Immanuel Kant protagonista occulto di due libri

pagine e parole — Inviato da nero @ 10:52

Continuando nella giornata di recensioni, recupero terreno parlando dell'ultimo libro che ho letto e del suo antecedente: I giorni dell'Espiazione e Critica della Ragion Criminale di Michael Gregorio, pseudonimo dietro il quale si celano una coppia di professori di Spoleto (lui tedesco, lei originaria della cittadina). Del loro esordio, ho apprezzato l'intuizione geniale e il titolo, la possibilità che una intelligenza come quella del pensatore tedesco si fosse confrontata con i meandri più torbidi dell'animo umano, con l'origine della violenza e del crimine. Ho apprezzato molto, in entrambi i libri, il fatto che il protagonista - il procuratore Hanno Stiffeniis - fosse in realtà una guida alla lettura, un punto di incontro dei veri personaggi principali dei romanzi, nel primo decisamente il filosofo e nel secondo il colonnello Lavedrine, insieme alla moglie del procuratore Helena (anche qui le citazioni classiche si sprecano e sono gradevoli camei). 

La trama di entrambi i libri scorre molto bene, direi meglio nel primo che nel secondo in cui intorno alla metà del libro è fin troppo evidente dove si va a parare (anche se ciò non toglie nulla alla voglia di finire il libro), e lo stile di scrittura è forse un po' piano (nel senso senza eccessi e trasporti particolari), ma penso che questo non sia un limite per la leggibilità del libro, anzi tuttaltro. Quando trovo libri molto ben scritti, con uno stile ricco, ho la tendenza dannata a perdermi nelle parole, e spesso a dimenticarmi dell'intreccio, cosa che in un giallo storico sarebbe un vero peccato. Lo stile del duo spoletano (si dice così?) aiuta a godersi il libro e la trama. In alcuni passaggi sono rimasto stupito dalla precisione teutonica di alcune descrizioni: ad esempio io mica so che tipo di fiori crescono nei prati dietro casa mia, figurati se posso essere certo che nelle pianure settentrionali della Germania crescono le calendule... Diciamo che mi fido, ma ammiro l'attenzione al dettaglio! :)

Anche nel secondo libro la guida all'interpretazione del libro è costituita da Immanuel Kant - e anche l'esca per attrarre il lettore - che guida i rapporti tra il procuratore prussiano e il colonnello francese, le loro diatribe sulla libertà, sui diritti dell'uomo e sulla interpretazione della realtà. In entrambi i libri lo sfondo del giallo è la condizione dell'uomo, del suo spirito, delle sue pulsioni, come affacciare Kant e la letteratura sulla psicologia. Piacevole senza dubbio.

Nel secondo libro, più che nel primo, la faccenda si fa più politica che psicologica, e infatti il duo si spinge su terreni scivolosi, ma che sembra dominare. Forse per un limite mio, il comparire della tematica antisemitica mi mette sempre sul chi va là, proprio per l'uso specioso e strumentale che troppo spesso viene fatto di questo argomento delicato e importantissimo per la nostra storia moderna (soprattutto da parte degli ebrei di Israele e dei loro sostenitori). Tutto sommato mi pare che i due professori dominino bene l'argomento e anzi penso che offrano qualche assist a una lettura meno convenzionale del dramma del popolo ebraico (forse facendo un po' il verso, o almeno l'ho letto io così) proprio a quelle persone che strumentalizzano in maniera totalmente irrazionale e scorretta la tragedia della Shoah (io ho interpretato così il delirio di Aaron Jacob sulle particolarità frenologiche della popolazione ebraica e sulla loro connessione con il loro fato di vittime).

Ci sarebbero molte cose da dire, e non è mai una buona idea parlare di due libri in una recensione sola, ma posso certamente dire di consigliare entrambi a chi ama il genere storico e il genere giallo: non porteranno via molto tempo (io li ho letti in un paio di giorni a tomo) e vi lasceranno un buon sapore nel cervello :) 


American Gangster

cinema — Inviato da nero @ 10:34

 

American Gangster è un film come tanti o poco più tra le migliaia di mega produzioni americane. L'unica sua vera funzione è confermare che il meglio di sé Ridley Scott lo ha già dato a cavallo tra gli anni 70 e gli anni 80, con pellicole memorabili e che rimangono pietre miliari (imho) della storia del cinema. Dal 1992 in poi ci ha offerto solo kolossal di spessore molto modesto e ai quali è stato garantito successo più dal suo nome e dal suo talento che non dal loro valore effettivo (anche come holliwoodianate volendo).

