Maggiori e minori

spalti e madonne — Inviato da nero @ 00:53

Dopo aver regalato due pareggi illusori alla neopromossa bianconera, Mancini schiera per l'ennesima volta una squadra con tre titolari a pieno regime e due titolari appena rientrati da infortunio... E vince la scommessa. Con tre pere, di cui due di Supermario Balottelli e una del cecchino antigobbo Cruz, mandiamo a casa la Juve che tramite il suo organo di stampa aveva definito la partita di stasera come "vale più di uno scudetto". Buono a sapersi. L'Inter nel primo tempo soffre un po' la squadra non rodata e la difesa totalmente inedita, ma nonostante questo rischia di chiudere i primi 45 minuti in vantaggio. Nel secondo tempo si assetta e la Juve non vede più palla, nonostante un paio di conclusioni dalla distanza che esaltano Toldone, incassando una sconfitta molto amara.

Mancini fa scendere in campo una difesa che è un invito a dimostrare le proprie capacità balistiche: Maxwell a sinistra (che spinge bene e copre dignitosamente), Maicon al rientro da un infortunio fa vedere quanto vale il suo apporto nelle discese nerazzurre, Rivas-Cordoba coppia centrale made in colombia, terrore di avversari (per possibili fratture) e tifosi (per possibili papere che puntualmente arrivano). Dei due è Cordoba a farsi dare metri e metri in pochi istanti da Iaquinta su ogni pallone, mentre il pugile Terrorizer mostra anche discrete qualità di anticipo e di uscita palla al piede: incredibile!

A centrocampo Maniche e Pelé non sono in grandissima giornata, anche se il primo prende un palo clamoroso (clamoroso per la demenza di Belardi), Stankovic assente nei primi 45 minuti e Jimenez assente fino alla sua sostituzione (deve farne di strada per convincere la società a riscattarlo, ma ha tempo). Quando entra Vieira la differenza è sostanziale: lo odio per quanto ci ha fatto penare per vederlo in campo ma fa una differenza abissale quando c'è. Zanetti per una volta entra e non sa bene che cazzo di pesci pigliare, ma la partita è già in saccoccia. 

Davanti Cruz accompagna per mano un giovane che già da quest'estate ho indicato (ho i testimoni) come avere grandi numeri: Supermario Balotelli. E' nero e per questo già mi sta simpatico, ha messo in luce grandi doti sullo stretto, in velocità e grande senso della porta, con una doppietta il cui secondo gol mi rimarrà nel cuore a lungo. Se riesce a tenere la testa bassa e a conoscere un po' di umiltà sarà un grande campione. Speriamo. Intanto complimentiamoci. 

La gara in sé è molto viva, e al Juve dei maggiorenni soprattutto dietro fa veramente una figura barbina di fronte al nostro minorenne. Saccani decide bene sugli episodi decisivi, ma nella fase centrale di gara tira fuori i cartellini troppo presto, autocostringendosi a evitare il loro uso in casi più meritori: vale per Pelé, per Balotelli stesso, per Salihamizic, per Nocerino, per Legrottaglie, quantomento. Il rosso a Camoranesi che fa un fallo stupido e tutto nervosismo per il flop che sta facendo la squadra in cui sta giocando e da cui voleva scappare al pari di Ibra e Vieira. Scene che fanno male al cuore Nedved l'assassino e la giraffa nera che scherzano a metà campo durante l'intervallo tra i due tempi. Speriamo che sia l'ultima volta.

Un'ultima nota: godo.  


La storia siamo noi

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 17:52

 

Nel giorno in cui Silvio viene assolto grazie a una legge voluta da Silvio che cancella dal codice penale uno degli articoli contestati a Silvio, mi accingo a pubblicizzare un video racconta le sensazioni e la partecipazione a un corteo che ha cercato di opporsi alla riscrittura della storia collettiva dei nemici pubblici numero uno, come Silvio direbbe, ad opera dei giudici dell'era di Silvio, che hanno sancito che durante il governo precedente di Silvio, la rivolta che ha popolato le strade di Genova era un atto contro lo Stato e contro lo stesso Silvio (tra le altre cose) e che quindi doveva essere punito con oltre 100 anni di carcere da dividere in 25. Se qualcuno scorgesse delle stranezze in tutto questo, non si preoccupi, sarebbe una persona normale, non un italiano qualsiasi.

Scaricate e guardatevi il video La Storia Siamo Noi


E' chiaro: c'è sudditanza!

spalti e madonne — Inviato da nero @ 21:00

 

E' chiaro, no? C'è sudditanza, lo dicono tutti, anche se a questo punto verrebbe da chiedersi di chi nei confronti di chi. L'unica certezza che esce dalla partita di Udine è che per rendere interessante il campionato (per gli altri) noi dobbiamo giocare in dieci e vederci annullare almeno un goal regolare (e la Roma deve giocare in superiorità numerica). Giocando di nuovo 10 contro 11 per settanta minuti, l'Inter colleziona 6 o 7 occasioni da gol, mentre l'Udinese tira in porta seriamente una volta sola. Il verdetto di Udine è che gli avversari si devono cagare addosso, e che se pennivendoli, piangina e media vari vogliono rendere il campionato più interessante facendoci giocare in 10 che ce lo dicano prima, così almeno scegliamo noi chi non schierare.

Dalla partita di Udine ho capito anche altre cose: che un colpo sulla palla vale una seconda ammonizione con rosso se vesti la casacca della Beneamata, mentre è regolare se vesti altre casacche; che un calcio volante nella schiena al limite dell'area è un fallo a due senza giallo; che i falli nostri sono più "da ammonizione" di quelli altrui; che strangolare l'avversario in area è fallo di chi è strangolato. Soprattutto scopro che le regole del calcio le decidono i media asserviti (o forse dovrei dire sudditi?) all'antico duopolio (e nostalgici) e gli arbitri le applicano. Domani infatti non ci saranno titoli tipo: "Pasticcio Udinese!"; "Rosetti deve essere fermato un mese!" (come Gervasoni); "La Roma è aiutata dagli arbitri?". Fosse per me continuerei il silenzio stampa a oltranza.

In sé la partita dal punto di vista tecnico ci dice che la squadra sta risalendo dopo la scarsa forma mostrata nelle prime uscite del 2008. Per il resto non ci sono grandi dati da evidenziare, perché la cosa interessante sta altrove, nella vomitevole prestazione di arbitri e guardalinee. Usciamo dando un segnale di grande forza calcistica, fisica e psicologica, anche se lo pagheremo nei muscoli, speriamo non ad Anfield Road. Ora guardiamo a mercoledì, sperando di poter giocare in 11 contro 11 e non 12 contro 11 (non nel senso che i senza vergogna gobbi intendevano con il loro striscione a san siro mercoledì scorso dopo venti anni di malefatte, ma nel senso che intendo io, con la forza del gruppo che conta come un uomo in più per noi e pareggia la storica avversità arbitrale (non sempre in buona fede, come si sa ampiamente)).

 


Intelligenze Precarie: Next Level

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 15:33

Domenica 27 gennaio, finalmente, dopo mesi di girovaghismo, le intelligenze precarie inaugurano un luogo vecchio ma con nuova linfa, nella speranza di rilanciare un po' l'iniziativa che latita in giro per la città di Milano e non solo. Sotto la newsletter e il volantino dell'iniziativa: 

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Intelligence Precaria -  Newsletter #16
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Appuntamenti & Iniziative -
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domenica 27 gennaio 2008
||||||||| Punto San Precario - Next Level
dalle 17.00 in poi, in viale monza 255 - Milano

Si parlerà di come costruire uno spazio che possa diventare punto di
riferimento, espressione libera e varace dei sentimenti e degli
intendimenti  dei precari e delle precarie, native o migranti.
Potenzialmente un luogo di agitazione e di produzione culturale, di
organizzazione e di conflitto. In sintesi lo spazio della Cospirazione
Precaria.

Programma
ore 17.00 - Sessioni di "lavoro" collettivo
ore 19.00 - Mary Popper cortometraggio autoprodotto


Allibismo

movimenti tellurici, oscuro scrutare — Inviato da nero @ 15:19

 

Non è che uno non vorrebbe scrivere anche di altro, oltre che delle partite dell'Inter, ma se oltre alla carenza di tempo cronica, uno ci aggiunge anche lo stato d'animo che suscitano le sorti del paese in cui vivi, diventa veramente una lotta impari. L'unica cosa che riesce a definire come mi sento è "allibito". In una giornata qualsiasi ne potete avere cento esempi, prendiamo ieri.

