Mayday Parade 007: tarocchi precari e city of gods!

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 13:13

 

Quest'anno le novità targate creattività alla Mayday Parade saranno i Tarocchi della Precarietà e una edizione completa e innovativa di City of Gods (l'unico freepress  in cui free significa libero). Per saperne di più vi toccherà venire in corteo, ma intanto potete spulciarvi il sito cartomanzia.precaria.org e city.precaria.org.


Ventisette... sarebbe bello emulare clerks...

spalti e madonne — Inviato da nero @ 00:06

 

Arrivo allo stadio con la mia bandiera fatta in casa sorretta da una canalina elettrica. Al varco di prefiltraggio, mentre intorno a me passano tutti anche con una carabina camuffata da zuppa inglese, un solerte carabinieri basso, grasso ed evidentemente romanista, mi comunica che hanno "avuto disposizioni precise e che l'asta non va bene; deve prendere quelle come alla bancarella". Io suco che non ho voglia di litigare: vado alla bancarella prendo l'asta composta da due aste di un metro e torno dentro. "E' smontabile?" "Guardi che l'ho presa li' dove mi ha detto lei..." "Se non è scomponibile non può entrare" Ovviamente l'asta è incastrata: "non può entrare" "vabbè ma vaffanculo" Mollo l'asta e me ne vado. Quasi mi atterrano in quanto pericoloso terrorista: "documenti". Gli do i documenti, lui chiama il suo tenente, e minaccia di portarmi diretto in questura. 

Alla fine della fiera mi tengono li' per mezz'ora, sapendo benissimo di non potermi fare un cazzo. Il tenente non rinuncia ragionevolmente a ricordarmi che il decreto legge "antiviolenza" mette le forze dell'ordine in condizione di esercitare arroganza a più non posso, mentre le persone normali devono stare zitte e subire la loro prosopopea: "io potrei non farti entrare né oggi né per il prossimo anno con questo tuo comportamento e il tuoi precedenti [denunce concluse con assoluzione, ma il sistema giudiziario funziona bene evidentemente....] ..."

Certo il DASPO per una persona che ha portato una bandiera allo stadio fatta da sua madre il giorno della festa dello scudetto, solo perché all'appuntato romanista gli rode il culo, è un uso appropriato del concetto di prevenzione e di gestione ragionevole dei problemi. Senza forze dell'ordine ai varchi e allo stadio non ci sarebbero scontri. Senza di essi nel mondo ci sarebbe meno arroganza. Odio.

Ma passiamo alla partita.

Prova di concentrazione per l'Inter in casa, dopo il tonfo con la Roma e la sofferta vittoria con il Siena: entriamo pieni di infortunati, squalificati e operati, tanto che in panchina c'è addirittura Choutos e un primavera di cui non hanno la foto per il tabellone elettronico. Dietro a sorpresa quel bidone di Grosso anziché Zanetti, a centrocampo i quasi titolari, mentre davanti Chino-Cruz è la coppia. 

Giochiamo sciolti e la parita sembra in discesa anche se ogni passaggio dell'empoli sulla loro fascia destra diventa un pericolo grazie alle meraviglie del campione del mondo comprato dal Palermo. Dopo Adriano è il migliore candidato al premio Indesit 2006-2007. Al ventesimo Cruz inizia a zoppicare ma la mette prima di essere sostituito per Gonzales (chissà perché Mancini non vede Solari neanche con il binocolo), e riesce così a mostrarci l'unico giocatore peggio di Grosso. Gli scatti sono al rallentatore, il fraseggio è al buio, la testa è sempre sul pallone e mai a guardare a chi passare la palla, e il controllo è nullo: uno scandalo impresentabile, che si mangia anche dei gol incredibili.

Recoba prende un palo clamoroso, ma l'empoli riesce a metterla con un gran tiro dalla distanza. Dopo il pareggio dei gelatai i nerazzurri se la prendono: nel giro di due minuti gol dalla bandierina di Recoba con complicità evidente del portiere empolese che è l'unico più babbo di Dida (ma almeno non lo fa con il Manchester dopo 5' minuti di semifinale), e staffilata di Stankovic. Potrebbe finire in goleada se Gonzales, Stankovic, Grosso e addirittura Figo non si mangiassero un gol fatto ciascuno. Gli ultimi venti minuti di partita sono degni di una camomilla, ma siamo Campioni d'Italia.

Da segnalare la partita incredibile di Julio Cesar, che se smettesse di chiedere sei milioni all'anno ci eviterebbe di dover spendere quaranta milioni per Buffon (che se devo pagare un portiere pià di un milione di euro all'anno è meglio che sia il migliore del mondo :)

 


Ucci ucci sento odor di... occupazione

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 16:07

 

Un uccellino mi riferisce che in via Volturno, quartiere Isola, proprio a due passi dalle ruspe, qualcuno ha occupato un nuovo posto! :)

L'occupazione è stata realizzata dal variegato collettivo di studenti universitari della statale (e non solo). Il posto è l'ex sede dei DS in via Volturno, in zona Isola, un palazzo di sette piani dedicati a uffici, oltre a un auditorium la cui ultima iniziativa ospitata è stata una presentazione di un libro di fassino.

Gli studenti sono molti e molto felici di questa esperienza. Il quartiere non ha reagito male, se non per un po' di diffidenza per il timore del ricrearsi di una zona devastata dallo spaccio e dai rompimenti di coglioni come era diventata nelle ultime fasi la stecca: si avvicinano, curiosano, chiacchierano con i presenti e mediamente vanno via convinti che ci si trovi di fronte a persone con cui si può ragionare e stare a vedere che cosa vogliono combinare.

Ho fatto un giro dei bar e dei pub del quartiere a raccogliere impressioni, e mi pare tutto filare liscio. Di sbirranza non se n'e' vista, anche se il luogo, ormai di proprietà ben più altolocate che non il Comune (precedente proprietario), vale molto e quindi costituirà un non indifferente elemento di pressione su questura e prefettura.

La partita è dura ma aperta, e vedremo un po' i giovani e le giovani che carte si vorranno giocare. Tanto anche loro un carro alla mayday lo hanno già prenotato da parecchio. E via!  


And now for something completely different: MAYDAY MAYDAY!

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 15:43

Passata la depressione post 25 aprile, è ora di guardare al futuro, e a parte il campionato di serie B e le grandi vittore dello sport in Champions League <g>, è in arrivo la mayday 007, giunta alla sua settima edizione.

Quest'anno la preparazione della mayday è stata superpolitica da un lato e supersociale dall'altro. Alle riunioni per indire la manifestazioni si sono visti quasi esclusivamente soggetti tutti politici, distanti mille miglia e mille anni dalla realtà delle cose, ma vicini (nella maggior parte dei casi) ai giochini a cui sono abituati nei palazzi. D'altronde, si sa, in periodi di scarsa evidenza dei processi di attivazione del tessuto sociale (attenzione non ho detto dei processi in sé, ma della loro visibilità), i politicanti si arrabattano contro le loro stesse macchinazioni per dare un senso alla loro esistenza. E così abbiamo una forte presenza di soggetti vicini ai partiti che fanno anche parte dell'esecutivo che cercano di mietere pietà nella mayday milanese, mentre specularmente la rinnovata coalizione del leninismo a buon mercato dell'antagonismo disobbediente cerca di costruirsi un giardino in cui sia più facile fare il proprio gioco senza fastidiosi bastoni egualitari e paritetici tra le ruote. 

