Le Benevole

pagine e parole, storia e memoria — Inviato da nero @ 13:34

Riposto qui un ottimo articolo di Wu Ming 1 a commento del libro Le Benevole di Jonathan Littel. Lo condivido molto e il libro è ottimo, anche se forse tirato un po' per le lunghe. Non è di facile lettura e su alcuni passaggi mi pare che strafaccia per la caratterizzazione del personaggio, ma nulla è perfetto. Consigliato a tutti.

 
NESSUNO È IMMUNE DAL DIVENTARE NAZISTA

Le benevole, Supercoralli Einaudi, 2007Impressioni dopo la lettura del romanzo Le benevole di Jonathan Littell

di Wu Ming 1
da "L'Unità" del 30 settembre 2007

Premio Goncourt 2006. Monumentale opera prima scritta in francese da uno statunitense. Caso editoriale in diversi paesi. Oggetto di stupore, shock e ammirazione. Alzate di polveroni a destra e a manca da parte di storici e critici, di ebrei e gentili. Perché?
Perché è chiaro fin da subito (dal lungo prologo intitolato "Toccata") che Le benevole di Jonathan Littell vuole imporsi come il romanzo supremo e definitivo su Germania nazista e sterminio degli ebrei.
Di questa ambizione, questa hybris che fa scavalcare ogni argine e sfidare ogni precedente narrazione sull'argomento, ho un'esperienza diretta di molti giorni. Leggere Le benevole è ritrovarsi testimoni, percossi e attoniti, di un tracimare: goccia dopo goccia, rivolo dopo rivolo, il fiume di dati, episodi, conversazioni, ricordi, sogni e citazioni si compone, si allarga, si alza, si gonfia finché non esonda. Arriviamo sul fronte russo sospinti da un'alluvione, immane ondata che spazza via interi mondi e innumerevoli vite, finché non impatta con la resistenza di Stalingrado, inattesa, inspiegabile. Le giornate di Stalingrado scavano un momento di "vuoto" nel romanzo e nella vita del protagonista, Maximilien Aue, ufficiale SS. Il vuoto si riempie di follia, follia per una volta non sistemica né organizzata, follia non burocratica bensì singolare e selvaggia. L'accerchiamento sovietico apre un crepaccio nel tempo e la psiche devastata di Aue produce visioni e fantasticherie. I passaggi sono fluidi, non più scanditi da cifre, date e acronimi, tutto è bianco e non si sentono rumori... E' a questo punto che l'onda s'incurva e volge indietro, con violenza moltiplicata. L'Armata Rossa e il Generale Inverno annichiliscono la Sesta Armata. Aue si salva, lo riportano a Berlino.

Una volta respinta, la piena - che, ripeto, è una piena di informazione - copre altre direzioni, invade altri campi. Le acque brune e scure trasportano nuovi dati, episodi, conversazioni, reminiscenze di incesti e sodomie, incubi e rimandi ad altre opere (drammi, romanzi e saggi, film e documentari). Personaggio, autore e libro s'impantanano nell'asfissiante burocrazia dell'universo concentrazionario, della Endlösung, dell'Olocausto. Che è ormai soprattutto amministrazione: se le spaventose Aktionen, i massacri di ebrei nell'Ucraina occupata, avevano smosso la coscienza del protagonista sferzandolo con dubbi e rimorsi, la "soluzione finale" lo trova desensibilizzato, apaticamente dedito al compito: "adesso predominava in me una grande indifferenza, non tetra, ma lieve e precisa". Siamo a poco meno di 2/3 del romanzo: Auschwitz compare solo adesso, ecco Höss, ecco Mengele... La piena diventa un lago artificiale di acqua densa, appiccicosa, le minuzie galleggiano e si attaccano alla pelle. "E poi, se dovessi ancora raccontare in dettaglio tutto il resto dell'anno 1944, un po' come ho fatto fin qui, non la finirei più. Vedete, penso anche a voi, non soltanto a me, un pochino perlomeno, certo ci sono dei limiti, se mi sobbarco tutte queste fatiche non è per farvi piacere..." E avanti così, poi la catastrofe, la fuga, la mimetizzazione borghese.

Questa non è semplice audacia da esordiente: l'impressione è che l'autore sia stato travolto dai propri studi e dal progetto narrativo, e ne sia rimasto prigioniero. Littell si è recluso per anni nel mondo che andava evocando, la Germania del Terzo Reich vista come un unico, grande campo di concentramento che imprigionava anche i carnefici e i loro complici (immagine proposta anni fa da Bruno Bettelheim). Siccome "è libero chi è vassallo" (Frei sein ist Knecht sein), ne è derivato un grande arbitrio del raccontare: Littell vuole dire tutto, mostrarci tutto, descrivere ogni meccanismo, indugiare su ogni delitto.
Le benevole è un libro iperrealistico, sembrano davvero le memorie per troppo tempo procrastinate di un ex-criminale di guerra. Nel numero di pagine (956 nell'edizione italiana, per giunta fittissime e quasi prive di a capo), nell'esorbitante numero di divagazioni ed eccedenze, nell'attenzione pedante per i minimi dettagli, si manifesta la tipica "incontinenza" dei memoriali di certi anziani.

Le benevole sembra anche la versione narrativa (e capovolta, poiché dal punto di vista degli assassini) della colossale impresa storiografica di Saul Friedländer, i due volumi de La Germania nazista e gli ebrei. Friedländer aggiorna le ricerche di Raul Hillberg e si dedica alla ricostruzione più vasta e minuziosa della "soluzione finale", attingendo a ogni sorta di fonte, procedendo per accumulo di migliaia di microstorie, che collega e incastra fino a indurre il quadro generale. Tuttavia, la narrazione di Friedländer è moltitudinaria, sono milioni di persone a reggerne il peso e il dolore. La storia più difficile da raccontare e da ascoltare batte sulle tempie mentre leggi, e solo un impianto corale può darle fondamenta abbastanza solide. Le benevole ha invece un solo protagonista, unico "filtro", un "io" dai piedi d'argilla che sotto il peso della tragedia sbanda, si incurva, sovente cade, perde consistenza e coerenza. Che compito ingrato, il soliloquio dell'inenarrabile.

La domanda che si pone il lettore è: perché Aue - nonostante il disgusto, i conati di vomito, la diarrea psicosomatica che lo perseguita per quasi mezzo libro - fa quello che fa?
Perché a suo modo è un illuminista, sembra dirci Littell. E' un giovane intellettuale dalle buone, anzi ottime, letture, ed è consapevole della “dialettica negativa” dell'illuminismo, tanto da volere vederla compiersi.
[Qui sorvolerò sul fatto che il cosiddetto "illuminismo" liquidato da Adorno e Horkheimer e poi da frotte di pensatori postmoderni non corrisponde in alcun modo all'illuminismo storicamente, concretamente esistito. Lo spiega molto bene Robert Darnton nel suo L'età dell'informazione, Adelphi 2007.]
In parole povere: Aue vuole scoprire fin dove potrà spingersi prima di smettere di provare qualcosa. Vedere se i mille pretesti, le razionalizzazioni di comodo, i falsi sillogismi riusciranno a prevalere sulla nausea, la pietà e i sensi di colpa. Man mano che ciò accade, si trova a rimpiangere l'orrore e la pena che provava al principio, "quello choc iniziale, quella sensazione di una frattura, di uno squassarsi infinito di tutto il mio essere". Aue è la cavia del proprio esperimento sui limiti dell'umano. Insieme a noi, "fratelli" chiamati in causa fin dall'incipit, scoprirà che l'umano non ha limiti, che "disumano" e "inumano" sono epiteti ipocriti. E' questo ad avere turbato molti lettori.

La consueta trappola dell'io narrante: io cammino con Aue, lo seguo nell'esperimento, ragiono con lui, in un certo senso sono lui, come lui è me e chiunque di noi: "Gli uomini comuni di cui è composto lo Stato - soprattutto in periodi di instabilità -, ecco il vero pericolo. Il vero pericolo per l'uomo sono io, siete voi. E se non ne siete convinti, inutile continuare a leggere oltre. Non capirete niente e vi arrabbierete, senza alcun vantaggio né per voi né per me."

