La sottile arte della repressione e le sue conseguenze dirette

movimenti tellurici, oscuro scrutare — Inviato da nero @ 17:42

 

Oggi ho finalmente tempo di commentare un paio di notizie: mi rendo conto io stesso che diventeranno presto obsolete, nel marasma di merda che ci apprestiamo a dover ingoiare, ma vi assicuro che ne vale la pena.

Ieri un giudice di parma, imbeccato da una pm diessina che si è pure messa a citare Nanni Moretti sgridando gli imputati in aula perché non contriti e gli avvocati della difesa perché non supini al suo supremo senso della legalità, ha condannato tre persone che hanno passato un giorno e mezzo su un tetto dopo un tentativo di occupazione (e due giorni in carcere in attesa della convalida dell'arresto) a sei mesi con la condizionale (uno) e un anno di libertà controllata (gli altri due). Facciamo notare che tutto questo avviene perché quanto avvenuto mentre loro erano sul tetto (e che ovviamente non gli può essere imputato per concorso dato che erano SUL TETTO) nelle strade (scontri dopo un aggressoine della polizia a un presidio, blocchi stradali conseguenti) è di "estrema gravità" (termine giuridicamente inappellabile), e che la gravità del "danneggiamento" (questo il reato a cui si stanno associando ultimamente le occupazioni, se non direttamente "devastazione" come nel caso di Roma....) è dedotta da un preventivo di ristrutturazione per DUE STANZE di UN MILIONE DI EURO (a casa mia si chiama peculato). Facciamo anche notare che il soggetto a cui sono stati dati SOLO sei mesi con la condizionale è INCENSURATO e INDENUNCIATO, mentre quelli a cui hanno rifilato un anno di libertà controllata non hanno ottenuto lo stesso beneficio perché INCENSURATI ma DENUNCIATI (dal che deduciamo che il principio dell'innocenza fino a condanna è quantomento finito nel cesso dei tribunali italiani).

Notizia due: la richiesta (che presumo arrivare dal simpaticissimo capo De Gennaro, capo e basta, non ha più senso specificare alcunché) di inasprire le pene per la resistenza a pubblico ufficiale con l'uso di armi improprie o lancio di oggetti (che il SAP voleva trasformare direttamente in tentato omicidio!) è stata accolta dal prode Amato, che ne inasprirà la condanna da 3-15 anni a 5-15. Ve lo traduco se non lo capite da soli, anche se non andate allo stadio: se vi capita di prendervi a sassate con un poliziotto per qualsivoglia motivo, anche un sassolino piccolo così tirato alla macchina che passa per stizza, vi prendete 5 anni (cinque).

Sommiamo a questa le recenti sentenze illuminanti e processi nei confronti dei movimenti (lasciamo pure stare lo stadio per un attimo): al processo San Paolo decine di ragazzi vengono massacrati al grido di "uno di meno" dentro un pronto soccorso, uno dei carabinieri presenti viene riconosciuto con una mazza da baseball (ed è tuttora in stato di arresto per spaccio di droga), un filmato immortala un ps e un cc che menano a terra una persona inerme, ma vengono condannati solo i compagni a 2 anni e rotti per resistenza (adesso ne avrebbero presi 5); per i fatti dell'11 marzo (che adesso qualcuno vorrà paragonare ai fatti di catania mi aspetto) 18 persone, dei quali non c'è alcuna prova che abbiano fatto nulla, si sono prese 4 anni per devastazione e saccheggio; a Roma vanno per la maggiore rapina aggravata (autoriduzione in un supermercato), devastazione (occupazione di una casa), associazione sovversiva ai fini di estorsione e sovversione dell'ordine economico (occupazione di case, plurale).

Quale sarà secondo voi l'effetto di tutto questo? Io lo dico schiettamente, se per occupare un appartamento rischio 15 anni e per tirare due sassi rischio 5 anni, tanto vale che mi prendo un bel cannone e me la rigoverno così, svoltandomi al minimo una bella rapina. Penso che molti sbirri sappiano tanto quanto me che questo è quello che accadrà (non con me che sono un povero coglione che non saprebbe manco uscire da una rissa senza prendere gli schiaffi, ma con un totale di gente che vive o meglio sopravvive a malapena in periferia), e spero si ricordino di questo "memento mori" quando la situazione sarà come in Inghilterra o negli Stati Uniti, dove agenti e non cadono come mosche. Non serve andare lontano per accorgersi che il modello repressivo porta solo a questo, a un inasprimento in cui chi non ha niente da perdere, farà perdere molto al concetto di civiltà. La barbarie è il modello americano/inglese, la barbarie che qualcuno vorrà cavalcare: auguri!