Nonostante tutto questo nel tessuto sociale si agitano molte cose, soffocate dai media mainstream e dalla politica, dal governo e dalla chiesa, dal moralismo e dal fastidioso intellettualismo fine a sé stesso e al proprio relativismo (quanti ismi del cazzo :( 

Così mentre si ciarla di tutto questo e si riesce a far passare un comunicato molto politico destinato agli addetti ai lavori, le assemblee con cui prepariamo i carri dell'intelligence precaria vedono 50-60-70 persone ogni settimana e grande entusiasmo. Si fatica a trovare un meccanismo divertente e coinvolgente come gli anni scorsi, ma quest'anno nelle assemblee i gruppi di lavoratori appaiono molto più sciolti e sicuri di sé stessi nella partecipazione, addirittura in alcuni casi inarginabili :) 

Peccato che la commissione censura interna abbia bocciato il gioco di parole su MAYDAY 007, agenti segreti, intelligence precaria e cospirazione, ma il gioco che si è elaborato funzionerà altrettanto bene,  catturando l'attenzione e stimolando l'immaginazione delle persone. Poi io amo molto i tarocchi e tutte le forme di divinazione: come ogni forma di superstizione mi affascina la sua capacità di estrarre senso dalla casualità, di derivare relazioni da elementi disposti in maniera totalmente priva di connessione. Sincronicità, qualcuno in qualche commento si è divertito a stuzzicarmi :)

E' ancora presto per lanciare tutto e spiattellarvelo qui, ma aspettatevi altri post nei prossimi giorni che vi raccontino di più. Per ora potete informarvi in giro:


Memoria a ostacoli: 62esimo anniversario della Liberazione

movimenti tellurici, storia e memoria — Inviato da nero @ 05:33

 

Da quando sono nato sono stato abituato al fatto che il 25 aprile è un giorno speciale. I miei non sono questo mostro di impegno sociale (mia madre già qualcosa di più di mio padre), ma il 25 aprile è sempre stato un giorno che mi è appartenuto, e penso che le canzoni partigiane sono una delle poche cose che mi muove a commozione. Con il passare degli anni, l'esercizio della memoria, della più pura e semplice delle attività, quella di ripercorrere con il pensiero alcuni eventi e di riflettervi, è diventata sempre più ardua, nell'impetuoso mare del revisionismo, delle scuse non richieste, della riconciliazione a tutti i costi nel nome di una misurata farsa democratica che mi fa vomitare.

Da ormai alcuni anni a questa parte il mio 25 aprile comincia con il rito più intimo e significativo del giro delle lapidi dedicate ai partigiani in quartiere Isola: un gruppo via via più sparuto (ogni anno si perdono almeno 2-3 persone) fa un giro in macchina (già una cosa sfigata di suo, ma comprensibile considerata l'età media di 70 anni) a deporre le corone di alloro con il tricolore dell'ANPI e del Comune, presso una ventina di lapidi divise tra la zona di Lagosta, Centrale, Gioia. Il giro è molto intimo, e assolve perfettamente il compito di riconciliarti con un pezzo di storia che non hai vissuto direttamente ma che senti sulla tua pelle come qualcosa di vivo. Una sensazione evidentemente sempre meno diffusa.

Pensavo che avremmo raggiunto il minimo storico di questi giri di lapide due o tre anni fa quando ci litigammo la lapide in piazza Clotilde con un altro gruppo di persone, ma oggi quando in via Confalonieri, durante il giro delle lapidi del 25 aprile, i vecchietti del PSI hanno voluto mettere anche una corona sotto la targa dedicata a Bettino Craxi, quasi finisce in rissa. D'altronde di questi tempi mettere sullo stesso piano chi si è fatto ammazzare per cacciare i fascisti e chi ha rubato i soldi di metà della popolazione per poi morire in piena crisi di vittimismo dopo essere scappato dall'Italia ad Hammamet, è proprio il minimo del revisionismo che si possa accettare. Dopo un po' di insulti a mezza voce, il primo ostacolo è saltato.

Dopo 100 metri secondo ostacolo: il monumento ai caduti della Resistenza vicino a Largo De Benedetti è chiuso nelle lamiere del cantiere di Garibaldi Repubblica. Per poter mettere le DUE corone devo: scavalcare la recinzione del cantiere, scalare un impalcatura, appendermi al monumento e finalmente appoggiare le corone. Poi dopo questo improvvisato e provvido parkour, posso scendere e tornare alla macchina e ripartire per le ultime lapidi.

Uno pensa che per ricordare una cosa che dovrebbe essere nel dna di tutti, io abbia gia' fatto abbastanza fatica. Ma no.

Vado a Bergamo per il pranzo del 25 aprile. Quando arrivo a Dalmine (l'uscita per il Paci Paciana) scopro che fino al 6 maggio è chiusa in arrivo da Milano. Ok. Esco a quella dopo. Mi faccio 15 minuti di coda al casello per rientrare in autostrada, tornare indietro 5 km, pagare 30 centesimi e finalmente arrivare al Paci. Dove però il pranzo è in ritardo di due ore. Meno male che mi vogliono bene e mi danno da mangiare in anticipo di straforo (raga' mi sono dimenticato di lasciare la sottoscrizione, che pezzente!).

Torno a Milano per l'inizio del corteo. Decido di ascoltare Radio Popolare. La tesi della radio è che la nascita del partito democratico sia il motivo fondante di rinnovata partecipazione al 25 aprile. Una tesi bislacca, ma che nella ressa di puttanate che sentiamo e leggiamo tutti i giorni non fa una grinza. Se non che tutti gli intervistati danno addosso al governo e alla mancanza di memoria storica, e affermano di essere al corteo per i motivi di sempre: ricordare i valori fondanti della nostra vita moderna come cittadini di una società moderna. Il commento dell'intervistatore di Radio Popolare, evidentemente scontento che la realtà non si confaccia alla linea della radio, cerca prima di rimediare con un militante dei DS di venti anni che è entusiasta del PD come "momento in cui vrrà finalmente dato spazio a noi giovani" (PIETA'). La chiosa del giornalista è che i pareri raccolti a parte quello del giovani militante "non fanno statistica": nel senso che in Italia siamo riusciti a trasformare in un esercizio dialettico anche la più banale delle scienze.

Spengo la radio innervosito. Passso da casa e poi finisco in Porta Venezia. Alle 15.30 la coda del corteo (normalmente ancora in Loreto) è già oltre Palestro. Becco i popolarini e dico: "poca gente quest'anno". Loro: "ma va, molta di più". Certo d'altronde sono stati invitati sul palco il lider maximo Bertinotti e quell'arpia della Moratti, che c'entra con il 25 aprile come un cetriolo sottaceto nel caffelatte.

