Riposto in calce un articolo uscito in questi giorni su Unità e Carmillaonline, scritto da Wu Ming 1, che affronta il nodo della crescita della complessità dei prodotti della cultura pop: racconti, film, libri di genere sono opere con un tessuto sempre più complesso, che spaventerebbero anche i più temerari tra i lettori e gli spettatori di solo trent'anni fa. Il ritmo di "evoluzione" dei fruitori e dei produttori di cultura pop è un indice abbastanza elementare di quanto la realtà che ci circonda abbia aumentato la sua energia cinetica, il numero di messaggi che ci avvolgono quotidianamente, costringendoci a diventare dei processori di informazione molto più rapidi che in passato, anche se non necessariamente migliori.
Mi sono trovato spesso a chiedermi quanto questo processo sia all'origine di una generalizzata minore capacità di stratificazione delle conoscenze, di una loro comprensione superficiale, di un appiattimento generalizzato di ogni differenza, proprio nel momenot in cui la natura relativa di quasi tutto diventa più evidente. O quanto sia all'origine di una cesura sempre più prepotente tra chi riesce a "governare" questa complessità, ad assumerla in qualche modo, e chi invece la subisce disperatamente.
Forse è questa cesura a far sì che la dimensione relativa dei singoli eventi della realtà non ha stimolato una valorizzazione della diversità, del molteplice, ma spinto a un enfasi dell'omogeneità, dell'omologazione, in modi che il passato ha difficilmente conosciuto: nessuna età dell'oro, solo una rete con maglie molto più rade e più possibilità di tesserne pezzi nuovi o di cadervi attraverso.
(Continua)