, sei tasselli ugualmente importanti per la strategia cinese, anche se per ragioni diverse: per la pesca Capo Verde e il Senegal, per il petrolio la Nigeria e la Libia, per il legname la Liberia e per il cotone il Mali. Ma al di là delle risorse naturali, tutti gli incontri bilaterali e gli accordi firmati da Li Zhaoxing con le controparti locali hanno riguardato anche la cooperazione tecnica e politica e quella in campo medico e culturale.
I buoni rapporti tra Cina e paesi africani non sono una novità. Fin dall’epoca delle indipendenze, della guerra fredda e del non-allineamento la Cina ha sempre intessuto relazioni diplomatiche anche importanti con parte dei governi del continente. Il primo paese africano a riconoscere la Cina popolare e a instaurare relazioni diplomatiche con Pechino fu l’Egitto di Nasser, nel 1956. Cinquant’anni fa e un altro panorama internazionale: erano gli anni della nascita del movimento dei paesi non-allineati, creato dallo stesso Nasser assieme al presidente jugoslavo Tito e a quello indiano Nehru: la Cina di Mao, i cui rapporti con l’Urss di Chruš?ëv erano in fase di crescente tensione , era uno dei paesi a cui avvicinarsi. Tanto più che Nasser si trovava in rotta di collisione con i paesi occidentali per la questione di Suez ed era quindi pronto a guardare a quelli comunisti per ottenere i fondi necessari alla costruzione della grande diga di Assuan, soldi che arrivarono prontamente dall’Urss. Nei decenni successivi, la dottrina cinese del terzomondismo e l’arrivo al potere in alcuni paesi africani di padri della patria campioni del “socialismo africano” – primo tra tutti il tanzaniano Julius Nyerere, la cui politica di collettivizzazione agricola basata sulle ujamaa (solidarietà familiare in kiswahili), i villaggi comunitari rimasti la struttura portante del sistema agricolo tanzaniano per quasi vent’anni, era chiaramente ispirata ai princìpi della rivoluzione cinese – istituzionalizzarono ulteriormente i rapporti tra Pechino e alcune capitali africane.
È pensando a questo passato che il documento del 12 gennaio richiama nel prologo i rapporti “tradizionalmente amichevoli” tra Cina e Africa, sottolineando come tutti i paesi, sia da una parte che dall’altra, siano da catalogare come paesi in via di sviluppo. Il panorama internazionale, però, non è più lo stesso degli anni Sessanta e Settanta. E anche la natura dei rapporti tra Pechino e il continente africano è cambiata radicalmente. Non sono più l’ideologia, la solidarietà con governi e partiti comunisti o socialisti considerati amici o le scelte di politica economica a determinare il destino delle relazioni tra Cina e Africa. Da più di qualche anno ormai la parola è stata lasciata alle monete sonanti con cui le concessioni petrolifere vengono pagate, a quelle degli ingenti investimenti cinesi nelle infrastrutture di molti paesi africani o a quelle che costituiscono i prestiti a tassi quasi inesistenti per paesi così indebitati da far difficoltà a ricevere finanziamenti dalle istituzioni internazionali o dai paesi donatori riuniti nel club di Parigi.