Finché Aue soffre per il dolore che infligge, io soffro insieme a lui, ho gli stessi conati di vomito. La descrizione delle Aktionen in Ucraina è quasi insostenibile: chi è padre o madre vedrà i propri figli in ogni bambino fucilato e gettato nudo sul cumulo di morti. Queste pagine fanno amare la vita disperatamente, ti ci fanno aggrappare con tutte le forze, perché non c'è nulla di "edificante" nel modo in cui le vittime vanno a morire, sono decine e decine di pagine di macelleria a cielo aperto, pagine brutte, perché è la morte violenta a essere brutta: non c'è tempo per ultime frasi che tocchino il cuore; non c'è spazio per pose plastiche nella calca della fossa comune; la morte subita in mucchio è ancor più misera e priva di redenzione.

Gradualmente, però, la quantità mi prevarica, fa scattare le mie difese, distanzia l'esperienza e annulla la compassione. Un morto è omicidio, un milione di morti è statistica, ipse dixit. Di massacro in massacro, mi desensibilizzo insieme ad Aue, conseguo il suo medesimo distacco. Il romanzo coglie nel segno (se questo era il segno a cui mirava) e arriva a dimostrare che chiunque può abituarsi all'orrore. Al limite la pagherà con disturbi psicosomatici, cacarella, bruxismo... Poca roba. Del resto, non muoiono di fame e stenti ogni giorno migliaia di bambini senza che io ci perda il sonno? Il fatto che io non sia lì a guardarli morire, bensì distante migliaia di miglia, mi rende poi tanto diverso da Maximilien Aue, mi rende forse più innocente di lui? Aue è mio fratello, è contro me stesso che devo vigilare, nessuno di noi è immune dal diventare "nazista".

Littell, per dirla in una delle sue lingue native, has got a point, eppure il suo successo è un fallimento, perché mi anestetizza, toglie calore alle dita che reggono il libro. L'inflazione della valuta-morte mi fa davvero sembrare uno sterminio poco più di una statistica, e il rischio è che diventiamo più cinici anziché più vigili nei confronti di noi stessi. Eterogenesi dei fini. Per metterla giù in modo chiaro: finiamo la lettura più stronzi di quando l'avevamo iniziata.

Detto questo, è un romanzo importante, epocale, che non si può né si deve ignorare, che va letto e affrontato. E' anche un romanzo impervio, con centinaia di nomi e cognomi che non è possibile tenere a mente, parole tedesche che mettono soggezione, scartoffie infilate nel flusso senza alcuna mediazione. Sovente Littell va oltre il nozionismo e si produce in tirate piene di riferimenti criptici, come se si stesse rivolgendo - e forse è davvero così - alla corporazione degli storici anziché ai lettori comuni.

Durante un viaggio a Parigi, Aue si imbatte in un libro di Maurice Blanchot, Passi falsi, il quale contiene un saggio su Moby Dick, "libro impossibile" che "si rivela solo attraverso l'interrogativo che pone". Fin troppo scoperta, la dichiarazione di poetica: Littell è melvilliano dallo sfintere al nervo ottico. E se Melville – come fa notare Henry Jenkins – scriveva così perché era un fan, un appassionato della navigazione che voleva sviscerarne ogni aspetto, allora Littell di cosa è fan? Littell è un fan del Novecento, inteso come "secolo di ferro e fuoco". Coglierne l'essenza è stato per anni la sua ossessione, la balena bruna a cui dare la caccia.

Ma non è forse l'ossessione di noi tutti? Quel mondo è sempre con noi: la seconda guerra mondiale è l'evento storico più raccontato e rappresentato di tutti i tempi, e il Führer ci tiene compagnia continuando a sbucare come monito, icona pop, pietra di paragone. Qualunque sterminio e genocidio è implicitamente o esplicitamente valutato in confronto alla Shoah, a cui ci riferiamo per metonimia: "Auschwitz". Qualunque nemico, anche occasionale, viene paragonato all'imbianchino. L'avvocato americano Mike Godwin ha coniato una "regola" (Godwin's Law) secondo cui "più una discussione on line si protrae nel tempo, più aumentano le probabilità che uno dei partecipanti venga paragonato a Hitler."

Le benevole non sarà il romanzo definitivo su nazismo e dintorni. Continueremo a raccontare quella storia, perché non possiamo farne a meno. Ci viviamo ancora dentro e chissà quando ne usciremo. Il nazismo ha perso eppure ha vinto, condicio sine qua non del nostro immaginario.

- Jonathan Littell, Le benevole, traduzione di Margherita Botto, Supercoralli Einaudi, Torino 2007, pp. 956, € 24


 


Strade e storielle sociali a genova

pagine e parole, storia e memoria, concrete — Inviato da nero @ 13:33

 

Segnalo, molto rapidamente che non ho moltissimo tempo, un bel lavoro che il  mio socio sta portando a termine sul suo blog, mentre siamo in sospeso sul resto dei nostro lavori narrativo-editoriali: prendi le vie famose per il g8, conoscine la storia, e raccontala a chi non la sa, con il giusto tocco di ironia che merita la realtà abbruttita che ci circonda fin troppo spesso. I due post [ uno e due ] sono molto divertenti, e forse potremmo impegnarci in due per farne qualcosa di più che una boutade.

I progetti di blackswift (molti) latitano nell'attesa di avere tempo e voglia di scrivere e leggere, cosa che sembra venire difficile a entrambi (me e il mio socio armeno), ma non temete, non cesseremo di stupirvi. Le strade, come già si può intuire dall'approccio di monocromatica, non sono neutre: i luoghi nascondono storie, soprattutto storie che si intrecciano con la cronologia ufficiale delle epoche dando uno spessore diverso a fatti che messi in sequenza riducono drasticamente il senso del processo storico. Forse fermarsi ogni tanto a raccontare come si vivono i luoghi delle proprie città basterebbe a tenere viva la loro anima.

 


Genova: il processo ai 25 è finito

 

Oggi il primo processo sui fatti del g8 2001 a genova è praticamente arrivato alla sua conclusione. Neanche a dirlo, il primo che vedrà una sentenza (mancano ancora l'udienza del 14 dicembre per repliche e controrepliche e l'udienza in cui si leggerà la sentenza che sarà la settimana successiva) è il processo contro 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio. Ci sono volute 150 udienze circa, quasi 200 testimoni (che poi l'accusa non ha quasi usato), migliaia di ore di lavoro: il processo si chiude sulle parole di alcuni imputati e sul ghigno del pm Andrea Canciani mentre i nostri compagni parlano con il cuore in mano della propria vita. Come ultimo sgarro il pm ha voluto consegnare la memoria di accusa non all'inizio durante la sua discussione, ma alla fine dopo averla corretta per bene durante le arringhe dei difensori: un'ultima scorrettezza formale per avere l'ultima parola, o l'ultimo sorriso di sbieco. Quando ho cominciato a lavorare su questo processo nel 2004 pensavo che sarebbe durato una vita, invece sono passati tre anni e vorrei che ne mancassero almeno tanti quanti ne servono per la prescrizione. Qualunque sarà la decisione del tribunale, i pm avranno la soddisfazione di poter dire di aver dato vita a un processo storico e storicamente temo ingiusto. Sotto potete leggere le dichiarazioni di VV, uno degli imputati, che mi paiono molto belle e condivisibili. Avrei voluto che si facessero all'inizio del processo, sarebbe stato tutto molto più politico e intenso, anche se non so se avrebbe cambiato qualcosa. 

