01 Ott, 2007

Genova non è finita

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 13:16

Gianni Biondillo, che ho beccato al cinema mentre ci gustavamo entrambi la rassegna sui film di Venezia, mi ha chiesto se era possibile avere un report a scadenza regolare su come stava andando Genova. I processi sono in dirittura di arrivo, e io mi sto puppando tutte le udienze che riesco grazie al sostegno dei miei compagni e compagne in supportolegale. Le udienze sono sette in cinque giorni quindi dovrei essere pure ubiquo, ma ancora non ce la faccio. In compenso trovare spazi dove fare emergere che i processi non sono finiti e che come sempre a pagare di più saremo noi, è fondamentale (ogni gancio è ben accetto, anche la rivista Gnosis, se vogliono :)

Ripropongo il pezzo che è uscito oggi su Nazione Indiana anche qui. Presto ne farò uno anche per Carmilla. Intanto forse sarebbe il caso che ci si ricordasse che a novembre finirà il processo contro 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio che verosimilmente prenderanno 10 anni a testa di galera, mentre tra novembre e febbraio finiranno i processi per l'irruzione alla Diaz e per le torture di Bolzaneto, che si spera vedranno almeno in primo grado qualche condanna (ovviamente non ve lo dico neanche che in questo caso ci penserà la prescrizione a chiudere il processo prima di una sentenza definitiva).

Genova non è finita

Sono passati sei anni dal G8 di Genova, e ogni volta parlarne per cercare di dare un’idea di quello che ha significato e di quello che significa ancora oggi diventa sempre più difficile. I giorni di Genova e le loro conseguenze sono un evento estremamente complesso, dai chiaroscuri ancora tutti da definire, un pezzo di storia ancora poco digerito sia da chi lo ha vissuto sia da chi vorrebbe assumersi la responsabilità di includerlo o escluderlo dalle storiografie ufficiali.
Genova è ancora viva, non solo nella nostra memoria, che dimentica fin troppo in fretta, ma anche nel lavoro quotidiano che diverse persone - sempre troppo poche – svolgono quotidianamente seguendo i processi che rappresentano una delle responsabilità più gravose di quei giorni.
I processi stanno arrivando alla loro conclusione (intorno a questo inverno). Questo primo dispaccio vuole essere un modo per familiarizzare i lettori di questo blog con la densità che gli eventi di Genova ancora hanno nella nostra vita di tutti i giorni. Genova è tutti i giorni.

