Tafazzismo

spalti e madonne — Inviato da nero @ 18:01

Ci sono partite che potrebbero finire 3 a 0, che poi finiscono 1 a 1. Succede che il tuo portiere si fa espellere come un ciula al 60esimo proprio mentre i suoi compagni iniziano ad andare in debito d'ossigeno. Succede che fai un fortino per 30 minuti e al 31esimo una doppia deviazione ti infili la porta. E' una partita che ha pareggiato l'inter da sola, come fu il ritorno in casa con l'udinese nello scorso campionato. Sarà il bianconero che ci porta sfiga.

Note positive: la squadra è sembrata in netto miglioramento rispetto alla supercoppa, anche se ha sessanta minuti di autonomia. Pochi. La difesa anche senza il trascinatore matrix regge abbastanza bene (anche se samuel-burdisso-chivu dovrebbero rilevare in pianta stabile il generoso ma inferiore cordoba), il centrocampo dell'anno scorso funziona (che grande novità). Anche l'anno scorso abbiamo steccato la prima in casa (1-1 con la doria di merda), e poi è finita come sappiamo.

Note negative: Cruz sembra un po' in bambola ed è sua la maggiore responsabilità per non aver infilato il delizioso due a zero dopo doppio palleggio stankovic-ibrahimovic. Suazo che abbiamo preso per la sua velocità è entrato in campo a venti minuti dalla fine e sembrava uno zombi peggio di deki e ibra. Misteri degli esordi a San Siro.

Interisti di tutto il mondo ascoltate il mio monito e quello di deki: non cadete nelle provocazioni delle sirene targate mediaset-fiat che adesso già suoneranno la fanfara contro di noi. Siamo ancora fortissimi e il campionato dura 38 partite. Penso siano sufficienti per vedere se i nerazzurri si ripigliano o no :)

 


Sharif

storia e memoria — Inviato da nero @ 22:21

La prima volta che ho avuto a che fare con Sharif, o sceriffo, come lo chiamavamo tutti,  è stata una delle sere in cui come reload avevamo cominciato a gestire insieme ai pergolani lo spazio anche durante le serate. Sharif era talmente ubriaco da non reggersi in piedi e da non riuscire ad essere spostato dalla sedia arancione di gomma e metallo su cui era riverso. Erano le cinque del mattino, io e marvin stavamo chiudendo la baracca insieme a quattro altri disperati e non ce la facevamo più. Lo abbiamo preso di peso e lo abbiamo portato con tutta la sedia fuori sul marciapiede, poi abbiamo chiamato un'ambulanza per timore che se fosse rimasto lì da solo avrebbe rischiato il coma etilico. 

Sharif era un egiziano di non si sa bene quanti anni, non si sa bene di quale città, e non si sa bene da quanto tempo fosse in Italia, arrivato con suo fratello Mario alcolista peggio di lui, ma con molta meno voglia di provare a tirarsene fuori di lui. Lo sceriffo era l'esemplificazione vivente di come la ferocia milanese e italiana può aggredirti e ferirti, lacerarti. Sharif era un alcolista, ed era un brava persona, un uomo buono. Sharif era anche vittima di sé stesso, ma gli anni in cui ho condiviso il quartiere Isola con lui mi hanno dimostrato che sarebbe bastato poco per renderlo una persona felice.

Di lui le leggende del quartiere raccontavano che fosse stato un grande chef prima di cadere nella trappola dell'alcool, e quando lo vedevamo con noi dietro i fornelli in Pergola dava prova del fatto che queste voci forse non erano del tutto infondate. Il romanticismo della sua figura stava tutto nelle voci che lo circondavano, e nei piccoli fatti di disperazione quotidiana che ti sembravano trasformare quelle voci in delle grottesche storielle. Sharif che spaccia pochi grammi di hashich per sbarcare il lunario, Sharif che ci aiuta a tenere aperta Pergola, sperando di poter dormire per una notte nel cortile senza dover cercare una panchina qua e là, Sharif che mi supplica una birra, l'ennesima e io che gli rifilo un the caldo. Sharif che mi guarda cercando di farmi capire che sa che lo sto facendo per ridurre il suo abbrutimento, ma che con la sua voce roca mi chiede lo stesso un'ultima birra. Sharif besce bollo zigarett.