Mentre giro per il corteo ormai affranto, solo pochi attimi di felicità quando vedo 12 ragazzi dei campi palestinesi agitare una bandiera della Palestina su una asta lunghissima che si vedrà dalla prima all'ultima fila del corteo. Poi mi giro e vedo un cretino con una bandana nera con la celtica e una tipa con il cappellino bianco che fanno foto, mentre nessuno gli dice un cazzo. Lo prendo a male parole sperando che reagisca per accartocciarlo su un palo. Non funziona. Fa finta di non sentirmi e in qualche modo riusciamo a fotografarli (presto online). 

E' il simbolo di questo momento di memoria ad ostacoli: annacquato da ogni gruppetto alla ricerca di farvi rientrare qualsiasi querelle, dimenticato, strumentalizzato,  frammentato, sfottuto dai fascisti, ignorato dalle persone normali, che difficilmente sapranno dirti chi era contro chi nel 1943. Che tristezza. Mi allontano dal corteo mentre in piazza si consuma l'ennesimo suicidio politico della sinistra, che afflitta dal senso di colpa ha invitato la Moratti a parlare dal palco, completa vittima di sé stessa.

Almeno il successivo cinema brechtiano con Le vite degli altri mi ha risollevato dalla depressione più nera, un film in cui si riafferma come le decisioni degli uomini abbiano più valore di quello che si vorrebbe far sembrare per farci accontentare di una vita senza opinioni, senza tempo, senza spazio, senza voglia e senza possibilità. 

PS: sono cotto dal sonno e non rileggo. non mi crocefiggete troppo 


Il giorno inaspettato dei campioni

spalti e madonne — Inviato da nero @ 05:49

 

Scendo dal treno alle 13.07. Mancano due ore alla partita e quindi sono ancora relativamente tranquillo. Concordo il piano con voce rilassata: adesso andiamo a casa, ci facciamo un the, leggiamo la mail e poi ci scagliamo verso il quattro quattro due, il covo. A piedi da casa mia ci vogliono venti o venticinque minuti. Tutto l'anno sono andato al Biffi, l'unico posto vicino a casa mia e scevro di nazisti espliciti (c'è comunque sempre quel vecchio canuto che sa tutto ma non capisce un cazzo di calcio che mi irrita il solo vederlo, ma facciamo di necessità virtù). Tutto l'anno sono partito di casa verso le due e venti e sono arrivato al Biffi alle due e trentacinque. Tutto l'anno canticchiando nerazzurri alè, nerazzurri alé, nerazzurri alè. Oggi sfatiamo il mito. Oggi sfidiamo la scaramanzia. Fanculo, dopo la debacle di mercoledì sono tornato al mio nichilismo puro: come dice anche The Big Lebowski... “i nazisti almeno credono in qualcosa, ma cosa facciamo con i nichilisti, questi non credono in niente!”

Camminiamo normalmente verso via Procaccini, decidendo di attraversare Sarpi. Ogni tot io accelero il passo costringendo blanca a tirarmi per la manica. “Non lo faccio apposta, è che proprio mi prende l'ansia da partita e non riesco a trattenere il passo”.

Arrivo al quattro quattro due e non c'è ancora un cazzo di nessuno. Scelgo il mio tavolo nell'angolo. Chiacchiero con ale mentre ci guardiamo la seconda divisione inglese, in cui contrariamente a ogni pronostico il Birmingham vince ridando fiato alle speranze di playoff dello Stoke City, la prima squadra di ale, quella per cui batte il suo cuore gallese. Addirittura gli avversari del Birmingham si fanno parare un rigore casuale dato al novantatreesimo.

Non so se interpretare la cosa come un segno positivo o negativo. Sono le quattordici e cinquantatre. Non so nulla. Non sono nulla. Un fascio di nervi. Al termine della partita con la Roma avevo giurato che avrei fatto lo sciopero del tifo.

Al primo tocco di Materazzi già mi parte la prima bestemmia. Al secondo tocco sono già lì che sbraito come se fossi seduto di fianco a Sinisa in panchina. Alla prima occasione da gol netta sono già in piedi sul tavolo. Mentre la partita si snoda e vedo i ragazzi che comunque stanno giocandosela, guardo blanca che mi osserva con commiserazione: “il mio fioretto non è valso un cazzo, lo so... sono un mezz'uomo”.

Ma intanto mischia in area, scarpate, Materazzi, gooooooooool. Salto in braccio a Montalbano (un cristone quarantenne bergamasco con due braccia larghe come le mie coscie) e poi corro a lanciarmi sul mucchio di gente abbracciata in mezzo al pub. Altro che Biffi. Qui mi sento a casa, tutto sommato. Sono in un covo di tifosi nerazzurri, non di sportivi da bar, non di vecchi-so-tutto-io, ma tifosi invasati per i colori nerazzurri.

Mi risiedo e quelle merde della terza squadra della Juve, con la stessa maglia, ma disputanti campionato nel territorio toscano, segnano il pareggio alla prima azione. Mi incazzo come un caimano con la nostra difesa disposta a rombo-raggera a quattro dimensioni, in pratica a caso, ma non demordo. E' maturo, lo sento, soprattutto quando serpeggia la notizia che la Roma ha preso la prima pera da Doni.

Bastardi, lo sapevo che dopo averci rotto le uova nel paniere perdevano a bergamo come dei pusillanimi. Pagliacci. “Forza ragazzi mettete quella cazzo di palla nel sacco”. L'assedio è assiduo ma il gol non arriva. In compenso arriva il gol capolavoro di Zampagna, che se lo avessi avuto di fianco lo avrei baciato in bocca, nonostante il suo probabile rifiuto.

Nell'intervallo tutti parlano, fumano, bevono, discutono. Tutti ci credono, ma credono anche che la sfiga è sempre dietro l'angolo. La logica dell'interista, lo scetticismo incarnato in corpi e cuori troppo carichi di passione da troppi anni, e fegati troppo carichi di torti e disastri dell'ultima giornata o dell'ultimo minuto.

Dopo due minuti nel secondo tempo si infortunano in serie Burdisso e Julio Cesar. Ci guardiamo per cercare di interpretare attraverso i volti di chi ci sta vicino e le sue bestemmie se sia un segno del destino eroico che ci attende o della sfiga in agguato dietro l'angolo camuffata da vecchina con il kalashnikov. Julio resiste, si tappa il sangue nel naso, e garantisce i cinque minuti di recupero.

I ragazzi ci credono, ma il Siena fa la partita della vita. Stronzi gobbi mancati maledetti. Sembrano il Piacenza contro il Genoa due anni fa, quando il Torino li pagò più di Preziosi, costringendo quest'ultimo a comprarsi la famosa partita con il Venezia che è costata ai genoani l'inferno della C.

