Cannes a Milano: sorpresine e no

cinema — Inviato da nero @ 19:28

Ultima giornata dedicata a Cannes. Il primo film è stato la Palma d'Oro Entre les Murs: un film sul mondo dell'istruzione, sulle sue difficoltà e sui problemi cruciali che presenta. Il film racconta perfettamente la realtà difficile della scuola di oggi (e di ieri), in cui ai problemi scolastici si sommano tutti gli altri, e in cui gli insegnanti devono intendere il loro ruolo con margini molto più ampi che quelli di semplici istruttori di materia specifica. La realtà è riportata molto bene, e questo lo posso testimoniare di persona. Il messaggio subliminale non è solo che l'istituzione scolastica è carente di gente che ci crede sul serio e di strumenti, ma soprattutto che ciò che le sta intorno è complicato, e che il paradigma culturale è ormai conclamato: mai scegliere, mai impegnarsi, mai assumersi una responsabilità. Nessuno lo fa nel film, neanche il prof che prende a cuore i suoi studenti, e infatti alla fine l'ultimo dialogo con i suoi studenti è con una ragazza di colore che ritiene di non aver imparato nulla nonostante tutto. Avrei apprezzato più coraggio nel prendere posizione e meno nel raccontare un punto di vista sulla realtà. Era un piccolo gradino ma importante. Il film è ben fatto e merita, ma forse la Palma d'Oro è un riconoscimento eccessivo (se penso che in concorso c'erano anche Un Conte de Noel e soprattutto Il Divo). Voto: 7,5

Il secondo film francese invece merita poche righe di commento. La frontière de l'Aube è manierista, intimista e intellettuale nel senso più puzzone del termine. Una citazione mal nata della Nouvelle Vague che se quarant'anni fa apriva un periodo di intensa riflessione e riscoperta di valori e esseri umani e politica, oggi sembra una sbiadita e ridicola copia. Voto: 4 (ma solo perché sono andato via a metà film, altrimenti arrivavo certamente al 2).

Infine il film da cui mi aspettavo di più oggi: Waltz with Bashir, un'animazione israeliana su Sabra e Shatila che aveva destato molto scandalo soprattutto in patria. Forse perché gli israeliani non sono abituati a sentirsi dare dei nazisti, anche quando se lo meritano. Perché il film in sé è ben fatto (anche se l'animazione è un po' approssimativa) con tratti del disegno e musiche superlative, e offre una ricostruzione storica tutto sommato attendibile. Ma non affonda il colpo. Punta il dito, ma poi sembra tutto sommato offrire una scappatoia assolutoria ai giovani soldati israeliani lanciati crudelmente in troppo orrore. Troppo comodo così, almeno per quanto mi riguarda. Voto: 6,5


Cannes a Milano: esistenzialismo e pacchi

cinema — Inviato da nero @ 20:39

 

Oggi durante la rassegna di Cannes a Milano c'erano i due film argentini della Quizaine (Liverpool e Salamandra): due pacchi assoluti, che non fanno onore a una terra ricca di intelligenze e di cultura. Tecnicamente insulsi, narrativamente inutili, contenutisticamente irritanti. Non c'è altro da dire che: perché? Voto complessivo per i due: 4.

Viceversa Un conte de Noel di Desplechin è stato per me una sorpresa. Negli ultimi anni i film con protagonista Catherine Deneuve mi hanno sempre fatto rimpiangere un suo ritiro a vita privata, e quindi sono arrivato in sala molto scettico. Invece ho trovato un film di due ore e mezzo che però scorre liscio come l'olio, con attori di altissimo livello, una sceneggiatura fantastica che racconta una saga familiare ed esistenziale profondamente e senza scadere nel patetico, nonostante sia molto facile. Se a questo si somma un'ottima colonna sonora e la voglia del regista di dimostrare con quanta naturalezza può gestire diversi registri narrativi e cinematografici ne viene fuori un film di grandissima qualità, che avrebbe meritato il premio per la sceneggiatura, andato invece per necessità di concorso al film dei fratelli Dardenne. Voto: 8