Sharif è una leggenda urbana e una storia vera, di quelle che ti aiutano a capire la città in cui vivi, che ti aiutano a percepire come le cose sotto sotto siano molto meno rosee e piacevoli di quelle che vorresti immaginarti. Un egiziano che con la sua vita sregolata e semplice nei suoi bisogni riusciva sempre a strapparti un sorriso, e al tempo stesso un commento amaro su come ogni chance fosse effimera di fronte a lui. Mille volte si è rimesso in sesto, vivendo con noi e trovando lentamente un modo di vivere un po' più rispettoso di sé stesso. Mille volte lo abbiamo ritrovato abbrutito. Senza soluzione di continuità.

Sharif rimane per me un esempio della vita diafana di un migrante a Milano, nel bene e nel male, una figura a cavallo della vita ordinaria che pensiamo sia normale e della vita straordinaria e misera che è spesso la normalità. Sharif è un pezzo della mia vita nel quartiere Isola.

Sharif è morto qualche giorno fa, rimasto a Milano a barcamenarsi negli stenti. E' morto da solo, come è vissuto da solo, nella semipermeabilità delle nostre vite parallele. Ho voluto bene a Sharif e avrei voluto riuscire a descrivere meglio il senso paradossale che ha avuto nelle nostre vite. Sta sera gli offro un ultimo the virtuale, alla cannella come piaceva a lui, con una marea di zucchero, e forse stasera potrei dargli anche l'ultima birra.

 


William Gibson parla del presente attraverso la SF

jet tech, pagine e parole — Inviato da nero @ 10:26

William Gibson è stato senza dubbio uno degli autori più importanti nel panorama della letteratura di genere e non degli anni ottanta e novanta: negli ottanta quando scriveva e nei novanta per l'eco dei suoi libri degli anni ottanta. Negli anni novanta si è perso, uccidendo la stima che ognuno di noi provava per il suo talento con libri indignitosi (Idoru o Virtual Light andrebbero cancellati dagli annali delle pubblicazioni). Il nuovo millennio ha portato all'autore di stanza Vancouver nuova linfa e ispirazione: dopo un decollo modesto in American Acropolis, il suo penultimo libro Pattern Recognition è un capolavoro sui livelli di Neuromancer. Ogni volta che vado in Inghilterra mi porto indietro una nuova pubblicazione che in Italia si vedrà tra mesi: l'anno scorso ho potuto gustarmi Anansi Boys di Neil Gaiman (molto modesto a dire il vero), e quest'anno ho messo in saccoccia Spook Country

Gibson con il precedente libro è tornato a scrivere Science Fiction nel senso più profondo del termine: libri che descrivono paradigmi per interpretare la realtà, chiavi di lettura per decifrare quello che ci sta accadendo intorno, con l'alibi vagamente tranquillizzante della collocazione in un futuro più o meno remoto. In una recente intervista l'autore adottato da Vancouver ha spiegato perché la sua Science Fiction non è più ambientata nel futuro ma nel presente. Oltre a confermare il carattere di modulo interpretativo del presente che la fantascienza ha da sempre avuto, Gibson sintetizza molto bene l'immediatismo a cui i nostri tempi ci hanno destinato: "There's a character in my previous novel, Pattern Recognition , who argues that we can't culturally have futures the way that we used to have futures because we don't have a present in the sense that we used to have a present. Things are moving too quickly [...]"

Spook Country è sicuramente un lavoro meno intenso da un punto di vista delle potenzialità e della profondità delle sue implicazioni cognitive e culturali, rispetto a Pattern Recognition, ma segna un ritorno a molte delle cose che hanno reso William Gibson unico nel panorama letterario, senza per questo imboccare la strada suicida della monotonia: il romanzo usa il classico stile di montaggio a mosaico senza sbavature, e inserisce la tecnologia nella quotidianità, rendendola al tempo stesso un perno della storia e una scusa per parlare di altro. Come al solito lo scrittore nordamericano risulta sempre un po' artefatto quando parla di tecnologia in senso stretto, ma questo è un limite che all'epoca dei suoi primi romanzi (nell'1982) era diventato un suo punto di forza, traducendo le prospettive tecnologiche in qualcosa di verosimile ma non scontato, accennato, sfumato nella sua possibilità.

Il libro e l'autore si crucciano su un nodo culturale su cui anche io mi incastro da tempo: le tecnologie, in particolare alcune tecnologie, modificano in maniera sostanziale la nostra percezione della realtà, definiscono il nostro contesto cognitivo e di fatto alterano la nostra visione di ciò che siamo, di ciò che sono gli altri e il mondo in cui ci muoviamo. Le tecnologie sono un fattore di pesante influenza antropologica e culturale in altre parole.