Lunedì.
Mi sveglio alle sei e mezza, prendo il treno da Milano per Genova alle sette e dieci, in mezzo a pendolari con l’aria stralunata, e gente che torna da una notte insonne di lavoro più o meno legale e disperato. Nonostante la tratta sia di soli centoventi chilometri, ogni volta chi prende quei vagoni deve subire la frustrazione di venti minuti minimo di ritardo all’arrivo, inspiegabili e inspiegati dagli addetti delle ferrovie dello stato. Litigare non ha più neanche senso quando capisci che è un problema strutturale. Almeno ho l’abbonamento, penso con rassegnazione.
Arrivato a Principe prendere il 35 e scendere in De Ferrari o farsi a piedi tutta via Balbi fino all’Annunziata, via Cairoli e Fontane Marose, fino a sfruttare il passaggio pedonale dietro il teatro, sono più o meno equivalenti dal punto di vista cronometrico. Alla fine la decisione ha sempre una forte componente gastrometereologica. Per le nove e trenta entro in Tribunale a Genova, di fronte alla statua del Balilla che lancia un sasso contro le soverchianti forze della repressione, e scendo negli inferi dell’aula bunker, praticamente prenotata in pianta stabile per i processi del G8.
Oggi c’è la prima udienza del processo sui fatti di Bolzaneto, dopo i due mesi di ferie di giudici e avvocati: 45 persone tra poliziotti, agenti della DIGOS, agenti della penitenziaria, medici, infermieri, generali dell’Arma dei Carabinieri (e all’elenco solo per la solita solidarietà di casta manca anche un magistrato) sono chiamati a rispondere di lesioni, abuso d’ufficio, falso ideologico e tortura, se il codice penale italiano avesse recepito le richieste europee per l’istituzione di questo reato. Nella caserma di Bolzaneto trecento persone, fermate in molti casi senza un reale motivo – le testimonianze del processo raccontano di persone rastrellate mentre camminano lungo un marciapiede – sono state sottoposte a sevizie mentali e fisiche per ore, in alcuni casi per quasi un giorno intero: pestaggi gratuiti, minacce di violenze sessuali, gente a cui è stata lacerata una mano tirando da parti opposte medio e anulare, organizzazione di cori sui motivetti del Duce per rieducare le “zecche rosse”. Ovviamente i singoli agenti che hanno commesso questi delitti non sono mai stati identificati e le persone che sono chiamate a processo denunciano di non aver visto, di non aver sentito, di non aver ordinato. Altrettanto naturalmente nessuno degli indagati è stato sospeso per accertamenti, o punito in alcun modo, ma ha continuato la sua serie di promozioni senza alterazioni nell’iter burocratico.
L’udienza finisce subito, perché uno degli imputati (un poliziotto) si rifiuta di rispondere. Come se avesse qualcosa da nascondere. Come se si vergognasse. Sarebbe già un passo avanti rispetto alla boria con cui altri affrontano le accuse che gli vengono mosse. Intanto io sono a Genova, scrivo il comunicato stampa, lo passo a uno dei miei soci per spammarlo a mille giornalisti che non scriveranno manco una riga. Passo nella segreteria legale, per vedere come va avanti il lavoro di consulenza per il processo Diaz, poi alle tre riprendo il treno e torno a Milano. Arrivo alle sei tra un ritardo e l’altro. Vado a casa, mangio, e poi ho tutta la sera per lavorare.

Martedì.
Altra sveglia alle sei e mezza. Altro treno alle sette e dieci. Altro ritardo. Altra corsa per arrivare in tempo in aula. Oggi non è nell’aula bunker sotterranea, ma al quinto piano (che in realtà è il primo, ma vai a capire come hanno numerato i pianerottoli del Tribunale di Genova). D’altronde nel processo contro 25 manifestanti non ci sono trecento parti civili e relativi avvocati come nel caso dei processi contro le forze dell’ordine: i danni li chiede il comune e un paio di poliziotti, pochi altri. Tutti i negozianti disperati che riempirono i tg nei giorni subito successivi non si sono curati di seguire il processo: hanno fatto le loro testimonianze retoriche e qualunquiste, e si sono fatti dare i soldi dalla provincia. Mi siedo dietro i nostri difensori, accendo il pc e inizio a trascrivere fedelmente quello che si dice in aula, anche le frasette a mezza voce che non entrano nel verbale ufficiale dell’udienza, ma che fanno capire il clima. Il processo ormai aspetta solo le arringhe di accusa e difesa, e l’atmosfera è molto più distesa. I pm sentono avvicinarsi il momento in cui si potranno gloriare di aver condannato 25 persone a 10 anni di carcere per un reato chiamato “devastazione e saccheggio” che è stato pensato per frenare i saccheggi durante la seconda fase della seconda guerra mondiale e che ora viene usato per poter punire persone che si ritengono presenti a una manifestazione che degenera in scontri, senza avere l’onere di accusare ognuno di loro di quello che hanno esattamente fatto o meno. “Compartecipazione psichica e morale all’evento criminoso”: in pratica eri lì, mentre succedeva il delirio, mentre un ragazzo moriva per strada, mentre diecimila persone venivano caricate, mentre la porta di un carcere prendeva fuoco dopo che i coraggiosissimi carabinieri a difesa della struttura erano scappati a gambe levate davanti a qualche decina di persone a volto coperto. Eri lì e quindi eri d’accordo. Eri lì e quindi meriti di fare la galera. Poco importa che questa sentenza sia antistorica rispetto al senso di Genova, alla sua simbologia come possibilità di resistenza a un mondo che sta andando a rotoli. Poco importa. Hai fatto il tuo mestiere, pm, hai trovato la tua verità e vuoi che il tribunale la santifichi.
Ogni volta che trascrivo le udienze di questo processo assurdo guardo gli imputati e ascolto le parole dei testimoni dell’accusa, ripasso mentalmente le sensazioni dei giorni di Genova, e mi viene voglia di spaccare tutto. Poi mi fermo e ricomincio a colpire i tasti del portatile, nella speranza che quello che facciamo riesca a fare emergere il senso tutto politico di questi processi.
L’udienza ci delizia con un quinto della requisitoria del pm. Sono le sei di sera e si rinvia al venerdì per continuare. Esco, corro verso una connessione a Internet. Intanto telefono a uno dei miei soci di supportolegale per dirgli cosa mettere nel comunicato stampa che va spammato al più presto a giornalisti che non scriveranno una riga, se non per citare qualche nome famoso o per accondiscendere alla richiesta dell’avvocato di questo o quel poliziotto molto conosciuto. Gli dico di telefonare anche all’avvocato B. oppure a D. della segreteria legale per sapere come è andata l’altra udienza che c’è il martedì, quella di Bolzaneto. Finalmente collego il pc a Internet, pubblico la trascrizione sul sito di supportolegale, mando mail a destra e a manca per avvisare della cosa, scarico le mail e mi viene da piangere a pensare alle altre quattromila cose che dovrei fare. Mangiamo qualcosa al volo e poi chiamo A. per farmi ospitare stanotte a dormire. Alle dieci e mezza sono uno straccio e svengo nel suo letto.