La Cina ha iniziato la sua nuova penetrazione in Africa circa dieci anni fa, attirata dalle ricchezze minerarie del continente, soprattutto dalle sue riserve di petrolio e gas (senza dimenticare però quelle di rame, cobalto, carbone e oro), necessarie per far mantenere al paese asiatico il rapido passo della sua crescita economica. Ma è stata anche la presenza di mercati di facile penetrazione, dove i manufatti cinesi, con buona tecnologia ma di poco prezzo, sbaragliano qualsiasi concorrenza, ad attrarre l’attenzione di Pechino. L’Africa soddisfa quindi le necessità primarie della grande crescita economica del gigante cinese, che ha saputo crearsi ampi spazi d’azione nel continente.
Solo da alcuni anni però la “conquista” cinese dell’Africa, iniziata senza fanfare e con molto pragmatismo, è diventata tanto evidente da attirare l’attenzione del resto del mondo. Degli analisti politici ed economici, ma anche di quei governi, a iniziare dagli Stati Uniti e dalla Francia, che si sono trovati ad aver perso terreno, a tutto vantaggio di Pechino, in un continente considerato strategico per i loro interessi sia economici che geopolitici. Bastano alcune cifre per capire quale sia la questione: stando ai dati ufficiali del governo cinese, il volume degli scambi commerciali tra la Cina e il continente africano è quadruplicato negli ultimi cinque anni. Solo nei primi dieci mesi del 2005 è cresciuto del 39%, arrivando a superare i 32 miliardi di dollari . Di questi, le esportazioni cinesi verso il continente hanno contato per 15,25 miliardi, mentre le importazioni hanno raggiunto quota 16,92 miliardi di dollari. Sempre negli stessi dieci mesi, aziende cinesi hanno investito nei paesi africani un totale di 175 milioni di dollari .
Ufficialmente, il punto di partenza di questa crescita esponenziale nei rapporti commerciali tra le due parti è da fissare tra il 10 e il 12 ottobre 2000, quando a Pechino si riunirono i ministri degli Esteri e della cooperazione internazionale della Cina e di 44 paesi africani, creando il Forum sulla cooperazione Cina-Africa, una “piattaforma realizzata dalla Cina e dai paesi africani amici per [dar vita] a consultazioni e dialoghi collettivi e a un meccanismo di cooperazione tra paesi in via di sviluppo che ricade nella categoria della cooperazione Sud-Sud” . Da allora Pechino ha cancellato i dazi su 190 tipologie di prodotti di importazione in arrivo sul suo mercato interno da 28 paesi africani meno sviluppati, mentre i manufatti cinesi invadevano il mercato africano.
Ma all’ottobre 2000 Pechino era già presente in maniera importante in alcuni paesi africani. Uno per tutti il Sudan, diventato ufficialmente produttore ed esportatore di petrolio nel settembre 1999 soprattutto grazie all’intervento cinese. Che nel sottosuolo della regione al confine tra Nord e Sud Sudan ci fosse del petrolio lo si sapeva dalla fine degli anni Settanta. Ma la ripresa della guerra civile tra le due parti del paese nel maggio 1983 aveva impedito alle compagnie petrolifere straniere presenti sul terreno di lavorare. A metà degli anni Novanta, dopo anni di stallo e a conflitto ancora ampiamente in corso, un consorzio conosciuto con il nome di Greater Nile Petroleum Operating Company (Gnpoc) ha preso in mano sia i lavori di prospezione e sfruttamento dei blocchi 1, 2 e 4, sia la costruzione di una raffineria poco fuori Khartum e di un oleodotto di 1.600 km necessario a portare il greggio dai campi petroliferi del Sudan meridionale a Port Sudan, sul Mar Rosso. Con il 40% delle azioni , il partner di maggioranza del consorzio è la China National Petroleum Corporation (Cnpc), una delle più grosse (e delle più attive sui mercati esteri) compagnie petrolifere di Stato cinesi . Oltre alla partecipazione al Gnpoc, la Cnpc ha in concessione “in solitaria” anche l’intero blocco 6, mentre divide con altre compagnie straniere lo sfruttamento dei blocchi 3 e 7.
Il fatto che le compagnie cinesi non debbano rispondere delle loro azioni e del loro eventuale coinvolgimento in situazioni di guerra e di gravi violazioni dei diritti umani a un’opinione pubblica sensibile a questi temi ha sicuramente favorito la stretta collaborazione che si è creata tra Pechino e Khartum. Il settore petrolifero rimane il più importante agli occhi della Cina, visto che oltre la metà dell’export sudanese di greggio va al colosso asiatico, coprendo così il 5% del suo fabbisogno. Ma non c’è solo il petrolio ad attrarre i capitali cinesi sulle sponde del Nilo. Ci sono anche le infrastrutture da creare ex novo – tra cui una pipeline di 470 km per portare l’acqua dal Nilo e dall’Atbara nell’arida regione orientale (un progetto siglato nel giugno 2005 e che costerà 345 milioni di dollari) e il più grande progetto idroelettrico in corso nel continente, una diga in costruzione 350 km a nord di Khartum, all’altezza della quarta cateratta del Nilo – e la vendita di armi, il settore delle telecomunicazioni su cui investire e la cooperazione tecnica e medica.
Il Sudan è il principale destinatario degli investimenti esteri cinesi e uno dei paesi africani con cui Pechino ha più scambi commerciali. Ma non è certo il solo. Innanzitutto perché non esiste solo il petrolio sudanese. Le tre principali compagnie petrolifere di stato cinesi, la Cnpc, la Cnooc e la Sinopec, si stanno ritagliando sempre più spazio nello sfruttamento del greggio africano. Mentre la Cnpc è impegnata in prospezioni nel Sud del Ciad e nell’Etiopia occidentale, la Cnooc ha firmato nel gennaio scorso un accordo miliardario con la Nigeria per comprare il 45% della concessione di proprietà della South Atlantic Petroleum che comprende importanti giacimenti offshore sia di petrolio che di gas.
Accanto alle risorse energetiche però c’è dell’altro. I soldi cinesi stanno trasformando il paesaggio di molte capitali africane (da Yamoussoukro, in Costa d’Avorio, dove sono già in costruzione gli alloggi per i 225 deputati ivoriani, a Luanda, in Angola, dove aziende cinesi stanno restaurando un intero quartiere), in un make-up che rispecchia anche all’esterno un cambiamento radicato nel tessuto economico. Ma anche fuori delle capitali i cambiamenti sono visibili: sono cinesi i capitali e l’ingegneria della ferrovia costruita in Angola, ad esempio, o delle strade e dei ponti eretti in Ruanda, come anche dell’autostrada in Etiopia e di buona parte della rete dei trasporti dello Zimbabwe. La buona tecnologia a prezzi contenuti che la Cina offre nei suoi prodotti ha anche significato per molti paesi poter saltare alla telefonia cellulare senza passare dalla rete telefonica tradizionale, ancora largamente insufficiente anche in molte capitali africane.
Il rapporto tra Cina e Africa, quindi, è interessante per entrambe le parti. Ed è questa situazione che il documento programmatico pubblicato il 12 gennaio fotografa. Il “nuovo modello di partnership strategica” che il ‘libro bianco’ propone non tralascia nessun possibile ambito di cooperazione: politica, economica, sociale, infrastrutturale, culturale e via dicendo, per un totale di circa trenta diversi settori. E non c’è dubbio che ai paesi africani la proposta possa apparire allettante, tanto più che Pechino non pone condizioni politiche. O, meglio, ne pone solo una, facile da rispettare: aderire al principio di “una sola Cina”, rifiutando di avere relazioni ufficiali con Taiwan. Una scelta che, a conti fatti, evidentemente è conveniente fare, se la stragrande maggioranza dei paesi africani preferisce Pechino a Taipei.
L’ultimo in ordine di tempo a rompere con Taiwan per riaprire i rapporti diplomatici con la Cina popolare è stato il Senegal, che è stato subito premiato. Nella sua visita in Africa di metà gennaio il ministro degli Esteri Li Zhaoxing ha fatto tappa anche a Dakar, dove ha dichiarato che la Cina vuole espandere la cooperazione tra i due paesi in qualsiasi campo, dall’agricoltura all’istruzione e dalla sanità alla cultura. Nel frattempo, ha firmato assieme alla sua controparte senegalese un accordo di cooperazione economica e tecnologica.
La mancanza di condizioni politiche, one China principle escluso, è ribadita anche dall’enfasi che la Cina pone a ogni buona occasione sul mutuo rispetto dei confini territoriali, della non aggressione e (soprattutto) della non interferenza negli affari interni dei singoli paesi. Il che significa non fare questioni né porre condizioni di nessun tipo neanche a governi non democratici, violatori dei diritti umani o altamente corrotti. L’esempio sudanese non è l’unico neanche in questo senso. La politica dello “sguardo a oriente” inaugurata da Robert Mugabe, il presidente dello Zimbabwe, in risposta al progressivo boicottaggio e isolamento internazionale con cui i paesi occidentali e le istituzioni finanziarie internazionali hanno reagito alle ripetute frodi elettorali e alla violenza usata dal regime per espropriare i settlers bianchi ha ricevuto un caloroso benvenuto a Pechino. Non solo a parole: quando nel luglio 2005 Mugabe si è recato in visita ufficiale in Cina, ha ricevuto tutti gli onori riservati a un capo di Stato, ma non è neanche stato lasciato tornare a casa a mani vuote. In cambio di concessioni minerarie, Mugabe ha ottenuto prestiti (tra cui uno da sei milioni di dollari da usare per importare mais) e accordi commerciali, un’iniezione vitale per l’asfittica economia di un paese ormai ridotto alla fame, privato da qualche anno degli aiuti economici occidentali e dell’assistenza finanziaria di Fondo monetario internazionale e Banca mondiale. Il radicale cambiamento nell’orientamento della politica estera del paese si è rispecchiato anche nelle scelte del ministero dell’Istruzione, che nel gennaio 2006, in occasione dell’inizio del nuovo anno scolastico e accademico, ha annunciato che il cinese diventerà materia di studio in tutte le università del paese, per favorire il turismo e gli scambi commerciali con Pechino .
Le cose non sono andate molto diversamente neanche in Angola, il secondo produttore di petrolio africano dopo la Nigeria, che sta risorgendo dalle sue ceneri dopo una guerra civile quasi trentennale. Il forte indebitamento del paese e la totale mancanza di trasparenza, che – non è un mistero – nasconde un sistema altamente corrotto, impediscono di fatto all’Angola di accedere all’assistenza finanziaria del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, come anche ai crediti dei principali paesi donatori. Il vuoto che le regole del club di Parigi hanno creato è stato prontamente riempito dalla Cina: nel marzo 2004 la banca cinese Eximbank ha concesso al governo di Luanda una linea di credito di più di due miliardi di dollari, da utilizzare, progetto dopo progetto, per ricostruire le infrastrutture (rete elettrica, strade, ponti, aeroporti, ferrovie e così via) del paese devastato dalla guerra. In realtà, però, i dettagli dell’accordo non sono mai stati resi noti. Ciò che si sa è che il credito ricevuto viene ripagato con forniture di petrolio alla Cina. Tanto che le importazioni del greggio angolano sono andate crescendo, fino ad arrivare a toccare, nei mesi di gennaio e febbraio 2006, 456mila barili al giorno, una cifra che basta a coprire il 15% del fabbisogno giornaliero cinese. L’Angola è così diventata il principale fornitore di greggio di Pechino, superando non solo il Sudan, finora il principale fornitore africano della Cina, ma anche Iraq e Arabia Saudita .