Ieri per 13 persone sono stati chiesti circa 50 anni di carcere per aver organizzato una serie di manifestazioni e aver cercato di darsi da fare perché anche al sud ci fosse un movimento anti-globalizzazione organizzato. Uno può considerare questa attività legittima o meno, interessante o meno, ma da qui a pensare che sia uno pseudo reato necessita un certo sforzo di fantasia.

Nel frattempo in Parlamento il governo Prodi cadeva con scene degne di un mercato del pesce e non certo della massima istituzione italiana: gente che stappava spumante (offerto dal bar del Parlamento pagato dai nostri stipendi) e mangiava mortadella, gente che per una decisione avversa si sputava in faccia al grido di "frocio di merda, checca". Questo è il livello delle nostre istituzioni. Se io sputo in faccia a un mio collega, vengo licenziato, e pure giustamente, direi. Strano che questo non avvenga per un parlamentare, e che nessuno si ponga il problema del livello di degenerazione della classe politica. Ovviamente molte delle persone che si stavano sputando in faccia non verranno mai tacciate di organizzare alcunché, né tanto meno di reati, né tanto meno messe di fronte alla possibilità di passare anni in carcere.

La vita va un po' così, dipende da che parte scegli di stare, no?

Sotto il comunicato di supportolegale sulla requisitoria del pm Fiordalisi a Cosenza, nel cosiddetto processo al Sud Ribelle. IN fondo vi invita ad andare a Cosenza, il 2 febbraio. Io non ci riuscirò, ma se potete, è importante tanto quanto il 17 novembre a Genova. La storia alla sbarra è sempre la stessa.

50 anni di pena, questa la richiesta del pm per gli imputati del Sud ribelle. Siamo giunti alle battute finali del processo che si tiene a Cosenza e che vede coinvolte 13 persone, accusate a vario titolo di associazione sovversiva, ai fini di impedire l’esercizio delle funzioni del Governo italiano durante il Global Forum di Napoli e al G8 a Genova nel luglio 2001 e creare una più vasta associazione composta da migliaia di persone volta a sovvertire violentemente l’ordinamento economico costituito nello Stato. Niente male, come impianto.
Un processo che fin dalle sue premesse si farà ricordare come tragicamente farsesco, grottesco, una commedia all'italiana, più 'I Mostri', che non 'I Soliti Ignoti'. I momenti in cui non si ride, corrispondono con la lettura delle ichieste del pm Fiordalisi, voglioso di prendersi qualche attimo di gloria. Peccato sia oscurato dalla querelle Prodi si, Prodi no.
Le pene vanno dai 2 anni e sei mesi ai sei anni. Per tutti gli imputati sono state richieste anche misure di sicurezza, da tradursi in libertà vigilata per periodi che vanno da un anno a tre anni. Le comiche però non mancano nell'iter processuale: è il 2002 quando alcuni piccoli funzionari di polizia si fanno il giro delle procure d'Italia per trovarne una disponibile a mettere sotto processo la rete di attivisti che organizzò il controvertice di Napoli 2001. Incontrano molte porte in questo peregrinare: gli sbattono tutte in faccia tranne na, quella della procura di Cosenza e del pm Fiordalisi il cui imperituro ricordo si lega a quattro inchieste del CSM su di lui e ad inchieste particolari: fu lui a chiudere l'inchiesta sulla Jolly Rosso nave facente parte del progetto COMERIO, su cui anche Ilaria Alpi stava seguendo la pista. E' il 15 novembre 2002 le case di decine di attivisti di Napoli, Cosenza, Taranto, Vibo Valentia, Diamante e Montefiscone, vengono nottetempo devastate dalle perquisizioni delle forze dell'ordine: il risultato è venti persone arrestate, ad altri cinque furono notificati gli arresti domiciliari, quarantatre persone finirono indagate nel filone di inchiesta, computer, libri, intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche.
Ancora una volta ci tocca dire "Nessun rimorso": come per Genova, così per Napoli non ci può essere alcun rimorso in chi ha tentato di opporsi al otere economico mondiale. Per questo, per dimostrare a questi 13 imputati di non essere soli, saremo in piazza a Cosenza il 2 Febbraio.
La Storia siamo noi.
Supportolegale


Un pareggio dimostrativo (featuring: gobbi di merda)

spalti e madonne — Inviato da nero @ 01:15

Il pareggio di questa sera a San Siro dimostra molte cose, anche a chi cercherà di nasconderle (forse per non parlare del grandissimo Milan che perde a Bergamo 3 dei 9 punti dei recuperi con i quali sarebbe già quarto per la propaganda mediaset): dimostra innanzitutto che le sviste a favore e contro l'Inter non hanno motivo di innescare polemiche, se non speciose, ma una riflessione sulla qualità della classe arbitrale italiana; stasera infatti Farina, che io odio per il suo protagonismo esasperato, ha diretto impeccabilmente la gare, inclusi gli episodi più dubbi (qualche giallo in più non guastava). Vicerversa i suoi collaboratori o sono dei cecchini, o hanno alzato la bandierina ogni volta che un nerazzurro si lanciava nella metà campo bianconera. Questo pareggio dimostra che la Juve senza tre titolari ma con un tridente osannato in tutta Italia (Iaquinta, Pinturicchio, Trezeguet) era sotto di due gol in 11 contro 10, e solo con il secondo centrale difensivo fuori (Matrix per una testata) è riuscita ad accorciare le distanze. Il secondo gol è una ingenuità della difesa interista molto attenta fino ad allora, e della complice Legge Universale del Rimpallo Interista, che recita: in ogni caso se un rimpallo può andare in culo all'Inter, esso lo farà; viceversa se può favorire Milan o Juve, esso lo farà. Infatti il terzo gol di Cruz si infrange sul palo esterno, mentre la capocciata di Boumsong quel mezzo giocatori colpisce il lato interno della traversa e termina di un filo oltre la linea. Chiamala bravura... Peraltro in due dei quattro tiri a rete bianconeri. Chiunque ne capisca di calcio ha visto una squadra in dieci con meno della metà dei titolari in campo non far toccare la palla per mezzora alla squadra terza in campionato in superiorità numerica. Ai ragazzi che hanno calcato l'erba scivolosa di San Siro vanno tutti gli applausi del mondo e i complimenti per aver dimostrato che l'Inter non solo ha tecnica, rosa, qualità, ma anche grande carattere. I calci in culo  li deve prendere solo Burdisso: dopo una settimana di can can assurdo sui "favori all'Inter" cosa pensi bene di fare? Falcidi un uomo lanciato a rete, da dietro. Quando capirai che alle volte megli essere sotto di un gol in undici che in dieci per tutta la partita, forse sarai tornato il Burdisso pre-Valencia. Per ora sei la sua pallida ombra.

Veniamo ai ragazzi, escluso l'argentino. In porta Toldo rientra dopo due mesi di stop e un po' si vede, ma non si nega un paio di parate decisive e la necessaria sicurezza. Dietro partiamo con Burdisso-Matrix centrali, Rivas a destra (di contenimento) e Maxwell a sinistra (di spinta). Dopo l'espulsione e il panico fino al 15esimo, Matrix fa coppia con Rivas e Cesar scala come terzino destro vedendosi costretto a scarpinare chilometri. Una volta assettata così la squadra in inferiorità numerica è ampiamente superiore alle merde bianconere, e questo in sé è una figata. Matrix migliora, anche se non rinuncia a entrate plateali che possono costare care con arbitri meno sicuri di Farina; Rivas dimostra inaspettate qualità di tempismo e determinazione; Cesar da terzino non è malissimo, anche se necessita aiuto per tenere la fascia. Il suo assist per il secondo gol di Cruz vale un bacio in bocca. Maxwell gioca la sua migliore partita di quest'anno, facendo sperare di aver ritrovato il fluidificante preziosissimo dell'anno scorso. 

