Venezia a Milano, due: Ken Loach non perde il suo smalto

cinema — Inviato da nero @ 23:57

Il miglior film finora visto nella rassegna è certamente il nuovo film di Ken Loach: It's a Free World. Una recensione al volo la trovate sul sito di chainworkers (è dello stesso pugno di questo blog). Il film è il solito pugno nello stomaco, e ovviamente va dritto al sodo: "il sistema che tanto osannate è esattamente quello che vedete in questo film: una merda. Mangiatevela pure tutto d'un fiato, non vi piacerà!". Il massimo godimento è stato ascoltare i commenti differenziali all'uscita dalla sala: le sciure che storcevano il naso (puzza la merda, no?) e i/le ragazzi/e under 30 che sorridevano. Non c'è commento migliore. Voto: 8.

La giornata è proseguita non male con Andalucia: impressionismo (o forse espressionismo) cinefilo sulla schizofrenia dell'identità (post)moderna. Un film non semplice nel quale perdersi è l'unica possibilità di viverne le emozioni. Apprezzato la chiave di lettura offerta dal titolo e non solo attraverso una delle più grandi opere dell'espressionismo surreale anni 30: Un Chien Andalou di Luis Bunuel. Voto: 6,5.

Terzo film del giorno è l'italiano Tagliare le Parti in Grigio: camera a mano, luci naturali, colori sparati e polarizzati, recitazione casereccia, sceneggiatura orripilante (non tutti sono Ballard e Crash non riesce per caso, e soprattutto ripescare trame e svolgimenti che sarebbero state perfette per un video underground degli anni 80 cyberpunk non è detto che si riveli una buona idea nel 2007), dialoghi ributtanti. Premio Opera Prima che fa chiedere che razza di merda fossero le altre opere prime. Provaci ancora Sam (anzi, Vittorio Rifranti, il regista)! Qualche buon numero c'è, ma la strada è ancora lunga, e di solito non è buona la prima. Voto: 5.

In serata i due film incognita della giornata, entrambi molto premiati. La Maison Jaune di Amor Hakkar, algerino, è splendido: la storia semplice e bellissima di un contadino disperato che cerca di recuperare il corpo del figlio morto in un incidente e di far tornare il sorriso sulle labbra della moglie. La poesia dei paesaggi e dell'animo algerino traspare in ogni secondo. Tecnicamente buono, narrativamente penetrante come una punta di freccia :) Imperdibile. Voto: 7,5.

Las Vida Posibles è un film argentino che ricorda vagamente il primo Lynch televisivo approfittando delle suggestive atmosfere dell'Argentina meridionale. All'Apollo tutto il film era virato al rosa, lasciando il dubbio che il problema fosse nella loro copia e non nelle intenzioni del regista. Attori principali molto bravi e tensione ben retta fino alla fine. Piacevole. Voto: 6,5.


Venezia a Milano, uno: vite

cinema — Inviato da nero @ 00:34

Il tema della vita delle persone, delle loro vicissitudini è sicuramente una delle chiavi di lettura interessanti della mia prima giornata in giro per i cinema di Milano, dividendo le visioni in tre blocchi, però.

Il primo film, Imatra, di Corso Salani, non è malvagio: ispira parecchi sorrisi (un'arte sempre più apprezzata dal sottoscritto), dura poco (un'oretta)  scoprendo che le cose si possono dire in meno tempo di quello che l'elite cinematografica ritiene necessario per i film da festival, e soprattutto la protagonista è bellissima (la mia socia blanca ci si è ritrovata, a me ha ricordato una persona a cui voglio molto bene, nonché le vicissitudini di una nota coppia del movimento fine anni novanta che infiniti lutti ha addotto a tutti coloro che hanno conosciuto i due e che gli hanno voluto bene). Purtroppo il dramma ironico sentimentale è un po' tirato, e lo stile di direzione, montaggio e fotografia un po' buttate lì (anche se camuffate da scelta ponderata e artistica): Corso Salani poi non è Massimo Troisi, mai abbastanza compianto. Voto: 6

Il secondo blocco di film è costituito dallo spagnolo Lo Mejor de Mi, dall'americano Waitress e dal giapponese Ai No Yokan (La Rinascita). Il leit motif lo traiamo dalla prima ottima pellicola: lo mejor de mi es mi vida [La parte migliore di me è la mia vita], dice la protagonista nel dialogo finale in cui il soggetto forte del rapporto di coppia, il cacciatore, diventa preda, e la preda diventa animale libero dai vincoli. La vita di Raquel e Tomas viene messa sottosopra dall'improvvisa crisi epatica di lui, che viene risolta dalla dedizione di lei portata all'estremo della donazione da viva di metà del proprio fegato. Ma una volta salvato Tomas, Raquel scopre che la parte migliore di sé non è Tomas, ma la sua vita. Strameritato il premio per la miglior attrice. Voto: 6/7.

Waitress è una commedia americana senza arte né parte. Si sorride, il compitino viene svolto senza pecche, e tutto è bene quel che finisce bene: Voto: 6 (politico). Waitress ci dice che la vita degli americani è una merda a lieto fine, in compenso il pardo d'oro Ai No Yokan ci dice che quella dei giapponesi è una merda e basta. Apprezziamo il coraggio di sperimentare così duramente la forma cinematografica, ma forse non è necessario farlo per quasi due ore. Voto: 6 (7 per il coraggio, 5 per la rottura di palle). Indicato solo per chi non contento della propria vita di merda, necessiti di un supplemento di alienazione di un paio d'ore.

Ultimo film della giornata è Estrellas, ambientato nella Villa 21 a Barracas, Buenos Aires: io sono influenzato dal piacere dell'ascoltare il gergo villero e in sé l'operazione è interessante. La vera domanda è: Julio Arrieta, hijo de puta peronista maximus o genio assoluto? Ovverosia: il film ci vuole raccontare di come la disperazione nella villa porti chi ci vive a vendere anche la propria stessa miseria come merce, oppure vuole lodare l'autoimprenditoria del buon Julio che non è diverso da tutti gli argentini che vorrebbero essere come Menem. La frase finale che constata come il cielo e le stelle che brillano sopra Villa 21 siano gli stessi che brillano su Berlino o su Londra, ci indica che anche la cupidigia umana sono le stesse, o che siccome non c'è differenza meglio che ognuni sbrani il suo pezzo di carogna? Voto: 7 (nel dubbio).

L'ultima parola su Estrellas la lascerà a Pablo del MTD Lanus, mio unico e irrevocabile metro di giudizio sulle cose di Argentina, al quale ho chiesto un parere. A domani. 


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