Legami economici e commerciali, investimenti nelle infrastrutture, cooperazione tecnica e militare, copertura politica senza fare domande: sono questi i punti di forza del rapporto di crescente amicizia tra la Cina e l’Africa. E non manca neanche l’elemento più strettamente diplomatico. A cinquant’anni dall’instaurazione delle prime relazioni diplomatiche tra Pechino e un paese africano, la Cina si pone quindi come reale alternativa al monopolio Usa. Ed è ormai chiaro anche per Washington che non si tratta di una concorrenza che riguardi solo l’ambito economico. Un’inequivocabile offerta di sostegno in ambito internazionale arriva anche dal documento programmatico del 12 gennaio, che afferma che “la Cina rafforzerà la cooperazione con l’Africa all’interno delle Nazioni Unite e in altri sistemi multilaterali, assicurando sostegno alle giuste richieste reciproche e alle posizioni ragionevoli”, mentre in un altro passaggio, i policy-makers di Pechino ribadiscono la disponibilità di “continuare a rinforzare la solidarietà e la cooperazione con i paesi africani nell’arena internazionale e a cercare posizioni comuni sulle principali questioni internazionali e regionali” .
Una tale apertura di credito, questa volta politico, non è certo destinata a passare inosservata agli occhi di molti regimi africani, visto che la copertura diplomatica in tutte le piazze che contano, a partire dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu di cui Pechino è uno dei membri con diritto di veto, non è un elemento di poco conto per governi che, in molti casi, hanno parecchie cose da nascondere. E i paesi africani sanno che la Cina non promette invano. Anche in questo caso è l’esempio sudanese a fare scuola. Con l’escalation della guerra in Darfur, nell’estate 2004, gli Stati Uniti hanno ripetutamente proposto al Consiglio di Sicurezza di adottare delle sanzioni economiche contro il Sudan per indurlo a più miti consigli. Si era parlato di un embargo sul settore petrolifero, su quello degli armamenti e di misure finanziarie mirate contro i principali esponenti del governo. L’adozione di qualsiasi sanzione, anche la più leggera, è stata però bloccata dalla minaccia di veto della Cina, pronta a difendere a spada tratta quello che al momento era ancora il suo principale fornitore di greggio in Africa.
Dopo molti tira e molla, il 30 luglio 2004 il Consiglio di Sicurezza ha adottato, con 13 voti a favore ma con l’astensione di Cina e Pakistan, la risoluzione 1556 che concedeva a Khartum trenta giorni di tempo per riportare l’ordine in Darfur e imbrigliare le milizie janjawid, i “diavoli a cavallo” diventati tristemente famosi negli ultimi anni per le atrocità commesse ai danni delle popolazioni africane della regione, promettendo in caso di mancato adempimento “ulteriori azioni, incluse quelle previste dall’articolo 41 della Carta delle Nazioni Unite”. Khartum ha risposto alla minaccia con deboli misure di facciata, che non hanno di fatto cambiato la situazione sul campo. Il governo sudanese era sicuro di avere le spalle coperte dall’appoggio della Cina e, in seconda istanza, della Russia, dalle cui società il Sudan ha spesso acquistato armi pesanti. Così in effetti è stato: nonostante l’inadempienza di Khartum, in settembre il Consiglio di Sicurezza ha adottato un’altra risoluzione di contenuto simile a quello della 1556, senza però prevedere alcuna delle “misure ulteriori” annunciate a fine luglio.
Anche le velate minacce dell’estate sono state alla fine sacrificate sull’altare degli equilibri diplomatici in seno all’Onu, sempre per la strenua opposizione della Cina a ogni misura anche blandamente punitiva contro Khartum. Alla fine di una molto pubblicizzata riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza a Nairobi, la quarta fuori dal Palazzo di Vetro in tutta la storia dell’organizzazione, il 19 novembre 2004 è stata adottata all’unanimità una risoluzione totalmente “annacquata”, da cui era stato eliminato qualsiasi riferimento a eventuali future sanzioni, mentre in Darfur la situazione non accennava a migliorare.

[fonte: n.3/2006 della rivista di geopolitica LIMES]

 


Love Clubs: un videocast che spacca!

eros — Inviato da nero @ 12:54

 

Come sempre il blog di Warren Ellis (uno dei migliori autori di fumetti della genia Vertigo, insieme a personaggi del calibro di Neil Gaiman e Grant Morrison) è una fonte inesauribile di spasso. Grazie a lui ho scoperto il sito di Melissa Gira, sexerati.com, e i suoi videocast, l'ultimo dei quali è uno spassoso manuale per l'organizzazione della propria vita sessuale. L'ironia è sempre un'arma fondamentale quando si parla di sesso, cosa che abbiamo da tempo disimparato in quella landa desolata di cristianesimo che è l'Europa :/

 


Google, Oblivion e il sesso

jet tech — Inviato da nero @ 12:21

E' un po' di giorni che non scrivo, assorto nell'evoluzione dei ragionamenti su noblogs.org con i soci autistici, ma oggi ho preso un po' di tempo per dare un occhio ai miei blog preferiti e ci ho trovato parecchie cose interessanti. No, non sto parlando dell'impiccagione di Saddam, vera e propria manovra ispirata dalla logica mafiosa di Bush che sfuggirà di mano in maniera orribile, ma del mio solito pallino di Google, della sua monocultura, e degli strumenti di aggregazione ed elaborazione delle informazioni sparsi per la rete.

A parte le ovvie autocritiche di chi prevedeva la scomparsa nel vuoto cosmico di Google dopo l'affare con Youtube, è interessante notare che la previsione di una commercializzazione estrema dei contenuti di YouTube sia andata a colpire proprio il bersaglio. Ma non è la cosa più interessante di queste feste circa Google, quanto l'improvvisa sparizione, e successiva riapparizione dai risultati di ricerca della maggior parte dei siti amatoriali di sesso e pornografia. La cosa ha scatenato un'ondata di commenti estremamente caustici rispetto alla possibiilità di google come promotore di una monocultura per nulla libertaria, anche da personaggi che non sono esattamente degli estremisti di sinistra. 

Nel frattempo, sempre da boingboing, ho scovato un'intervista che confronta due portali di recente lancio, la cui funzione dovrebbe essere quella di far emergere le news più interessanti in una forma capace di aggregare pareri e suggerimenti da una comunità di utenti (un po' quello che indy non è riuscita a fare se non con un collettivo editoriale, nonostante le ottime premesse): da un lato il progetto digg.com (commerciale) e dall'altro il neonato progetto NewsTrust. Quest'ultimo è molto promettente, non solo per la sua natura no-profit, ma sopratutto perché il suo obiettivo è proprio quello di aumentare la visibilità delle notizie in base a criteri che non sono quelli spettacolari dei media mainstream. Staremo a guardare dove va a finire, nel frattempo il consiglio è quello di provarlo.

Concludiamo questo post un po' caotico e modello cestino di capodanno, con una carrellata sulle previsione per il 2007 (e valutazioni su quelle cannate del 2006 :) e una menzione per il Chaos Computer Congress natalizio di quest'anno, che come al solito è estremamente ricco di trucchetti interessanti: purtroppo è fuori dalla mia portata economica e di tempo in questo periodo :)

Mentre leggete tutti i link, torno alla mia incazzatura per le vicende di mercato dell'Inter in questo scampolo di festività invernali. 


Mappe celesti

imago, atlas — Inviato da nero @ 13:05

Un processo naturale per gli esseri umani è sempre stato quello di aggiungere elementi qualificanti a ciò che lo circonda. Forse deriva dal processo di conoscenza del mondo che ci è naturale, dal fatto che siamo coscienti dell'esistenza della nostra percezione di un mondo esterno, e del fatto che questa percezione, scientificamente identica, in realtà varia da persona a persona. Non c'è alcun modo per poter definire la percezione soggettiva della realtà di un'altra persona, e affermare che gli stimoli neurali sono gli stessi non aggiunge alcuna verifica qualitativa della questione, ma solo quantitativa.  Forse è questa consapevolezza che ha sempre spinto gli esseri umani a tracciare relazioni impossibili tra la realtà e la nostra esistenza, definire le relazioni come una sorta di lento processo di avvicinamento alla possibilità di definire il rapporto tra noi e la realtà in modo da eludere il senso di smarrimento quando pensiamo alle differenze tra gli occhi di due persone qualsiasi (e probabilmente anche di due animali :)

Uno degli esempi più interessanti da questo punto di vista è l'esistenza (da quando è esistita la civiltà) di uno zodiaco collegato alla posizione delle stelle (sia i pianeti ovvero le stelle mobili come venivano chiamate dagli antichi, che le stelle fisse). Quasi ogni civilità (non sono un esperto di archeologia, per cui mi baso solo su quelle più note) ha voluto correlare il passaggio del tempo alla presenza di gruppi definiti di stelle, immaginandosi che esse dipingessero immagini e figure nel cielo che gli umani nel corso dei millenni potessero riconoscere. Lo zodiaco non è altro che una suddivisione ciclica del tempo, legata a una percezione soggettiva di immagini possibili nel cielo, di relazioni posizionali tra stelle fisse. A questa necessità descrittiva, l'uomo da sempre ha collegato una necessità psicologica, quella di comprendere che elementi regolano la nostra vita, quali influssi subisce, quale potere si nasconde dietro l'influenza del mondo sull'uomo: lo zodiaco insieme alle varie forme di divinazione (in realtà come in quanto una forma di divinazione) è forse una delle forme più antiche dell'uomo per mettersi in relazione con il tempo e con la realtà.

Non stupisce quindi che la mappatura non solo dello Zodiaco nella sua veste quantitativa (cosa è un segno? dove si colloca? cosa rappresenta?) ma anche in quella qualitativa (che influsso ha? cosa significa l'attraversamento del segno da parte delle stelle mobili?) sia stata una delle più antiche forme di cartografia. E non stupisce neanche che civiltà distanti come quella indù o quella greca avessero cartografie simili (sono nello stesso emisfero, e vengono dallo stesso ceppo antropologicamente parlando), mentre quella moderna (derivata dalla tradizione ellenica) e quella cinese siano così lontane ed esercitino il fascino dell'esotico l'una verso l'altra. 

