Una Storia Italiana del Nuovo Corso

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 10:24

 

Vi racconto una storia. Una storia che ha molto a che fare sul decadimento del paese in cui viviamo in termini di civilità, di democrazia e di umanità. E' un esempio, piccolo, ma molto denso.

Ho un amico che viene dal Brasile. Ha antenati italiani e vive in Italia da ormai tre anni e mezzo. Ci vive da clandestino perché nonostante tutti i suoi sforzi non ha potuto prendere un permesso di soggiorno, nonostante lavori 17 ore al giorno in una cucina e nonostante il suo datore di lavoro sia andato con lui in prefettura, abbia fatto le richieste necessarie e abbia già pronto il contratto. E' un ragazzo simpatico, parla italiano perfettamente, gli piacciono i modellini e nelle poche ore in cui non lavora va su un prato a far volare aeroplani insieme ad altri strippati. Avrebbe preso la cittadinanza ma dopo due anni a cercare documenti, il comune gli ha detto che deve farli timbrare dal consolato brasiliano; inoltre è clandestino, e quindi non può fare richiesta fino a che non esce dall'Italia e torna con un visto turistico (che dura 3 mesi). Ogni volta che vede un poliziotto deve scappare, perché con l'aria che tira adesso rischia di farsi 18 mesi in carcere. Ieri sera mi raccontava che vorrebbe prendere una casa, ma non può, perché è clandestino e deve vivere con i clandestini, in una casa piena di gente del cazzo che si ubriaca e che non lo fa dormire, e lo fa vivere male. Vorrebbe prendere un motorino per spostarsi dal lavoro, dove finisce alle due di notte, quando tutti i mezzi non vanno più, a casa, che è dall'altra parte della città, ma non può, perché è clandestino e quindi non può fare neanche quello. Ieri mi raccontava che odia non poter fare una cosa che lui ritiene normalissima, che continua a sentirsi una non persona, come un fantasma il cui ricordo è solo il lavoro che fa, e le cui memorie non includono una vita normale, una fidanzata, un momento di divertimento, un momento di relax. Ieri notte mentre lo accompagnavamo a casa ci ha detto con gli occhi tristi e la voce segnata dall'ennesimo rinvio per ottenere la cittadinanza: "io non ce la faccio più. Ho deciso che torno in Brasile. Io vorrei restare qui, mi piace, sto bene, ma non posso vivere così altri due anni in attesa di una cittadinanza per cui la legge cambierà ancora e io non potrò comunque averla. Non è giusto". Questo mio amico è veramente una persona intelligente, sensibile, un gran lavoratore, onesto e simpatico, e si è sbattuto, e con lui i suoi datori di lavoro, per non eludere "la Legge" e diventare "regolarizzare". Ma non possono. Perché la Legge, la nostra società non sono più guidate dal buon senso e da valori facilmente condivisibili, ma sono dominate dalla paura, dalla violenza, dalla ottusità. Non serve cercare esempi aulici, quella del mio amico è la storia di milioni - si leggete bene perché sono milioni - di persone in Italia. Ed è la storia che molti italiani avvallano. Amici migranti, tornatevene a casa, lasciate in merda questo popolo di barbari e imbecilli, lasciate che debbano accudire i propri vecchi, che debbano costruire le proprie case, pulire i propri giardini, asfaltare le proprie strade, lavorare nelle loro fabbriche per due soldi. Non vi meritano e voi non meritate di vivere così. Ieri mentre tornavo a casa mi vergognavo di essere cittadino di questo paese, non che abbia grande amor di patria, normalmente, ma constatare con estrema concretezza quanto il posto dove vivi sia lontano dalla civiltà è sempre triste. Mi auguro il tracollo di questo Paese, e quando gli italiani piangeranno, forse ricorderanno che cosa vuol dire desiderare una vita dignitosa e libera. Fino ad allora gioite di come quello di fianco a voi venga maltrattato per farvi avere l'illusione di stare bene. Durerà poco. E alla fine farà male.


Grande Cuore Inter

spalti e madonne — Inviato da nero @ 10:01

 

Dopo la visita alla Casa della Carità in settimana, dimostriamo la nostra generosità concedendo ai rosiconi il premio di consolazione della Coppa Italia, da veri signori. Il segnale più bello per me, quello che mi dimostra che (forse) i tempi e gli interisti sono cambiati è l'ora di cori al 4-4-2 dopo la sconfitta, perché io come altri ricordano quando la vittoria della snobbata Coppa Italia era festeggiata come una Champions League, dato che era l'unico traguardo a cui riuscivamo ad avvicinarci. Non è più così e cari rosiconi frequentatori del blog se mi proponete altri 5, 7, 10 anni così in cui noi vinciamo in Campionato e voi in Coppa Italia firmo col sangue :)

Mancini affronta la partita sapendo di dover motivare un gruppo stanco, acciaccato e all'ultima fatica. Tra infortuni, squalifiche e altro mancano: jc, matrix, samuel, cordoba, rivas, dacourt, mezzo stankovic, cambiasso, figo, ibra, cruz. Vedete un po' voi. Le parole dei romanisti in settimana ci aiutano ma l'approccio che ha l'Inter a questa gara è: bello vincere, ma nessun dramma per come finisce, l'importante era il Campionato. L'allenatore decide di abbandonare il 4-5-1 che tante gioie ci ha dato a Roma per un 4-1-4-1 che non paga molto: infatti per tutto il primo tempo la Roma fa quello che vuole a centrocampo (ho visto fare tre stop di petto su nostro rinvio dal fondo...) e per 30-40 min soffriamo molto e prendiamo un gol da babbi, di piede sul primo palo da un difensore su calcio d'angolo (detto così vi rendete conto che pare impossibile :) L'altro errore del mancio è scegliere l'esperienza sulla voglia di vincere: Pelé con tutti i limiti che può avere ha giocato tutta la Coppa e non si capisce perché escluderlo dall'11 iniziale, per uno Stankovic che nella seduta del giorno prima di allenamento non aveva fatto altro che differenziato. Infatti quando li avvicenda la partita cambia, tornando al 4-5-1. La Roma scompare e per il seocondo tempo è solo Inter, a parte la folata partita da un fallo non sanzionato su Cesar e che si conclude con lo svarione di Maicon (ancora ubriaco dai festeggiamente evidentemente) che consente alla Roma di fare il secondo gol. Sembra in piccolo la finale di Champions: 40 min di una squadra e 60 dell'altra, la parità ci starebbe ma il palo ce la nega. D'altronde davanti abbiamo come unica punta fino al 90esimo un membro di una categoria protetta come Suazo e con lui lì segnare vale doppio, dato che è come giocare in 10. 

Alla fine va bene anche così, lasciamo festeggiare i romanisti come se avessero vinto il campionato del mondo con i caroselli in città e la festa al circo massimo. Se lo meritano perché hanno fatto un bellissimo campionato e preferisco loro che gobbi e rossoneri: loro non fanno altrettanto e si dimenticano che hanno patito quanto noi il duopolio, ma se ne ricorderanno in fretta. Io sono felice perché ho raggiunto il mio principale e più blasonato obiettivo stagionale, e ora attendo le pantomime estive di calcio mercato e con moderato interesse gli Europei, il tutto sapendo che alla fine per me quel che resta è la maglietta neroazzurra e quell'istinto irrazionale di gridare come un ossesso dimenticando il resto appena dei ragazzi che la indossano calcano un campo di calcio. Il calcio moderno sono solo soldi e business, ma il calcio e basta è ancora questo: colori sociali e tifo. C'è solo Inter.


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