Innanzitutto vorrei fare una breve premessa: in quanto anarchico, ritengo i concetti borghesi di colpevolezza o innocenza totalmente privi di significato.
La decisione di voler dibattere in un processo di “azioni criminose” che si vogliono imputare a me e ad altre persone, e soprattutto l’esprimere qui le idee che caratterizzano il mio modo di essere e di percepire le cose, potrebbe essere oggetto di valutazioni sbagliate: è necessario quindi precisare da parte mia che lo spirito con cui rilascio questa dichiarazione, dopo anni di spettacolarizzazione mediatica dei fatti di cui si dibatte qui dentro,è quello in cui anche la voce di qualche imputato si faccia sentire. Con questo breve intervento comunque non cerco né scappatoie né giustificazioni: per me sarebbe assurdo anche il fatto che la corte decida che sia legittimo rivoltarsi non spetta ad essa.

Rileggere dei fatti accaduti sotto una certa ottica, con un certo tipo di linguaggio (quelli della burocrazia dei tribunali per intenderci) non equivale solo a considerarli parzialmente, ma significa distorcerne la portata, la loro collocazione storica, sociale e politica, significa stravolgerli completamente da tutto il contesto in cui si sono verificati.

Quello che mi si contesta in questo processo, il reato di devastazione e saccheggio, implica secondo il linguaggio del codice penale che “una pluralità di persone si impossessa indiscriminatamente di una quantità considerevole di oggetti per portare la devastazione”: per questo tipo di reati si chiedono condanne molto alte, e questo nonostante non si tratti di azioni particolarmente odiose o crimini efferati.
Mi sono sempre assunto la piena responsabilità e le eventuali conseguenze delle mie azioni, compresa la mia presenza nella giornata di mobilitazione contro il g8 del 20 luglio 2001, anzi sono onorato di aver partecipato da uomo libero ad un’azione radicale collettiva, senza nessuna struttura egemone al di sopra di me.
E non ero solo, con me c’erano centinaia di migliaia di persone, ognuno che con i propri poveri mezzi, si è adoperato per opporsi a un ordinamento mondiale basato sull’ economia capitalista, che oggi si definisce neoliberista…la famigerata globalizzazione economica, che si erge sulla fame di miliardi di persone,avvelena il pianeta, spinge le masse all’esilio per poi deportarle ed incarcerarle, inventa guerre, massacra intere popolazioni: questo è ciò che definisco devastazione e saccheggio.

Con quell’enorme esperimento a cielo aperto fatto su Genova (nei mesi precedenti e nelle giornate in cui si tenne quella kermesse di devastatori e saccheggiatori di livello planetario) che qualche ritardatario si ostina ancora a chiamare gestione della piazza, è stato posto uno spartiacque temporale: da Genova in poi niente più sarebbe stato come prima, né nelle piazze né tanto meno nei processi a seguito di eventuali disordini.
Si apre la strada con sentenze di questo tipo ad un modus operandi che diventerà prassi naturale in casi simili, cioè colpire nel mucchio dei manifestanti per intimorire chiunque si azzardi a partecipare cortei, marce, dimostrazioni…non credo sia fuori luogo luogo parlare di misure preventive di terrorismo psicologico.

Non starò qui a dibattere invece sul concetto di violenza, su chi la perpetra e su chi da essa si deve difendere e via dicendo: questo non per assumere atteggiamenti ambigui riguardo l’utilizzo o meno di certi mezzi nella lotta di classe, ma perché reputo questa sede non adatta per affrontare un dibattito che è patrimonio del movimento antagonista al quale appartengo.

Due parole in merito al processo alle forze di polizia.

Si prova con il processo alle cosiddette forze dell’ordine a dare un senso di equità…i pubblici ministeri hanno voluto paragonare ad una guerra fra bande le violenze tra polizia e manifestanti: senza troppi giri di parole dico solo che io non mi sognerei mai di infierire vigliaccamente su persone ammanettate, inginocchiate, denudate, o in palese atteggiamento inoffensivo col preciso intento di umiliare nel corpo e nella mente…
Sono ormai abituato a sentirmi paragonare a provocatore, infiltrato ecc ed è dura, ma essere paragonato ad un torturatore in divisa no… questa affermazione è a dir poco rivoltante!
È degna di chi l’ ha formulata.

E poi allestire un processo a poliziotti e carabinieri, giusto per ricordare che siamo in democrazia significa ridurre il tutto ad un pugno di svitati violenti da una parte, e dall’altra a casi di eccessivo zelo nell’applicazione del codice. Questo, oltre ad essere sinonimo di miseria intellettuale, indica la debolezza delle ragioni per cui sprecarsi al fine di preservare l’attuale ordinamento sociale.

Dal mio punto di vista processare la polizia parallelamente ai manifestanti significa investire le cosiddette forze dell’ordine di un ruolo troppo importante nella vicenda; significa togliere importanza ai gesti compiuti dalla gente che è scesa in strada per esprimere ciò che pensa di questa società, relegando tutti quanti nel proprio ruolo storico di vittime di un potere onnipotente. Carlo Giuliani, così come tanti altri miei compagni, ha perso la vita per aver espresso tutto ciò col coraggio e con la dignità che contraddistingue da sempre i non sottomessi a questo stato di cose e finché i rapporti tra le persone saranno regolati da organi esterni rappresentanti di una stretta minoranza sociale, non sarà l’ultimo.
E siccome sono disilluso ed attribuisco il giusto significato al termine democrazia, l’idea che un rappresentante dell’ordine costituito venga processato per aver compiuto il proprio dovere mi fa sinceramente sorridere. Lo stato processa lo stato direbbe qualcuno a ragione.

Sicuramente ci saranno delle condanne e non le vivrò di certo come segnale di indulgenza o di accanimento nei nostri confronti da parte della corte. Esse andranno valutate, in qualsiasi caso, come un attacco a tutti coloro che in un modo o nell’altro avranno sempre da mettere in gioco la propria esistenza al fine di stravolgere l’esistente nel migliore dei modi possibile.


Genova non è finita... e due

 

Nuovo articolo per nazione indiana, mentre oggi si sono espresse le difese per gli imputati per i fatti dell'11 marzo a Milano. Un 2007 maledetto nei tribunali. Vi copio qui l'articolo per nazione indiana, e vi rimando al mio socio per il riassunto dell'udienza per l'11 marzo, mentre su supporto c'è la trascrizione completa. PS: lo stato, tanto per confermare da che parte sta ha chiesto 2 milioni e mezzo di euro di danni a 25 persone imputate per devastazione e saccheggio. come se la galera non bastasse.