Ibra, Cruz e company però danno il bianco. “Mettete quella cazzo di palla nel sacco, dio caimano!”. Il grido si leva solenne. Cruz si lancia in profondità, Manninger esce scomposto: “è rigore!” “che cazzo dici era fuori area di un metro!” “è rigore, guarda è dentro e lo sposta fuori” “il guardalinee lo trasforma in una punizione” “meglio così” “meglio così un cazzo”.

Materazzi mette la palla sul dischetto. Tutto il pub è in silenzio: chi si copre la testa per non guardare, chi stringe i pugni e fa respirazione yoga, chi ha le labbra cucite e ostenta calma olimpica, ma dentro si sente il cuore che gli sfonda la cassa toracica e la lingua che si gonfia. Tiro, gooooooooooool. Esplode il quattro quattro due. la gente si lancia in un pogo violento, abbracci, urla. Ci giriamo verso la televisione. Materazzi rimetti il pallone sul dischetto: “ma che cazzo fa quella merda di ayroldi, lo fa ripetere?” “io adesso muoio” “ho un infarto”. Ricala il silenzio. Matrix parte, tiro, gooooooooooool.

E' tripudio. Perrotta accorcia le distanze ma non ce ne frega un cazzo. Adesso la partita è il simbolo della riscossa, della vittoria, dell'eroismo. Mancini che non ha mai fatto un cambio prima dell'ottantesimo in vita sua, decide di esaurire i cambi al ventesimo della ripresa. Due minuti dopo Maicon si infortuna e sembra non poter riprendere il gioco: trenta minuti (contando il recupero) in dieci contro undici. Con SOLO un gol di vantaggio. Incubi.

Inter è sofferenza, Inter è terrore, Inter è non poter aver certezze. Uno si chiede perché è nato interista. La partita procede, il gioco della beneamata scende di tono, e soffriamo qualche scarica adrenalinica dei senesi guidati da quel rossonero di Beretta, infoiato come un coccodrillo a digiuno.

Scocca il novantesimo. Cinque minuti di recupero. Julio Cesar rallenta i rinvii dal fondo, ma sembriamo incapaci di tenere quella cazzo di palla. Ma agli allenamenti la melina non la insegnano più. Ayroldi fischia: il quattro quattro due esplode, tutti esplodiamo.

Fermi tutti, mancano tre minuti a Bergamo”. Giriamo canale. Punizione dal limite basso dell'area per la Roma. Tre minuti ancora da giocare. Parte la punizione e non succede un cazzo, se non che un romanista rimane a terra un po'. Rosetti allunga il recupero di un minuto. I secondi scorrono lenti, ma la Roma non fa un cazzo, non fa un cazzo, non fa un emerito cazzo. Triplice fischio. Siamo campioni d'Italia. Dopo diciotto anni. Ero piccolo quando ho visto lo scudetto allo stadio con la mia minchia di bandierina degli ottanta anni dell'inter. Ero giovane quando ci hanno fottuto almeno tre campionati, di cui uno comunque ce l'eravamo mandato in vacca da soli. Non ci credo.

La gente si abbraccia si salta in testa. Ale spara Amala Pazza Inter Amala sullo stereo a tutto volume, siamo in strada, salgo su una macchina e grido come un pazzo, la gente ci guarda giustamente come invasati. Urli fino a che non hai più voce, urli per farti sentire da tutti, urli per sentire gli altri urlare.

Va avanti così per un'ora. Poi ci spostiamo in Duomo. Una bolgia di umanità in nerazzurro, bandiere, striscioni, cori, aste, pupazzi, trombe, trombette, sirene, ragazze, ragazzi, bambini, vecchi, adulti, bianchi, neri, gialli. Gridiamo, gridiamo, gridiamo ancora, scandiamo cori, fino a che non siamo esausti.

Torniamo a casa. Sul tram c'è una signora giapponese con la madre vecchia che sembra uscita da un manga. La signora fa sedere la madre sul sedile del tram e poi tira fuori dalla borsa la sua bandiera a scacchi nerazzurri e la appende al finestrino del tram. La guardo e rido come un cretino, come uno che una volta tanto non è deluso, non è meditabondo, brontolone, scassacazzi.


Rido perché sono felice.


 


Vergognatevi

spalti e madonne — Inviato da nero @ 03:01

 

Dedicato ai giocatori dell'Inter e soprattutto al suo tecnico, Roberto Mancini, che non impara mai dai propri errori. 


Lo sgombero della stecca: una vicenda emblematica nel cuore di Milano

movimenti tellurici, concrete — Inviato da nero @ 17:37

 

La Stecca degli Artigiani è una struttura di oltre cento anni fa nel cuore di Milano, in quartiere Isola, a un passo dal centro, un tempo uno degli epicentri della ligera milanese (la piccola criminalità che sbarcava il lunario in maniera non esattamente legale :), più recentemente luogo simbolo delle trasformazioni della città in piena gentrification.  Stamattina i locali della Stecca sono stati sgomberati dalle forze dell'ordine e sono in corso la demolizione della struttura. Al momento in cui scrivo si salva solo la porzione dove ha sede la locale sezione del Partito della Rifondazione Comunista, ma neanche loro erano molto certi di sopravvivere all'operazione (e in ogni caso la loro permanenza cambierebbe poco rispetto alla riflessione che sto scrivendo).

All'interno della Stecca dagli anni Ottanta in poi si sono insediati artisti e artigiani, che vi svolgevano i lavori più diversi. Negli ultimi anni molti degli artigiani hanno abbandonato lo stabile in cambio di luoghi più decentrati e meno pregiati in una non-trattativa con il Comune di Milano. A loro sono subentrate associazioni che si occupano del sociale (dall'aggregazione all'insegnamento per stranieri, passando per molto altro), gruppi informali, e singoli. 

Negli ultimi pochi anni la vicenda della Stecca ha subito un'improvvisa accelerazione, dovuta alle mire speculative nei confronti di un'area molto appetibile di un quartiere ancora popolare, inopinatamente (secondo il Comune) dedicata a un giardino e a un non-luogo come la Stecca "occupata abusivamente". Tutta l'area infatti è interessata dal progetto relativo al nuovo centro direzionale amministrativo in cui la Regione si trasferirà lasciando il Pirellone vuoto e privo di utilizzo (uno si chiederà legittimamente perché non rimangono lì, ma le sue domande sono destinate a non ottenere risposta). Più in generale il quartiere Isola è interessato da un processo di trasformazione nel complemento al nuovo settore moda che sorgerà nell'adiacente Garibaldi-Repubblica. Tutto questo firmato Comune di Milano e Hines Italia (il buon Manfredi-Catella.....).

La vicenda degli ultimi anni della Stecca degli Artigiani e delle lotte per salvarla o/e per spartirsela sono emblematiche delle trasformazioni di Milano, della sua lenta ma inesorabile discesa nella terra dei senza anima, nel luogo in cui chi vive una strada preferisce vendersene i marciapiedi che continuare a viverci dignitosamente.