A centrocampo schieriamo Maniche e Pelè in mezzo, a contrastare e impostare, sui lati Cesar e Solari; dopo l'espulsione passiamo al centrocampo a tre, molto più stretto e compatto. Maniche è molto ben integrato nei movimenti della squadra, cose sorprendente considerato che è la seconda partita in nerazzurro. Pelé dimostra che i recenti flop erano un momento di flessione, e fa vedere numeri tecnici veramente pregevoli, nonché una autorità molto decisa per un ragazzino che viene dalla serie B portoghese a fare il culo al club più titolato d'Italia. Solari rimane un mezzo giocatore sul viale del tramonto e si mangia due cross che erano praticamente gol. Cesar spinge sulla fascia e va encomiato. Quando a metà del secondo tempo entra Zanetti la fascia destra con Cesar diventa un incubo per i bianconeri che si trasferiscono in blocco dall'altro lato. Cambiasso entra e sarebbe decisivo se sostituisse Pelé come previsto, ma l'infortunio a Matrix lo costringono a fare il centrale difensivo di cui deve ancora acquisire i movimenti (sai non è esattamente il suo ruolo). Comunque è intoccabile e ingiudicabile. Rientra anche Vieira, e al primo pallone da solo scarta tutto il centrocampo dei gobbi e anche mezza difesa: qualità incredibile, e sogno di vederlo così in forma per alcune partite di fila. Se fossi nei prossimi avversari dell'Inter la prospettiva di un rombo con Stankovic, Cambiasso, Figo, Vieira non mi farebbe dormire sonni tranquilli (neanche con gli innesti possibili di Maniche, Jimenez, Zanetti e Cesar).

Davanti vediamo la coppia Cruz-Crespo: Mancini sceglie bene perché Ibra non brilla con i gobbi, mentre i due veterani ne hanno da vendere. Valdanito è definitivamente scongelato e gli manca solo il gol. Cruz in questo momento, con i suoi due gol ha un solo paragone nella storia dell'umanità: Gesù. Se avesse fatto il terzo che il palo gli ha negato, avrebbe fatto un salto di categoria: Dio. Forse Suazo avrebbe fatto comodo nella fase finale della partita, e penso che Cruz non lo vedremo domenica dato che ha dato tutto e si preparerà per mercoledì prossimo.

Quando ho visto la formazione all'inizio ho pensato (e lo penso tuttora) che forse era un errore sottovalutare la partita così, nonostante le assenze di Nedved, Chiellini, Salimazdic, Buffon. L'espulsione ha confermato questo problema, ma la risposta motivazionale dei nerazzurri è qualcosa che non ho mai visto all'Inter almeno dalla metà degli anni Ottanta in poi (per quanto mi ricordi): è qualcosa di nuovo, che noi tifosi non conoscevamo e che spero di poter ammirare a lungo, e si chiama carattere, consapevolezza, determinazione. Devo dire che una vittoria mi avrebbe veramente reso felice in maniera indescrivibile, e sarebbe stata pienamente meritata, ma anche con questo pareggio non sento di poter dire nulla ai ragazzi se non grazie per l'emozione che mi hanno dato. E i gobbi sanno di aver avuto molta fortuna a infilare due gol. Vorrei che Mancini tra Udine e mercoledì non risparmiasse i titolari e desse un assaggio della potenza dell'Inter a pieno regime. Mi tocco le palle e vado a leggermi le dichiarazioni ridicole dei pennivendoli ("orgoglio juve" in 11 contro 9, "la Juve rimonta l'Inter" che vinceva due a zero in inferiorità numerica multipla, ecc.)

La conclusione del post non può che essere una: gobbi di merda, mi fate vomitare. <g> 


Vittoria immeritata, ma per questo godevole

spalti e madonne — Inviato da nero @ 00:57

zlatan black blockL'Inter affronta la partita nel modo peggiore: sufficienza, convinzione che passerà facilmente e in fretta, e poca crudeltà sotto porta. La nebbia non aiuta e per almeno mezz'ora non si capisce bene che cazzo succede nella parte avanzata della nostra fascia destra. E la nebbia è l'unico motivo per cui Gervasoni può non aver dato il rigore di quel babbo di Cordoba (che ogni interista sano di mente dovrebbe sperare destinato a una senile panchina) su Corradi. La partita sembra comunque passare quando l'Inter va in vantaggio, ma il pareggio di Cigarini è un regalo guarda caso di Burdisso e Cordoba, sicuramente i giocatori meno validi della difesa interista, che rende giustizia alla determinazione del Parma. Mancini non aiuta il gruppo cambiando assetto tattico una infinità di volte durante la partita: partiamo dignitosamente con il rombo con Cambiasso davanti alla difesa, Jimenez dietro le punte, Zanetti e Maniche in mezzo, poi passiamo inspiegabilmente al 4-4-2 mettendo tutti i giocatori fuori posizione. Burdisso al centro (non ci è bastata Valencia e altre incredibili prestazioni schifose), insieme a Cambiasso, Maniche esterno a sinistra (dove non gioca mai), Jimenez a destra (ricordiamo che il giovane cileno ha incantato nella Fiorentina quando giocava da trequartista e ha fatto vomitare alla Lazio quando giocava da laterale appunto). Poi spostiamo Burdisso dietro e Zanetti davanti, poi spostiamo di nuovo i giocatori immettendo Cesar e togliendo Maniche. Un delirio che origina una preoccupante assenza di gioco, non colmata da un Ibra in serata non particolarmente brillante e da un Crespo che fa fatica a trovare spazi, ma viene sostituito da un Cruz non in vena proprio quando stava iniziando a capire come mettere in difficoltà gli emiliani. Il tutto con una difesa in cui l'unico decente è Maxwell, con un Matrix privo della mentalità che ne ha fatto un mattoncino fondamentale dello scudetto dell'anno scorso (da quando è lui il perno della difesa abbiamo preso 4 gol contro i 9 presi dall'inizio del campionato con Samuel), un Cordoba in piena regressione, e senza un terzino destro, con un Burdisso che quando non viene buttato a caso a centrocampo non è all'altezza di una squadra che punta in alto. Queste sono le sere che Mancini dovrebbe ammettere: non sapevo che cazzo fare e ho provato a mischiare le carte a caso, ma non mi è mica riuscito.

Tutto questo non basta e per una volta la personalità di alcuni fuoriclasse non basta a tirarci fuori dai guai. Il gol di Gasbarroni grazie a una punizione inutile procurata da un intervento a caso in spaccata Matrix style dei peggiori periodi, e all'assenza di una barriera su una punizione a uno che Julio Cesar dovrà spiegarci prima o poi. Tutti a questo punto si aspettano la reazione di orgoglio, ma non se ne vede ombra. Solo verso l'ottantesimo iniziamo a macinare gioco, anche grazie all'innesto di Vieira e alla scomparsa di Burdisso dal centrocampo (o quasi). Bucci toglie una palla dalla rete su colpo di testa di Cambiasso e dopo poco Ibra si inventa una ribattuta che sembra destinata in rete: Couto si mette sulla traiettoria con testa e braccia di fianco alla testa. Non è una buona idea. Nessuno dirà mai definitivamente se era rigore o no. Io personalmente penso che per quello che abbiamo fatto quel rigore è stato un regalo di Gervasoni, seppur aiutato da Fernando Couto. Ibra segna dal dischetto, e poi comincia l'assedio: il Parma accusa psicologicamente mentre l'Inter si sente invasa della luce del culo totale. E infatti Ibra infila la porta al 43esimo: per una volta non siamo quelli che oltre il novantesimo perdono, ma quelli che vincono. Allo stadio è un tripudio. Non ce ne frega un cazzo che è un regalo: è una trance estatica in cui non sai più chi sei e che cosa fai, gridi, ti abbracci, ti lanci addosso a quelli che ti sono accanto. Se c'è un motivo per andare allo stadio è proprio l'estasi di questi momenti al di là di sé stessi.

Veniamo ai ragazzi: le note positive, e molto sono diverse. Maniche si è inserito molto bene e ha mostrato buone qualità, una specie di Dacourt con visione di gioco e piedi buoni, nonché la bomba da fuori area; Vieira è rientrato e sembra rodare bene, dimostrando che la sua presenza rappresenta un salto di qualità per il nostro gioco; Maxwell sembra in fase di ripiglio, dopo mesi di oscuramento. Purtroppo le note negative sono molte di più: Cordoba è inguardabile, Matrix lontano da quello che è stato, Burdisso da allenare da zero, Jimenez capace di dare il meglio in un solo ruolo, Ibra ancora afflitto da incostanza cosmica, Crespo ancora non al pieno delle sue capacità e Cruz non può essere la soluzione a ogni male. Infine, e peggio di tutto, Mancini a volte pare incapace di ammettere i propri errori. Speriamo sia un passo falso che ci serva di lezione e ci scuota in vista della fase più importante della stagione.  