Genova non è finita - 2

Sapevo che ottobre non sarebbe stato un mese entusiasmante per seguire i processi genovesi, ma saperlo non aiuta a reprimere le emozioni che ascoltare ogni martedì e ogni venerdì i pubblici ministeri Anna Canepa e Andrea Canciani mi provoca. Il mese di ottobre è stato il mese che i pm si sono presi per rileggere i fatti di Genova a modo loro, per riuscire a presentare al mondo la loro versione della storia, la loro versione della verità, dei torti e delle ragioni. Non c’è bisogno di dire che non è la stessa che ho vissuto io. O voi.
Le loro conclusioni sono più eloquenti di ogni altra cosa: “chiamiamo genova per quello che è stata, devastazione e saccheggio.” In termini di richiesta di condanna vuol dire pene dai 6 ai 16 anni per le 25 persone che l’accusa di Genova ha ritenuto responsabili di tutto ciò che è accaduto a Genova. Vuol dire che persone che sono ritratte in decine di foto mentre non fanno nulla o tutt’al più lanciano due sassi dovrebbero essere condannate secondo l’accusa di Genova a tanti anni quanto la Franzoni per aver ammazzato suo figlio piccolo. Il bello è che mentre parlano i pm si vede che si sentono i portatori di una nuova morale nelle lande devastate e saccheggiate della storia italiana.
Una nuova interpretazione del diritto che si riassume nella frase: “la responsabilità morale in questi casi è più importante della responsabilità materiale”. Quanti di voi si sentono “moralmente” responsabili di Genova? o anche solo “politicamente responsabili”? Ecco, tutti noi, tutti, secondo questi pm dovremmo essere imputati di un reato che risale all’anteguerra e che dovrebbe portarci anni in galera. Tanti anni.
Una nuova interpretazione della storia e del buon senso quando Canepa e Canciani si soffermano su quei giorni: “le persone hanno deliberatamente scelto di proseguire gli scontri. Dopo la prima carica contro le tute bianche, ad esempio, che comunque e’ stata breve e non particolarmente violenta, potevano sempre tornarsene indietro e eventualmente denunciare le violenze di cui sono stati testimoni”. Oppure: “le forze dell’ordine possono aver sbagliato a decidere la carica, ma quando hanno deciso, hanno agito coerentemente e non particolarmente male”. E ancora: “alla fine dobbiamo ricordare che i cassonetti le persone li hanno messi in strada ben prima che i blindati caricassero a folle velocità, cosa che comunque è avvenuta solo due o tre volte”. I pm, gli uomini nuovi della verità e della giustizia, stanno minimizzando tutto quello che hanno combinato le forze dell’ordine in una delle loro più note e più terribili debacle.
Il colmo lo raggiungono quando per lavarsi la coscienza, i pm si auspicano che “la medesima severità che stiamo chiedendo sia usata nei confronti dei massacri compiuti dalle forze dell’ordine e che vanno condannati”. Penso che il problema sia di intendersi sul termine massacro, e forse anche sul termine ordine. Perché secondo i pm quelli compiuti sotto i portici di via Gastaldi a Genova, o nel cortiletto della Metalfer, o durante la carica di via Tolemaide, o il sabato pomeriggio sul lungo mare, non sono massacri, ma legittime cariche per disperdere i facinorosi. E sempre secondo i pm “tutela dell’ordine pubblico” vuol dire anche quello che si è fatto a genova, “forse era meglio lasciare tutto in mano ai manifestanti, qualcuno ci vorrà dire!” - ha gridato Canciani. Io penso per un’istante che se fosse stato lasciato fare ai manifestanti ci si sarebbe limitati a un po’ di reati contro il patrimonio. E continuo a pensare che qualche vetrina spaccata, qualche auto bruciata, non valgano la vita di una persona.
Perché continuo ad arrovellarmi e non riesco a capire come si possa mettere le cose sullo stesso piano. Come sia possibile che i pm che hanno raccolto la testimonianza di Placanica, continuino a ritenere legittimo quell’atto e non la resistenza di centinaia di migliaia di persone. Come sia possibile che uno dei pm chiamati mentre si stava procedendo alla operazione alla Diaz, abbia il coraggio di chiedere giustizia per quella notte. Perché poi il vero problema è che questi pm sanno benissimo che i reati con cui si stanno imputando i poliziotti nel processo Diaz si prescriveranno nel 2009, come anche quelli del processo di Bolzaneto, mentre il reato dell’articolo 419 del codice penale, devastazione e saccheggio, si prescriverà nel 2024. E sanno anche che non esiste il reato di massacro, o anche solo la volontà di trasformare delle condanne in qualcosa di realistico e politicamente significativo.
Per settimane ho passato e ripassato questi pensieri, accorgendomi che tutti intorno a me continuano a pensare che un delitto contro una cosa è peggio di un delitto contro una persona, e che per questo 25 persone, prese a caso tra 300.000 manifestanti paghino per tutti.
Chiamiamo Genova per quello che è stata: una rivolta; qualcosa che ha gelato il sangue nelle vene del potere. E l’acrimonia dei pm nella loro requisitoria finale, la loro voglia di passare alla storia e di punire severamente chi sono riusciti a trovarsi per le mani, è la testimonianza più efficace della voglia di vendetta che anima chi si sente il cuore e il guardiano di un sistema che chi era a Genova voleva combattere.
Non è ancora troppo tardi per far sentire la nostra voce e dimostrare che Genova non è finita.

[un appello qui]

 


Tutto per la gloria

 

Martedì 23 ottobre 2007, a più di sei anni di distanza dai fatti del g8 di Genova, i pm di Genova Andrea Canciani e Anna Canepa hanno chiuso la loro requisitoria nel processo che vede 25 persone imputate del reato di devastazione e saccheggio, un articolo del nostro codice penale desueto e inteso per ben altre situazioni. La requisitoria si è chiusa con la richiesta di 225 anni di carcere per i 25 imputati, una richiesta introdotta da una stucchevole, moralistica e arrogante lezioncina intesa per il tribunale, per gli imputati e soprattutto per la stampa, accorsa in massa per l'occasione in cui finalmente i due pm riusciranno a mettere il loro meschino nome di fianco a "un processo che farà storia".
"Vogliamo pene severe, non esemplari, perché il reato che abbiamo scelto di usare per il capo di imputazione prevede già una pena minima molto alta. Pensiamo si debba avere il coraggio di chiamare quello che è successo a Genova con il suo nome, ovvero devastazione e saccheggio, così come con il suo nome vanno i chiamati i massacri della Diaz". Strano che il reato di massacro non esista, e che quello di strage non sia stato usato per i dirigenti delle forze dell'ordine imputati per la Diaz e per Bolzaneto. Ancora più strano che queste parole vengano fuori da un magistrato che la notte della Diaz venne chiamato per l'operazione e che decise di continuare a dormire senza alcun rimorso di coscienza. Ulteriormente strano che questo corso accelerato di morale venga dalla bocca di chi per sei anni si è guardato bene dall'indagare gli abusi della polizia in piazza e da chi continua a giustificare il gesto di Placanica, pur essendo stato il magistrato che ha interrogato il carabiniere dopo i fatti di piazza alimonda. E infine che nessuno ci dica che i processi per le forze dell'ordine andranno tutti prescritti, mentre la prescrizione per il reato scelto per i manifestanti è di 22 anni e mezzo, con buona pace della giustizia giusta del duo genovese

Ma l'arroganza con cui è stato condotto questo processo non si esaurisce in tutto questo. Il pm ha scelto, nonostante il passare degli anni avrebbe forse indotto a miglior consiglio, di porre il tribunale di fronte al solito dilemma: fare un torto a un altro magistrato o fare torto alla storia? Perché la richiesta di condannare per devastazione e saccheggio tutti indistintamente i 25 imputati, evidenti capri espiatori di un evento storico con cui nessuno è stato né ha voluto fare i conti, costringe il tribunale a sconfessare tutto l'operato del pm, cosa che di solito i magistrati sono restii a fare se non altro per solidarietà di casta e di presunzione come depositari della verità assoluta, oppure a confermare la tesi accusatoria e distruggere la vita di 25 persone, e con essa la storia che abbiamo vissuto tutti insieme in quei giorni a Genova.
Le parole dei pm di Genova, se fossero lette fuori dalla bagarre spettacolare in cui sguazzano da anni, farebbero rabbrividire: "sono casi come questi che rendono evidente come il concorso morale sia più importante del concorso materiale; se io incito 20 persone a lanciare un sasso sono più responsabile materialmente del reato che non se io ne lancio cinque personalmente." La ricostruzione delle giornate di Genova è un agghiacciante susseguirsi di minimizzazioni degli abusi delle forze dell'ordine ("la carica in via tolemaide è durata solo due minuti"; "i blindati hanno caricato all'impazzata solo due o tre volte"; "l'assalto al blindato poteva risolversi con un bilancio molto più grave dei seppur tragici fatti di piazza alimonda, comprensibilmente") e di affermazioni assurde sulle reazioni delle persone in piazza ("i cassonetti sono stati messi ben prima che i blindati caricassero", e pensate cosa sarebbe successo senza quei cassonetti; "la scelta di contrapporsi è stata deliberata, perché la gente poteva anche andarsene e poi fare la sua bella causa civile", che per inciso sono quasi tutte finite nel nulla cosmico della giustizia italiana).never enough!