Le Silence de Lorna appunto è stata una piccola delusione. Il premio per la miglior sceneggiatura non lo merita e resto dell'idea che gli sia stato dato per non lasciare i pregiati fratelli  a bocca asciutta. Il film è tecnicamente ben fatto, non c'è discussione, ma è un po' neutro. Il tema di fondo della tratta degli esseri umani rimane tinteggiato molto sfumato, mentre la trama del piccolo noir resta in primo piano molto prepotentemente: peccato. Inoltre il finale lascia molti nodi un po' aperti, e quindi lo spettatore è portato a interrogarsi sulle altre piccole imperfezioni di sceneggiatura. Proprio per questo il premio per me non è meritato. In ogni caso è un bel film. Voto: 7


Cannes a Milano: due noir e un pacco

cinema — Inviato da nero @ 00:28

 

Oggi giornata già più interessante per quanto riguarda il festival. Il primo film che ho visto è il polacco a produzione francese Quattro Notti con Anna: un film drammatico psicologico molto nero, fatto di difficoltà di comunicazione e di grande solitudine, nei paesaggi, nelle immagini, nelle balbettate parole e negli sguardi degli attori. Un po' duro da raccogliere al volo, ma valido nella sua realizzazione. Voto: 6,5.

Il secondo film è un po' un rebus. Ti aspetti che decolli da un momento all'altro e invece resta sempre lì, come un aeroplano perennemente lanciato sulla pista. Molte promesse e poche concretizzazioni in Dernier Maquis, che ti strappa qualche sorriso, ma è troppo poco per dare un senso a tutta la pellicola. Forse il regista voleva fare un film lungo il doppio ed è rimasto a corto di fondi, ma questo non depone a suo favore. Voto: 5/6.

L'ultimo film che ho visto è sicuramente uno dei migliori per ora che ho avuto modo di gustare nella rassegna. Non a caso gli è stato dato il premio come miglior regia. Les Trois Singes è un film turco molto noir, con una sceneggiatura tutto sommato facile (lui finisce in galera per coprire l'altro, lei va a chiedere dei soldi per il figlio di lui all'altro con cui comincia una storia, il figlio scopre tutto, lui quando esce si rende conto di tutto, e poi la storia si chiude in maniera ciclica), ma con molti altri elementi di pregio. Gli attori sono molto bravi e la fotografia è superlativa, roba da mozzare il fiato. La regia è pregevole e molte inquadrature sono piacevolmente nuove. A mio modesto avviso la camera fissa all'inizio e alcuni cambi di piano sono veramente validi. Consigliato vivamente. Voto: 7++


Cannes a Milano: storie semplici, storie vere

cinema — Inviato da nero @ 09:35

 

Seconda giornata della rassegna dedicata al festival di Cannes a Milano, secondo giorno con soli due film che ho ritenuto valere la pena di essere visti. Per ora il livello delle pellicole è decente, ma il loro numero un po' sconcertante. Non riesco a capire se ci fosse poca roba al festival o se l'organizzazione milanese della rassegna non sia riuscita a portarne un buon numero come gli altri anni. Lo sapremo solo vivendo.

Tulpan è una storia di vita kazakha, con una giusta punta di ironia e con la poesia che i paesaggi kazakhi sanno ispirare. A me è piaciuto, nella sua semplicità e nella sua non complicatezza: la ricerca da parte di un ragazzo kazakho  di ritrovare sé stesso nelle radici della sua cultura, senza fronzoli e con tanto desiderio. Il paesaggio aiuta nel fascino, ma anche il resto è ben fatto. Premiato giustamente. Voto: 7

Un Lavoro da Uomo è un film finlandese. Erede di anni di Kaurismaki mi aspettavo molti silenzi e ironie un po' sconcertanti. Le ho trovate, ma ho trovato una commedia noir decisamente ben girata e originale. Qualche caduta di tono, ma non troppe, e una buona tenuta dell'attenzione dello spettatore. Il finale può lasciare perplessi, ma io l'ho trovato abbastanza coerente con il resto del film. Anche questo un film tutto sommato godibile anche se non di livello eccelso. Voto: 7.