Il problema, adesso come negli anni ottanta e novanta (e come anche nell'800, basti pensare allo scontro ideologico tra Tesla e Edison), è che le tecnologie non sono di tutti, ma appartengono a persone ben precise, alla sfera dell'economia, a soggetti che attraverso il controllo di queste tecnologie possono esercitare un controllo profondo sulla nostra evoluzione come esseri umani (individualmente e collettivamente, socialmente).

"The original only exists on the server, when I'm done, in virtual dimensions of depth, width, height. Sometimes I think that even if the server went down, and took my model with it, that that space would still exist, at least as a mathematical possibility, and that the space we live in..." He frowned.
"Yes?"
"Might work the same way." He shrugged, and picked up his burger.
You, she thought, are seriously creeping me out. 

[...]

"Right now, if you hadn't been told it was here, there'd be no way for you to find it, unless you had its URL and its GPS coordinates, and if you have those, you know it's here. You know something's here, anyway. That's changing, though, because there are an increasing number of sites to post this sort of work on. If you're logged into one of those, have an interface device" - he pointed to the helmet - "a laptop and wifi, you're cruising."
She thought about it. "But each one of those sites, or servers, or... portals...?"
He nodded. "Each one shows you a different world. Alberto's shows me River Phoenix dead on a sidewalk. Somebody else's shows me, I don't know, only good things. Only kittens, say. The world we walk around in would be channels."
She cocked her head at him. "Channels?"
"Yes. And given what broadcast television wound up being, that doesn't sound so good. But think about blogs, how each one is actually trying to describe reality."
"They are?"
"In theory."
"Okay."
"But when you look at blogs, where you're most likely to find the real info is in the links. It's contextual, and not only who the blog's is linked to, but who's linked to the blog."
[...]
"Then why aren't more people dooing it? How's different from virtual reality? remember when we were all going to be doing that?" The yellow rectangle was made of die-cast yellow metal, covered with glossy paint. Part of a toy.
",We're all doing VR, every time we look at a screen. We have been for decades now. We just do it. We didn't need the goggles, the gloves. It just happened. VR was an even more specific way we had of telling us where we were going. Without scaring us too much, right? The locative, though, lots of us are already doing it. But you can't just do the locative with your nervous system. One day, you will. We'll have internalized the interface. It'll have evolved to the point where we forget about it. Then you'll just walk down the street..." He spread his arms, and grinned at her.
"In Bobbyland," she said.

Ma nel libro di Gibson, come nella realtà esistono meccanismi che sfuggono tra le pieghe di una maglia non così fitta come la si vorrebbe di controllo della definizione della realtà. Nei libri dell'autore di Vancouver (ed è questo l'altro tema che ritorna con prepotenza negli ultimi due libri e che non si viveva con intensità dai tempi di Neuromancer  e Count Zero) la linea di fuga dell'uomo è rappresentata dalla coscienza, dalla consapevolezza dei processi in atto, anche solo intuitiva: il personaggio più enigmatico del libro si fa guidare nelle sue missioni dagli spiriti, fondendo e fondando la sua percezione della realtà su un curioso miscuglio di dati reali e di intuizioni a livello irrazionale e intimo. Gli spiriti entrano tanto quanto la tecnologia nella definizione della sua realtà, la modificano, la costruiscono: i loa cubani di Tito (in questo libro al Voodoo haitiano Gibson sostituisce la Santeria cubana) rappresentano nella letteratura di Gibson il sincretismo delle vie di fuga dell'uomo con una realtà definita nei suoi paradigmi interpretativi da un presente tecnologico, l'irrazionale che costituisce un elemento cruciale della percezione del sé e del mondo interpolandosi con il razionale. Per non renderlo tutto troppo mistico ovviamente Gibson inserisce altri personaggi che incarnano l'uomo che attraversa la tecnologia integrandola nella propria percezione della realtà, ma i loa rimangono la dimensione più evocativa di questo scontro tra imposizione di realtà e costruzione di realtà.

In fondo in fondo i loa sono agenti culturali, come uno scrittore, come un giornalista, o come anche qualcuno che cerca di portare il proprio modo di fare politica e di percepire il mondo soprattutto all'interno del mondo reale e non nel proprio idilliaco ghetto in cui tutti (e in maniera abbastanza scontata) la pensano più o meno in maniera simile (alla fine il paradigma imposto della compagnitudine non è molto meglio del paradigma imposto da Google... ci sembra solo più ideologically correct, ma non è detto che questo sia meglio del politically correct del colosso di Mountain View e del suo don't be evil...)