Tra le 25 persone imputate ci sono persone di cui si hanno si e no dieci foto. SN accompagna il suo ragazzo che tira un paio di pietre al blindato, ma i due non fanno nient'altro se non essere presenti in piazza in via tolemaide: la condanna richiesta è di 6 anni e 6 mesi ciascuno. AF si vede si e no in quattro foto, tira un solo sasso quasi per stizza, ma per il resto no fa nulla: la condanna richiesta è di 6 anni. Un altro imputato alla fine non fa null'altro che gironzolare per gli scontri in vespa e portarsi a casa due lasagne dal dì per dì di piazza giusti: condanna richiesta 7 anni e 6 mesi. Sono solo esempi, ma sappiate che se eravate a Genova, e avete anche solo insultato un militare che vi aveva massacrato l'amico di fianco, potreste essere imputati. Anzi, se le richieste venissero confermate dal tribunale potremmo iniziare a fare lo scherzone di denunciare un po' tutte le persone che riconosciamo nei filmati che abbiamo visto mille volte.

Ognuno di noi dovrebbe seguire questi processi come se fossero il proprio, invece fa comodo a tutti lamentarsi sterilmente della cattiva sorte toccata a 25 compagni e compagne al posto nostro. La storia siamo noi, ma se non saremo in grado di parlare, la storia ricorderà i nomi di Anna Canepa e Andrea Canciani, esaudendo il loro più grande, narcisistico e meschino desiderio, quello della gloria a scapito della vita degli altri.

Approfondimenti


Dax

movimenti tellurici, storia e memoria, imago — Inviato da nero @ 19:00
Non c'è Futuro Senza Memoria
Piazza Vetra, Milano, 13 ottobre 2007 

Una settimana densa di segnali

 

E' stata una settimana intensa, dura da digerire, in cui controllare la voglia di spaccare i banchi delle aule di tribunale è stato tutt'altro che facile. E' stata una settimana che ha aperto con decisione la chiusura di alcuni tra i processi più importanti della nostra fase di movimenti, che ne definiranno la coda repressiva e la verità storica che molti associeranno agli eventi oggetto del caso processuale. In questi giorni sia io che il mio socio stiamo riflettendo molto sul senso del lavoro che ormai da qualche anno facciamo nello stare dietro ai processi, ai loro meccanismi comunicativo/burocratici e al loro senso politico, anche perché le operazioni in atto sono di fatto convergenti (che avesse ragione Mastella? :)

Infatti a Genova si stanno lentamente esaurendo le testimonianze degli imputati del processo di Bolzaneto, l'unico in cui forse giudici e procuratori trattano le forze dell'ordine con il sarcasmo necessario: sarà anche perché è il processo in cui queste ultime rischiano meno. In ogni caso le panzane che tutto il personale del lager di Bolzaneto è venuto a raccontare in aula non sono meritevoli di attenzione, se non per iniziare a far salire il livello di bile.

In compenso nel processo contro 25 manifestanti per devastazione e saccheggio relativo agli scontri di piazza i pm Anna Canepa e Andrea Canciani hanno esordito con una requisitoria estremamente politica pur dichiarando dall'inizio che loro malgrado si devono occupare solo dei fatti del processo, ovvero dei crimini commessi dai manifestanti. Condannano le violenze della polizia e dei carabinieri, e la loro incapacità di gestire l'ordine pubblico in maniera diversa da quella di una guerra tra bande, ma di fatto offrono agli avvocati difensori della polizia nel processo Diaz elementi facili da strumentalizzare per portare un attacco ai pm che hanno causato le dimissioni di Gianni De Gennaro e l'unico processo politico ai vertici della polizia italiana a memoria di uomo. Quello che si dice solidarietà professionale. 

Canepa e Canciani sono infuriati, questa è la verità: ma non tanto con i manifestanti, che comunque secondo loro si arrogano il diritto di manifestare e protestare sopra le righe (o forse fuori dalle linee), ma soprattutto con politici, con leader, con tutti coloro che sono venuti a testimoniare solo per partito preso, ricordandosi le violenze della polizia e non quelle dei manifestanti. I pm sono la verità incarnata, si sa, si sentono depositari del verbo e non tollerano che qualcuno a parte loro si permetta di fare politica in un'aula di tribunale. Quindi la loro rabbia va verso chi si permette di ricordarsi il sangue dei manifestanti e non che l'assalto al blindato poteva finire in una tragedia dieci volte maggiore che non quella del defender in piazza alimonda, oppure che alla fine della fiera le cariche sono durate in tutto un paio di minuti, in termini di contatto corpo a corpo, e che quindi non possono giustificare tutta questa enfasi sulla reazione dei manifestanti totalmente illegittima.

Canepa e Canciani, come farà anche il capo procuratore Fontana nell'appello del processo per i fatti dell'11 marzo a Milano, confermano di negare in apertura di requisitoria, proprio il senso ultimo delle loro arringhe: manifestare a genova con qualsiasi cosa che non fosse pura testimonianza era ed è reato, la reazione delle forze dell'ordine è stata esagerata ma neanche troppo, e se non fosse stato per loro ci sarebbero state più vittime, e tutto quanto è avvenuto a genova è avvenuto con la imperdonabile copertura di politici che non sono capaci di fare il loro mestiere, ovvero governare il potere per conto del potere. I due pm prevedono le linee difensive e le impugnano, gridano come ossessi contro chi cercherà di dimostrare che la reazione dei manifestanti era legittima e che le forze dell'ordine hanno fatto alcunché. Quello che di male potrebbero aver fatto sta in altri processi e non ci riguarda, perché è evidente a tutti che non si tratta di un'unità temporale definita, in cui ogni evento influenza gli altri, o meglio lo è ma solo per lo stato psicologico delle forze dell'ordine.

L'aggressione politica dei pm a tutto ciò che non è la loro personale visione della democrazia e dell'ipocrita moralità della legge, è netta e senza alcun tentativo di diplomazia. I difensori dei 25 siano avvisati.

Intanto l'altro processo genovese, quello per l'irruzione alla Diaz e al mediacenter, entra nella fase della guerra totale: se da un lato la procura ha tirato in ballo il capo della polizia come concorso in istigazione in falsa testimonianza, inanellando una serie di richieste di indagine per false testimonianze a carico di pubblici ufficiali che non si vedevano da tempo (ma che tutti sanno avvenire regolarmente quando ci sono da coprire le malefatte del corpo), dall'altro gli avvocati delle difese rilanciano usando i tipici strumenti di chi non trova nei fatti alcuna salvezza: attacchi mediatici ai pm, accuse di furto ai danni dello Stato, tentativi di dilazione nel tempo, sarcasmo e l'attesa e innegabile complicità del tribunale, che piuttosto che ammettere il marcio che si annida nelle forze dell'ordine nostrane si taglierebbe tutte e due le mani, nonostante le evidenze.

In questo contesto processuale si è inserito l'appello per i fatti dell'11 marzo a Milano. L'apertura del capo sostituto procuratore ci dice esattamente di che cosa si tratta, attraverso una negazione (excusatio non petita...): "questo non è un processo politico; le scelte fatte dal pm Basilone non sono state delle operazioni di speculazione policia". Come a dire: non provate a dire che i magistrati fanno parte del meccanismo del potere, perché vi spezziamo le reni, pezzenti che non siete altro!

Infatti è chiaro a tutti che una condanna a 4 anni (in realtà 6 ma ridotta per il rito abbreviato) per essere presente a qualche metro da una barricata in fiamme, non è per nulla una conduzione politica di un processo. Come le scazzottate su un treno con un fascistello divenute rapina con 3 anni e 8 mesi di condanna non lo sono. O l'assoluzione delle forze dell'ordine che irruppero nel pronto soccorso del San Paolo. O gente che è in autoesilio per essere stata condannata a 4 anni per aver rubato un prosciutto. Tutto questo non è politico e non è strumentale: anche dire che il fatto più grave è l'incendio dell'AN point in un palazzo chiaramente abitato (è disabitato da dieci anni ed è anche stato occupato circa un anno prima dei fatti a scopo dimostrativo). 