PS: devo dire che dopo l'incazzatura per la partita giocata male, la trance per il gol decisivo al 93esimo, l'adrenalina, le parole dei ragazzi nelle interviste sono il meglio. Cambiasso: "forse è tornata la pazza inter, ma speriamo solo per una sera"; Jimenez: "non sono soddisfatto della mia prestazione"; Ibra alla domanda, ma volevi veramente prendere Mancini? "beh, è giusto che soffra un po' anche lui, mica solo noi!" Un Genio! 

UPDATE Devo dire che il can can che si sta scatenando sui media italiani ha qualcosa di ridicolo. Beninteso, nessuno afferma che meritavamo di vincere la partita o che non ci siano state sviste che ci hanno favorito, ma trovo un po' curioso che nessuno ricordi le sviste che ci hanno danneggiato (e parlo solo di quest'anno), o le sviste che hanno favorito tanto per citare due squadre, Milan e Juve (tanto per fare esempi Nesta su Quagliarella domenica, e i due rigori su Semioli di Fiorentina-Juve). Va bene che dà fastidio che dopo vent'anni di malaffare mediatico-criminale del duopolio rossobianconero noi vinciamo perché siamo più forti, ma così mi pare un po' esagerato. Un po' come Vieri che dice che all'Inter lo facevano giocare anche infortunato quando tutti sanno che l'unica squadra che tutela fin troppo i suoi giocatori è proprio quella nerazzurra, e che le squadre che si oppongono al test incrociato urine/sangue sono proprio rossoneri e gobbi. Strano no? Per una squadra come quella bianconera salvata dalla prescrizione nel più grosso scandalo doping del calcio moderno. Forse qualcuno ha interesse a cercare di creare il caso per coprire altro, maestro nelle ombre diafane della comunicazione e del malaffare. Pensateci ogni tanto pecoroni. Siete tutti un po' ridicoli e ogni interista dovrebbe ridervi in faccia senza ritegno. :)


Questa volta ne ho visto almeno un pezzo...

spalti e madonne — Inviato da nero @ 23:53

Al contrario della partita d'andata, questa volta il Carlsberg sui Bastioni di Porta Volta si era munito di carta La7Più, forse anche complice il fatto che il proprietario è juventino e ieri doveva vedere la sua squadra sudare sette camicie per eliminare l'Empoli (in dieci uomini). Quindi almeno il secondo tempo (quasi tutto) l'ho visto. Non è stato granché, ma alla fine è sempre un 3-0, e anche la 12esima vittoria consecutiva in gare ufficiali, che è pur sempre un record che fa statistica.

In campo tantissimi giovani e meno giovani in cerca di minuti e di riscatto, quasi sempre non trovato. Crespo e Cesar di questi ultimi trovano il gol, e il primo anche un po' di smalto, ma il brasiliano che appare a intermittenza è nella fase off. Solari continua a risultare non pervenuto, tanto che ho visto Bolzoni e Siligardi molto più in palla dell'argentino. Balottelli sembra sempre più Adriano: stessa aria appesa durante la partita, stessa voglia di pigliarlo a schiaffi per fargli mostrare un po' di carattere e umiltà. Pelé continua a essere un mistero perché giochi (le squadre le fanno i procuratori), come anche Rivas, mentre Fatic e Filippini mostrano alcuni numeri.

Andrò controcorrente sull'esordio del figlio di Mancini - o meglio di Dossena - che ha fatto tanto incazzare i Primavera nerazzurri per lese gerarchie e nepotismo: e se fosse tutta una mossa mediatica, per far parlare di questa partita i giornali domani che altrimenti non avrebbero neanche preso in considerazione un trafiletto. Sarebbe veramente geniale. D'altronde la Coppa del Patriota è un po' singolare come trofeo: quando la vinciamo noi non vale un cazzo ed è fastidiosa, mentre quando la vincono gli altri è quasi quanto uno scudetto. Misteri della fede, o meglio delle faide.

 


Risotto ai 4 formaggi e arance

kitchen — Inviato da nero @ 20:31

 

Ingredienti:

  • 50-75 g di brie
  • 50-75 g di altro formaggio simile ma meno forte (io ho usato un formaggio molle di pecora e mucca)
  • 30-50 g di grana padano grattuggiato
  • 30-50 g di pecorino o altro formaggio stagionato e saporito, grattuggiato
  • 180 g di riso
  • 1 cipolla
  • la buccia grattuggiata di un arancio
  • brodo (almeno 1-1,5 l)
  • olio o burro

Preparazione:

Soffriggete la cipolla tagliata in pezzi molto piccoli in una padella dal bordo alto. Per il soffritto i puristi prediligono il burro, ma io uso l'olio di oliva, che già il risotto è una mattonata senza ulteriori grassi animali :)

Preparate il formaggio a pezzi (quello molle) e il formaggio grattuggiato (quello stagionato) 

Quando la cipolla sfrigola per bene versate il riso nella padella senza mai smettere di rimestare con un cucchiaio di legno. Aggiungete un mestolo alla volta il brodo, e lasciate assorbire rimestando prima di aggiungerne un altro. La cottura in questo modo deve andare avanti per 20 minuti circa, quando il riso assumerà la consistenza voluta (anzi un po' meno, dato che la mantecatura con i formaggi addensa il tutto in una crema).

Abbassate il fuoco al minimo e aggiungete prima i formaggi molli rimestando fino a ottenere una crema, e poi i formaggi stagionati grattuggiati. Togliete dal fuoco e aggiungete la scorza di arancia. Mescolate e portate in tavola. Se volete aggiungete il ciuffo di qualcosa di verde come decorazione (suggerirei menta o prezzemolo, ma alla fine è identico dato che non ve lo papperete).

Voilà! 


Cincischiare e vincere

spalti e madonne — Inviato da nero @ 18:21

L'Inter affronta il rientro dalla pausa come sa: provocando il patema in ogni tifoso con un minimo di memoria storica. Poco importa che basterebbe giocare bendati per vincere con il Siena, dobbiamo soffrire un po', e dare la possibilità a quei gobbi impenitenti che commentano le partite su Sky di dire "il Siena avrebbe meritato il pareggio", dopo aver passato tutto il secondo tempo a cercare di dimostrare (senza riuscirci) che il gol di Cambiasso allo scadere del primo tempo era viziato da un fuori gioco di Cruz.

In campo una formazione che mi piace ed è ormai collaudata, anche se Matrix dietro ancora non da tanta sicurezza quanto Samuel. Cordoba è il solito pasticcione (gli venisse un colpo) e Maxwell meno brillante dell'anno scorso. Fortunatamente Julio Cesar atraversa un periodo di forma splendido. A centrocampo Cambiasso in cabina di regia a fare il terzo centrale di difesa, Zanetti e Chivu ai lati, Jimenez trequartista. Davanti un Ibra in forma strepitosa e un Cruz un po' opaco (forse Crespo avrebbe meritato qualche minuto). Grande nota positiva il rientro di Stankovic, che delizia con un paio di cross al bacio, mostrando voglia di giocare.

Entriamo in campo con le gambe pesanti di fronte a un Siena che come i suoi parenti bianconeri ha tanta grinta e poca qualità (a parte quella merda rossonera di Locatelli che contro di noi dà sempre il meglio di sé). Per venticinque minuti non si vede quasi un tiro in porta. Due palle. Poi Girardi si inventa un rigore su Cruz a nostro favore, giusto per far parlare le malelingue che da sei mesi non sanno fare altro che parlare di presunti torti o favori arbitrali e dell'avvento del messiah Pato. Ibra segna e la partita continua come prima, anzi peggio, perché abbassiamo il baricentro e permettiamo al Siena di fare un gol molto bello, grazie a una doppia svista Maicon/Cordoba. Sul finire del primo tempo un liscio in combutta di Chivu e di un difensore del  Siena, Ibra mira la porta, ipnotizza tutto il Siena e serve Cambiasso che insacca nel primo rimpallo favorevole della partita.

Il secondo tempo entriamo in campo più tranquilli, e Ibra infila un gol a 100 all'ora da fuori area disumano. Poi sbaglia il 4-1 da solo davanti al portiere per misericordia. Pietà non contraccambiata dai gobbi toscani, che menano come fabbri e con un po' di fortuna insaccano il 3-2 al 46esimo. Trenta secondi dopo Cruz ha la palla del 4-1 sul piede, ma  confermiamo la nostra natura antitetica all'infierire sull'avversario. Ci vuole classe. Anche per ascoltare le stupidaggini dei commentatori e guardare e passare oltre. 