 


Milano gothic-punk: vento, fuoco, terra

imago, concrete — Inviato da nero @ 17:36

 

Milano, nonostante qualcuno non lo noti, è una città capace di evocare sensazioni magiche e misteriose, in alcuni casi addirittura poetiche. Ad esempio in via Settembrini, angolo via Boscovich, da quando esisto c'è un palazzo fantastico, che mi è sempre più facile immaginare nella gotham scura e gotica di Batman o di qualche ambientazione di gioco di ruolo che non nel posto in cui sono nato. E' un luogo che gode di un aura un po' inquietante, soprattutto nei giorni cupi dell'inverno milanese o nelle sue notti in cui non si riesce mai a capire se le luci all'interno siano accese o spente.

 

Quando ero pischello è stata fonte di fascino incredibile, tanto che più di una volta abbiamo cercato di accedervi o di capire chi o cosa vi abitasse. La cosa si è sempre rivelata più difficile del dovuto, come se una specie di forza preternaturale proteggesse la privacy del luogo, o forse come se la nostra parte meno razionale non volesse trasformare un mistero un po' magico in una banale famiglia eccentrica.    

Il terribile, l'immaginario vive tutto in questa contraddizione, tra ciò che potrebbe essere e ciò che è, tra ciò che la nostra fantasia aggiunge alla realtà e ciò che la realtà sottrae alla nostra fantasia.

Anche l'altro giorno mentre facevo queste foto, si è accostata in contromano una macchina sporca, dai vetri appannati dalla terra e dal fango. Dentro un tizio con i capelli corti e brizzolati mi ha guardato di sottecchi, i pantaloni militari e la felpa grigia a tinta unita. Ha portato all'orecchio un telefono molto moderno, uno di quei Nokia che sembrano essere delle ricetrasmittenti satellitari di film vecchi solo di tre-quattro anni, e ha continuato a parlare fino a che non mi sono allontanato. Poi ha ingranato la retro e si è allontanato verso i bastioni.

La realtà mi racconta di una coincidenza, sottrae a questo incontro il fascino misterioso che ha suscitato nelle mie ghiandole. Le sensazioni che ho provato mi riportano a pensare perché sul citofono di questa casa compaiono tre elementi alchemici, come se in realtà questa specie di piccolo castello fosse la sede di una nuova Golden Dawn o di un'altrettanto misteriosa setta. 


Alessandro Bertante e il dramma del gossip

pagine e parole — Inviato da nero @ 12:54

Ieri una ragazza che lavora alla Mondadori mi chiama e mi dice: "domani esce una recensione del libro su Repubblica. Doveva essere di 40 righe, ma poi hanno sfogliato il libro e non li ha convinti, e l'hanno ridotta a 20".
Io rispondo: "pazienza... mica può piacere a tutti il libro". Sorrido.
Lei: "per l'autore cosa diciamo?"
Io: "ancora? ve l'ho già detto, l'autore è blackswift, uno pseudonimo dietro cui si celano due attivisti milanesi. Che bisogno c'è di sapere altro?".
Lei: "ok."

Detto questo, oggi vado a leggere La Repubblica. L'autore della recensione è Alessandro Bertante, a cui il libro non è piaciuto (sulla risposta alla recensione, vedi sotto): no problem? Se fosse per questo, no, ci mancherebbe che il libro debba piacere a tutti. Invece problem: perché il caro Bertante decide di dover specificare il mio nome nel suo articolo, cosa che avevo ESPLICITAMENTE chiesto di non fare. Ora, la domanda sorge spontanea: perché?

La mia risposta è su più livelli: 