La bile sale. I processi che affrontiamo sono un'offensiva assoluta non solo contro alcune persone, presi come vittime sacrificali della chiusura di una fase storica, ma anche contro la realtà storica di quello che è avvenuto e di quello che ha significato. Intorno non accade nulla: quelle trecentomila persone che sul lungo mare sono state violentate dalle cariche e dai lacrimogeni per ore non sentono il bisogno di gridare a canciani che i lanci non "erano esclusivamente limitati a piazza Rossetti"? O che la sensazione delle cariche in via Tolemaide era molto di più che quella di "un paio di minuti di corpo a corpo"? O che ancora quando ci racconta che tutti gli attacchi più gravi delle forze dell'ordine contro i manifestanti (Manin, Tolemaide, Corso Italia) diversamente da quanto sbandierato sono stati iniziati proprio dalla polizia e dai carabinieri, dovrebbe vergognarsi? Dove sono queste trecentomila persone? Si nascondono in una vita che gli faccia dimenticare di vivere in un regime più subdolo di quello che c'era mezzo secolo fa, ma che non è molto diverso in termini di obiettivi? E dove sono le persone che hanno reso Milano medaglia d'oro della resistenza? Stanno facendo una faccia schifata mentre fascisti di ogni risma se la ridono nei salotti buoni e nel consiglio comunale? Che cosa fanno per cambiare qualcosa? Nulla.

Perché agire è sbagliato. E' immorale. E' pericoloso, soprattutto perché rischierebbe di convincere un po' tutti che è la cosa più normale e naturale da fare.

Materiali

Udienze di Bolzaneto: Perugini - Gugliotta - Poggi - Tolomeo e Fornasiere - Nurchis

Udienze Diaz

Udienze 25: prima parte e seconda parte della requisitoria del PM

Processo 11 marzo: requisitoria PM all'appello - dovevadoevado

Processo San Paolo - I fatti del San Paolo

I punti di vista al volo miei e del mio socio

Supportolegale


Tra un film e l'altro, il solito copione sul g8 di genova

movimenti tellurici, storia e memoria — Inviato da nero @ 16:39

 

Mentre balzellon balzelloni mi porto tra i cinema della rassegna milanese dedicata ai festival di Locarno e Venezia, non trovo il tempo di esprimere la mia rabbia per la trasmissione di Lucarelli (Blu Notte) di ieri sera, dedicata al g8 di Genova. Capisco che fare uscire elementi nuovi in una trasmissione su rai tre sia difficile, ma un po' di coraggio in più non sarebbe guastato, e soprattutto qualche grossolano errore in meno (sono i dettagli che fottono gli anni di lavoro in tribunale svolti dalle segreterie legali e dagli avvocati) e qualche specifica in più (ad esempio per chiarire chi è veramente Sabella) mi avrebbero evitato l'impulso di lanciare il televisore dalla finestra del mio socio. In ogni caso proprio il mio socio ha scritto un post sul suo blog che riassume perfettamente anche il mio punto di vista. Forse gli ho regalato un pezzo di cervello qualche tempo fa e non me lo ricordo, o viceversa, chissà.... 

PS: ehi socio se non citi blanca e l'audace presenti e incazzate anche esse, mi sa che ti fanno lo scalpo. 


Sharif

storia e memoria — Inviato da nero @ 22:21

La prima volta che ho avuto a che fare con Sharif, o sceriffo, come lo chiamavamo tutti,  è stata una delle sere in cui come reload avevamo cominciato a gestire insieme ai pergolani lo spazio anche durante le serate. Sharif era talmente ubriaco da non reggersi in piedi e da non riuscire ad essere spostato dalla sedia arancione di gomma e metallo su cui era riverso. Erano le cinque del mattino, io e marvin stavamo chiudendo la baracca insieme a quattro altri disperati e non ce la facevamo più. Lo abbiamo preso di peso e lo abbiamo portato con tutta la sedia fuori sul marciapiede, poi abbiamo chiamato un'ambulanza per timore che se fosse rimasto lì da solo avrebbe rischiato il coma etilico. 

Sharif era un egiziano di non si sa bene quanti anni, non si sa bene di quale città, e non si sa bene da quanto tempo fosse in Italia, arrivato con suo fratello Mario alcolista peggio di lui, ma con molta meno voglia di provare a tirarsene fuori di lui. Lo sceriffo era l'esemplificazione vivente di come la ferocia milanese e italiana può aggredirti e ferirti, lacerarti. Sharif era un alcolista, ed era un brava persona, un uomo buono. Sharif era anche vittima di sé stesso, ma gli anni in cui ho condiviso il quartiere Isola con lui mi hanno dimostrato che sarebbe bastato poco per renderlo una persona felice.

Di lui le leggende del quartiere raccontavano che fosse stato un grande chef prima di cadere nella trappola dell'alcool, e quando lo vedevamo con noi dietro i fornelli in Pergola dava prova del fatto che queste voci forse non erano del tutto infondate. Il romanticismo della sua figura stava tutto nelle voci che lo circondavano, e nei piccoli fatti di disperazione quotidiana che ti sembravano trasformare quelle voci in delle grottesche storielle. Sharif che spaccia pochi grammi di hashich per sbarcare il lunario, Sharif che ci aiuta a tenere aperta Pergola, sperando di poter dormire per una notte nel cortile senza dover cercare una panchina qua e là, Sharif che mi supplica una birra, l'ennesima e io che gli rifilo un the caldo. Sharif che mi guarda cercando di farmi capire che sa che lo sto facendo per ridurre il suo abbrutimento, ma che con la sua voce roca mi chiede lo stesso un'ultima birra. Sharif besce bollo zigarett.

Sharif è una leggenda urbana e una storia vera, di quelle che ti aiutano a capire la città in cui vivi, che ti aiutano a percepire come le cose sotto sotto siano molto meno rosee e piacevoli di quelle che vorresti immaginarti. Un egiziano che con la sua vita sregolata e semplice nei suoi bisogni riusciva sempre a strapparti un sorriso, e al tempo stesso un commento amaro su come ogni chance fosse effimera di fronte a lui. Mille volte si è rimesso in sesto, vivendo con noi e trovando lentamente un modo di vivere un po' più rispettoso di sé stesso. Mille volte lo abbiamo ritrovato abbrutito. Senza soluzione di continuità.

Sharif rimane per me un esempio della vita diafana di un migrante a Milano, nel bene e nel male, una figura a cavallo della vita ordinaria che pensiamo sia normale e della vita straordinaria e misera che è spesso la normalità. Sharif è un pezzo della mia vita nel quartiere Isola.

Sharif è morto qualche giorno fa, rimasto a Milano a barcamenarsi negli stenti. E' morto da solo, come è vissuto da solo, nella semipermeabilità delle nostre vite parallele. Ho voluto bene a Sharif e avrei voluto riuscire a descrivere meglio il senso paradossale che ha avuto nelle nostre vite. Sta sera gli offro un ultimo the virtuale, alla cannella come piaceva a lui, con una marea di zucchero, e forse stasera potrei dargli anche l'ultima birra.

 


Fascismo in doppio petto

poche parole (quotes), storia e memoria — Inviato da nero @ 17:58

Notevole l'ex premier Silvio Berlusconi e le sue affermazioni che sicuramente troverebbero terreno d'intesa con il nascituro PD:

Lo Stato, a detta di Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, ha abdicato all'uso legale della forza nei confronti di minoranze di cittadini che bloccano servizi e opere pubbliche nel Paese. Parlando alla scuola di formazione politica organizzata dal presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, ha detto: "Lo Stato ha abdicato ha abdicato all'uso legale della forza; trecento persone alla Stazione Tiburtina bloccano un intero Paese, un manipolo di persone dice no alla Tav, in questo Paese ci possono essere delle minoranze che bloccano opere pubbliche e servizi. Lo Stato non li contrasta, abdica all'uso legale della forza, perche' al Governo c'e' una sinistra che vede queste manifestazioni come esercizio di democrazia".

Per altro chiosa la Merkel:

Angela Merkel e' a favore di dell'impiego dell'esercito in patria per far fronte al crescente pericolo terroristico. In una dichiarazione rilasciata al termine della riunione della direzione della Cdu, il cancelliere ha spiegato che "nel contesto dei pericoli terroristici" deve essere possibile l'impiego della Bundeswehr "in settori limitati", poiche' la vecchia separazione tra sicurezza interna ed esterna "appartiene al passato".

fonte: repubblica online 

Io ho i brividi: il fatto che soggetti come questo si riempiano la bocca di parole come democrazia e libertà fa ribaltare nelle tombe tutti coloro che hanno versato sangue per una repubblica. Oggi è il giorno dei rivoltamenti di stomaco.    