Cannes a Milano: un folletto urbano e un docufilm perfetto per questi periodi oscuri

cinema — Inviato da nero @ 20:45

 

Il programma della rassegna di quest'anno dedicata a Cannes 2008 a Milano si presenta più scarno degli altri anni: spulciando le sinossi e decidendo cosa andare a vedere mi sono ritrovato gran parte degli 8 giorni con non più di due film validi da andare a vedere. Solo il sabato e la domenica saranno con i consueti 4-5 film. Peraltro significativo è anche il fatto che per riempire il programma gli organizzatori hanno scelto di inserire tra gli altri anche 7-8 film d'essai (uno di sorrentino, uno di haynes, uno di kitano, uno di fassbinder, ecc.). Speriamo la qualità sia alta, almeno.

Oggi sono andato a vedere solo due film, anche se almeno un altro paio mi solleticavano, ma non sempre c'è il tempo. The Pleasure of Being Robbed è la storia di una ninfa urbana che si diletta nel sottrarre le cose agli altri, per usarle e scoprirle, più che per gretta avidità. Il film sembra una canzone dei Flaming Lips, ed è divertente (forse l'ultima scena onirica è un po' semplicistica e naif, più del resto del film). Scorre bene e ha qualche inquadratura interessante. Non di più, ma neanche di meno. Voto 6,5 (per incoraggiamento).

Il secondo film è un docufilm tratto dai veri colloqui di un centro di assistenza a donne, famiglie e minori con problemi legati alla loro sessualità e alla gravidanza. In tempi oscurantisti come questi Les Bureaux de Dieu è una boccata d'ossigeno. E' ben fatto e godibile, nonostante le due ore (forse qualche decina di minuti in meno bastavano), e l'ultima intervista è la migliore in assoluto. Sono certo però che se non fosse stato francese a Cannes non se lo sarebbero inculato neanche di striscio, ma questo è certamente un mio pregiudizio. Voto: 6,5.


Il Divo Giulio e l'Antico Testamento

cinema — Inviato da nero @ 11:11

 

Il Divo conferma quello che scrivevo a proposito di Gomorra: i talenti in italia ci sono, in ambito cinematografico, ma spesso è il coraggio a mancare, dato che si preferiscono polpettoni di qualità indigeribile della combriccola di Greggio, De Sica, Boldi e company, a film di fattura e proposizione eccellenti. Il Divo è prima di tutto un film molto ben fatto: teatrale e ieratico, corale e frastagliato, complesso - come dice il protagonista stesso interpretato da un insuperabile Toni Servillo - e profondamente legato alla storia politica italiana. Non è solo un film ben fatto: è un film molto coraggioso. Parla di un personaggio vivo e ancora molto potente, e lo fa senza sconti. Parla del potere, di come logora e di come non ammetta tentennamenti, parla di un Giulio Andreotti in versione IHVH dell'Antico Testamento, disposto alle crudeltà più assolute per assicurare un bene maggiore e futuro. Il potere non logora chi non ce l'ha, il potere assorbe chi ce l'ha, lo trasforma, agisce sulla mente degli uomini in forme feroci. Il Divo parla di una verità assoluta: la storia non è fatta di parole gentili, è fatta di epica, di scelte gravi, di violenza, di spietata determinazione nel realizzare un progetto. La storia è fatta di scelte, di complesse rappresentazioni della realtà, e non si può sempre ridurre tutto a uno schemino facile da digerire e giustificatorio di prese di posizioni leggere e poco interessanti.  La composizione narrativa del film mi ricorda il libro di Sarasso e la sua più recente graphic novel United We Stand, e si inserisce perfettamente nel ragionamento wumingiano sulla New Italian Epic, dando ragione delle finalità e dei motivi di quanto scritto da WM1. Devo dire che io l'ho apprezzato addirittura più di Gomorra, anche se probabilmente sconta la difficoltà di rappresentare i cunicoli della politica italiana e della sua storia: ho idea che un giovane italiota non capirà molto di vicende che presuppongono un interesse per ciò che accade nel tuo paese e circa chi prende le decisioni e perché. E' un film molto speranzoso del livello di intelligenza medio della meglio gioventù, e per questo lo ringrazio, pur restando scettico come e più del Divo. 