  • in primo luogo, in questi tempi magri, i giornalisti (e a maggior ragione i giornalisti che si danno un tono scrivendo un libro o viceversa) si concentrano sempre sul gossip (il Vero Nome dell'autore) e poco sulla notizia (la recensione, il  romanzo, bello o brutto che sia).
  • in secondo luogo i giornalisti italiani (e non solo) sono ossessionati da un  concetto distorto di identità (e di conseguenza privacy): che cosa definisce  un'identità? La sua storia, le sue azioni, la sua rappresentazione all'interno dell'arena della realtà. Blackswift è un'identità in sé, che si rappresenta attraverso i racconti e i romanzi che sono pubblicati sul sito   http://blackswift.org, che si suggerisce dal gioco di parole che è inscritto nel nome. Ha bisogno di essere riportata ad un'ulteriore identità, per un  giornalista più vera, perché anagrafica? No. No perché la mia identità anagrafica è diversa da quella di blackswift, anzi, non è neanche così  definibile come una singola identità. Ma ai giornalisti italiani insegnano che senza un nome e un cognome la notizia è meno vera... Proprio loro, che di notizie vere ne sfornano pochissime, dovrebbero sapere che la definizione stessa è quantomeno aleatoria. Mi chiedo ancora perché io mi incazzi su questa cosa degli pseudonimi e continui a usarli... Forse perché non mi rassegno alla stupidità umana.

Dopo un po' ho localizzato il soggetto e in effetti di vista ci conosciamo dai tempi dell'aula IV di architettura e del golgonooza (non che abbia io militato nell'una seriamente). All'epoca scriveva una fanzine di racconti e scritti: Letteratura Underground (che non so se esce ancora). Forse Bertante dovrebbe sapere che al contrario di altri a me non interessa "rifarmi l'immagine" passando per un rispettabile autore, ma che sto benissimo come sono: un'attivista incazzoso, un po' stronzo e per nulla conciliante; e forse va al di là del suo modo di fare comprendere che la scelta di uno pseudonimo spesso non è nascondersi (che sono sempre segreti di pulcinella), ma evitare di riciclarsi con facili operazioni da quattro soldi e di cercare di sembrare più cool di quanto non dimostrino le cose che si fanno. 

Ah, dimenticavo la recensione e le risposte alle critiche (che per carità nessuno si permetterebbe di dire che non si possano fare)

Un confuso romanzo noir d'esordio
Ma il romanzo è un'altra cosa
di Alessandro Bertante
Milano è una città misteriosa? Sembrerebbe di sì, leggendo Monocromatica (Colorado Noir) primo romanzo a firma di R.S. Blackswift, un nome collettivo che cela un singolo autore, il trentenne xxxx xxxxx, già attivista dei centri sociali Bulk e Pergola. La trama prende spunto dalla fondazione della Milano celtica per poi concentrarsi sulle gesta di quattro giovani protagonisti: l'arabo Hassan, la cinese Li, l'africano Ngemi e Fernando, sicario professionista assoldato per eliminarli. C'è un mistero nel cuore di Milano, un mistero che ha radici antiche, raccolte in un libro cifrato. Comincia così una caccia per le vie della metropoli, fra strani esseri dotaati di zanne, hacker, malavitosi ed extracomunitari di ogni risma. Ma putroppo Monocromatica è un romanzo riuscito solo in parte, perché nonostante qualche buona intuizione, la trama è troppo confusa e precipitosa e anche il linguaggio si perde in scontate gergalità urgbane che non tengono minimamente conto della differenza culturale dei protagonisti.

Rispondo alle critiche punto per punto: 

  • l'accusa di trama confusa me la gongolo ben bene, dato che è la stessa critica che muovono al Maestro. Peraltro mi pareva evidente che la trama è un agit prop nel libro che parla di altro. Ma dato che Bertante è un "esperto" avrà ragione lui...
  • sulla critica circa la esagerata uniformità del linguaggio dei personaggi, posso dire che è abbastanza fondata, ma che nasce anche dalla scelta di voler individuare altre cose che non le differenze tra i personaggi, per esempio. Una lettura un po' più attenta che tre pagine a caso forse avrebbe rilevato questa cosa. Peraltro i personaggi vengono tutti dallo stesso ambiente (un certo tipo di sottocultura urbana) e sono tutti da parecchio tempo (fin da bambini) a Milano, e vi assicuro che sentite parlare i migranti di seconda generazione (o terza) usano tutti lo stesso linguaggio dei loro coetanei "italiani".
  • sulla critica sulla gergalità della parlata dei personaggi ('na fissa...): forse Bertante non passa più tanto tempo quanto ne passo io per strada. Se lo facesse si accorgerebbe che le parlate dei personaggi sono fin troppo auliche.
  • infine: "Ma il romanzo è un'altra cosa" è il titolo della recensione... Poi dicono a me che sono arrogante... C'è sempre da imparare, caro il mio iscritto all'Accademia del Vero Romanzo. D'altronde se a Bertante piace il romanzo di Majorino, è obbligatorio che non gli piaccia il mio... Non sono un ragazzo per tutte le stagioni, per fortuna!

Powered by LifeType