Mercoledì.
Mi alzo felice che non siano le sei e mezza, ma le otto e mezza. Colazione, giornale, Tribunale. Di nuovo aula bunker. Però oggi è il turno del processo Diaz. La notte del 21 luglio, quando ormai era tutto finito, e la disfatta della gestione da parte delle forze del (dis)ordine era evidente, i dirigenti più capaci della polizia italiana decidono di fare una perquisizione nelle scuole dove c’erano gli uffici del Genoa Social Forum, degli avvocati, di indymedia, e dei sanitari. A chiunque non abbia le fette di salame sugli occhi è evidente che si tratta di una vendettina schiumante rabbia, nel tentativo di raddrizzare la situazione da un punto di vista comunicativo: andiamo lì, arrestiamo i capi del black bloc, dimostriamo che erano tutti culo e camicia con Agnoletto, e facciamo andare un po’ le mani che così facciamo sfogare i ragazzi. Peccato che: l’operazione finisce per sfuggire di mano e si ritrovano decine di televisioni e radio che riprendono le scene di violenza e terrore su un centinaio di ragazzi e ragazze che dormivano pacifici dentro una delle due scuole, la Diaz-Pertini; tutti notano immediatamente che la perquisizione del media center non ha fondamento legale e che serve solo a impedire che qualcuno filmi l’irruzione – anche se almeno un paio di persone di indymedia riescono a farlo lo stesso dal tetto - e a rastrellare le testimonianze dei pestaggi avvenuti nei giorni precedenti e degli avvocati disposti a curarne le denunce; nel giro di pochi giorni le accuse contro tutti e 93 i fermati di resistenza aggravata e associazione sovversiva finalizzata alla devastazione e saccheggio vengono archiviate.
Comincia così il processo contro 29 poliziotti equamente divisi tra dirigenti di un nucleo speciale di Roma del Reparto Mobile accusati di non aver evitato che i propri uomini massacrassero persone inermi, e alti dirigenti della polizia italiana tra cui il capo delle squadre mobili Francesco Gratteri, il catturatore di Provenzano Calderozzi, il capo di tutte le DIGOS Luperi accusati di aver falsificato le prove che nel verbale di arresto accusato i 93 fermati. Le armi trovate sono in realtà attrezzi da cantiere, nessuno ha potuto rilevare una resistenza che i poliziotti hanno usato come scusa per i pestaggi, uno degli agenti che ha affermato di essere stato aggredito con un coltello viene smentito dai RIS, e - dulcis in fundo - due bottiglie molotov trovate alla Diaz si scoprono essere reperti sequestrati il pomeriggio dai poliziotti stessi in Corso Italia: in un video si vedono tutti i dirigenti che con in mano il sacchetto con le molotov si apprestano a posizionarle nella scuola Diaz per poi accusarne i fermati.
L’indagine di questo processo e il suo svolgimento sono il paradigma di Genova: non si sa quali agenti hanno partecipato all’operazione, non si sa chi la dirigeva, non si riescono a ottenere le foto dei partecipanti, le dichiarazioni di tutti i poliziotti si contraddicono e si autoaccusano, tanto che il capo della polizia Gianni De Gennaro e l’ex questore Colucci vengono iscritti nel registro degli indagati per aver indotto e aver reso falsa testimonianza, rispettivamente.
Il clima in aula è forse il peggiore: gli avvocati delle forze dell’ordine sono solidali con i propri assistiti e non si risparmiano il sarcasmo e l’ironia di fronte alle testimonianze della gente massacrata e all’evidenza di quello che i propri assistiti hanno combinato. In assenza di altro se la prendono con pm e avvocati delle parti civili, insultandoli e denigrandoli ricordandomi i collaborazionisti nei film sulla resistenza. E’ molto difficile resistere alla tentazione di spaccare tutto. Ma resisto.
L’udienza finisce alle quattro, solita corsa per pubblicare la trascrizione, solita corsa per scrivere un comunicato stampa che non servirà a molto, soprattutto dopo che durante tutte le ore passate in tribunale vedi i giornalisti di ansa, secolo xix e via dicendo che tubano con gli avvocati delle forze dell’ordine, una faccia, una razza. Quella dell’establishment a tutti i costi.
Alle sei prendo il treno e torno a Milano. Ho un’altra assemblea. Corro per arrivare in tempo. Poi non ho testa per seguirla, e mi perdo metà delle discussioni. Poi vado a letto. Mi aspettano ancora giovedì e venerdì.

