Venezia a Milano, sei: ipocrisie e verità

cinema — Inviato da nero @ 19:49

 

In the Valley of Elah è stato presentato dalla critica come la migliore autocritica statunitense sull'Iraq: se questa è la migliore mi chiedo come sia la peggiore. Il film è un thriller condito da un po' di guerra e un po' di politica patriottica. Niente del modello americano viene messo in discussione e ogni cosa che ne mostra una crepa non viene indagata ma semplicemente annotata. Il top dell'autocritica è appendere la bandiera a stelle e strisce al contrario. Ci chiediamo se il regista crede davvero che tutto il male della guerra in Iraq sia che i poveri soldatini arruolatisi sono costretti a investire un bambino perdendo la ragione. La guerra è una cosa seria, troppo seria per prendersi in giro. Poi per carità a Hollywood i film li fanno bene. Voto: 5,5.

Viceversa il taiwanese La Maggior Distanza Possibile (titolo ispirato a un poema classico cinese che ne costituisce anche la sigla finale) è un buon film: indagine attraverso i suoni e i paesaggi dei sentimenti e del loro ruolo nella vita. La poesia delle emozioni ti guida verso il luogo più lontano che si rivela essere un passaggio per ciò che ti è più caro, mentre l'approccio razionale (rappresentato dal parodistico personaggio dello psicologo) naufraga miseramente. Ho sorriso al comparire su un piccolo schermo televisivo delle immagini di Wong Kar-Wai, un omaggio a un regista che l'autore di questo film considera evidentemente la sua principale fonte d'ispirazione. Voto: 7.


Mission Impossible: recuperare il pop a sinistra

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 13:00

 

Ogni tot ritorna in auge una discussione che si insinua in ogni progetto politico che voglia avere un minimo di respiro in questa fase (e non solo): per vent'anni le destre hanno omogeneizzato una cultura popolare e pop (che come mi insegna wm1 non sono la stessa cosa :) somministrandola alle nuove e alle vecchie generazioni. Il risultato è il substrato sociale e culturale con cui ci confrontiamo tutti i giorni. Non è una grande novità (Gramsci docet da tempo immemore e se lo cita Fini dovremmo farci un pensierino pure noi...) che affrontare seriamente il problema della riconquista del terreno culturale sia una priorità politica (non riconquistare terreno ideologicamente puro, ma riconquistare terreno per la possibilità che esista un altro punto di vista che gli omogeneizzati di cui sopra). Il vero problema che ci troviamo affrontare non è tanto il fatto che le nuove generazioni abbiano posizioni avverse alle nostre, ma che non abbiano la capacità di incontrare sul proprio percorso che una singola opzione (che diventa vagamente totalitaria con buona pace della retorica della libertà).

L'ennesimo spunto per questa discussione è stato questo post sulla trasmissione di Lucarelli sul g8 di Genova e i processi che ne sono derivati. Colto da raptus pop il mio socio si è sciroppato la fiction su Dalla Chiesa, traendone alcuni spunti di ragionamento. Il mio sintetico pensiero (sono ancora in fase rassegna e quindi ho poco tempo online) è che ognuno deve attivarsi in questa battaglia per un rimescolamento delle carte a livello culturale. Se non porteremo a casa qualcosa siamo destinati non tanto a essere sterminati, quanto a rimanere perennemente oscuri, inascoltati, non visti, inaccessibili in un senso un po' metafisico anche al nostro vicino di casa. Quello che pensiamo, quello che proviamo vale almeno la possibilità di essere incontrato.


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