Soprattutto non stupisce che questo istinto non sia stato per nulla scalfito da millenni di scienza e dalla dimostrazione palese di una razionale non esistenza di alcuna influenza da parte della posizione delle stelle sul nostro "destino". Ciò non toglie che ogni forma di divinazione continui a rappresentare un momento di interpretazione della realtà per gli esseri umani, ricorda loro l'ineluttabile realtà della percezione soggettiva di ciò che li circonda, della loro inesauribile solitudine di fronte alla comprensione del mondo. Allo stesso tempo la mappatura della relazione del mondo con la loro vita offre loro uno spunto per riflettere, per pensare, per ricordarsi dell'importanza delle relazioni tra essi e l'esistente (materiale o meno): la divinazione è una forma di filosofia, una serie di epifanie che servono non a interpretare segni di un destino già scritto, ma ipotesi di relazioni possibili con il mondo.

E' per questo motivo che i segni zodiacali, i tarocchi (in futuro un post su questi strumenti incredibili di pensiero e influenza), i gusci di tartaruga, i vasi, le viscere, i presagi, e chi più ne ha più ne metta, continuano a esercitare su di noi lo stesso fascino, lo stesso immancabile senso di smarrimento e di meraviglia. Per questo lo Zodiaco, nato in Babilonia con il loro sistema numerico a base 60 (o meglio con il precedente sistema numerico a base 12 [vi siete mai chiesti perché contiamo 12 ore del giorno? e 60 minuti in un ora? Non sarebbe stato più comodo un sistema decimale?]), non è mai stato aggiornato o modificato, perché i segni della relazione con ciò che ci circonda non hanno bisogno di essere esatti, ma solo di essere suggestivi di tutte le eventualità possibili e impossibili. Il fulcro della divinazione siamo noi, i segni zodiacali sono un semplice agit prop della nostra coscienza. 


Sofferenza old school, risultato new style

spalti e madonne — Inviato da nero @ 21:22

 

Arrivando a San Siro, un tifoso a caso si è fermato lungo la strada e mi ha dato un passaggio lungo la strada che porta allo stadio. La cosa mi ha stupito per l'insolita gentilezza tra individui abitanti a Milano. Non sapevo che era un segno del destino: avrei dovuto soffrire 90 minuti pensando per almeno 45 di essi che avremmo perso la prima partita della stagione in casa contro l'Atalanta. 

Happy ending invece con gol di Adriano (unico suo contributo positivo alla partita, non cambia la mia opinione circa il darlo in prestito al Crotone) e raddoppio di Loria (sì, è un giocatore dell'Atalanta, ma segna per noi! :) Il bottino si porta a 11 vittorie consecutive eguagliando il record della Roma, e i punti guadagnati mantengono a distanza i giallorossi e le siciliane. Purtroppo il Milan pare avere un momento di ripresa, ma confidiamo nel fatto che non durerà.

Il primo tempo è un museo degli orrori: Recoba, dopo aver giocato i suoi canonici 90 minuti, si infortuna ai muscoli del polpaccio... se lo facesse apposta non ci crederemmo in una continuità così snervante nel ritmo; Zanetti a centrocampo sbaglia passaggi su passaggi, Cambiasso a ritmo ridotto; Burdisso e Andreolli non si trovano nel registrare la difesa, Maicon fa il possibile, ma Maxwell continua a giocare da ala, anche se è posizionato nel terzo del campo appartenente ai nerazzurri; Stankovic sembra assente e dopo 2 minuti ci ritroviamo con Adriano seconda punta dietro a Crespo (l'unico che insieme a Julio Cesar) non cala mai e ci fa felici. Il gol di Doni al 16' è una doccia fredda che tutti sperino svegli la squadra che ha lasciato il giocatore migliore della Dea da solo a mollare la sua bomba, ma la partita non cambia e soffriamo abulici per tutto il primo tempo.

Nell'intervallo si scalda Figo ed entra al posto di Cambiasso (lieve infortunio) e illumina la squadra con giocate di una classe straordinaria, Maxwell e Zanetti diventano ufficialmente il collettivo di autogestione della fascia sinistra, Stankovic carbura a gasolio e negli ultimi 40 minuti diventa un trattore inarrestabile, Adriano sbaglia qualsiasi pallone gli viene messo su piedi e testa (compreso un tocco a porta vuota), ma riesce almeno a pareggiare, con una sceneggiata napoletana e pianto di gioia, che Un posto al Sole è alta cinematografia a confronto. L'autorete di Loria corona un secondo tempo passato a prendere a pallonate i nerazzurri sbagliati, e portiamo a casa il risultato.

L'assenza degli uomini di personalità della squadra si sente, e siamo CERTI che le riserve in campo oggi POSSONO dare di più di quanto hanno fatto oggi. Speriamo la vittoria sofferta (in qualsiasi altro campionato degli ultimi vent'anni avremmo perso con il 2-0 segnato al 90esimo su ribattuta di un rigore nostro sbagliato all'89esimo) serva a dare fiducia anche a chi parte dalla panca.

Ultima nota, in negativo, per le tifoserie: gli slogan degli Irriducibili inneggianti alle lame e alle forme di scontro tra tifoserie al sangue (sugli scontri ognuno si diverte come gli pare, sulle lame mi pare una pratica infame, come è noto usa ai più spregevoli) fanno da (in)degno contraltare ai lanci dei tifosi della Dea che constringono Bertini (aretino maledetto) a interrompere la partita per qualche minuto. Se avessimo rubato un rigore, o gli avessero annullato un gol regolare, potrebbero pure avere le loro ragioni, ma se la squadra perde per circostanze sportivo-fortuite, mi spiegate che cazzo volete?

In ogni caso, prossimo appuntamento l'andata dei quarti di Coppa Italia, e Toro-Inter il 13 gennaio.

 


Uno spettro (non un fantasma) si aggira per le strade della metropoli... City of Gods!

movimenti tellurici, pagine e parole — Inviato da nero @ 11:09

 

Stamattina, come al solito, mi sono alzato e sono andato a fare la spesa al mercato e a fare colazione in Isola. Mentre passavo per la fermata di Gioia ho notato un plico di City più esiguo del normale. Considerato il fatto che oggi è il terzo giorno di sciopero dei giornalisti e che quindi non ci sarebbero stati giornali da nessuna parte, ho deciso di tirare su il quotidiano gratuito (peraltro quello fatto meglio tra tutti i tre market-leader di settore a Milano), giusto per dare un occhio. Qualcosa stonava nella copertina, ma non riuscivo a focalizzare cosa a prima vista.

Quando sono arrivato al pub24 e ho avuto tempo di leggere mi è preso un colpo: non è un free press, è un action prop!

Cercando in rete ho trovato questo sito... I precari e le  precarie milanesi, una ne fanno e cento ne pensano! ihihiihihihi

PS: il riferimento del titolo del post è al gruppo dei fantasmi giornalisti precari, che si fregiano di un trafiletto oggi su e-polis, ma che sono ben lungi dall'aver idee brillanti come queste per  muoversi sul terreno del conflitto (d'altronde sono un gruppo legato a uno dei sindacati della triade mefitica!)

 
City of gods, una voce della cospirazione precaria

No, non è subvertising (se non siete giornalisti potete passare alla riga sotto). O almeno, non solo.

Cosa avete in mano, o sul vostro schermo

City of gods - il primo free & free press (ovvero libero e gratuito) - è stato distribuito in 50.000 copie nelle città di Milano. E' la parola delle precarie e dei precari dell'informazione che si rivolge alle precarie e ai precari in generale.