Voto: 9 (come Gomorra, ma meriterebbe anche di più; ma sopra il 9 uno deve ponderare bene i voti :)


Gomorra

movimenti tellurici, cinema — Inviato da nero @ 09:57

 

L'altra sera sono riuscito ad andare al cinema. Finalmente dopo giorni di incasinamenti vari. In attesa di vedere anche Il Divo, per cui nutro grandi aspettative, ho visto Gomorra di Garrone. Il libro non l'ho ancora letto (mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa), ma forse è un bene, perché mi consente di valutare il film per quello che offre e per quello che è, indipendentemente dal confronto con l'opera originale. Il film, diciamolo subito, è un gran film: vero, crudo, duro, senza sconti (se non per nomi e vicende che nel libro mi risultano più esplicite). Il film dimostra che i buoni registi ci sono in Italia, che si possono fare ottimi lavori con UN dipendente per settore della produzione (non ci sono 80 truccatori, ma uno; e così costumisti, sound designer, fotografi, ecc), e soprattutto che la carenza nel panorama italiota sta da tutt'altra parte. In Italia quello che manca è il coraggio di raccontare e soprattutto il talento per farlo: sono i soggetti e gli sceneggiatori decenti che fanno difetto al cinema italiano, nonché i soldi, ma se questo secondo problema si può minimizzare, il primo è una specie di aut aut per la qualità delle immagini in movimento che hanno dato tanto lustro al Bel Paese. Uscendo dal cinema con blanca ci siamo chiesti, leggendo che la pellicola era stata finanziata dal Ministero dei Beni Culturali: con tutti i limiti del governo di centro sinistra, oggi l'avrebbero finanziato un film così? La risposta ce l'ha data il giorno dopo Luca Barbareschi, neo deputato di FI, candidato anche a ruoli importanti poi tramontati nella partita a scacchi di Berlusconi con i suoi ingombranti alleati: "Gomorra non è un buon film, esporta solo quello che non funziona dell'Italia". Quindi, no, non l'avrebbero finanziato, perché dell'Italia bisogna raccontare gli spaghetti, le belle donne, le spiaggie, e il fascino dei suoi luoghi. Tutto il resto, tutta l'Italia vera che sta nella merda fino al collo anche se non lo sa, non bisogna metterla in piazza, perché si sa, è tutta una grande famiglia i cui panni vanno lavati in casa. Le parole di Barbareschi spiegano molto di come siamo messi. Almeno siamo riusciti per un piccolo frammento di tempo e di spazio a raccontare la verità, e a poter essere orgogliosi di un prodotto italiano coraggioso e ben fatto.