La palla è rotonda, gli arbitri sono quadrati.

spalti e madonne — Inviato da nero @ 00:09

 

L'Inter manifesta nel primo impegno ufficiale stagionale di non aver ancora risolto i problemi principali che hanno ridimensionato la grandezza di una squadra dall'organico incredibile: le bizze di Mancini e il poco carattere nelle sfide decisive sono ancora lì, e fino a che non verranno affrontate e risolte una volta per tutte noi interisti dovremo ingoiare sempre alcuni bocconi amari. La partita tutto sommato è stata equilibrata e se avessimo vinto noi uno a zero nessuno avrebbe potuto lamentarsi, come nessuno può dire alla Roma di non aver vinto una partita meritatamente.

Veniamo alle valutazioni sulla beneamata: cominciamo la partita come al solito con cinque uomini fuori ruolo e con alcuni posizionamenti sul campo un po' perplimenti. Un terzino fa il centrale (Cordoba), due centrali i terzini (Chivu e Burdisso), un altro terzino fa il centrocampista (Zanetti) e una punta (Ibra) gioca mezz'ala arretrata, Stankovic è in campo con la febbre e si vede, dato che per tutto il primo tempo e una buona parte del secondo tempo è un cadavere deambulante. Mancini come al solito eccelle nelle correzioni in corsa: fa scaldare Figo per tutto il primo tempo ma lo mette dentro al cinquatacinquesimo, ovviamente al posto di Vieira, lasciando Stankovic in campo. Il secondo cambio è forse il più sensato: fuori Dacourt, dentro Cambiasso. Il terzo è un oltraggio al pudore: al 33' andiamo sotto di un gol, al 42' mette dentro Cruz. Sicuramente perché Crespo alla richiesta dell'allenatore di prepararsi a entrare a un minuto dalla fine ha risposto con un sonoro vaffanculo, cosa che il bravo ragazzo di Santiago de l'Estero una volta di più non ha fatto per la sua indole mite.

La difesa gira bene e chiude molto bene gli spazi anche se le posizioni un po' bislacche si fanno sentire. Il centrocampo che doveva essere la morsa per chiudere la Roma filtra molto meno del previsto con uno Stankovic inesistente: Giuly, Aquilani e De Rossi fanno il cazzo che vogliono e da loro partono le iniziative che ci fanno soffrire. Davanti Ibra e Suazo si intendono ma Ibra è troppo arretrato e troppo esterno, mentre l'honduregno è troppo solo. In ogni caso due volte Ibra, due volte Suazo e una volta Figo si mangiano il gol fatto della vittoria. Il pallone, come si sa, è rotondo.

C'è di buono che le dichiarazioni del dopo gara sembrano far intendere che il bagno di umiltà potrebbe rivelarsi utile. D'altronde i romanisti l'umiltà non sanno neanche dove sta di casa e si confermano antipatici tanto quanto gobbi e rossoneri, un gruppetto al quale forse potevano evitare di associarsi. Le dichiarazioni di tutti si intende, tranne quelle di Mancini che con la rosa dell'Inter (che in panca schierava Samuel, Figo, Crespo, Cruz, Toldo, Cambiasso, Maxwell; e in tribuna Adriano, Recoba, Solari, tra gli altri) si permette di affermare "ho poche alternative a destra": certo che se continua a scambiare Cordoba per un centrale (è un terzino destro per formazione) e Zanetti una non alternativa difensiva (anche lui nato terzino destro) non le avrà mai le alternative. Spero Moratti gli sputi in un occhio.

Ma il vero protagonista della serata, che ha falsato la partita e mi ha fatto ricordare le nostre annate più buie, non ha la casacca giallorossa, né quella nerazzurra: si chiama Rosetti, ed è il miglior arbitro italiano nel nuovo corso dalle sorti magnifiche e progressive dell'AIA guidata da Collina. Rosetti è malato di protagonismo, e su questo tra le giacchette nere in Italia non è certo in risicata compagnia. Ma Rosetti ha arbitrato una partita come ai tempi di Moggi e compagnia varia: e non sto parlando del rigore che c'era ed era sacrosanto (Burdisso è un babbo), ma dei circa cinquanta falli in attacco che ci ha fischiato. I campionati taroccati li abbiamo sempre persi così: in uno stillicidio di falli fischiati dubbi o inesistenti nella maggior parte dei casi. E' un modo sottile e meno coreografico di influenzare una gara, e i fischietti abituati alle aggiustatine lo sanno bene. Se il resto del campionato che ci attende è composto da arbitraggi di questo calibro, possiamo anche chiudere baracca e burattini e dare ragione alla vox populi che intona: "Vi hanno dato il contentino l'hanno scorso ma quest'anno non vi faranno vincere un cazzo. Sfigati". Come sempre sfigati sì, ma orgogliosamente interisti.

 


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