D'altronde poi ormai l'antifascismo non è un valore fondante del nostro Paese

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 16:41

 

Su repubblica.it leggo con tripudio - sono ironico - la notizia che la Corte di Cassazione ha rigettato l'uso dell'attenuante per le finalità di alto valore sociale e morale nel caso di una motivazione antifascista per un atto di violenza. Con questo tipo di passaggi si sancisce molto chiaramente - come nella sentenza in esame - che l'antifascismo non è più un valore fondante del nostro Paese e della nostra società, ma che è solo una opinione politica, valida come un'altra, per esempio quella fascista. Forse dopo sessantanni la storia italiana ha chiuso un altro ciclo ed è pronta ad altri anni di barbarie. Chiunque non si sdegni, li merita e ne merita anche le conseguenze. Perché si sappia, nel caso, a me potrete trovarmi in montagna.

PS: per chi non lo sapesse si fa riferimento a un fatto accaduto qualche anno fa a Milano. Il 25 aprile, Festa della Liberazione, alcuni militanti di Forza Nuova decisero di presentarsi in piazzale Loreto per deporre una corona di fiori in memoria del Duce martire. Alcuni attivisti di centri sociali e associazioni antifasciste si presentarono all'appuntamento e impedirono ai pelati di insultare la memoria storica della città, eccedendo con le cattive (il portatore della corona mi pare che finì con un braccio rotto). Le persone accusate delle lesioni a distanza di un annetto dall'episodio  vennero arrestate e tenute in carcere in via cautelare, grazie al tipico uso per nulla repressivo fatto delle misure cautelari preventive in Italia.

CASSAZIONE: NO ATTENUANTI PER AGGRESSIONE ANTIFASCISTA

Non ha diritto alle attenuanti chi viene condannato per un'aggressione ai danni di nostalgici dell'eta' mussoliniana. E' quanto emerge da una sentenza della Cassazione con la quale e' stata confermata la condanna inflitta dalla Corte d'appello di Milano ad un 52enne accusato di concorso in lesioni aggravate e porto abusivo di arma impropria, con riferimento ad un episodio avvenuto a piazzale Loreto, quando un gruppo di 5 persone che voleva deporre un mazzo di fiori in omaggio a Benito Mussolini era stato fermato da manifestanti di opposta fede politica. L'imputato si era rivolto alla Suprema Corte invocando, tra le altre cose, l'applicazione dell'attenuante in relazione al "ripudio del fascismo che informa la costituzione repubblicana", nonche' per il "carattere provocatorio" dell'iniziativa assunta dal gruppo di piazzale Loreto. Per i giudici della quinta sezione penale, pero', il ricorso e' "privo di fondamento": l'attenuante dei motivi di particolare valore morale e sociale (art.62, comma 1, c.p.) "puo' trovare applicazione - si legge nella sentenza n.46306 - soltanto quando la spinta a commettere il fatto valutato come illecito dall'ordinamento abbia tratto origine da valori comunemente avvertiti dalla coscienza collettiva: il che rimane escluso - spiegano gli 'ermellini' - ove i motivi abbiano carattere politico e, quindi, per loro stessa natura, non siano universalmente condivisi". Nello stesso modo, "non e' fondatamente invocabile - aggiungono i giudici di 'Palazzaccio' - l'attenuante della provocazione, in considerazione del fatto che la condotta denunciata come 'fatto ingiusto' non e' descritta come direttamente offensiva nei confronti dell'imputato o di persone a lui legate da particolari rapporti, bensi' di un sentimento diffuso, che si assume legato all'antifascismo immanente all'attuale assetto costituzionale e sociale e che per cio' stesso - conclude la Cassazione - e' prospettato come facente capo a un genere del tutto indeterminato di persone".

 


Genova non è finita... e tre

movimenti tellurici, oscuro scrutare — Inviato da nero @ 16:26

 

L'articolo che è uscito oggi su nazione indiana era stato scritto nella settimana precedente la sentenza. Ovviamente ringrazio Gianni Biondillo e Nazione Indiana per lo spazio che offre a quello che accade nei processi genovesi e comprendo perfettamente la scarsità di tempo che a volte stravolge i tempi di pubblicazione. Il pezzo rimane valido, anche se l'epilogo lo conosciamo già, ma la necessità di prendere posizione e di scegliere nella vita, rimane un principio fondamentale a cui ci hanno abituato troppo spesso a sottrarci, diffondendo una cultura e una società della pavidità che mi fa sinceramente vomitare.