Le Benevole

pagine e parole, storia e memoria — Inviato da nero @ 13:34

Riposto qui un ottimo articolo di Wu Ming 1 a commento del libro Le Benevole di Jonathan Littel. Lo condivido molto e il libro è ottimo, anche se forse tirato un po' per le lunghe. Non è di facile lettura e su alcuni passaggi mi pare che strafaccia per la caratterizzazione del personaggio, ma nulla è perfetto. Consigliato a tutti.

 
NESSUNO È IMMUNE DAL DIVENTARE NAZISTA

Le benevole, Supercoralli Einaudi, 2007Impressioni dopo la lettura del romanzo Le benevole di Jonathan Littell

di Wu Ming 1
da "L'Unità" del 30 settembre 2007

Premio Goncourt 2006. Monumentale opera prima scritta in francese da uno statunitense. Caso editoriale in diversi paesi. Oggetto di stupore, shock e ammirazione. Alzate di polveroni a destra e a manca da parte di storici e critici, di ebrei e gentili. Perché?
Perché è chiaro fin da subito (dal lungo prologo intitolato "Toccata") che Le benevole di Jonathan Littell vuole imporsi come il romanzo supremo e definitivo su Germania nazista e sterminio degli ebrei.
Di questa ambizione, questa hybris che fa scavalcare ogni argine e sfidare ogni precedente narrazione sull'argomento, ho un'esperienza diretta di molti giorni. Leggere Le benevole è ritrovarsi testimoni, percossi e attoniti, di un tracimare: goccia dopo goccia, rivolo dopo rivolo, il fiume di dati, episodi, conversazioni, ricordi, sogni e citazioni si compone, si allarga, si alza, si gonfia finché non esonda. Arriviamo sul fronte russo sospinti da un'alluvione, immane ondata che spazza via interi mondi e innumerevoli vite, finché non impatta con la resistenza di Stalingrado, inattesa, inspiegabile. Le giornate di Stalingrado scavano un momento di "vuoto" nel romanzo e nella vita del protagonista, Maximilien Aue, ufficiale SS. Il vuoto si riempie di follia, follia per una volta non sistemica né organizzata, follia non burocratica bensì singolare e selvaggia. L'accerchiamento sovietico apre un crepaccio nel tempo e la psiche devastata di Aue produce visioni e fantasticherie. I passaggi sono fluidi, non più scanditi da cifre, date e acronimi, tutto è bianco e non si sentono rumori... E' a questo punto che l'onda s'incurva e volge indietro, con violenza moltiplicata. L'Armata Rossa e il Generale Inverno annichiliscono la Sesta Armata. Aue si salva, lo riportano a Berlino.

Una volta respinta, la piena - che, ripeto, è una piena di informazione - copre altre direzioni, invade altri campi. Le acque brune e scure trasportano nuovi dati, episodi, conversazioni, reminiscenze di incesti e sodomie, incubi e rimandi ad altre opere (drammi, romanzi e saggi, film e documentari). Personaggio, autore e libro s'impantanano nell'asfissiante burocrazia dell'universo concentrazionario, della Endlösung, dell'Olocausto. Che è ormai soprattutto amministrazione: se le spaventose Aktionen, i massacri di ebrei nell'Ucraina occupata, avevano smosso la coscienza del protagonista sferzandolo con dubbi e rimorsi, la "soluzione finale" lo trova desensibilizzato, apaticamente dedito al compito: "adesso predominava in me una grande indifferenza, non tetra, ma lieve e precisa". Siamo a poco meno di 2/3 del romanzo: Auschwitz compare solo adesso, ecco Höss, ecco Mengele... La piena diventa un lago artificiale di acqua densa, appiccicosa, le minuzie galleggiano e si attaccano alla pelle. "E poi, se dovessi ancora raccontare in dettaglio tutto il resto dell'anno 1944, un po' come ho fatto fin qui, non la finirei più. Vedete, penso anche a voi, non soltanto a me, un pochino perlomeno, certo ci sono dei limiti, se mi sobbarco tutte queste fatiche non è per farvi piacere..." E avanti così, poi la catastrofe, la fuga, la mimetizzazione borghese.

Questa non è semplice audacia da esordiente: l'impressione è che l'autore sia stato travolto dai propri studi e dal progetto narrativo, e ne sia rimasto prigioniero. Littell si è recluso per anni nel mondo che andava evocando, la Germania del Terzo Reich vista come un unico, grande campo di concentramento che imprigionava anche i carnefici e i loro complici (immagine proposta anni fa da Bruno Bettelheim). Siccome "è libero chi è vassallo" (Frei sein ist Knecht sein), ne è derivato un grande arbitrio del raccontare: Littell vuole dire tutto, mostrarci tutto, descrivere ogni meccanismo, indugiare su ogni delitto.
Le benevole è un libro iperrealistico, sembrano davvero le memorie per troppo tempo procrastinate di un ex-criminale di guerra. Nel numero di pagine (956 nell'edizione italiana, per giunta fittissime e quasi prive di a capo), nell'esorbitante numero di divagazioni ed eccedenze, nell'attenzione pedante per i minimi dettagli, si manifesta la tipica "incontinenza" dei memoriali di certi anziani.

Le benevole sembra anche la versione narrativa (e capovolta, poiché dal punto di vista degli assassini) della colossale impresa storiografica di Saul Friedländer, i due volumi de La Germania nazista e gli ebrei. Friedländer aggiorna le ricerche di Raul Hillberg e si dedica alla ricostruzione più vasta e minuziosa della "soluzione finale", attingendo a ogni sorta di fonte, procedendo per accumulo di migliaia di microstorie, che collega e incastra fino a indurre il quadro generale. Tuttavia, la narrazione di Friedländer è moltitudinaria, sono milioni di persone a reggerne il peso e il dolore. La storia più difficile da raccontare e da ascoltare batte sulle tempie mentre leggi, e solo un impianto corale può darle fondamenta abbastanza solide. Le benevole ha invece un solo protagonista, unico "filtro", un "io" dai piedi d'argilla che sotto il peso della tragedia sbanda, si incurva, sovente cade, perde consistenza e coerenza. Che compito ingrato, il soliloquio dell'inenarrabile.

La domanda che si pone il lettore è: perché Aue - nonostante il disgusto, i conati di vomito, la diarrea psicosomatica che lo perseguita per quasi mezzo libro - fa quello che fa?
Perché a suo modo è un illuminista, sembra dirci Littell. E' un giovane intellettuale dalle buone, anzi ottime, letture, ed è consapevole della “dialettica negativa” dell'illuminismo, tanto da volere vederla compiersi.
[Qui sorvolerò sul fatto che il cosiddetto "illuminismo" liquidato da Adorno e Horkheimer e poi da frotte di pensatori postmoderni non corrisponde in alcun modo all'illuminismo storicamente, concretamente esistito. Lo spiega molto bene Robert Darnton nel suo L'età dell'informazione, Adelphi 2007.]
In parole povere: Aue vuole scoprire fin dove potrà spingersi prima di smettere di provare qualcosa. Vedere se i mille pretesti, le razionalizzazioni di comodo, i falsi sillogismi riusciranno a prevalere sulla nausea, la pietà e i sensi di colpa. Man mano che ciò accade, si trova a rimpiangere l'orrore e la pena che provava al principio, "quello choc iniziale, quella sensazione di una frattura, di uno squassarsi infinito di tutto il mio essere". Aue è la cavia del proprio esperimento sui limiti dell'umano. Insieme a noi, "fratelli" chiamati in causa fin dall'incipit, scoprirà che l'umano non ha limiti, che "disumano" e "inumano" sono epiteti ipocriti. E' questo ad avere turbato molti lettori.

La consueta trappola dell'io narrante: io cammino con Aue, lo seguo nell'esperimento, ragiono con lui, in un certo senso sono lui, come lui è me e chiunque di noi: "Gli uomini comuni di cui è composto lo Stato - soprattutto in periodi di instabilità -, ecco il vero pericolo. Il vero pericolo per l'uomo sono io, siete voi. E se non ne siete convinti, inutile continuare a leggere oltre. Non capirete niente e vi arrabbierete, senza alcun vantaggio né per voi né per me."