I media non sono più un prodotto che vende informazioni al pubblico (troverete stime e dati all'interno di City of gods) ): sono lo spazio dell'inserzionista attraverso il quale l'editore vende i propri lettori, voi. E' un servizio che tra l'altro pagate pure 90 centesimi, 1 euro, 1 euro e 10. Più soldi hanno i lettori, più gli editori si arricchiscono dalla vendita degli spazi pubblicitari.
All'interno di questo meccanismo ci sono i giornalisti, precari, free lance, senza contratto, a cottimo, a pezzo, a parola, a riga, a comete millenarie e casi del destino. Precari e precarie sottoposti al ricatto dei precarizzatori, della manchette, della pagina di pubblicità all'ultimo momento, del “non spingere troppo su questi che sono i nostri inserzionisti”, della creazione di quel complesso meccanismo di informazione, disinformazione che vi fa credere che se la vostra vita è una merda, non potete farci un granché.

Per questo City of God è free & free: gratis, ma soprattutto libero, nelle parole, nell'irriverenza, nelle critiche, nello stile precario.
Per questo, in occasione dello sciopero dei giornalisti, che incredibilmente, ma non certo casualmente, visto il contesto, da due anni aspettano che gli editori si siedano al tavolo delle trattative per il rinnovo del contratto di lavoro precari e precari dell'informazione e non, hanno deciso di uscire con City of Gods: la stagione della cospirazione precaria è iniziata.

E ancora una volta i precari hanno preso la parola, attivandosi cospirando e creando relazioni e complicità che permettono di stampare, distribuire 50 mila copie di City of Gods (e scriverne il contenuto che per una volta, non ti precarizza, ma ti informa).

Al principio
"Al principio" fu la parola, poi venne il racconto ed infine l’informazione. A questo punto la storia presenta una sorpresa, o quasi: il diritto all’informazione si trasforma immediatamente nella disinformazione compensatrice delle vostre sfighe quotidiane, affinché esse siano “inevitabili”, “oggettive”, “certe”, “inattaccabili”.
Insieme, informazione + disinformazione, diventano propaganda, che trova nei media di massa il naturale alleato e nel brand la sua punta di diamante. Nella costruzione del brand, intimamente connesso alle informazioni che leggete ogni giorno sui giornali o sentite in radio e televisione, è celato un meccanismo più complesso di quello che potrebbe sembrare.
Nel brand si determina la strutturazione di un potente retro_informatore che agisce anticipando l’informazione, creando quel bacino comporta/mentale all’interno del quale l’informazione stessa, e il suo contrario, si collocano. E’ un processo comunicazionale superiore alla propaganda. La rende, alternativamente, compatibile o inutile. In ciò tutta la difficoltà del presente. Ma anche il terreno su cui agire.

L'intelligence precaria
Se vi siete persi il numero odierno di City of Gods lo troverete sul sito dell’intelligence precaria, che si attiva proprio da oggi in intima e sinergica collaborazione con i giornalisti e le giornaliste precari e precarie. L’intelligence è patrimonio comune dei precari e non solo del giornalismo. In esso confluiranno le mille sfaccettature dell’oppressione dei precarizzatori e dei contropiedi precari.
Ma che cosa rappresenta questo sito?
Immaginate un sito che non è un semplicemente tale, ma piuttosto un luogo che fa circolare informazione, non per informare, bensì per formare quel bacino di notizie da cui si estrarrà il bazar della creazione di conflitto. E che contiene anche i prodotti di queste creazioni e gli strumenti che le hanno consentite. Un sito crudele e spietato, scorretto verso le imprese, le istituzioni sociali, le merci ad alto contenuto ideologico e tutti i loro gli adepti: fazioso ma mai frazioso. Un sito che ha la classe del purosangue, la ricchezza del meticcio; che non esercita fashionismo e brigantaggio culturale, che vive da sé, con quello che fa e per quello che dà. Pone questioni di stile, perché lo stile è importante, e chiede, just in time, relazioni e complicità.

City of gods, una voce della cospirazione precaria

 


30 gennaio: esce Monocromatica, il primo libro di Blackswift

pagine e parole — Inviato da nero @ 16:18

L'ormai lontano 27 maggio 2005, io e il mio socio abbiamo deciso che avevamo voglia di scrivere, di raccontare con ironia alcune nefandezze che vedevamo accadere intorno a noi, e di trasformare in parole e pagine quello che turbina nelle strade e nei quartieri che attraversiamo tutti i giorni e tutte le notti. Il mio socio è un mago nelle trame, io non scrivevo un cazzo da dieci anni, ma con un po' di cocciutaggine e tanta faccia tosta, abbiamo cominciato a pubblicare qualche racconto, qualche bozza di romanzo, qualche boutade a metà tra la realtà e la satira, su una specie di blog ultra spartano che abbiamo chiamato all'epoca blackswift.

Piano piano lo abbiamo riempito di idee e di fantasie, di sogni ad occhi aperti e di incubi ad occhi chiusi, e abbiamo scoperto che ci piaceva poter raccontare ogni tanto passaggi difficili da spiegare con le parole che usavamo per parlare di politica o delle nostre elucubrazioni. A un certo punto abbiamo cominciato a usare il termine reality fiction perché quasi tutto quello che trovate scritto in quei brani è solo in parte inventato, molto più spesso una trasposizione balzellon balzelloni della realtà. Quanto è possibile definire il limite in cui le sensazioni di un momento sono reali e quanto vivono nelle nostre sinapsi, nei collegamenti fortuiti che avvengono nel nostro cervello? Non c'è una risposta certa, ma tutti abbiamo vissuto momenti che è difficile descrivere se non attraverso un personaggio, una  situazione. Noi abbiamo scoperto che raccontare è un modo efficace per vivere momenti indescrivibili, e abbiamo pensato che la cosa poteva piacere anche ad altri. 

Monocromatica, il cui titolo originale sul sito di blackswift è Rapsodia Monocromatica, è stato scritto tra il luglio e l'ottobre 2005 (e rivisto nell'estate del 2006). Il 30 gennaio sarà in libreria, edito per la Colorado Noir, con la benedizione di Sandrone Dazieri, che mi ha proposto di pubblicarlo dopo averlo letto e (spero) apprezzato. E' un noir metropolitano tinto lievemente di fantasy, e a me è piaciuto scriverlo, tanto quanto spero a voi piacerà leggerlo. 


Tutti pazzi per Materazzi!

spalti e madonne — Inviato da nero @ 01:55

Dopo la strapazzata che la Lazio ha rifilato ai propri cugini romanisti si sapeva che non sarebbe stata una partita facile. In più quest'anno pare che tutti abbiano il solo obiettivo di farci il culo, per ora obiettivo regolarmente fallito. E la partita a Lazio non fa eccezione, dato che la chiudiamo con due gol di scarto e a reti inviolate. Il gesto della serata, dopo 90 minuti di botte non sanzionate, 45 minuti in dieci, e 10  minuti di insulti dei laziali, è quello di Matrix dopo il gol: dito dritto davanti alla bocca e labbiale che dice chiaramente "dovete stare muti". Che bello sentirsi a casa come nei cortili di Comasina e Bruzzano :)

I laziali partono a paletta e cercano con il pressing di fare brutto, ma ci riescono per 15 minuti senza mai impensierire Julio Cesar. Oddo e Makinwa sul lato presidiato da Maxwell, il terzino gentiluomo, fanno venire i sudori freddi ai tifosi nerazzurri, ma in compenso tra Matrix e Burdisso (mi è parso di vederne tre in campo), la situazione dietro non corre rischi di nesun genere. Tra il 15' e il 45' li dominiamo, fino a uno slalom palla al piede di Valdanito che centra per Cambiasso che da sdraiato infila l'incolpevole Peruzzone (a cui vogliamo istintivamente bene, al contrario del resto della Lazio). Pancev che doveva fare orrido e Ledesma il campione non toccano palla, ma in compenso toccano e parecchio gli avversari... Si vede che stanno scoprendo un nuovo lato della loro sessualità.

Al 46' l'arbitro Rocchi si inventa una seconda ammonizione per Ibra che stava giocando come l'ira d'iddio, e lo butta fuori (spazio al Chino domenica). Il nuovo regolamento FIFA interpretato alla lettera quanto poco alla lettera è interpretato il vecchio buon senso calcistico inizia a rompere il cazzo. La partita ovviamente cambia faccia, ma i nerazzurri tirano fuori un carattere pazzesco: Mancini azzecca la mossa, dando disposizioni di rallentare la manovra laziale per costringerli a costruire anziché mettere in difficoltà la difesa con ripartenze improvvise.