A cinque anni dal massacro di avellaneda: Dario y Maxi presente!

movimenti tellurici, storia e memoria — Inviato da nero @ 13:27

 

Cinque anni fa, il 26 giugno 2002, al culmine di una fase di lotta incredibile per tutto il mondo e in particolare per il sudamerica, le forze dell'ordine argentine reprimono nel sangue l'ennesimo corteo. Gli scontri nascono per volontà di fronteggiamento della polizia federale, che non vuole concedere il blocco stradale sul puente puerrydon, storico luogo dei piqueteros della capitale. In Argentina non è come dalle nostre parti, e gli sbirri non si fanno remore a estrarre fucili e sparare a gratis sulla folla, la memoria della dittatura e della resistenza sono ancora molto vive nelle persone, nonostante gli ultimi anni in cui la tranquillità ha portato molta più indifferenza.

Maxi viene ammazzato mentre si sta ritirando per tornare con i compagni verso le proprie sedi. Dario lo sorregge, si ferma in stazione di Avellaneda per aiutare il compagno sperando di salvarlo. Il commissario Franchiotti e alcuni altri sgherri entrano in stazione, vedono Dario, figura carismatica dell'MTD di Lanus, tra i più autonomi e combattivi, e lo freddano a fucilate. Un fotografo immortala la scena che costerà a Franchiotti e soci una pesante condanna (anche se i mandanti politici del duplice omicidio, Duhalde e compagnia, non saranno mai additati come i veri colpevoli).

Dario e Maxi erano compagni eccezionali. Io non li ho conosciuti di persona, ma persone con cui ho condiviso tutto erano i loro fratelli, le loro sorelle, le loro amanti. Per me ricordare la passione che ho sentito ogni mese alla celebrazione della loro morte è uno dei motivi per cui continuare a lottare e a ritenere l'attivismo politico una spinta fondamentale. Un giorno tornerò in Argentina, e ho il timore che non sarà per un breve passaggio.

Dario y Maxi presiente! Seguimos en la lucha! 


Genova 2001 e la storia italiana

 

Proprio in questi giorni mi ero messo a risistemare i riassunti dei processi per un nuovo printi di supportolegale, e un articolo un po' a metà tra riassunto e commento per carmylla per riportare l'attenzione sulla conclusione del processo ai 25 (che proprio tra questa e la prossima settimana vedrà la conclusione dei testimoni e quindi l'imbocco della dirittura d'arrivo verso la sentenza). I fatti di ieri mi obbligheranno a scriverne un altro quando saranno più chiare le strategie degli apparati di sicurezza: direi settimana prossima o quella dopo. Nel frattempo vi ripropongo qui l'articolo pubblicato su carmilla (tnx valerio! :)

 

Genova 2001 e la storia italiana

di Blicero (Collettivo Supportolegale)

I fatti del G8 di Genova entrano di diritto nelle tormentate storia e identità culturale italiane. In questi giorni di Mio Fratello è Figlio Unico e di interventi di giornalisti americani che cercano di spiegare ai loro figli nati in Italia le matrici culturali del Bel Paese (v. ultimi numeri di Internazionale), c'è un evento forse unico nella nostra storia recente che ha le caratteristiche per costituire un ulteriore capitolo nella formazione della memoria collettiva del popolino italico.
Ciò che accadde il 20 e 21 luglio 2001 a Genova infatti è un muro contro il quale si infrange l'identità di ognuno di noi: difendere i manifestanti, accusare la polizia, difendere lo Stato, accusare i teppisti, disegnare complotti da un lato o dall'altro.

Fortunatamente il tentativo disperato da parte di media e istituzioni culturali e politiche del paese di far calare il sipario su un evento così importante per tutti coloro che lo hanno vissuto direttamente o indirettamente e per la storia non solo del paese, ma anche e soprattutto dei conflitti politici a livello internazionale, sta andando incontro a una sconfitta sempre più netta.
E' pure vero che per ora sui manuali di storia delle superiori troviamo pagine e pagine per giustificare l'11 settembre e le guerre che ne sono state l'inevitabile reazione (o origine, forse siamo noi che non abbiamo capito nulla!), mentre non troviamo neanche un paragrafo sul G8 di Genova. Ma la memoria delle persone è diventata più viva negli ultimi anni, anche grazie al lavoro di molti gruppi, collettivi e individualità che non si sono stancate di seguire ciò che è rimasto di quegli eventi: i processi.

 (Continua)

La scomoda verità di Placanica

movimenti tellurici, storia e memoria — Inviato da nero @ 18:20

Tra i vari processi dedicati agli eventi del G8 di Genova, da sempre come indymedia e come supportolegale abbiamo dedicato particolare attenzione al cosidetto processo ai 25. Il processo ai 25 vede 25 persone accusate di devastazione e saccheggio (un reato che prevede dagli 8 ai 15 anni di pena e la cui fattispecie è relativa a tempi e fatti di guerra più che di pace) per tutto quello che è accaduto a Genova: più capri espiatori di così è difficile immaginarne. Tra il 2004 e il 2005 l'attenzione su questo processo è stata molto alta, poi complici una lunga assenza del giudice e il lunghissimo esame triturapalle del miglior aiutante dei pm (l'assistente Zampese, l'uomo più noioso del mondo) negli ultimi tempi è andata un po' scemando. Ciò nonostante entro l'estate il processo si concluderà e ai primi di autunno si avranno le conclusioni di accusa e difesa e la sentenza.

Oggi per un attimo tutti sono tornati a concentrarci sull'aula al quinto piano del tribunale di genova dove Devoto, Gatti, Realini, Canciani, Canepa e via discorrendo decidono del destino di 25 persone. Oggi in aula c'era per la seconda volta nel processo Placanica. E questa volta ha deciso di dire la sua versione dei fatti. Ovviamente tutti i bravi ragazzi con un cuore così sono accorsi pensando di sentire finalmente una verità che soddisfacesse le loro brame di dietrologia, ma sono rimasti delusi.

Placanica ha raccontato la sua verità, ovviamente strumentale ad autoassolversi, ma che sui nodi su cui molti di noi si sono scervellati in questi anni dilania finalmente il velo lattiginoso del dubbio. Io penso onestamente che la versione di Placanica sia tutto sommato attendibile: lui che come un cretino viene adagiato in preda alle allucinazioni da gas nel defender, il defender che segue il battaglione anche nella disastrosa e inutile carica in via Caffa, la rotta del battaglione, l'incaglio del defender, il panico, gli spari, la morte di Giuliani, la fuga.

Il punto, e lo dico soprattutto con chi oggi si è stracciato le vesti a fine udienza, non è confutare questo iter dei fatti, ma farsi le domande giuste, e disprezzare i fatti realmente scandalosi: perché i defender con i feriti non si sono levati dal cazzo? perché è stata ordinata la carica in via Caffa? perché i poliziotti e i carabinieri che guardavano da 50 metri di distanza i due defender incastrati non sono intervenuti ma hanno aspettato che succedesse il peggio? E soprattutto perché Placanica che ha sparato seppur nel panico ammazzando una persona viene archiviato mentre io mi prenderei omicidio volontario e 30 anni di galera?

Il problema non è il quarto uomo (che secondo me non c'è mai stato), né misteriose traiettorie, né occultamenti di cadavere. La vicenda di piazza Alimonda è triste nella sua ordinarietà italiota. Quello che non è ordinario è quello che ci sta intorno, prima e dopo, e soprattutto a monte e a valle. Ma di questo non si può parlare, perché le aule di tribunale non se ne interessano, e sicuramente le stanze della politica hanno bocche estremamente ben cucite su una vicenda che prima verrà gettata nel dimenticatoio, prima consentirà di cancellare la memoria del momento di maggiore rischio per gli equilibri della democrazia italiana degli ultimi 20 anni.