In un primo tempo si sono costituite diverse associazioni, ognuna con la propria agenda circa il significato della frase "salviamo la Stecca e il quartiere": dal Comitato dei Mille che voleva trasformare l'area in una zona per benpensanti e bambini, all'Isola Art Center che voleva aggiungere a quel progetto un museo d'arte moderna ovviamente gestito da loro, fino ad arrivare a soggetti più o meno autorganizzati che non hanno mai saputo esprimere una progettualità politica su quell'area ma un generico sostegno a questa o quella associazione, e al Rifondazione Comunista, che cercava di essere eletto dagli altri occupanti rappresentante delle istanze in sede politica, poco interessato tutto sommato a cosa poi effettivamente serviva o meno al quartiere, o a realizzare un proprio progetto.

Tutte queste idee divergenti hanno fatto finto di convivere fino a che i tempi non si sono fatti stretti, facendo finta di non vedere come la struttura veniva sempre più lasciata a sé stessa, e in particolare alle varie comunità di migranti che ne hanno fatto il loro fortino (in buona parte non con fini edificanti, ma come ben difendibile ghetto autocratico e insofferente alla vita del quartiere che non fosse quella dei propri clienti affezionati). In buona sostanza anche i gruppi di senegalesi, rumeni, latinoamericani e arabi che si sono in diversi tempi insediati nel luogo non hanno pensato nient'altro che a farsi i propri giri, noncuranti di quanto sarebbe durata la situazione e perché. I soggetti autogestiti hanno fatto finta di non vedere la situazione che degenerava, anche perché parte di quel parco clienti che tanto vituperavano e soprattutto perché figli di una generazione del pensiero debole che prima di prendere in mano la situazione ci pensa sempre un paio di volte di troppo. I soggetti "istituzionali" o "compatibili" hanno semplicemente dato le chiavi alla DIGOS per fare un paio di interventi che hanno solo contribuito ad avvelenare gli animi.

A ridosso del momento dello sgombero ognuno poi ha giocato per sé: i migranti si sono barricati, un po' di folklore atavico non guasta mai; i soggetti autogestiti e le associazioni più giovani hanno creato una associazione di associazioni e hanno messo sul piatto un accordo con Manfredi-Catella per degli spazi pulitini-pulitini post delenda Stecca; PRC e Isola Art Center (sicuri che dopo la Stecca a soggetti così affermati uno spazio non sarà certo negato) hanno scelto la linea dei pasdaran, non si capisce se per mettersi a posto la coscienza o per convenienza di immagine. 

A questo punto mi odieranno tutti, ma una volta tanto cerchiamo di vedere le cose come stanno e di capire che questo sgombero è una sconfitta per tutti, che segna l'inizio della fine del quartiere per come l'abbiamo conosciuto, molto più che i reiterati sgomberi di Reload, dello sgombero di Metropolix, di quello di Garigliano per pochi soldi, e della trasformazione del tessuto sociale del quartiere in un luogo privilegiato da fighetti (si spera che la gente che vive in Isola sia più resiliente dei suoi luoghi simbolici). Questo sgombero è una sconfitta ed era ormai inevitabile: la gente del quartiere aveva abbandonato la Stecca vinta dagli scazzetti per interessi particolari dei vari soggetti coinvolti, vinta dalle sensazioni di degrado della propria pancia, dalla logica culturale monotematica con cui i media l'avevano imbastita e che chi vive il quartiere in maniera politicamente vivace non aveva saputo destrutturare. E il Comune non deve essere certo stimolato negli interventi manu militari.

La fine della Stecca è emblematica delle trasformazioni nel cuore di Milano, sempre più città vetrina, spossata e spogliata della propria anima a favore di soldi effimeri e progetti ancora meno credibili di magnifiche sorti e progressive, sempre più vessata dall'incapacità politica e materiale di chi crede che il mondo possa funzionare secondo logiche di cooperazione e di solidarietà, e non secondo logiche di conquista e di violenza.
La Stecca degli Artigiani l'abbiamo persa noi, chi ha fatto troppo poco, e chi non ci ha pensato abbastanza, chi ha aspettato che qualcuno trovasse una soluzione per lui, e chi ha cercato soluzioni solo per sé stesso o poco più. L'inesorabile mortificazione di un quartiere vivo e splendidamente contraddittorio lascerà un vuoto che sarà difficile colmare e di cui nessuno di noi si preoccuperà seriamente fino a che non si sarà spalancato sotto i nostri piedi. 

Quando camminando per via Borsieri troveremo solo vetrine fredde e lucide, e non vedremo più la gente che attraversa la strada sorridendo e chiacchierando, ci accorgeremo di quanto amavamo quei luoghi e ci sentiremo solo un po' più stupidi del solito, continuando nella nostra incanalata e scialba vita quotidiana. A meno che ogni giorno non ricominciamo a  pensare come convincere tutte le persone con cui viviamo quelle strade che il posto in cui camminiamo non è di nessun altro se non nostro, che la risoluzione dei problemi di un luogo sta nella capacità di assumersene la vita, e che l'intervento di chi gestisce già malissimo l'intera città e il complesso della nostra vita, non potrà che peggiorare la situazione.  


Anche negli anni più incredibili tifare inter significa soffrire

spalti e madonne — Inviato da nero @ 05:33

Nel primo tempo l'inter non entra in campo. Parte del contratto di Grosso prevede che faccia fare un gol al Palermo, e lascia i chilometri a chiunque. Dopo tre minuti riusciamo a far segnare il peggior mezzo giocatore del campionato, l'airone Caracciolo. Uno si aspetta una reazione? Nessuna. Allora il Palermo pensa bene di mettere una seconda palla in fondo al sacco al quarantacinquesimo. E il peggior guardalinee del campionato annulla un gol regolare al Palermo, mentre in compenso Rizzoli ha messo fischietti e cartellini nel deretano. In compenso neanche Figo riesce a toccare un pallone decentemente e sbaglia clamorosi controlli

Alla fine del primo tempo ho già battuto il mio personale record di bestemmie. Fortunatamente nel secondo tempo il Palermo non esce più dalla sua metà campo (e non è un modo di dire). Ci fischiano due fuorigiochi che sa solo gesù se c'erano o meno, un gol regolare annullato, due rigori negati. Mettiamo dentro due gol e quasi un terzo con un assist che Adriano non farà mai più nella sua vita (esterno sinistro dalla linea di fondo): Ibra tocca leggero e Fontana è proprio sulla traiettoria.

C'è da dire che Mancini prima di cambiare l'assetto tattico comunque aspetta il ventesimo del secondo tempo. Stankovic e Ibra fanno la differenza, ma in generale Zanetti è un migliore terzino di Grosso (nonostante sia il ruolo del secondo e non del primo), e anche il resto della squadra si sveglia, incluso maestro Figo.  

Essere interisti significa soffrire fino alla fine, anche nell'anno in cui potevi fare il culo a tutti. Che ci dobbiamo fare? Se volevamo nascere con il culo dalla nostra parte nascevamo rossoneri; se volevamo nascere paraculati nascevamo gobbi. Invece ci tocca essere nerazzuri, la squadra che fa soffrire di più i suoi tifosi insieme al Genoa.  