Finché Aue soffre per il dolore che infligge, io soffro insieme a lui, ho gli stessi conati di vomito. La descrizione delle Aktionen in Ucraina è quasi insostenibile: chi è padre o madre vedrà i propri figli in ogni bambino fucilato e gettato nudo sul cumulo di morti. Queste pagine fanno amare la vita disperatamente, ti ci fanno aggrappare con tutte le forze, perché non c'è nulla di "edificante" nel modo in cui le vittime vanno a morire, sono decine e decine di pagine di macelleria a cielo aperto, pagine brutte, perché è la morte violenta a essere brutta: non c'è tempo per ultime frasi che tocchino il cuore; non c'è spazio per pose plastiche nella calca della fossa comune; la morte subita in mucchio è ancor più misera e priva di redenzione.

Gradualmente, però, la quantità mi prevarica, fa scattare le mie difese, distanzia l'esperienza e annulla la compassione. Un morto è omicidio, un milione di morti è statistica, ipse dixit. Di massacro in massacro, mi desensibilizzo insieme ad Aue, conseguo il suo medesimo distacco. Il romanzo coglie nel segno (se questo era il segno a cui mirava) e arriva a dimostrare che chiunque può abituarsi all'orrore. Al limite la pagherà con disturbi psicosomatici, cacarella, bruxismo... Poca roba. Del resto, non muoiono di fame e stenti ogni giorno migliaia di bambini senza che io ci perda il sonno? Il fatto che io non sia lì a guardarli morire, bensì distante migliaia di miglia, mi rende poi tanto diverso da Maximilien Aue, mi rende forse più innocente di lui? Aue è mio fratello, è contro me stesso che devo vigilare, nessuno di noi è immune dal diventare "nazista".

Littell, per dirla in una delle sue lingue native, has got a point, eppure il suo successo è un fallimento, perché mi anestetizza, toglie calore alle dita che reggono il libro. L'inflazione della valuta-morte mi fa davvero sembrare uno sterminio poco più di una statistica, e il rischio è che diventiamo più cinici anziché più vigili nei confronti di noi stessi. Eterogenesi dei fini. Per metterla giù in modo chiaro: finiamo la lettura più stronzi di quando l'avevamo iniziata.

Detto questo, è un romanzo importante, epocale, che non si può né si deve ignorare, che va letto e affrontato. E' anche un romanzo impervio, con centinaia di nomi e cognomi che non è possibile tenere a mente, parole tedesche che mettono soggezione, scartoffie infilate nel flusso senza alcuna mediazione. Sovente Littell va oltre il nozionismo e si produce in tirate piene di riferimenti criptici, come se si stesse rivolgendo - e forse è davvero così - alla corporazione degli storici anziché ai lettori comuni.

Durante un viaggio a Parigi, Aue si imbatte in un libro di Maurice Blanchot, Passi falsi, il quale contiene un saggio su Moby Dick, "libro impossibile" che "si rivela solo attraverso l'interrogativo che pone". Fin troppo scoperta, la dichiarazione di poetica: Littell è melvilliano dallo sfintere al nervo ottico. E se Melville – come fa notare Henry Jenkins – scriveva così perché era un fan, un appassionato della navigazione che voleva sviscerarne ogni aspetto, allora Littell di cosa è fan? Littell è un fan del Novecento, inteso come "secolo di ferro e fuoco". Coglierne l'essenza è stato per anni la sua ossessione, la balena bruna a cui dare la caccia.

Ma non è forse l'ossessione di noi tutti? Quel mondo è sempre con noi: la seconda guerra mondiale è l'evento storico più raccontato e rappresentato di tutti i tempi, e il Führer ci tiene compagnia continuando a sbucare come monito, icona pop, pietra di paragone. Qualunque sterminio e genocidio è implicitamente o esplicitamente valutato in confronto alla Shoah, a cui ci riferiamo per metonimia: "Auschwitz". Qualunque nemico, anche occasionale, viene paragonato all'imbianchino. L'avvocato americano Mike Godwin ha coniato una "regola" (Godwin's Law) secondo cui "più una discussione on line si protrae nel tempo, più aumentano le probabilità che uno dei partecipanti venga paragonato a Hitler."

Le benevole non sarà il romanzo definitivo su nazismo e dintorni. Continueremo a raccontare quella storia, perché non possiamo farne a meno. Ci viviamo ancora dentro e chissà quando ne usciremo. Il nazismo ha perso eppure ha vinto, condicio sine qua non del nostro immaginario.

- Jonathan Littell, Le benevole, traduzione di Margherita Botto, Supercoralli Einaudi, Torino 2007, pp. 956, € 24


 


Il peggior album Calciatori Panini della storia

spalti e madonne — Inviato da nero @ 18:23

Devo dire che quest'anno l'album di figurine Calciatori Panini è veramente deludente. Ovviamente, nel mio mini momento revanchista da crisi dei 30 anni, l'anno scorso ho ricominciato a collezionare le figurine... più che altro per il gusto di avere l'album in cui la Juventus era relegata in serie B. L'anno scorso con mia non eccessiva sorpresa la serie B ospitava i calciatori nella canonica dimensione, anziché due calciatori per figurina come era sempre stato nella memoria decennale di appassionati collezionisti. Era ovvio: con la Juve in serie B e con 13 milioni di gobbi sparsi per il territorio, dare la giusta dignità al campionato cadetto rappresentava una necessità di mercato. Carino l'anno scorso lil top player, ovvero la presenza di un secondo scudetto per ogni squadra di serie A che rappresentava un giocatore particolarmente famoso o ammirato del team.

Quest'anno la delusione è stata almeno doppia: non mi aspettavo di vedere il lusso per la serie B dell'anno scorso, ma nemmeno una qualità così bassa. Nella mia invettiva comincerò dai lati positivi (che sono pochi, così facciamo in fretta): il ritorno alla doppia figurina per la squadra schierata per ogni compagine di serie A; gli sfondi delle pagine veramente ben fatti con la squadra e i colori sociali graficamente ben elaborati; gli scudetti in rilievo; la presenza anche del calcio femminile e dello spazio dedicato al calcio mercato; il riquadrino per ogni squadra di serie A con una curiosità sulla società in questione; l'affiancamento della tabella con la carriera in parte a ogni giocatore di serie A.

Il problema è che alcune decisioni fatte per l'album di quest'anno scoraggiano anche chi vorrebbe godersi questo infimo lusso da collezionista: in primo luogo le figurine sono di due dimensioni diverse, sì, avete capito bene! Ci sono le figurine per la serie B e la serie C1 che sono più grandi di quelle della serie A e paradossalmente della C2. Questo perché si è scelto di ospitare quattro (4) giocatori di serie B in una sola figurina. Immondi microbi?! Inoltre anche solo tenere in mano le doppie o organizzare le figurine diventa un delirio: prima la serie A (piccola), poi la B (grande) ma con in mezzo gli scudetti della B (due su una figurina piccola), poi la C1 (grande), poi i giocatori più in vista della serie C1 (4 su una figurina piccola), poi la serie C2 (piccola), poi il calcio femminile (piccola), poi le figurine speciali "calcio spettacolo" (grande). Ogni volta che apri un pacchetto con poca cautela strappi una delle figurine grandi incluse nel pacchetto (che per inciso è stato ridotto da 7 figu per 50 cents a 6 figu per 50 cents).
Ma non basta: le figurine sono contornate in un giallo vomito di gallo abbastanza scutibile, in alto a sinistra ospitano un loghino con i colori sociali della squadra di serie A, ma scelti in maniera discutibile (es: il genoa e la samp hanno il loghino uguale rosso blu!! Dello stesso rosso blu di catania, che per chi non lo sapesse è rosso-azzurro e del cagliari...) Inoltre in alto destra viene riportato il nome della squadra, di solito con uno dei colori sociali, ma senza riguardo per lo sfondo, di modo che a parte juve, siena e udinese le altre squadre hanno uno scarabocchio illeggibile in quella zona della figurina.
Sono spariti gli scudetti delle squadre di C1 e C2 che erano presenti l'anno scorso (e che erano molto divertenti), nonché le figurine dei Top Player catarifrangenti, che sono state sostituite da una dozzina di figurine grandi nell'ultima pagina denominate calcio spettacolo: queste dovrebbero rappresentare dei calciatori particolarmente "spettacolari", ma di fatto li ritraggono in pose ordinarie, e su un sfondo abbastanza rauso. Inoltre anche la scelta dei giocatori lascia un po' perplessi: Fontana (sì, sì, il portiere del Palermo), Mexes, Ventola (!), Montella, Asamoah, Lavezzi, Trezeguet, Kakà, Ibra, Rocchi, Mutu.
Per concludere: non mi aspettavo da una società feralmente alleata delle merde rossonere una mossa di stile (tipo rifare la serie B a grandezza ordinaria per dimostrare che non era per la presenza della Vecchia Megera Gobba che si era fatta tale scelta, ma per valorizzare le serie minori), ma almeno un prodotto all'altezza dell'anno scorso in termini di qualità delle figurine sì, soprattutto dopo i proclami di "innovazione". L'anno prossimo se volete il progetto ve lo faccio io, o almeno qualcuno che ne capisce di calcio.