Voto: 9


Notti al Mirtillo e le Emozioni dell'Uomo

cinema — Inviato da nero @ 23:23

Esistono persone che sono specializzate in pronostici, altre che sanno trovare le parole giuste in meno di un secondo, oppure in un'ora ma riducono al minimo la necessità di spazio per quello che si ha da raccontare, altre ancora che riescono a trasformare un'immagine in un discorso, e poi ci sono persone capaci di trovare la materia giusta per dare forma a quello che uno ha in mente, che sono in grado di prefigurare il proprio pensiero in maniera totalmente lucida, oppure di seguire uno schema dal primo all'ultimo punto senza un attimo di pausa. Ci sono persone capaci di trovare la combinazione giusta di ingredienti senza ricordarli, e altre che possono recitarti tutti i marcatori della serie A dall'inizio del girone unico. Il mondo è pieno di talenti, basta comprendere quello che ognuno ha, o in mancanza d'altro quello che uno vuole, e concentrare la propria volontà su questa unica, esile, incredibile possibilità.

Wong Kar Wai molto tempo fa ha deciso di essere un regista, e ha deciso che avrebbe parlato di poche cose: emozioni, colori ed esseri umani. Ogni volta che vedo un suo film mi rendo conto che non ha ancora smesso di raccontare tutto ciò, forse per merito suo, o forse per merito della complessità dell'uomo, semplice nelle sue emozioni, infinito nella possibilità di esprimerle. Ad acluni My Blueberry Nights non sarà piaciuto perché troppo decadente, ad altri perché troppo americano rispetto al solito Wong Kar Wai, ad altri ancora perché i dialoghi non sono tutti il massimo della vita. A me è piaciuto perché è Wong Kar Wai allo stato puro, immagini incredibili, colori che ipnotizzano la tua mente e il tuo cuore, poche parole ricercate in maniera un po' ostentata, e non sempre con il miglior risultato, la narrazione dell'individuo eterno in primo piano e sullo sfondo.

Voto: 8,5


Il romanticismo di una banda araba

cinema — Inviato da nero @ 11:34

Il fascino delle immagini sul grande schermo, dei suoni e delle visioni in una sala buia è chiuso nella loro capacità di trasmettere alle persone che vivono l'esperienza cinematografica i sentimenti e le emozioni nel loro stato più primordiale. La passione per la parola scritta passa attraverso altri e più articolati meccanismi, mentre quella per il cinema è qualcosa di primitivo: penso che sia per questo che ha tanto successo, per questa capacità di identificazione con la vita delle persone.

La Banda è un film privo di complicazioni: l'autogestita banda della polizia di alessandria sbarca in Israele invitata per un concerto, si perde nel tentativo di raggiungere il luogo della performance, vive una notte in un avamposto desolato in mezzo al deserto, e infine giunge a destinazione. Tutto il film è nei personaggi che vivono questa notte a Beit Hatikva: tra dolci amori non corrisposti, il desiderio di non restare soli e di superare la memoria e il dolore, o anche solo di imparare a vivere.

Il regista lo sa: talvolta non serve un genio della fotografia, una sceneggiatura complicatissima, un drago del montaggio. Talvolta basta saper raccontare le emozioni degli esseri umani con saggia semplicità, toccando il cuore di chi sta seduto nella sala e vuole vedere e sentire raccontare anche la propria vita. La poesia della cultura araba aiuta, e sono uscito dal cinema pensando quanta parte di essa andrà distrutta nella caccia alle streghe e nelle pieghe degli opposti integralismi religiosi, con tristezza.

Voto: 7


Parola all'America

cinema — Inviato da nero @ 15:19

 

I fratelli Coen, nella mia mente, si associano immediatamente ad altri autori che sembrano dare la parola direttamente all'America attraverso i loro personaggi, come se le figure che animano le loro opere siano tutte una diversa sfaccettatura antropomorfica di un concetto primordiale di America. I loro film, di cui amo in particolare Il Grande Lebowski e Fargo ovviamente, ti fanno trottare attraverso la trama e l'ironia ma quando aprono bocca e diaframma della ripresa sai che ognuno di essi da voce all'America, non a una America, ma alla stessa caleidoscopica entità. Tanto per citare qualcuno che mi dà la stessa idea riprendo Warren Ellis e soprattutto Garth Ennis: se dovessi capire gli Stati Uniti d'America senza farmi venire l'esaurimento nervoso per l'astio che gli Americani Medi riescono a ispirarmi nella loro interazione quotidiana con il mondo e con gli altri esseri umani non-statunitensi, io partirei dalle opere di questi autori: Preacher, Transmetropolitan, e i film citati dei fratelli.