Oddo inizia a pennellare cross e tutta la Lazio ci prova solo da più di trenta metri, incontrando sulla sua strada i corazzieri della nostra difesa (anche quelli alti solo uno e ottanta come Burdisso) oppure i pugni di Julio Cesar, che non gliene fa passare una liscia. Entra Adriano (io ho capito, questa è la vera punizione per lui, fino a che non scopre il carbone portato dalla befana, ovvero un bel trasferimento semestrale al Crotone) ed esce Maxwell, Zanetti arretra e mummifica Oddo (che però si dimostra veramente un bel giocatorino); entra Figo ed esce l'immenso Crespo tra gli applausi. Soffriamo in seduta permanente, ma Luis fa quello che deve: tiene palla, fa salire la squadra, si procura calci piazzati. Da un calcio di punizione praticamente sulla bandierina, pennella a centro area, salta Vieira e il questa volta ingenuo Peruzzi va sulla cucuzza nera e pelata del francese, da dietro sbuca Matrix e insacca.

Mancano cinque minuti ma la partita è chiusa, nonostante la mossa a sorpresa di Delio Rossi, che butta nella mischia gli albanesi :)  Altre segnalazioni: il capitano che corre per tutta la partita senza stancarsi mai e cavalcando nelle praterie palla al piede fino a che non lo abbattono regolarmente (più precisamente lo abbatte sempre, visto che tra Mudingayi e Ledesma avranno fatto 80 falli collezionando una ammonizione in due....); Maicon che scorrazza sulla fascia; Stankovic che non si stanca mai di recuperare palloni; la superbia del nostro gioco nello stretto sui passaggi corti, che mi lascia vieppiù a bocca aperta.


esse e bi

pagine e parole — Inviato da nero @ 14:36

 

Mi diverte l'idea di recensire (sì lo so che la parola è un po' grossa, ma che ci devo fare? usare commentare?) gli ultimi due libri che ho letto insieme: più che altro perché pur appartenendo grosso modo allo stesso genere (il giallo in sostanza) sono molto diversi e allo stesso tempo simili, tant'è che i due autori (Sandrone Dazieri e Gianni Biondillo) se ne vanno in giro a fare presentazioni di libri in coppia (ben assortita peraltro).

L'ultimo di Sandrone è il primo senza Gorilla, la sua trovata più geniale: un sé stesso sdoppiato da una particolare schizofrenia che gli consente di lavorare 24 ore su 24 ai "casi" ma con due personalità differenti a corrente alternata, che comunicano tra di loro usando foglietti di fortuna. Considerato la fortuna che hanno avuto i libri del Gorilla, ben scritti e piacevoli (soprattutto per chi rivede nei personaggi tante persone che conosce del giro movimentista milanese), uscire da quel ciclo era una bella sfida per Sandrone: direi riuscita con E' stato un attimo. Il libro si legge di gusto e voracemente (come si addice a un buon libro di genere con ritmo), e la trama regge bene, basata su un altro scherzo della mente umana, le amnesie. Contrariamente ad altri libri (penso soprattutto al terzo) di Sandrone, la retorica sinistrorsa riesce a permeare il libro in maniera più sottile e meno sforzata, rendendo l'operazione di influenza culturale molto più pregevole. Io me lo sono sbranato tra la mezzanotte e le due e mezza di una notte infrasettimanale.

Il primo libro di Biondillo, architetto milanese di incredibile spirito, intitolato Per cosa si uccide, è un fantastico spaccato della periferia milanese in cui sono nato e ho abitato per almeno 28 anni: come potrebbe non piacermi. Il mestiere di Biondillo traspare nelle descrizioni degli ambienti e nel gusto di svelare parti nascoste e splendide di Milano (cosa che piace fare anche a me sia quando scrivo che quando porto in giro amici e visitatori :), ma per il resto il talento per i dialoghi e per i personaggi è limpido. La trama dei tre episodi fila liscia e perfetta, senza particolari complicazioni, e il libro si gode moltissimo, in tutte le sue parti. Forse l'essere diviso in tre racconti guidati solo dai personaggi spezza un filo il ritmo e consente di tirare il fiato. 

Il primo capitolo sulla genesi delle risse nei cortili di Quarto Oggiaro è impagabile, come sono impagabili il cinismo di Ferraro, la naivete di Lanza (nominato ufficialmente il miglior personaggio dell'anno soprattutto per lo sketch con la moglie per cui ho rischiato di essere cacciato dal vagone), la caratterizzazione di Don Ciccio e di altri personaggi. Mitica l'uso dell'indotto culturale televisivo (Ambrogio uber alles). Un ottimo libro: unico neo la tanto vituperata (da Biondillo) retorica televisiva fa la sua comparsa sulla questione scontri, cortei, violenza, nonviolenza, e via dicendo (mannaggia a cristo!). L'ultimo paragrafo del capitolo sul corteo contro l'ALER lascia un po' l'amaro in bocca rispetto a tutti gli altri passaggi in cui la politica è trattata con il giusto distacco e con la giusta ferocia. Senza sconti e senza moralismi.


Il miglior sito di vignette sarcastiche sui nerd

jet tech — Inviato da nero @ 11:38

Beh, glielo devo, considerato che ogni giorno mi fa spanciare dal ridere. Quella qui sotto è quella di oggi. Traduco per i non angloparlanti: "Ogni tanto, appena  sveglio, mi capita di sentirmi chiuso nell'orribile morsa dei punti di vista: 'può anche essere che Firefox sia un gioiello dell'open source, ma alla fine è solo un browser. Non fa altro che mostra pagine di un sito web. Che diavolo ci prende?' Fortunatamente, la morsa allenta presto la presa".


Gli scienziati naturali e la criptozoologia

conscienza — Inviato da nero @ 11:00

Esiste una branca della scienza non convenzionale chiamata criptozoologia: in sostanza studia la natura, le abitudini e le caratteristiche di animali, mostri, bestie, leggende che fanno parte della leggenda, della mitologia, o anche solo del mondo del fantastico. E' una scienza (o per alcuni un genere di letteratura) molto intrigante, che come i giochi di ruolo, svolge l'intrinseca funzione di allenare il nostro cervello e al nostra immaginazione.

Quasi tutti i grandi criptobiologici sono stati sia scienziati naturali che scrittori di letteratura di genere (e se vivono in tempi moderni, anche giocatori di ruolo :). L'esempio tipico e più noto di criptozoologo è Charles Fort, che ha tra gli innumerevoli meriti anche quello di aver patrocinato una aggettivo, fortean, che in inglese denota fenomeno misteriosi e inspiegabili dalla scienza. I libri di Fort sono uno spasso pari solo a quelli di Peter Kolosimo, e consiglio a tutti almeno una volta nella vita di leggerli. 

L'invenzione di creature mitologiche nel passato è stata spronata dall'incontro con animali di cui non si conosceva nulla, e tuttora le immagini di alcuni esseri provenienti dagli ambienti più ostili potrebbe facilmente originare ulteriori casi da criptozoologi. Bibliodissey ci mette del suo pubblicando ogni 5-6 post un bestiario o una qualche collezione veramente inquietante di creature bizzarre.

Manco a dirlo, anche Pynchon, del cui ultimo libro il cui titolo sembra profetico (Against the Day) potete trovare un'ottima recensione di Tommaso Pincio in calce a questo post, in attesa che lo possa leggere anche io (sia maledetto Amazon), è un pluripremiato ospite degli elenchi di autori di criptozoologia (oggetto di premi annuali e almanacchi), sia per quello che c'è nel suo ultimo romanzo, sia per aver dato la dignità di un ruolo narrativo a uno dei più noti pezzi di questa disciplina: gli alligatori albini nelle fogne di una grande metropoli (come dimenticare Benny Profane e Stencil a caccia di Veronica nella fogne?).

 (Continua)

La bicicletta dei beati

spalti e madonne — Inviato da nero @ 23:44

La quartultima del girone di andata si preannuncia una parita non difficile: nella stagione il Messina è stato preso a pallonate da tutte le squadre del campionato o quasi, e da noi ne ha prese cinque in coppa italia (giocando con la primavera praticamente). Ma ovviamente ogni partita è un pericolo se manca la concentrazione: infatti sudiamo i primi venti-venticinque minuti dove giochiamo come l'Ascoli....