Nuovo anno, nuovi vecchi processi: la mayday parade non si tocca

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 16:23

Sembrerà strano a tutti che un evento così importante e pesante politicamente come la mayday parade non sia stata interessata dal solerte intervento di giudici, procuratori e polizia giudiziaria. Infatti non è così: la mayday 2004, quella di Adotta una catena e la prima con una partecipazione ampia a livello nazionale e internazionale, è oggetto di un processo che si è concluso oggi con la sua sentenza di primo grado.

Le accuse iniziali erano ridicole. A parte aver accorpato la mayday con il presidio in solidarietà con marta, milo e orlando in un unico processo, il rinvio a giudizio andava da violenza privata (picchetti davanti alla standa di via torino e a zara di corso vittorio emanuele), a propaganda sovversiva (i volantinaggi), a danneggiamento aggravato (la pittura di telecamere e vetrine di alcuni esercizi commerciali). Il processo ha mostrato come le accuse fossero un palese travisamente della realtà: i picchetti erano legittime forme di protesta contro chi il primo maggio costringe la gente a lavorare per una paga da fame; la propaganda sovversiva era legittima forma di contestazione di un modello di vita e di lavoro che noi avversiamo; i danneggiamenti erano quattro pennellate innocue. 

La sentenza è andata bene a metà, che di questi tempi è già qualcosa. Il pm aveva chiesto l'assoluzione di tutti, tranne che per 8 persone per le quali aveva chiesto dai 6 ai 9 mesi per danneggiamento. Due persone inoltre dovevano secondo la pm essere condannate per imbrattamente a una multa. La giudice come al solito, non si è accontentata: 10 persone (incluse le due di cui sopra) sono state condannate per danneggiamento a pene tra i sei mesi e i quattordici mesi. Gli altri assolti.  E' andata bene perché ritorniamo nell'alveo del buon senso con le assoluzioni. E' andata male perché rifilare 14 mesi a chi anche scrivesse due cazzate su una vetrina di un macdonald durante un corteo di centomila persone che di fatto rappresenta un ampio settore della società è una follia. Per ora gira bene e speriamo che in appello il buon senso impronti anche la sorte degli attuali condannati. Basterebbe quello per accorgersi delle stupidaggini che il mondo della magistratura continua a rifilarci.

Per chi non se lo ricordasse poi, mercoledì non solo riprende il processo per i fatti alla scuola Diaz il 21 luglio 2001, ma comincia anche il processo d'appello per i fatti del San Paolo: i poliziotti che hanno massacrato gente inerme in un pronto soccorso sono stati quasi tutti assolti nonostante fossero ritratti da un video chiaro come il sole; due dei quattro compagni a processo hanno preso un anno e otto mesi per resistenza aggravata e lesioni. Poi si parla di mondo alla rovescia... Ma d'altronde è evidente che il pm Gittardi uno specchio a casa per guardarsi in faccia la mattina non ce l'ha.

 


Hacker forzano i sistemi informatici del palazzo di giustizia di Genova

jet tech — Inviato da nero @ 14:32

 

Tutti i telegiornali aprono con come seconda notizia la seguente (notare che però sulle edizioni online dei quotidiani non vi è traccia della notizia, mentre le edizioni cartacee la mettono in ventesima pagina):

Hacker all’attacco del Palazzo di Giustizia di Genova. E’ quasi una certezza dopo che mercoledì, per la seconda volta nel giro di pochi mesi, circa 150 computer sono andati in tilt perché infettati. Un guasto telematico che sta paralizzando l'attività del «Palazzaccio» e sul quale ora la Procura ha deciso di vederci chiaro: ieri infatti il procuratore aggiunto Mario Morisani ha aperto un fascicolo contro ignoti. Reato ipotizzato: intromissione nei sistemi informatici.

La situazione appare decisamente seria, anche perché sono molti i file che rischiano di andare perduti, cancellando così il lavoro di mesi. Ieri mattina, in particolare, è stato esaminato dai tecnici il computer sul quale stanno lavorando i pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati, i magistrati impegnati ad ultimare la loro requisitoria sui fatti accaduti alla caserma di Bolzaneto nei giorni del G8 genovese. Il rischio paventato era che centinaia di pagine fossero andate distrutte, dai primi riscontri però sembra che almeno la maggior parte della requisitoria sia recuperabile. Sono in tilt i computer dei tribunali civile e penale, dei minori e di sorveglianza. Che cosa sia successo, perché tutti i computer accesi in quel momento si siano improvvisamente e simultaneamente spenti, non si sa, così come si ignora quale possa essere il virus colpevole del black out informatico. Di certo, il disagio a Palazzo di Giustizia è palpabile ed è una fortuna, dicono in molti, che il «collasso informatico» sia avvenuto in questi giorni, quando una buona parte di impiegati e magistrati, è ancora in ferie.

Il guasto ha comunque fatto cambiare, momentaneamente almeno, abitudini lavorative ormai consolidate: in molti uffici sono ricomparse le macchine per scrivere e biro, è successo ad un gip chiamato a convalidare alcuni arresti e che, dopo aver già registrato un interrogatorio sul computer, quando ha riaperto la macchina per chiedere il documento in questione ha visto comparire sul monitor la scritta «manca o è danneggiato il file di apertura». A Palazzo di Giustizia lo scorso agosto si erano verificati problemi nel sistema e anche in quell'occasione si era temuto un attacco esterno, un virus introdotto volontariamente. Invece fu poi accertato che i computer erano andati in tilt a causa di un surriscaldamento negli armadi contenenti i congegni.

Peccato che da quello che leggo la sensazione è che si tratti pià che altro di un virus: avranno il coraggio di ammettere l'errore o continueranno a dare suggestivamente la notizia per trarre in inganno gli ascoltatori, i lettori e i telespettatori poco attenti?  La solita informazione pressapochista e poco interessante. Tanto per lasciare tranquilla la procura: noi non c'entriamo nulla, anche perché nel caso avremmo fatto una bella pulizia del computer di pm che lavorano contro di noi... no?

 


Lisbona

gulliver — Inviato da nero @ 12:32

una vista di lisbona dal belvedere di graçaLisbona ricorda molto il Sudamerica, o forse viceversa in effetti, riempito però di liguri, parenti più prossimi da un punto di vista antropologico-culturale ai portoghesi: lo stesso mix di chiusura e generosità, di resilienza al cambiamento e attaccamento alle sensazioni più malinconiche e romantiche. notte a lisbonaLisbona è molto bella: salite e discese, alti e bassi della ricchezza negli ornamenti, nella cura, nella rifinitura di palazzi, strade, luoghi. E' difficile definirla, non è proprio magica, forse languida è la parola giusta, lentamente e inesorabilmente languida. Sicuramente un posto di cui ti puoi innamorare, come è difficile trovarne tra le moderne metropoli, troppo indaffarate a mostrarsi per ammiccare, troppo lucide e splendenti per avvolgerti come i veli di un odalisca.

Il clima è mite, e nonostante sia capodanno ci sono 14 gradi di giorno e una decina di notte. una buganvillee gigantesca in fiore il 29 dicembreDormiamo alla Perola da Baixa, un posto modesto ma economico, in cui scopriamo subito che con un extra di due euro ti affittano una stufetta elettrica determinante per vivere meglio. Tanto per citare le relazioni con l'antropologia ligure: le braccine gliel'hanno cucite alla spalla anche ai lusitani! :)
La città è molto più grande di quanto mi aspettassi anche se il centro è abbastanza ridotto: proprio da Praça do Restauradores, dove dormiamo, cominciano a snodarsi le avenidas che raggiungono le periferie lontane della città, che nel corso dei decenni ha inglobato sobborghi celebri per un motivo o per l'altro... Anzi, di solito per un solo motivo: il calcio: parliamo infatti dei sobborghi di Benfica e di Belem (da cui trae il suo nome il Belenenses).