No Country for Old Men è esattamente questo: una narrazione per interposte dramatis personae di che cosa è l'America oggi, di cosa prova, di cosa ha paura, di cosa non capisce. Questo in sé vale il film, ma c'è altro: la fotografia è obiettivamente di qualità superiore e quelli che tanto hanno tessuto le lodi della buona ma non eccelsa fotografia di Into the Wild dovrebbero andare a guardare la pellicola per capire la differenza. Grande recitazione al solito dei protagonisti, su tutti Javier Bardem (Oscar) e Tommy Lee Jones (il quale di fatto incarna l'archetipo dell'Americano), e grandissima trama e dialoghi, con ogni finale scontato che viene demolito nei cinque minuti successivi a quelli che ti aspetti. Notevole sotto tutti i punti di vista, e Oscar per una volta meritati (d'altronde se essi rappresentato il Premio Americano per antonomasia, non potevano non cogliere i propri riferimenti in questo film).

Voto: 8


Sweeney Todd

cinema — Inviato da nero @ 23:45

 

Prima che anche voi facciate l'errore di un mio amico niguardese in guerra con la propria scarsa attenzione nello scegliere di chi fidarsi nella selezione del film: il nuovo film di Tim Burton è un musical, un bel romanzone d'appendice gotico e gore, decisamente imperdibile per chi ama i film dello zio Tim. Più adulto e meno sentimentale delle sue ultime uscite, a me ha dato una certa soddisfazione, complice anche il cast incredibile e la solita sapiente miscela di scenografia e sceneggiatura. Johnny Depp ormai per quanto mi riguarda è assurto all'olimpo dei migliori attori esistiti, ed Helena Bonham Carter nella parte della pazza costituisce un ottima partner quanto a bravura; il miracolo è completato da Alan Rickman e Timothy Spall, che da Harry Potter al racconto musicale splatter fanno un bel salto carpiato nella deformazione dell'immaginario infatile. Bravo!

Forse la parte meno riuscita è quella musicale, per la quale lo zio Tim  abbandona il suo fido Danny Elfman per un modestissimo Stephen Sondheim: la sezione strumentale è molto meno evocativa e il cantato lagnoso nelle melodie e nel ritmo. Nulla a che vedere con la Fabbrica del Cioccolato, che aveva messo in luce la capacità di Elfman di gestire un progetto come quello di questo film. In ogni caso la pellicola è valida e da impianto audio di qualità superiore, anche se non tutti la sapranno apprezzare. 

Voto: 7,5


Il cinema classista di woody allen

cinema — Inviato da nero @ 20:54

 

Sogni e Delitti è il contrappasso di Match point: tanto il secondo era ben riuscito e interessante dal punto di vista anche "di classe", tanto  il primo è retto solo da due grandi interpretazioni e lascia adito a una logica classista dominante, con grande delusione del sottoscritto.  Il film si impernia tutto sulla buona prova di Ewan McGregor, comunque in continua ascesa, e sulla prova veramente notevole di Colin Farrell (che al sottoscritto e a chi lo conosce ha ricordato una nuova incarnazione sullo schermo di krikap!! :), ma il resto lascia un po' a desiderare. Il ritmo della prima parte di film è molto scadente, anche se migliora nella seconda, ma a parte il giallo non rimane in bocca nulla di retrogusto. Alla fine della fiera se in Match point a pagare era la high class inglese e a farla da padrona la prolet Scarlett Johansson (che in sé comunque vale sempre il prezzo del biglietto per ragioni puramente estetiche :), in Sogni e Delitti la spunta il più falso e ipocrita, in una storia di soli uomini, in cui le loro donne svolgono un ruolo peggio che comprimario, di un sessismo veramente fastidioso (belle, stupide o sapide, comunque sfruttatrici dell'iniziativa maschile).