La decisione di schierare di nuovo Maxwell terzino con Burdisso in panca è incomprensibile, mentre il centrocampo affidato a Vieria-Cambiasso con Zanetti e Figo ad ammistrare il tutto era quello che tutti si aspettavano. Dopo aver rischiato grosso per colpa del brasiliano che evidentemente convince solo Mancini, che con un tacco sulla linea di fondo libera Zoro che la mette al centro facendo quasi fare gol a Floccari, ci ripigliamo e iniziamo a giocare da Inter. In compenso il Messina comincia a giocare da vice-gobbi quali sono, e la mette sulla rissa: le scarpate non si contano, fino a che mentre Matterazzi va a recuperare il pallone vicino alla panchina di Bruno Giordano (ah il calcio scommesse!), questo prima gli nasconde il pallone e poi gli rifila una manata da dietro: siccome è Matrix, l'arbitro a scanso di equivoci lo ammonisce. Fortunatamente poi con l'aiuto del quarto uomo (il guardalinee sembra un pesce moggiano) espelle pure Giordano.

Nella ripresa entriamo più determinati e il Messina viene bombardato per 45 minuti. Anzi no, per 30 visto che per non infierire negli ultimi 15 minuti di gara facciamo melina e tutta la squadra passa sempre la palla ad Adriano nella speranza che possa fare gol. Si dimenticano che è una lavatrice e che quindi serve a fare il bucato e non a segnare. Che schifo.

Matrix è in stato di grazia e, a parte i mille e ottocento recuperi con cui domina la nostra metà campo,  mette in rete una palla con una rovesciata degna di Ronaldinho. Ci mette almeno un minuto per crederci. Ibra dopo una brutta bota gioca come sa, e fa dei numeri che non vedrete mai nelle sintesi di Controcampo, ma che fanno paura (a un certo punto nessuno nello stadio ha capito dove ha messo il pallone scavalcando due difensori in area). In compenso, come avrete visto nelle sintesi la mette con un taglio orizzontale perfetto, dopo che Maicon ha seminato 8/11 del Messina. Tutta la squadra (a parte Maxwell e Adriano) è diligente e ordinata, macina palloni e li mette dentro. Con un pizzico di fortuna finiva 7-0, ma noi non siamo la Roma e non umiliamo gli avversari con i gol, ma solo con il distacco di chi controlla il campo.

PS: ultima nota, i cori razzisti sono una merda inaccettabile (anche se limitati in questa edizione dello scontro Zoro-Boyssan), però gli insulti per i giocatori del Messina e in particolare per il loro difensore sono tutti ampiamente meritati per il livore e i calcioni che ha rifilato a tutti i nerazzurri.

 


La pagina culturale di Repubblica...

pagine e parole — Inviato da nero @ 18:10

La pagina culturale di repubblica online di oggi è un buon esempio di una cosa per me inspiegabile: la fascinazione del centro-centro-centro-centro-sinistra moderato per le forze dell'ordine. Dimmi te se una pagina di libri dedicati ai chiaro scuri della vita istituzionale possono essere 4 libri di cui 3 su sbirri e canazzi, e uno su una suora. Io mi chiedo che visione abbiano della realtà... perplesso...

PS: nel frattempo fanno pagine e pagine su un poveraccio che si è visto ammazzare moglie e famiglia dandogli la colpa di ogni malefatta dall'assassinio di abele in poi, salvo poi scoprire che probabilmente sono stati i calabresi... Speriamo che il poveraccio faccia causa a Corsera e Libero e si faccia dare un sacco di soldi...


Lezioni di dignità

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 16:58

In questo periodo mi sento portato a raccontare delle storie che vengono dal passato che ho in comune con molte persone che passeggiano per le strade della città di milano.
La storia che vi voglio raccontare oggi, parla di un gruppo di ragazzi e ragazze giovani (i piu' vecchi adesso hanno 30 anni, salvo qualche eccezione), che da
dieci anni hanno rappresentato quantomento una, se non la principale, realtà in movimento nel territorio milanese (la principale perché sono stati il centro di una rete abbastanza fitta di relazioni e progetti che hanno bene o male intersecato quasi tutti quelli che hanno fatto "movimento" a milano negli ultimi anni).
Ovviamente non è l'unica, se lo dicessi buona parte di quelli che non hanno fatto MAI parte di questo pezzo di storia milanese si incazzerebbero a morte con me, e avrebbero ragione, però queste stesse persone possono consentirmi di vivere la storia della mia città anche relativamente alla mia percezione, e quindi centrata in questo caso sulle esperienze di questo gruppo di attivisti, compagni, militanti (chiamateli come volete).

Purtroppo quest'anno è agro di complimenti e di leccate di culo, motivo per il quale sarò costretto a dare visibilità solo alla parte peggiore di questo pezzo di storia milanese, ma non temete che prima o poi troverò la distanza mentale sufficiente per parlare anche della sua porzione più entusiasmante (quella in cui si è fatto molto e con molta dignità).

I protagonisti di questo breve racconto sono due gruppi, che per comodità chiameremo bici e baci, un tempo ospitati nello stesso luogo e in una relazione dialettica che li teneva sulla tensione ideale per non dimenticare che prima dell'opportunismo viene la dignità e che prima del guadagno la libertà.

Il gruppo bici a un certo punto non riusciva più ad andare d'accordo con il gruppo baci, e decise quindi di andarsene in un altro posto, prima provando a occuparne qualcuno, ma poi, sospinto dall'ipotesi di fare qualcosa di più interessante, unendosi a una vecchia famiglia di molte glorie ma poche prospettive per dare vita a un progetto dall'invitante e goloso nome di fragola.
La fragola, si sa, è un frutto molto dolce e anche di bell'aspetto, capace di attirare i più insospettabili personaggi alla sua corte: allo stesso modo il progetto del gruppo bici insieme alla vecchia famiglia di fragola (sempre meno numerosa) iniziò a veder arrivare molti altri gruppi e molti altri progetti che volevano prendere parte a un avventura così gustosa.

Ma come sempre nelle folle si cela un po' di tutto, e sotto le mentite spoglie di qualcuno sinceramente interessato e avvinto dal progetto possono celarsi molti limiti e molti impostori: in fragola c'erano sia gli uni che gli altri.
Guarda caso tra i secondi la maggior parte veniva dal gruppo baci, o da qualcuno che vi era rimasto invischiato senza capire che le cose erano cambiate molto.

Nel frattempo il gruppo baci si era spezzettato e non riusciva più a combinare nulla: alcuni di loro facevano strada, altri inseguivano quelli che facevano strada (allettati dalle insegne luminose di partiti e sindacati), altri rimanevano lì dov'erano a contendersi le briciole di una nomea non all'altezza della realtà. Piano piano però, si sa, le briciole sono meno gustose di una fragola.
Nel corso degli anni il gruppo baci si era contraddistinto anche per un cinismo del tutto slegato da un progetto, e per cui un po' crudele e fine a sé stesso, quasi egoistico e in alcuni casi figlio della poca attitudine a distinguere tra opportunità e opportunismo: avevano occupato una casa e poi se n'erano andati facendosi dare in cambio 20mila gettoni, che avrebbero dovuto spendere pubblicamente ma che non si seppe mai dove finirono; poi seguirono una parte del gruppo bici per cercare di coglierne la volata, ma ottennero solo una un'ennesima contropartita, anche questi lasciati in un conto in banca senza un'idea di come spenderli senza mancare di rispetto ai 13 anni di occupazione che li avevano generati. Ma fin qui, l'ingenuità di credere che fosse possibile usare a buon fine questi gettoni era ancora comprensibile.

Proprio mentre la fragola cresceva e diventava sempre più succosa, al gruppo baci fu presentata un'altra occasione: in cambio dell'abbandono del posto che avevano occupato insieme al gruppo bici (e a molti altri), in cambio della storia di quel luoghi, delle ombre degli amori e degli odi che vi erano nati, degli efflui delle esperienze che aveva generato, qualcuno era disposto a dare ben 200mila gettoni. Il gruppo baci ormai era a pezzi e non avrebbe saputo cosa farsene, ma decise che era meglio prendere che lasciare, tanto la fragola era succosa e un po' di posto ci sarebbe scappato.