Adesso vorrei ibernarmi fino a mercoledì. Alle 17.30, bastardo l'Osservatorio del Viminale.


我喜欢中国人 : Milano e la psicosi delle bandiere rosse

movimenti tellurici, orient express, concrete — Inviato da nero @ 10:49

 

Come volevasi dimostrare le trasmissioni televisive e i quotidiani di oggi sono un rullo compressore a senso unico: gli scontri nella Chinatown milanese di giovedì 12 aprile sono un aggressione premeditata all'ordine costituito da parte di immigrati illegali che vogliono sovvertire l'ordine costituito della magnificente capitale economica del paese. Quando Milano ha un problema, quando viene segnata dai conflitti che storicamente le appartengono, dalle frizioni tipiche di un luogo in cui la pressione economica per la sopravvivenza è sempre alta, la scena che gli opinion-wannabe-maker dipingono è sempre la stessa: l'apocalisse, la crisi dell'ordine costituito, l'attacco al senso di ineluttabilità del modo in cui le cose funzionano qui da noi, in Italia

Basta ovviamente spostare leggermente gli occhi dal pensiero unico propagandato con prosopopea di tromboni ovunque per farsi venire più che qualche legittimo dubbio. Con una importante nota: non stiamo parlando di una rivolta proletaria, nonostante il terrore che l'esposizione delle bandiere della Repubblica Popolare Cinese ha evocato in tutti i benpensanti milanesi, ma dell'esplosione della frustrazione di una comunità fortemente conservatrice, fortemente "borghese", anche se vorrebbero farci credere il contrario per accorpare il mostro immigrato al mostro economicamente subalterno e "rivoluzionario".

I cinesi si sono iniziati a stabilire a milano sin dai lontani anni Venti, e la zona di Paolo Sarpi è stato sempre l'epicentro di questa comunità. In quella zona i cittadini cinesi si sono comprati a suon di centinaia di migliaia di euro i negozi e gli appartamenti della zona, hanno pagato le loro licenze (anche per la vendita all'ingrosso), hanno pagato le loro mazzette ai vigili urbani. Ora, in assenza di cose più utili da fare, Letizia Moratti (che traghetta la destra nel suo quattordicesimo anno di governo nella metropoli) ha ben pensato di invocare "la legge uguale per tutti" e di decidere arbitrariamente che via Paolo Sarpi è l'unico posto a Milano dove il trasporto su carrello delle merci è proibito. La legittimità di una misura discriminante di questo tipo è più che dubbia, il fatto che si inserisca nella battaglia per misure legali uguale per tutti è assolutamente escluso. 

Ma non basta: non solo la Moratti predica uguaglianza di fronte alla legalità e poi pratica il contrario, ma ovviamente l'applicazione della cosa è totalmente a senso unico. Gli italiani continuano a scaricare le bibite per i bar della zona con il loro carrellino, mentre i cinesi non possono farlo. Vorrei capire dove sta la differenza tra uno e l'altro, e vorrei capire perché in corso Vittorio Emanuele posso girare con un carrellino e in via Paolo Sarpi no. 

Come se non bastasse, il Fuhrer cittadino ha deciso bene di proporre Paolo Sarpi come prossima zona pedonale. I motivi di questa scelta sono quanto meno nebulosi, dato che Paolo Sarpi non è una zona ricca di attrazioni turistiche o di altro. Se è per facilitare lo shopping, allora dovrebbe proporre la stessa cosa anche in corso Buenos Aires, ma ho il sospetto che non se lo possa permettere (proprio in termini di viabilità, prima ancora che di "economie locali"). 

Se confrontiamo tutte queste misure alle proteste che le hanno generate ("non riesco a camminare sui marciapiedi che sono troppo stretti" [come se non bastasse allargare i marciapiedi]; "non ci sono più negozi italiani" [come se i negozi si fossero venduti da soli]) ci risulta un po' fuori misura il tutto. Se poi sommiamo l'ultima illuminante proposta della destra i dubbi diventano anche peggiori: perché la proposta formale della Moratti è  "delocalizzare i cinesi", tradotto in parole povere deportare le persone che hanno comprato a caro prezzo case e negozi, alimentando i nuovi borghesucci milanesi, in periferia.

Pensare che io credevo che la Moratti fosse liberista, ma deve essere un vizio dei liberisti nostrani quello di invocare il libero mercato e poi gettarsi nel protezionismo più becero e nel controllo della produzione e del territorio come neanche la fu Unione Sovietica si sarebbe azzardata a fare.  Quello che mi chiedo è perché nessuno noti questa lievissima idiosincrasia.

Ieri sera alle 18.30 via Paolo Sarpi era ancora completamente militarizzata, con gli elementi più grossi, pelati e violenti del III Reparto Mobile schierati a guardare in cagnesco i cinesi che ancora tenevano chiuse tutte le saracinesche. Verso le 21.30 sono andato nel mio ristorante di fiducia, il Long Chang, (a pari merito con il Ju Bin che da vero ras del quartiere non ha neanche lontanamente pensato di tenere chiuso sfidando gli sguardi dei solerti tutori dell'ordine), e poi più tardi sono passato dal mio bar di cinesi di fiducia in quartiere Isola. Alla mia curiosità mi hanno risposto nello stesso modo (faccio una compilation): "la gente ha fatto debiti per duecento mila euro, ha una famiglia da mantenere, perché non può lavorare?"; "se non volevano i cinesi, non accettavano i soldi e non ci vendevano il negozio"; "la legge è uguale per tutti, e allora perché gli italiani possono scaricare come vogliono e io invece no?"

Molte domande per i cinesi di Milano, ma se le traduciamo sono le stesse domande che un po' tutti dovrebbero farsi sulla morale e la giustizia a corrente alternata che caratterizza da sempre il governo destro cittadino, la logica del double standard che protegge i cazzi miei a scapito dei cazzi degli altri, senza soluzione di continuità e dietro il paravento del mostro che mette in pericolo l'ordine sociale, la legalità e la sicurezza. Con la collezione di danni e scontri che in 15 anni ha raccolto la destra a Milano, chiunque con un po' di dignità si sarebbe ritirato, mentre nella illuminata metropoli gli specchietti per le allodole della necessità di 500 poliziotti, di maggiori controlli, di maggiore rigore, di maggiore questo e quello, funzionano perfettametne nel distrarre menti troppo poco allenate a ragionare e troppo spesso abituate ad obbedire.

 


Critica della Ragion Criminale

pagine e parole — Inviato da nero @ 10:28

 

Prima di addentrarmi nelle vicende milanesi, mi prendo un filo di tempo  per parlare dell'ultimo libro che ho letto, dopo averlo lasciato nel mio spool per quasi tre mesi. Critica della Ragion Criminale parte da un ottimo spunto narrativo, ovvero l'ipotesi di un ultimo lavoro perduto di Immanuel Kant che esplora i recessi inesplorati dell'istinto umano. L'intreccio del libro è intrigante anche se a un certo punto è fin troppo ovvia la conclusione, ma la curiosità sul senso che il filosofo razionale per antonomasia presenterà alla fine dei conti prevale e ti guida fino in fondo al libro. 