Giovedì.
Sveglia alle sei e mezza. Treno, ritardo, corsa, entrata in tribunale. Oggi c’è il processo Perugini, ma anche quello per la Diaz continua. Dato che il processo Perugini ha un’udienza ogni due mesi decido di saltare l’altro: mi farò dare gli audio dai ragazzi di Radio Radicale e poi in qualche modo trascriveremo le testimonianze. Poi al massimo chiamo gli avvocati per sapere come è andata e fare il comunicato stampa.
Il processo Perugini è il primo per il quale si è avuta una condanna contro le forze dell’ordine: Giuseppe De Rosa, un DIGOS di Milano, ha patteggiato l’accusa di lesioni ed è stato condannato a 20 mesi di carcere con la condizionale e 10.000 euro di multa. Oltre a lui ci sono altri 5 funzionari DIGOS di Genova (tra cui l’ex vicecapo dell’ufficio Alessandro Perugini) che attendono la sentenza. Queste sei persone sono indagate come responsabili del pestaggio di una decina di ragazzini che sabato pomeriggio al margine della manifestazione di trecentomila persone erano seduti in terra e canzonavano le forze dell’ordine: avete presente la scena in cui c’è un ragazzino (minorenne all’epoca) che grida in una telecamera mostrando il proprio zigomo spostato qualche centimetro fuori dalla sua faccia? Ecco quella scena lì. Fortunatamente in questo caso nessuno ha dubbi su come finirà il processo. Però è interessante sentire cosa dicono i poliziotti coinvolti: “secondo noi stavano resistendo perché erano seduti al di qua della zona che noi interpretavamo come proibita”; “un poliziotto come me che ha partecipato alla liberazione del generale Dozer sa che non si va per il sottile, stavano resistendo e li abbiamo arrestati; non ho mai avuto così tanta paura come in quei giorni” (di un quattordicenne disarmato e seduto in terra?). Bella figura la polizia italiana.
L’udienza è rapida e fastidiosa, ma il processo è quasi finito. Faccio in tempo a scendere nell’aula bunker e trascrivere anche un pezzo dell’udienza Diaz.
Alle quattro finito tutto, altra girandola: Internet, doppio comunicato stampa, pubblicazione sul sito, quattro chiacchiere in segreteria legale e con gli altri di supportolegale. Alle otto riesco a prendere il treno e tornare a Milano.