La città nel frattempo assisteva a tutto questo baillame senza profferire parola, abituata ormai troppo a parlare nei corridoi e poco nei tete-a-tete, incapace di formulare modelli alternativi e critiche lampanti a cose che evidentemnete non funzionavano più. Se il gruppo baci ha potuto perdere così tanto il lume della dignità non è solo colpa sua, ma certamente anche dell'afasia di una città abituata ormai a troppo.

Nel frattempo il gruppo bici non reggeva la tensione di una così bella fragola, e i suoi semi iniziavano a marcire: ci sarebbe stato bisogno di un intervento di potatura e ripulitura deciso e competente, ma non sempre si ha il coraggio o l'abilità di incidere una cosa bella come una fragola. Come però tutti sanno, se una fragola rimane troppo a lungo sul banco della vostra cucina, si trasforma in una poltiglia marrone e puzzolente, mentre se la piantate in un bel vaso, basta poco per vederla trasformare in una pianticella un po' meno bella del frutto, ma certamente più longeva e funzionale alla sopravvivenza di sè stessi e di chi ne può cogliere i frutti per nutrirsi.

Invece, alcuni dei semi più forti della fragola se ne andarono, schifati dalla parte ormai marcescente che gli cresceva intorno, troppo attaccati alla propria libertà e alla propria dignità, per accettare di sporcarla per salvare i semi ormai persi e perversi. Con un grande tempismo contemporaneamente, i rimasugli del gruppo baci non videro che una migliore occasione per impiantarsi nella fragola, accelerandone il processo di decadimento.

Così adesso la fragola è diventata una specie di succursale di quel cadavere che è il gruppo baci, un cadavere trattato senza il riguardo che la salma di un pezzo importante di storia meriterebbe, e senza la dignità che gli si sarebbe potuta accordare. Il gruppo baci si diverte a dire che "le regole sono cambiate", ma senza essere capace di spiegare perché e in che direzione, che "i semi che non c'entravano nulla con noi se ne sono andati", ma senza essere capaci di spiegare perché una fragola è diventata una poltiglia putrescente che presto verrà lavata via dalla storia di una città onnivora.

Tra poco la fragola verrà messa in vendita un pezzo per volta. Ogni seme ancora presente, seppur mezzo affogato nella poltiglia, potrà comprarsene un pezzo trovando i soldi dove meglio crede, ma senza alcun progetto di ripiantarsi in un bel vaso alla ricerca di nuovi frutti. Il tutto verrà condito dai gettoni che cadono dalle tasche sdrucite del gruppo baci, senza alcun riguardo sui motivi che rendevano quei gettoni un vettore di pestilenza più che un fertilizzante denso di principi nutritivi.

Purtroppo Milano ci ha allevato così, incapaci di vedere le cose belle che ci crescono intorno, di coltivarle fino a che sono mature, spesso più propensi a farle avvizzire anzitempo, o a trasformarle in un acquitrino di sensi di colpa e di rimorsi, senza entusiasmo, senza passione, ma solo con il desiderio di cogliere un'opportunità troppo spesso personale e senza alcuna speranza collettiva. La politica non è fatta di mezzucci, e la dignità non si compra con i gettoni, né affittando i progetti inventati da altri, sperando che senza anima diano lo stesso un frutto rosso e gustoso. Fortunatamente la biologia e la storia sono più spietate degli uomini e delle loro società.

à la prochaine.


PS: tutti i riferimenti in questo testo, dedicato a chi lo comprende perché se ne sente colpito o coinvolto, sono assolutamente voluti e non casuali. Nessuno dei riferimenti è inventato o non corrispondente al vero. Il gruppo baci (il gruppo "istituzionale" del fu LSOA Deposito Bulk), il gruppo bici (il gruppo "antagonista" del fu LOA/reload), fragola (pergola move), i soldi (i gettoni presi per aus, ultima delle occupazioni scaturite dal secondo sgombero di metropolix, per garigliano, e questo gennaio per abbandonare lo spazio di via niccolini 36, zona cimitero monumentale), la lottizzazione (pergola verrà acquistata dividendola in lotti che saranno comprati da chiunque, individuo in cerca di casa o progetto con disponibilità economica, se lo possa permettere e faccia parte dell'attuale assemblea di gestione, un misto di bulk, gruppo storico di pergola, parassiti e opportunisti vari, con una frazione infinitesimale di illusi che si stanno lasciando usare come copertina patinata), il peccato originale (da quando il disciolto gruppo reload ha abbandonato il progetto pergola, in particolare da quando i cattivi di reload, tra cui il sottoscritto, se ne sono andati, il nuovo gruppo di pergola, composto da alcune persone che l'hanno occupata nel 90-91 e dai bulkaniani residui, ha senza fiatare accettato 10mila euro dal bulk per saldare i debiti che non si era capaci di saldare con una progettazione dello spazio che coinvolgesse chi aveva idee e non chi aveva interessi da saldare; e questo è stato solo l'ultimo atto di una restaurazione senza prospettive, attuato con cinismo da chi negli ultimi tre anni non ha saputo dare un briciolo di contributo serio al progetto), il riciclo dei progetti (il progetto pergola move non esiste piu', e nessuno in tre anni ha voluto costruire le condizioni per comprare pergola con dignita' e senza lasciare carta bianca ai piccoli tornaconti individuali o collettivi; il progetto postello è stato chiuso a settembre, e ha riaperto senza alcuna prospettiva e con un atteggiamento che è difficile descrivere se non come parassitario e volgare, oltre che privo di qualsiasi capacità effettiva di realizzare una dimensione politica), l'assenza di dignità e i voltafaccia che hanno caratterizzato l'ultimo anno (non ultimo il fatto che praticamente nessuno degli attuali "protagonisti" degli ultimi mesi di pergola abbia mosso un dito mentre 25 persone erano in carcere, 5 dei quali protagonisti quotidiani del progetto di pergola fino all'11 marzo), sono tutti
tristemente veri.
E' difficile raccontarli colmo di rabbia e di sdegno. E' difficile capirli per chi non ha visto giorno dopo giorno quei micropassaggi che hanno trasformato un progetto spazioso e vitale, in un coacervo di interessi a noleggio. Un giorno spero di avere il tempo di raccontare anche le fasi in cui i protagonisti di questa sordida storia nera, erano persone incredibili con cui costruire sogni in una città grigia come Milano.


Chiude indymedia, apre il manifesto?

jet tech, pagine e parole — Inviato da nero @ 15:35

Se fosse vero sarebbe un grandissimo passo avanti, e non a caso la proposta arriva da Wired, storico luogo di riferimento per le sperimentazioni in campo tecnologico ed editoriale. La notizia la copio spudoratamente dal caro Delfanti (è un po' che non succedeva, così non perde l'abitudine :), ma è molto interessante. Infatti Wired sta discutendo sulle possibili innovazioni tecnologiche ed editoriali da introdurre nella redazione del proprio giornale on- e offline. Pare che gli stati generali del manifesto in corso debbano affrontare anche la questione di come evolvere (anche perché se non si smuovono la morte è certa se non per l'intervento miracoloso di qualche mentore a sinistra (ops, non si può dire che c'è dietro la CGIL?)): la verità purtroppo è che il manifesto è infestato di giornalisti con idee vecchie e senza neanche tanta più voglia di fare informazione, quanto di spingere a destra e a manca questa o quella accozzaglia politica, senza alcuna capacità di discernimento e approfondimento serio sulla realtà. Speriamo che gli Stati Generali non siano l'ennesima riproposizione di uno pseudo-congresso in cui si parla tanto, ma non cambia nulla, in cui per dare spazio a un idea, essa dev'essere figlia della nomenklatura. La speranza è l'ultima a morire, ma con il manifesto ha già passato quattro o cinque volte il traguardo della tomba.

PS: per il momento dal punto di vista online rimangono più indietro di repubblica e corriere di eoni (quando avrebbero potuto surclassarli a suo tempo), dal punto di vista della qualità editoriale e dei contenuti sono molto sotto quasi qualsiasi altro quotidiano e settimanale, tanto che spesso tocca prendere Liberazione per leggere qualcosa di vagamente più interessante, e la cosa in sé dovrebbe far pensare MOLTO.

 

 


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