à la prochaine


Fare senza dimenticare quel che si voleva fare

"Ciò che Ulisse salva dal loro, dalle droghe di Circe, dal canto delle Sirene, non è solo il passato o il futuro. La memoria conta veramente - per gli individui, le collettività, le civiltà - solo se tiene insieme l'impronta del passato e il progetto del futuro, se permette di fare senza dimenticare quel che si voleva fare, di diventare senza smettere di essere, di essere senza smettere di diventare" [Italo Calvino, Corriere della Sera, 10 agosto 1975] 

Un tempo gli intellettuali a disposizione erano diversi, ma abbiamo perso anche loro insieme al ricordo di troppe guerre e all'avvento dell'opinione svilita e abusata, senza coscienza. Che abisso.

Ho letto questa frase prima di andare a letto. Sono stato perseguitato da un sogno in cui cercavo di leggerla a diverse classi di ragazzini e ragazzine di ogni età. Ogni volta che provavo a leggerla succedeva qualcosa che mi impediva di farlo correttamente: venivo interrotto, oppure sbagliavo un verbo, o l'intonazione e le pause richieste dalle virgole, oppure la lingua mi si incagliava trasformando le parole in suoni inarticolati. Non mi sono svegliato tranquillo.

 


Memoria a ostacoli: 62esimo anniversario della Liberazione

movimenti tellurici, storia e memoria — Inviato da nero @ 05:33

 

Da quando sono nato sono stato abituato al fatto che il 25 aprile è un giorno speciale. I miei non sono questo mostro di impegno sociale (mia madre già qualcosa di più di mio padre), ma il 25 aprile è sempre stato un giorno che mi è appartenuto, e penso che le canzoni partigiane sono una delle poche cose che mi muove a commozione. Con il passare degli anni, l'esercizio della memoria, della più pura e semplice delle attività, quella di ripercorrere con il pensiero alcuni eventi e di riflettervi, è diventata sempre più ardua, nell'impetuoso mare del revisionismo, delle scuse non richieste, della riconciliazione a tutti i costi nel nome di una misurata farsa democratica che mi fa vomitare.

Da ormai alcuni anni a questa parte il mio 25 aprile comincia con il rito più intimo e significativo del giro delle lapidi dedicate ai partigiani in quartiere Isola: un gruppo via via più sparuto (ogni anno si perdono almeno 2-3 persone) fa un giro in macchina (già una cosa sfigata di suo, ma comprensibile considerata l'età media di 70 anni) a deporre le corone di alloro con il tricolore dell'ANPI e del Comune, presso una ventina di lapidi divise tra la zona di Lagosta, Centrale, Gioia. Il giro è molto intimo, e assolve perfettamente il compito di riconciliarti con un pezzo di storia che non hai vissuto direttamente ma che senti sulla tua pelle come qualcosa di vivo. Una sensazione evidentemente sempre meno diffusa.

Pensavo che avremmo raggiunto il minimo storico di questi giri di lapide due o tre anni fa quando ci litigammo la lapide in piazza Clotilde con un altro gruppo di persone, ma oggi quando in via Confalonieri, durante il giro delle lapidi del 25 aprile, i vecchietti del PSI hanno voluto mettere anche una corona sotto la targa dedicata a Bettino Craxi, quasi finisce in rissa. D'altronde di questi tempi mettere sullo stesso piano chi si è fatto ammazzare per cacciare i fascisti e chi ha rubato i soldi di metà della popolazione per poi morire in piena crisi di vittimismo dopo essere scappato dall'Italia ad Hammamet, è proprio il minimo del revisionismo che si possa accettare. Dopo un po' di insulti a mezza voce, il primo ostacolo è saltato.

Dopo 100 metri secondo ostacolo: il monumento ai caduti della Resistenza vicino a Largo De Benedetti è chiuso nelle lamiere del cantiere di Garibaldi Repubblica. Per poter mettere le DUE corone devo: scavalcare la recinzione del cantiere, scalare un impalcatura, appendermi al monumento e finalmente appoggiare le corone. Poi dopo questo improvvisato e provvido parkour, posso scendere e tornare alla macchina e ripartire per le ultime lapidi.

Uno pensa che per ricordare una cosa che dovrebbe essere nel dna di tutti, io abbia gia' fatto abbastanza fatica. Ma no.

Vado a Bergamo per il pranzo del 25 aprile. Quando arrivo a Dalmine (l'uscita per il Paci Paciana) scopro che fino al 6 maggio è chiusa in arrivo da Milano. Ok. Esco a quella dopo. Mi faccio 15 minuti di coda al casello per rientrare in autostrada, tornare indietro 5 km, pagare 30 centesimi e finalmente arrivare al Paci. Dove però il pranzo è in ritardo di due ore. Meno male che mi vogliono bene e mi danno da mangiare in anticipo di straforo (raga' mi sono dimenticato di lasciare la sottoscrizione, che pezzente!).

Torno a Milano per l'inizio del corteo. Decido di ascoltare Radio Popolare. La tesi della radio è che la nascita del partito democratico sia il motivo fondante di rinnovata partecipazione al 25 aprile. Una tesi bislacca, ma che nella ressa di puttanate che sentiamo e leggiamo tutti i giorni non fa una grinza. Se non che tutti gli intervistati danno addosso al governo e alla mancanza di memoria storica, e affermano di essere al corteo per i motivi di sempre: ricordare i valori fondanti della nostra vita moderna come cittadini di una società moderna. Il commento dell'intervistatore di Radio Popolare, evidentemente scontento che la realtà non si confaccia alla linea della radio, cerca prima di rimediare con un militante dei DS di venti anni che è entusiasta del PD come "momento in cui vrrà finalmente dato spazio a noi giovani" (PIETA'). La chiosa del giornalista è che i pareri raccolti a parte quello del giovani militante "non fanno statistica": nel senso che in Italia siamo riusciti a trasformare in un esercizio dialettico anche la più banale delle scienze.

Spengo la radio innervosito. Passso da casa e poi finisco in Porta Venezia. Alle 15.30 la coda del corteo (normalmente ancora in Loreto) è già oltre Palestro. Becco i popolarini e dico: "poca gente quest'anno". Loro: "ma va, molta di più". Certo d'altronde sono stati invitati sul palco il lider maximo Bertinotti e quell'arpia della Moratti, che c'entra con il 25 aprile come un cetriolo sottaceto nel caffelatte.

Mentre giro per il corteo ormai affranto, solo pochi attimi di felicità quando vedo 12 ragazzi dei campi palestinesi agitare una bandiera della Palestina su una asta lunghissima che si vedrà dalla prima all'ultima fila del corteo. Poi mi giro e vedo un cretino con una bandana nera con la celtica e una tipa con il cappellino bianco che fanno foto, mentre nessuno gli dice un cazzo. Lo prendo a male parole sperando che reagisca per accartocciarlo su un palo. Non funziona. Fa finta di non sentirmi e in qualche modo riusciamo a fotografarli (presto online). 

E' il simbolo di questo momento di memoria ad ostacoli: annacquato da ogni gruppetto alla ricerca di farvi rientrare qualsiasi querelle, dimenticato, strumentalizzato,  frammentato, sfottuto dai fascisti, ignorato dalle persone normali, che difficilmente sapranno dirti chi era contro chi nel 1943. Che tristezza. Mi allontano dal corteo mentre in piazza si consuma l'ennesimo suicidio politico della sinistra, che afflitta dal senso di colpa ha invitato la Moratti a parlare dal palco, completa vittima di sé stessa.

Almeno il successivo cinema brechtiano con Le vite degli altri mi ha risollevato dalla depressione più nera, un film in cui si riafferma come le decisioni degli uomini abbiano più valore di quello che si vorrebbe far sembrare per farci accontentare di una vita senza opinioni, senza tempo, senza spazio, senza voglia e senza possibilità. 

PS: sono cotto dal sonno e non rileggo. non mi crocefiggete troppo 


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