Genova non è finita - 3

Seguire i processi che riguardano i fatti del G8 di Genova del 2001 è un buon viatico per non dimenticare mai quanto ordinaria sia l’ingiustizia e quanto quotidiana sia la necessità di prendere posizione e di agire sui piccoli istanti che ogni giorno mettono su un piatto della bilancia la tua dignità e sull’altro l’opportunità. Ogni giorno a Genova capita che tu ti renda conto di quanto falsi siano i giornali, e prima ancora i giornalisti, di quanto repellente sia la logica teatrale e superficiale che gli attori di un tribunale interpretano nella loro vita - con alcune pregevoli e ammirevoli eccezioni - o di come la realtà venga distorta durante l’esercizio della cosiddetta giustizia.
So che i miei precedenti interventi su Nazione Indiana hanno cercato di essere meno estremisti e più democratici - come si ama dire oggi - ma esistono dei momenti, io penso, in cui una persona deve scegliere da che parte stare, perché è evidente a tutti che le cose non sono tutte equivalenti, che, come dice anche il Papa, il relativismo è un male incurabile della modernità, e un valore spesso abusato per giustificare ciò che non si ha il coraggio di indicare come sbagliato.

Non fraintendetemi: non è solo frustrazione e fastidio, esistono anche dei momenti di obiettivo tripudio. Quando dopo immani sforzi di mediazione e dopo aver ingoiato giganteschi rospi pur di garantire una partecipazione di massa di 80.000 persone che arrivano con ogni mezzo a Genova per dimostrarti che non l’hanno dimenticata, e che non hanno intenzione di dimenticarsi che poche persone - 25 per la precisione, ma presto sapremo esattamente quanti - sono nelle mire della magistratura come capro espiatorio da offrire alla storia per spiegare Genova, non puoi che gioire.
Non puoi che sorridere e guardare il fiume di persone scendere di nuovo nelle strade di Genova, e lasciarti confondere da quell’inebriante oppioide che è la speranza. Per un attimo pensi che anche i magistrati hanno occhi e cervello e cuore, addirittura lasci sorgere in te il dubbio che il buon senso per una volta abbia la meglio sulla ragione di stato e sulle necessità del potere e della Storia che lo rappresenta. Ti basta tornare in aula due giorni dopo per scoprire che non è così. Ti bastano le facce contratte in una smorfia di disgusto dei pm che chiedono 225 anni di carcere per 25 persone, o il viso rilassato a arrogante di chi difende macellai e aguzzini, ti bastano i dialoghi tra i primi e i secondi che senti di sfuggita fuori dalle aule di tribunale. Ti basta vedere due avvocati che si scannano insultandosi come fossero i peggiori nemici e poi si fumano una sigaretta insieme. Ti basta ascoltare un avvocato che difende un tuo fratello dare del delinquente a un altro tuo fratello, con la famosa logica che racconta che vendersi il proprio vicino di casa è un buon modo per allontanare la propria fine quanto basta per non farsi scrupoli di coscienza.
Perché forse voi non siete abituati a stare in tribunale e allora forse non vi rendete conto di quello che significa: ognuno in un’aula interpreta un ruolo, definito e definibile, che ha i suoi margini anche di eccesso, non solo di moderazione: come se quello che viene deciso da un tribunale non abbia in palio la vita di una o più persone, come se la storia non fosse piena di decisioni e assoluzioni e condanne che fanno ribollire il sangue. L’unico antidoto a tutto questo è quello che ha chi come me, con estremo cinismo o forse con medio realismo, non crede nella giustizia, non crede nei teatrini, e crede che a pochi di quelli che sono protagonisti in quelle aule freghi nulla del senso di quello che fanno.

Ma a voi forse interessa poco questo mio sfogo, anche se, a ben guardare un poco capire come funzionano alcuni dei luoghi determinanti per l’esercizio e il mantenimento del potere, non dovrebbe esservi completamente indifferente, se siete persone intelligenti. E se non siete persone intelligenti mi sono sbagliato e passate pure al prossimo articolo :)
Un breve aggiornamento sui processi è fondamentale. E’ giusto che voi sappiate due o tre cose: settimana prossima il processo più importante per Genova e per noi giungerà al termine. 25 persone verranno condannate o assolte dal reato di devastazione e saccheggio, un reato desueto e ripescato dalle cantine del diritto dai pm Canepa e Canciani per giustificare una richiesta di pena spropositata - 225 anni - e un’operazione terroristica contro la fondamentale libertà di manifestare il proprio pensiero e il proprio dissenso. I giudici Devoto, Gatti e Realini dovranno decidere se pavidamente accettare le scelte dei pm in cerca di visibilità e di libri di storia, o se, coraggiosamente, rispettare non tanto le mie posizioni estremiste, quanto la Costituzione e il buon senso. Basterebbe quello.
Nel frattempo l’unico poliziotto condannato per lesioni nei processi genovesi, l’ispettore della DIGOS di Milano Giuseppe De Rosa, è stato assolto al processo di appello. Era stato condannato a 20 mesi di reclusione per aver partecipato all’arresto illegale e al pestaggio di alcuni ragazzi sabato pomeriggio, tra i quali il minorenne con lo zigomo fuori dalla testa e la maglietta rossa che tutti dovremmo ricordare. La corte di appello lo ha assolto perché la sua identificazione non è certa, perché non basta il riconoscimento che un suo coimputato ha fatto per essere sicuri che quello che manganella nella foto sia proprio De Rosa. Provate a pensare se c’eravate voi al posto suo, quanto ci voleva per condannarvi, e avrete presto fatto i conti con l’emergenza democratica che il nostro sistema sta vivendo giorno dopo giorno.