Venerdì.
Di nuovo: sei e mezza, sette e dieci, nove e venti, nove e trenta. I tempi del mio calvario di prima mattina. Oggi dovrei andare a sentire l’altra udienza del processo contro i 25 manifestanti per devastazione e saccheggio, ma decido di farmi aggiornare dagli avvocati e dalla segreteria legale sui processi per i cosiddetti “fatti di strada”: in pratica centinaia di persone sono state fermate nei giorni di genova e picchiate; alcune di esse hanno sporto querela per arresto illegale e lesioni. In molti casi il processo contro i fermati è ancora in corso, mentre la causa civile per chiedere i danni per l’illegalità della condotta delle forze dell’ordine è ancora in alto mare. Ultimamente ci sono stati un po’ di casi confortanti in questo senso: tre persone hanno ottenuto dei risarcimenti dallo Stato per i pestaggi subiti ingiustamente. Speriamo si continui così. Finito di farmi aggiornare chiamo a Cosenza, che oggi c’è anche quel processo lì: un processo contro 13 persone avviato dopo che i carabinieri hanno questuato in tutte le procure italiane un pm che credesse alla serie di panzane che avevano messo insieme i militari per accusare gli imputati di associazione sovversiva. Anche qui la compartecipazione psichica, anche qui messaggi ironici via mail scambiati per piani di battaglia, telefonate in diretta alla radio interpretate come forma organizzata di coordinamento tra manifestanti. Una farsa che farebbe molto ridere se i 13 imputati non rischiassero vent’anni di galera. Ma si sa, i carabinieri e i pm a loro compiacenti hanno un senso dell’umorismo tutto loro.
Oggi finisco presto. A mezzogiorno mangio un’insalatona a tre euro e mezzo in piazza delle cinque lampade e faccio addirittura in tempo a meravigliarmi per la differenza del costo della vita tra la città ligure e Milano, dove l’avrei pagata tra i sette e gli otto euro. Prendo il treno e torno su. Ritarda e arrivo a casa alle cinque.
Quasi non ci credo che ho il venerdì per bermi una virgin colada e stare tranquillo.

Sabato. Domenica.
Riposo? Dipende. A volte c’è una presentazione. A volte c’è una trasmissione radio. A volte c’è un’emergenza anche per processi a Milano, un corteo, una scadenza politica. A volte c’è la vita di tutti i giorni, a volte c’è la sfiga. A volte invece tutto bene. Non sempre però. Il problema è l’atterraggio, no?

Supportolegale era un gruppo di lavoro della rete di Indymedia Italia, ora è un collettivo autonomo da altre strutture che si è sempre occupato, da quando è nato nel 2004, di raccogliere fondi per le spese legali relative ai processi per il G8 di Genova e per altri processi importanti per i movimenti, nonché di offrire supporto tecnico e comunicativo a tutti coloro che sono coinvolti nella lunga coda di eventi legali e repressivi del G8 di Genova. Inoltre Supportolegale vorrebbe dare una prospettiva politica diversa sulle operazioni di repressione e controllo che quotidianamente dominano la vita dei movimenti italiani e non solo. Unico principio: si difendono tutti i manifestanti, senza alcuna distinzione. Tutti coloro che a Genova hanno resistito e lottato meritano di essere difesi e sostenuti: Genova non sono 25 sovversivi o 29 mele marce nella polizia. Genova sono trecentomila sovversivi che possono oliare il meccanismo collettivo della memoria e rivelare le menzogne con cui la storia sociale che ci appartiene vorrebbe essere coperta da chi ha organizzato l’operazione Genova-G8.

 


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