La storia è interessante e il taglio che gli viene dato dimostra che il buon Ridely non è certo un regista qualunque, ma è troppo poco per goderselo: nessun accenno razzista, e puntini sulle i spostati opportunamente sul rapporto tra modello americano (economico e sociale) e dualità legalità/illegalità. Da questo punto di vista la regia è interessante, perché non oppone i nergi spacciatori ai bianchi salvatori, ma un mix più complesso di soggetti che interpretano le porzioni più oscure del sogno americano: l'autista che diventa boss grazie alla determinazione e allo spirito di iniziativa, ma che conserva quel bigottismo usa nonostante sia il principale rifornitore di droga sul suolo statunitense, droga che fa arrivare con ampio cinismo grazie alle coperture dei militari in vietnam pagati a suon di migliaia di dollari (l'ultimo carico è veramente una chicca di crudeltà nei confronti di chi ancora ci crede al sogno americano); il poliziotto violento ma incorruttibile che ripulisce il marcio non tanto dalle strade quanto dalle istituzioni di polizia americane; gli agenti federali corrotti e che mettono l'immagine davanti alla lotta al crimine; i boss italiani che odiano un altro boss non tanto perché fa più soldi quanto perché mette in crisi il loro consolidato modello sociale. Questo aspetto registico sottolineato come di consueto nei film di Ridley dalle battute finali dei protagonisti, che didascalicamente impongono una certa lettura del film, è comunque ciò che porta il film sopra la media.

Frank Lucas: "why should they [the other bosses] witness against me?"  
Richie: "because aside from the fact they hate you personally, they hate what you represent"
Frank: "I don't represent anybody but Frank Lucas"
Richie: "exactly, you represent progress, the kind of thing they won't be able to survive to"

La citazione è a memoria quindi non sarà proprio letterale, ma dà l'idea. 

Il resto del film tiene bene la tensione e si lascia gustare. Tutto dignitoso, sopra la media il montaggio e ovviamente la regia. Forse la conclusione poteva essere più sviluppata, ma poi si andava oltre le due ore e mezza di film e la sintesi è sempre un valore aggiunto nel cinema di massa. Tutto sommato me lo sono goduto, anche se l'estasi di pellicole come Blade Runner e Alien rimangono lontane ere geologiche.

Voto: 6/7


Into the wild

cinema — Inviato da nero @ 10:21

Riprendo la sana abitudine di postare delle pseudo recensioni di libri che leggo e film che guardo, vediamo quanto mi regge (dipende soprattutto da cosa accade al contorno :).

Into the Wild è un film che si fa guardare con piacere, anche se mi aspettavo molto di più. Gran parte dei meriti del film stanno nella sceneggiatura che non è originale, e quindi di fatto non stanno nel film, ma in cosa l'ha ispirato: una storia molto americana e molto umana, nel senso di atavica, la ricerca dei limiti dell'essere umano in una società che questi limiti li ha nascosti e li nasconde quotidianamente per illudersi di essere immortale. Tutto il resto del film, che dovrebbe fare la differenza con il libro da cui è tratto, e che è altamente consigliabile, non spicca il salto necessario.

Nel dettaglio, un po' tutto sembra all'insegna dell'ostentazione di qualche tocco di pseudo sperimentalismo, abbandonato nel deserto dell'ordinarietà. La regia è modesta, e solo qualche accorgimento fa sorridere più che altro per la sua pretenziosità nel credere che risolleverà l'intero film e per la sua ingenuità: gli aerei che ci accompagnano tutto il film e che continuano a sottolineare la distanza tra quello che il protagonista cerca e la sua reale condizione. La fotografia è interessante per le parti dinamiche (discesa nelle rapide, movimenti della camera e via dicendo) ma la parte paesaggistica, che dovrebbe essere la forza di metà del film, rimane un po' appannata e priva di energia, almeno dal mio punto di vista, ma forse è una scelta di Sean Penn. La recitazione è ostentata e per nulla convincente: il protagonista sembra mettersi in mostra per diventare il nuovo River Phoenix, sorriso Durbans a denti bianchissimi e tre vestiti diversi al giorno anche quando è due anni che gira senza soldi per mezza America: un po' inverosimile no? Ok, gli sponsor, ok, l'estetica americana, ma mi pare un po' tirato. Il montaggio è interessante anche questo nella parte dinamica, ma per il resto non dice molto: anche gli inserti à la Tarantino 70s dei tagli verticali con diverse scene sembra più qualcosa che serva a dire "vedete anche noi possiamo fare le cose strane" che non una scelta stilistica. Che dire poi delle due volte in cui il protagonista guarda attivamente in camera, completamente estemporanee considerata la scelta del resto del film? Solo bah.

Come detto del film salvo decisamente solo la sceneggiatura (che ci evita la storpiatura del finale come accade in molti film targati USA) e la musica, il resto si aggira nei dintorni dell'appena sufficiente. Il film si fa guardare, e nel panorama delle schifezze che il cinema ci propina è ancora entro la soglia di dignità, ma si poteva fare certamente di meglio.

Voto: 6


Powered by LifeType