Voto: 5,5


American Gangster

cinema — Inviato da nero @ 10:34

 

American Gangster è un film come tanti o poco più tra le migliaia di mega produzioni americane. L'unica sua vera funzione è confermare che il meglio di sé Ridley Scott lo ha già dato a cavallo tra gli anni 70 e gli anni 80, con pellicole memorabili e che rimangono pietre miliari (imho) della storia del cinema. Dal 1992 in poi ci ha offerto solo kolossal di spessore molto modesto e ai quali è stato garantito successo più dal suo nome e dal suo talento che non dal loro valore effettivo (anche come holliwoodianate volendo).

La storia è interessante e il taglio che gli viene dato dimostra che il buon Ridely non è certo un regista qualunque, ma è troppo poco per goderselo: nessun accenno razzista, e puntini sulle i spostati opportunamente sul rapporto tra modello americano (economico e sociale) e dualità legalità/illegalità. Da questo punto di vista la regia è interessante, perché non oppone i nergi spacciatori ai bianchi salvatori, ma un mix più complesso di soggetti che interpretano le porzioni più oscure del sogno americano: l'autista che diventa boss grazie alla determinazione e allo spirito di iniziativa, ma che conserva quel bigottismo usa nonostante sia il principale rifornitore di droga sul suolo statunitense, droga che fa arrivare con ampio cinismo grazie alle coperture dei militari in vietnam pagati a suon di migliaia di dollari (l'ultimo carico è veramente una chicca di crudeltà nei confronti di chi ancora ci crede al sogno americano); il poliziotto violento ma incorruttibile che ripulisce il marcio non tanto dalle strade quanto dalle istituzioni di polizia americane; gli agenti federali corrotti e che mettono l'immagine davanti alla lotta al crimine; i boss italiani che odiano un altro boss non tanto perché fa più soldi quanto perché mette in crisi il loro consolidato modello sociale. Questo aspetto registico sottolineato come di consueto nei film di Ridley dalle battute finali dei protagonisti, che didascalicamente impongono una certa lettura del film, è comunque ciò che porta il film sopra la media.

Frank Lucas: "why should they [the other bosses] witness against me?"  
Richie: "because aside from the fact they hate you personally, they hate what you represent"
Frank: "I don't represent anybody but Frank Lucas"
Richie: "exactly, you represent progress, the kind of thing they won't be able to survive to"

La citazione è a memoria quindi non sarà proprio letterale, ma dà l'idea. 

Il resto del film tiene bene la tensione e si lascia gustare. Tutto dignitoso, sopra la media il montaggio e ovviamente la regia. Forse la conclusione poteva essere più sviluppata, ma poi si andava oltre le due ore e mezza di film e la sintesi è sempre un valore aggiunto nel cinema di massa. Tutto sommato me lo sono goduto, anche se l'estasi di pellicole come Blade Runner e Alien rimangono lontane ere geologiche.

Voto: 6/7


Into the wild

cinema — Inviato da nero @ 10:21

Riprendo la sana abitudine di postare delle pseudo recensioni di libri che leggo e film che guardo, vediamo quanto mi regge (dipende soprattutto da cosa accade al contorno :).

Into the Wild è un film che si fa guardare con piacere, anche se mi aspettavo molto di più. Gran parte dei meriti del film stanno nella sceneggiatura che non è originale, e quindi di fatto non stanno nel film, ma in cosa l'ha ispirato: una storia molto americana e molto umana, nel senso di atavica, la ricerca dei limiti dell'essere umano in una società che questi limiti li ha nascosti e li nasconde quotidianamente per illudersi di essere immortale. Tutto il resto del film, che dovrebbe fare la differenza con il libro da cui è tratto, e che è altamente consigliabile, non spicca il salto necessario.