L'intuizione molto interessante riguarda proprio la filosofia kantiana: Michael Gregorio rilegge infatti il pensiero razionale di Kant come un preludio a Nietzsche, alla sua immersione nelle profondità dell'animo umano, trasforma il razionalismo di Kant in una ineluttabile premessa per l'irrazionalismo che lo seguirà. Il cielo stellato sopra di me e le tenebre profonde dentro di me.

Quello che non riesco a digerire di questo libro, come del libro di Valeria Montaldi di cui parlai qualche mese addietro, è il linguaggio artificiosamente spostato nel passato, una ricercatezza di termini desueti calati nel contesto di frasi moderne. Intendiamoci, uno può decidere di scrivere un romanzo iperrealista nel linguaggio dell'epoca in cui ambienta la storia, ma allora come Pynchon in Mason & Dixon si assume la responsabilità di una ricerca filologica degna di questo nome. Piazzare fraseggi antiquati a caso nel mezzo di un racconto moderno in tutto il resto risulta molto fastidioso per chi legge. Gregorio ha forse l'attenuante della traduzione che potrebbe non essere fedele alla lingua originale francese, rimane però il fatto che affettare erudizione è sempre irritante (almeno per me).

In ogni caso il libro è consigliato e merita un ampio sei e mezzo :) 


Blackswift e i cinesi!

movimenti tellurici, pagine e parole — Inviato da nero @ 15:06

Mentre io rammodernavo la grafica della pagina di blackswift (grazie carl0s!) mi sono perso il momento più importante della recente storia milanese: gli scontri tra i cinesi e gli sbirri... Mannaggia, vedi quando mi metto in autismo!!!

Le foto mostrano abbastanza chiaramente che come al solito i solerti tutori dell'ordine ci vanno leggeri quando hanno di fronte persone dei cui diritti possono allegramente fregarsene: ad esempio in una delle foto del corriere c'e' un signore con un manganello estensibile, che non mi pare faccia parte delle armi ordinarie per l'OP della Polizia Italiana. E' un giovane del quartiere che aiuta la polizia? E' un poliziotto in borghese che COME SEMPRE pensa di essere al di sopra della legge? In un altra foto mentre un signore orientale è tenuto fermo dal dirigente del reparto un altro poliziotto in borghese gli sferra un pugno che lo lascia al suolo: questo poliziotto sarà denunciato per lesioni? per abuso d'ufficio? Oppure si avvarrà della consueta impunità?

In ogni caso immagino che le opinioni anti-cinesi siano già formate in merito e spiattellate su tutti i media, tanto per stare sicuri e non criticare mai la polizia, che ci mancherebbe fa sempre e solo il proprio dovere.... Che schifo l'italietta.

Update

Infatti mano a mano che va avanti la giornata le notizie si deformano ad arte per dare una certa percezione dell'accaduto: le prime ansa parlano di "bottiglie d'acqua lanciate alle forze dell'ordine in tenuta antisommossa", mentre l'ultimo aggiornamento su repubblica parla di "14 agenti feriti e 5 cinesi". Ora, mi pare ci sia una lieve discrepanza: a parte il fatto che sappiamo bene come i baldi poliziotti si facciano refertare anche le storte per dare l'impressione che gli scontri o i diverbi siano molto più cruenti di quello che sono (e per aver quindi la scusa per le proprie di violenze), c'è da dire che voglio capire come hanno fatto due bottiglie d'acqua lanciate a generare 14 contusi tra gli agenti... O sono dei completi idioti, o ci marciano. Tanto da far dire a De Martino (storico supporter dei comitati di quartiere e numero due di AN dietro De Corato a Milano) che oggi si dovevano usare metodi civili e non il pugno di ferro.... Sono confuso, ma l'unisono scandalizzato di tutti i giornali mi rincuora: Bandiere rosse dappertutto

Mamma, li comunisti, quelli veri!!!!


Incendio distrugge i locali di Cuore Nero (prima che apra)

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 15:01

 

Stamattina apro le notizie, e non sempre sono così male. L'ANSA lombardia riporta la seguente:

Attentato incendiario nella notte a Milano
Danneggiato un circolo culturale di estrema destra
(ANSA) - MILANO, 11 APR - Un attentato incendiario si e' verificato nella notte a Milano, ai danni di un circolo culturale di estrema destra ancora da inaugurare. Le fiamme hanno gravemente danneggiato la struttura, anche se nessuno e' rimasto ferito.Poco prima delle tre, numerose telefonate di cittadini sono giunte a 113 e 112 per segnalare un'esplosione nella zona di viale Certosa. Le fiamme, propagatesi dall'interno, prima di essere domate hanno danneggiato anche il tetto e un edificio adiacente.

Il circolo culturale Cuore Nero voleva essere l'erede della Skin House, un luogo per nulla tranquillizzante gli spiriti democratici. Qualcuno punterà il dito contro i ragazzi della Cascina Autogestita Torchiera (che stanno a meno di 50 m dal posto, strana casualità che fa pensare a un'operazione ben coperta da parte dei destrorsi), ma io sono sicuro che non c'entrano nulla con l'attentato, che non fa parte dei loro modi di fare. Nonostante questo sono altrettanto sicuro che il rischio di vendette si faccia concreto, considerata l'abitudine dei pelati che si stavano stabilendo nel luogo. Mi auguro che questi ultimi non siano così deficienti da rischiare di passare dal danno alle cose al danno alle persone (in Torchiera qualcuno ci vive...).  D'altro canto l'assenza di qualsiasi istituzione cittadina o presenza sociale che denunci la gravità del fatto che personaggi di questo calibro siano liberi di aprire un circolo culturale non fa ben sperare circa la capacità della città di arginare i neofascisti e i loro modi di fare.

PS: sussiste la speranza che questi loschi figuri capiscano che forse il loro circolino, se proprio devono, gli conviene aprirlo in una loro zona.

 


E' uscita la quarta e ultima parte di Novecento e Uno, il racconto di blackswift ispirato ai fatti di catania

 

Oggi, dopo due settimane di gestazione (il mio socio è una persona impegnata) è uscita finalmente la quarta e ultima parte del racconto di blackswift ispirato ai fatti di Catania. Questa parte comprende gli ultimi capitoli (dal 13 al 19) che includono un viaggio nel mondo degli Uffici Reperti dei tribunali, un cimitero, salme, cadaveri, autopsie, e la verità sul golpe del temutissimo Grossolani, futuro premier in barba al suo passato indiscutibilmente fascista.