La prima sera arriviamo a Lisbona e ci scontriamo con la genovesità dei suoi abitanti: sono le otto di sera e ogni posto dove mangiare è chiuso, o sta chiudendo, senza appello. Finalmente arranchiamo verso il Bairro Alto, la zona dei "localini", una specie di quartiere Isola della capitale portoghese, e scoviamo un baretto minuscolo, si e no quindici metri quadri, incastonato nell'angolo di un palazzo ricoperto di azulejos verdi e bianche, con una vistosa e desueta insegna farmacia. Entriamo nel bar e la ventina di occhi seduti ai due tavolini minuscoli addossati alla vetrina e ai cinque sgabelli di legno ci scrutano per capire che cosa ci facciamo lì: blanca è l'unica donna, e subito dopo di noi entra un portoghese dalle braccia solide e la barba sfatta che mentre spiega al vecchietto dietro il banco come funzionano i cellulari si accomoda su alcune casse di birra rovesciate coperte da una lastra di marmo a fare da pianale per il proprio culo. Ci sediamo sugli ultimi due sgabelli liberi e chiediamo il baccalao a minhota, ovvero il baccalà fritto, piatto tipico. Il tipo ci analizza con lo sguardo di traverso e ci dice: "c'è solo la testa e la coda. non è rimasto altro". In altre parole: baccalà? Finito! Come direbbero alcuni comici savonesi. il castello nelle nuvoleNoi accettiamo, e piano piano il vecchietto si scioglie, commosso dalla nostra indefessa determinazione nel mangiare il piatto locale. Mentre il vecchietto ci chiede di dove siamo e cosa facciamo, il tipo nerboruto seduto sulle casse di birra spolpa un pezzo enorme di baccalà fino a succhiarsi una per una le vertebre: la mia ammirazione per la sua capacità di lucidare il piatto fino all'ultima spina di pesce mi muove quasi a un applauso. Mi trattengo per decoro. La vera sorpresa è a fine pasto: 14 euro in due, compreso caffè, bibite, e due piatti unici con contorno.

Il livello di vita vero del Portogallo è questo: sono chiaramente più poveri, e il costo delle cose è la metà che da noi, ovvero un quarto che in Inghilterra. Ovviamente se vai in un ristorante anziché al baretto arrivi a 30 euro in due per un pasto al ristorante, ma direi che è ampiamente meno di quanto si spenda qui. Anche al ristorante i portoghesi si gemellano con i genovesi: i piatti costano poco, ma prima che ti arrivi il menù in tavola, tu la ritrovi imbandita di stuzzicherie varie, su cui normalmente ti fiondi ammirato per l'ospitalità. In realtà ogni stuzzichino si paga a parte, alla fine, ma lo scopri solo una volta che avrai potuto guardare il menù. Mortacci. Ovviamente noi ci siamo fatti fregare nel posto più costoso che abbiamo frequentato in cinque giorni, ma devo dire che per l'atmosfera ne valeva la pena.

azulejos Mentre attraversiamo per una giornata intera i quartieri di Lisbona per visitare chiese e fotografare azulejos - le mattonelle dipinte che ornano moltissimi palazzi e che sono una vera e propria mania portoghese, tanto da dedicarli un museo splendido a ridosso del quartiere Alfama - testiamo vari luoghi di degustazione di pesce: passiamo dal cafè in mezzo alla strada con le sue crocchette di patate e baccalà, alla mensa dei portuali, dove ci abbuffiamo come maiali di salmone e altro pesce alla griglia, buonissimo.



vicolo in alfama La seconda sera sbarchiamo nel quartiere Alfama per il nostro momento di turismo verace: la cena al ristorante con fado dal vivo. azulejos sul fadoNella giornata precedente avevamo puntato un posticino sotterraneo e sufficientemente dubbio da essere interessante. Scendiamo e un vecchietto che incarna lo stereotipo del portoghese ci fa accomodare a lume di candela. Il vecchio asciugato dal sole e con due folti baffi grigi ci guida proprio di fronte al gruppo che sta per suonare: due suonatori che sembrano usciti da un film di tarantino e due sciantose over 50 che fumano come delle turche: Maria e Annabelle. Mitiche. Lo scantinato è tappezzato anche all'interno di panorami di Lisbona e azulejos. Dopo alcuni minuti comincia lo show e scopriamo che i fadistas sono Maria e il vecchietto che fa anche da maitre e cameriere: l'antifona è chiara. E' tutta una truffa turistica organizzata su base famigliare per sbarcare il lunario. Noi siamo felici di vedere l'organizzazione criminale di piccolo cabotaggio organizzata ai danni dei turisti deficienti, e loro sono felici di cantare e servirci piatti prelibati. Che si può volere di più? Il top della serata è rappresentato dalla signora Maria che a metà del suo numero lusingata dal baciamano di un francese piacione lo guarda seduto di fianco alla moglie e si propone indicando l'anulare sgombro da anelli con un languido: "yo, no marry!", ammiccando chiaramente. La serata scorre liscia e il baccalà a bras - ovvero saltato con uova e patate - è ottimo, anche se vengo ingiustamente aggredito da lische che non dovevano esserci. Pazienza.

Il giorno dopo ci è toccato Oceanario e Museo delle Azulejos: l'acquario di Lisbona è costruito nel quartiere nuovo costruito con i soldi della World Expo 1998, un salto di 100 anni avanti rispetto al resto di Lisbona; è il secondo acquario più grande del Mondo, e ci si arriva usando la metrò pulitissima e efficientissima che mi ricorda la provincialità di Milano e dell'Italia in generale. nutria marina si gratta le guanceIl concetto di pubblico è più avanzato in Portogallo che da noi, che in teoria abbiamo fior di scuole sociologiche in merito... Pietà. Tanto per dirne un'altra: i residenti entrano gratis nei musei, che comunque hanno un costo contenuto, intorno ai 4 euro.
Le attrazioni dell'Oceanario sono due: un'enorme vasca centrale con svariate specie, tra cui molti squali, e un pesce semidinosauro del peso di due tonnellate, e le nutrie marine. Dire che sono umane è dire poco, infatti sono costantemente circondate dall'attenzione del pubblico che ricambiano con atteggiamente strafottenti degni dei migliori artisti da circo.

 

Il Museo delle Azulejos è splendido e ospita ceramiche che datano dal 1500 in avanti, fino ad arrivare a un enorme pannello in piastrelle che mostra il panorama di Lisbona prima dell'incendio del 1755 che l'ha rasa al suolo: è lungo una trentina di metri e alto uno e mezzo! I colori delle azulejos che trovate nel museo sono incredibili, e valgono una visita.

Per concludere con i consigli turistici, l'unico luogo extra che abbiamo visitato è stata Sintra: un luogo magico, arroccato nell'interno, i cui due principali castelli - il Palacio Nacional e il Palacio de la Pena - sono veramente splendidi. In particolare il secondo sembra uscito da una fiaba e merita una visita quando passate dalle parti del Portogallo. A questo andrebbe aggiunto il Mosteiro dos Jeronimos a Belem, uno splendore tra il gotico e il barocco, a cui in coda potreste aggiungere una tappa allo Stop do Bairro, un ristorantino a conduzione familiare nella zona di Campo do Ouarte, in cui amano andare calciatori e sportivi: noi ci abbiamo trovato Camacho, l'attuale allenatore del Benfica!


Il resto è vagabondaggio quotidiano, vinho do porto, strade che si trasformano nel giro di dieci metri da viette trendy in stradine popolari con le case abbandonate a sé stesse. Qualcuno ha descritto Lisbona e il Portogallo come una signora decaduta, ma io aggiungerei che è una condizione temporanea, e che la capacità di valorizzare la propria bellezza potrebbe trasformare Lisbona in una splendida Nobildonna. Ci sarebbero mille aneddoti e mille racconti da fare, come per ogni viaggio, anche solo di cinque giorni, ma la stanchezza presto vince la voglia di narrare, aiutata dalla sensazione di svilire sensazioni uniche con la reiterazione del racconto troppo rapido e poco ricco di densità emotiva. Allora forse meglio aspettare che qualche decina di parole meriti di riacciuffare dalla memoria un particolare di questo viaggio, per raccontarlo di nuovo e con una prospettiva ogni volta diversa.


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