Nel dettaglio, un po' tutto sembra all'insegna dell'ostentazione di qualche tocco di pseudo sperimentalismo, abbandonato nel deserto dell'ordinarietà. La regia è modesta, e solo qualche accorgimento fa sorridere più che altro per la sua pretenziosità nel credere che risolleverà l'intero film e per la sua ingenuità: gli aerei che ci accompagnano tutto il film e che continuano a sottolineare la distanza tra quello che il protagonista cerca e la sua reale condizione. La fotografia è interessante per le parti dinamiche (discesa nelle rapide, movimenti della camera e via dicendo) ma la parte paesaggistica, che dovrebbe essere la forza di metà del film, rimane un po' appannata e priva di energia, almeno dal mio punto di vista, ma forse è una scelta di Sean Penn. La recitazione è ostentata e per nulla convincente: il protagonista sembra mettersi in mostra per diventare il nuovo River Phoenix, sorriso Durbans a denti bianchissimi e tre vestiti diversi al giorno anche quando è due anni che gira senza soldi per mezza America: un po' inverosimile no? Ok, gli sponsor, ok, l'estetica americana, ma mi pare un po' tirato. Il montaggio è interessante anche questo nella parte dinamica, ma per il resto non dice molto: anche gli inserti à la Tarantino 70s dei tagli verticali con diverse scene sembra più qualcosa che serva a dire "vedete anche noi possiamo fare le cose strane" che non una scelta stilistica. Che dire poi delle due volte in cui il protagonista guarda attivamente in camera, completamente estemporanee considerata la scelta del resto del film? Solo bah.

Come detto del film salvo decisamente solo la sceneggiatura (che ci evita la storpiatura del finale come accade in molti film targati USA) e la musica, il resto si aggira nei dintorni dell'appena sufficiente. Il film si fa guardare, e nel panorama delle schifezze che il cinema ci propina è ancora entro la soglia di dignità, ma si poteva fare certamente di meglio.

Voto: 6


La giusta distanza, un segno dei tempi

cinema — Inviato da nero @ 12:39

Ieri dopo le fatiche notturne e diurne per chiudere il quarto numero di City of Gods che uscirà il 9 novembre in occasione dello sciopero generale e generalizzato, io e blanca ci siamo goduti un meritato cinema serale, prima di collassare per sopraggiunto limite di ore di veglia in due giorni :)

La Giusta Distanza non è il primo film di Carlo Mazzacurati, ma per quanto mi riguarda è sicuramente il primo che mi fa un ottima impressione. L'ambientazione è realistica e precisa, fatta con semplici tocchi che dipingono un quadro generale estremamente vicino alla vita di chi guarda il film: la dimostrazione che per fare un buon noir/giallo non c'è bisogno di grandi invenzioni e di personaggi caricaturali. Il film è un ottima operazione di popolarizzazione di temi sociali, e drammaticamente di attualità. Mazzacurati sceglie una attrice di bellezza quotidiana ma rara (Valentina Lodovini), e un attore nordafricano (Ahmed Hefiane) molto bravo, mentre il personaggio di Giovanni tutto sommato ha qualche sbavatura (il vaffanculo all'avvocato io l'avrei fatto rigirare, onestamente...)

Il film racconta dell'ordinario razzismo delle città e della provincia italiana, della difficoltà di integrazione, ma della facilità di oltrepassare gli stereotipi. Anche la scelta del finale non è scontata e non cerca di rifugiarsi da un mostro emergenziale a un altro, ammettendo la quotidianità del male senza nessun indugio o velo giustificatorio. Un film molto godibile e altamente consigliato, anche a Veltroni, che spero adesso si compiaccia dei risultati ottenuti con le sue esternazioni da auto eletto ministro degli esteri della UE.


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