Nonostante la moralis interruptus dei pm del processo contro i manifestanti, che si augurano che gli eccessi delle forze dell’ordine siano portati a processo e puniti, ma in sei anni si sono guardati bene dal fare alcunché, i processi contro i tutori dell’ordine per le torture di Bolzaneto e i massacri della Diaz vanno avanti, tra mille insidie, piccole scorrettezze e operazioni mediatiche. Seguire i giornali sul processo Diaz, per esempio, rende facile capire come sia tutta una questione di immagine, e che della salute delle 93 persone arrestate - di cui 61 ferite - non interessa a nessuno. Così alle indagini del pm per falsa testimonianza contro ex capo della polizia De Gennaro, ex questore di Genova Colucci e ex capo della DIGOS di Genova Mortola, corrispondono le operazioni speciose degli avvocati delle difese, con telefonate già ampiamente note di vicini di casa terrorizzati dai black bloc che mangiano un panino nella piazza poco sopra la Diaz passati alle radio come dispettuccio da bambino dell’asilo.
Ci vorrà ancora più di un anno per sapere come finiranno anche questi processi, nonostante un anno sia il margine ragionevole per vedere anni e anni di udienze svanire nel nulla con la scusa della prescrizione. E a quel punto, quale sarà la verità se un tribunale non ce la sancirà? Saremo costretti tutti, anche i paladini delle istituzioni a riscoprire il senso delle parole storia sociale e organizzazione dal basso? Speriamo di sì.

à la prochaine.


Una giornata di grande sportività

spalti e madonne — Inviato da nero @ 02:37

 

In una giornata di grande sportività, durante la quale a una squadra che doveva giocare in serie B è stato concesso digiocare e vincere la Champions League e il Mondiale per Club, grazie alla compiacenza di un sistema calcio duopolistico che ancora muove le sue fila (come dimostrano le intercettazioni targate 2007 dell'inchiesta di Narducci e Beatrice che addirittura tirano in mezzo le stesse corti giudicanti sportive, anche se nessuno approfondisce l'argomento), l'Inter con grande fair play illude il Cagliari di poter strappare dei punti alla capolista dal suo ultimo posto in classifica. Giochiamo 10 minuti in tutta la partita e facciamo i due gol necessari. Fine delle trasmissioni. Sempre all'insegna del fair play il Torino evita di vincere 4-0 con una Roma inguardabile e di relegare la Juve a un prestigioso secondo posto a parimerito a -8 dalla vetta. Imbarazzante.

Mancini riprova il tridente, come se anche i muri non avessero capito che in partite chiuse come quelle di campionato non funzioni, se non c'è un grande regista dietro - che all'Inter non c'è. Insiste fino a che non sblocchiamo il risultato, cosa scontata con l'ultima in classifica, e poi passa finalmente al 4-4-2. Misteri degli esperimenti del mancio.

Andando alle individualità: Julio Cesar non sa più come è fatto il pallone; Maicon si è innamorato troppo del pallone da quando gli dicono che è bravissimo; Cordoba è inguardabile come al solito, Samuel inpenetrabile come sempre; Maxwell ritorna su buoni livelli. A centrocampo Chivu lavora molto bene, Cambiasso macina, Zanetti controlla. Davanti Crespo è lontano dalla forma migliore, Suazo soffre a segnare al suo pubblico storico, Cruz continua a metterla incessantemente. Intano facciamo giocare altri minuti a Pelè (siamo l'unica squadra con O Rey in panca) e facciamo esordire il ventesimo giovane della fase Mancini, Balottelli, 17 anni. 

Ora testa all'ottavo di finale con la Reggina, e soprattutto al derby con il club più titolato del mondo. Sulle televisioni e sui giornali, si intende.

 


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