A breve sul sito di blackswift troverete anche una prestigiosa versione in PDF di Novecento e Uno con alcuni allegati per chi ha la memoria corta. Ringraziamo anche i vari siti di malati di mente che hanno deciso di dare visibilità al racconto, tanto per evitare di guardare gli eventi che ci circondano ogni giorno sempre da una sola prospettiva, quella più banale, più facile, quella che vorrebbero propinarci sempre come l'unica possibile.  


Continuano i processi a Genova

movimenti tellurici, oscuro scrutare — Inviato da nero @ 18:30

Come avrete notato sono uscito da una fase di totale carenza di tempo per scrivere sul blog a una fase in cui invece ho qualche decina di minuti per tediarvi con le mie parole. C'erano un po' di cose in ballo che ovviamente non farò in tempo a scrivere:  ad esempio la vicenda di Di Ciesco che ha recentemente ammesso di aver concordato l'eutanasia con Moana Pozzi, che anche da morta continua a essere una delle figure più interessanti ed educative della realtà italiana degli anni ottanta e novanta, o come i recenti sviluppi delle inchieste di Catania sull'omicidio di Raciti, o ancora le cariche della Polizia Italiana nei confronti dei tifosi del Manchester, primo succoso frutto del decreto antiviolenza appena approvato.

In compenso voglio cogliere l'occasione per invitarvi a leggere le trascrizioni delle ultime udienze del processo Diaz e del processo ai 25, a Genova, ultimi scampoli delle vicende legali legate al g8, che si avviano a vedere una conclusione (mia ipotesi, ovviamente) entro la fine dell'anno.

Nel processo contro 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio, tre testimoni della difesa (che avevano dato il loro nome e la loro disponibilità a testimoniare nell'immediatezza dei fatti) sono venuti a raccontare che due degli imputati (dipinti come autentiche ire d'iddio dai poliziotti che li hanno arrestati e che hanno sequestrato come molotov una bottiglia di plastica in cui c'era la benzina per il motorino, con tanto di coraggio di venire a raccontare anche in aula che "le molotov si possono fare anche con una bottiglia di plastica") sono in realtà stati abbattuti letteralmente mentre giravano in  vespa, picchiati selvaggiamente a terra, arrestati e accusati di resistenza e lesioni, nonché di porto di armi da guerra. Va da sé che questi due imputati sono colpevoli solo di girare a dare un'occhiata per la città in preda agli scontri e alle manifestazioni, e che la loro vicenda (che potrebbe pure concludersi con una condanna per assurdo) rappresenta bene che cosa siano capaci di fare le solerti forze dell'ordine quando devono coprire le loro malefatte (e ho il tremendo sospetto che la conferenza stampa di Serra dopo i fatti di Roma Manchester alla ricerca dell'unico seggiolino lanciato come scusa per poter pestare a sangue un bel po' di inglesi, tanto poi una volta tornati a casa chi ha avuto ha avuto chi ha dato ha dato, sia un esempio altrettanto eclatante).

Su questo filone ben si inserisce la vicenda della Diaz, alle quali anche i sinceri democratici non negano il supporto (si tratta d'altronde in questo caso di poveri ragazzi pestati e non di pericolosi facinorosi da cui prendere sempre le distanze come nel caso del precedente processo). Alla Diaz tutti sappiamo come è andata  ormai, e fortunatamente la battaglia con la storia l'abbiamo vinta, almeno in questo caso: le forze dell'ordine avevano disperatamente bisogno di un'operazione spettacolare per tenere in piedi un minimo di credibilità. Usando come scusa una presunta aggressione a una pattuglia che passa al di fuori delle scuole dove è ospitato il mediacenter, decidono un'operazione ai sensi dell'art. 41 TULPS (il TULPS è il regolamento di pubblica sicurezza voluto da Arturo Bocchini e dal Duce per dare mano libera alla polizia durante il fascismo, e le sue norme sono ancora quelle più usate dalla polizia per le attività che non voglio far passare sotto gli occhi di un magistrato, dato che il TULPS da facoltà di intervento istantaneo e autorizzazione a posteriori).

Una volta arrivati alla scuola, il super addestrato VII nucleo del I Reparto Mobile di Roma, guidato da Vincenzo Canterini e Michelangelo Fournier, guidano l'irruzione e il pestaggio di tutti gli occupanti sui quattro piani della scuola Diaz, dove la gente stava già in gran parte dormendo. Contemporaneamente irrompono anche nel media center, per il quale non era disposta nessuna operazione, nel tentativo di evitare testimonianze filmate e fotografiche. Non ci riescono e la cosa sfugge loro di mano. Presenti sul posto ci sono tutti i più alti funzionari della polizia italiana, se si escludono il capo della Polizia De Gennaro e il suo vice attuale (all'epoca con altro incarico) Antonio Manganelli (nome profetico). 

Purtroppo per loro non trovano nulla di sostanzioso (qualche passamontagna e qualche disegno, uno striscione, ma nulla di "serio"). Decidono quindi, facendosi filmare da primo canale, di portare dentro la scuola un sacchetto celeste al cui interno vi sono due molotov trovate nel pomeriggio su corso italia, e di addossarle agli occupanti. Ovviamente qualunque persona sana di mente si chiederebbe in ogni caso se due molotov appoggiate in un angolo di una scuola dove passavano migliaia di persone giustifichino il massacro di 93 manifestanti, ma viviamo pur sempre nel paese in cui alle critiche di un governo straniero si risponde "Giù le mani dalla Polizia!" (Libero, giovedì 5 marzo 2007). In ogni caso il gotha della polizia italiana è costretto a falsificare le prove per giustificare l'intervento ai sensi dell'art. 41 TULPS, ma la cosa viene a galla e adesso i firmatari del verbale di sequestro si ritrovano a subire un processo per falso ideologico e calunnia, oltre che per lesioni.

Questa settimana è venuto in aula un certo Pasquale Guaglione, un funzionario della PS che comandava le cariche in corso italia sabato 21 nel pomeriggio, sotto gli ordini del dirigente Piccolotti. Guaglione in aula e precedentemente ha riconosciuto senza esitazione le molotov presentate durante la conferenza stampa della polizia del 22 luglio sui fatti della Diaz come le molotov che lui trova in un cespuglio durante le cariche. La sua testimonianza è la prova definitiva contro Gratteri, Luperi, Mortola, Calderozzi, e compagnia varia. GLi avvocati della difesa hanno dimostrato quanto pesante fosse questa testimonianza passando il loro controesame cercando di rimestare nel torbido del passato e della psicologia di Guaglione (che sempre uno sbirro è... alla fine dei conti... e quindi come tutti gli sbirri non proprio pulito e limpido), senza mai entrare nel merito della sussistenza del suo riconoscimento. TUtti sanno che quando si è alle corde si cerca di distrarre l'avversario, ma questo di solito è il segno più significativo di debolezza.

A questo punto al processo mancano i testimoni delle difese (che non capiamo perché non verranno indagati a loro volta), l'eventuale esame degli imputati, e gli ultimi testimoni dell'accusa: dall'ex questore di Genova, ad Andreassi (ex numero due della polizia), passando per De Gennaro. Sarà molto molto molto succoso.


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