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Archivio per la categoria ‘cose dall’altromondo’

Fottuti geni

3 febbraio 2013 2 commenti

Undici anni dopo…

24 dicembre 2012 Commenti chiusi

Undici anni dopo, questa è sempre casa mia.

Once años después estoy en la casa de mi alma.

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Docenti 24h in cattedra? No, 36! Ma nella scuola che meritano!

19 ottobre 2012 9 commenti

Si sa che io sono prono all’eterodossia e all’anticonformismo, quindi nessuno si stupirà se aggredisco un tema di attualità nella scuola italiana da un punto di vista un po’ diverso da quello dell’indignazione per un aumento di orario a parità di salario. Perché questa misura, prospettata a tradimento dal Ministro in una leggina, è esemplare di come intende il proprio lavoro il Governo di oggi (e di ieri, e sospetto anche di domani): tagliare, risparmiare, senza alcun riguardo al futuro e al progetto di un Paese (o di una società, per chi non ha molto apprezzamento per i confini) diverso. E’ la tipica procedura economicista a cui ci hanno abituato, rendendoci ciechi alla necessità di immaginare un modo diverso di fare le cose e di progettare la nostra vita (individuale e collettiva), volendo più ambizioso, ancorché più faticoso.

Ebbene, io dico che il problema non è aumentare l’orario degli insegnanti (18 ore in cattedra, sommato a tutto il tempo per preparare le lezioni, partecipare ai momenti collegiali, correggere, ecc ecc) con sei ore eventuali, al solo fine di far risparmiare alla tesoreria di Stato i due spicci delle supplenze brevi e delle ore buche coperte con i docenti già in organico (tradizione molto recente e dovuta ai tagli voluti dai precedenti governi che hanno reso impossibile fare fronte a tali ore con i docenti già assunti dalla scuola, peraltro). Il problema è ripensare completamente la scuola in maniera più vicina alle necessità dei nostri territori e dei nostri alunni (prima di tutto) oggi.

Fosse per me, aumenterei l’orario dei docenti a 36 ore. Fine della polemica (anche tra poveri, dico).

Però c’è un però. Io vorrei lavorare 36 ore in una scuola dove gli insegnanti hanno un loro ufficio dove poter elaborare verifiche, programmi, approfondimenti, e ricevere genitori e alunni nel pomeriggio che hanno bisogno di essere aiutati, o di momenti individuali, o esigenze particolari. Vorrei una scuola con aule non fatiscenti in cui un ragazzo o una ragazza possano entrare senza sentirsi schiacciati da una testimonianza tanto materiale di un Paese senza futuro (per loro e per gli adulti che li circondano). Vorrei una scuola con connessioni decenti e con un progetto digitale solido, sostenuto da persone competenti e che vi si possono dedicare. Vorrei una scuola piena di giovani che portano idee nuove e di anziani (nel senso di saggi, capiamoci) che li guidano e li aiutano nelle scelte e nella gestione delle mille difficoltà.

E vorrei anche far notare che a quel punto il patto storico che sta alla base della bassa retribuzione dei docenti italiani (che nonostante quello che dice il disinformato ministro è tra le più basse non solo in Europa, ma nel mondo, ammesso e non concesso che si debba sempre guardare altrove come un modello da imitare senza pensarne uno in proprio) viene meno: finita la storia che “vi paghiamo poco perché fate solo 18 ore e 3 mesi di vacanze” (una frase peraltro che contiene una sola verità, cioé quella per cui i docenti sono pagati poco).

Fateci lavorare 36 ore a scuola, in una scuola che meritiamo, per le nostre competenze, la nostra passione e la nostra dedizione. Pagateci quello che meritiamo. E i docenti che hanno a cuore il loro mestiere sapranno assumersi quel ruolo di seconda famiglia (molto spesso prima famiglia considerata la situazione disastrosa delle famiglie italiane) oltre che di formatori ed educatori che gli è richiesto incessantemente nei territori. Perché forse non ci si è resi conto che a furia di tagliare il welfare italiano le famiglie sono disperate e usano la scuola anche come assistenti sociali e fonte di servizi extra che spetterebero ad altre aree dell’amministrazione.

Cosa dovremmo fare noi docenti? E gli alunni? E le famiglie? Insomme, cosa dovrebbero fare i protagonisti del mondo scolastico?
Di quello che dovrebbero fare i sindacati non parlo, perché hanno già dimostrato da tempo di avere scarso interesse per i desideri, i sogni e i bisogni dei lavoratori, impegnati come sono a difendere il proprio orticello di micropotere. Eppure in realtà ne parlo perché penso che siamo noi, cittadini e lavoratori, che possiamo imporre a chi si suppone ci rappresenti i nostri interessi.

Cogliamo questa proposta bollente e scriteriata (proprio perché buttata lì) delle 24 ore per fare un ragionamento più grande, per immaginarci un mondo nella scuola tutto diverso. Combattiamola, ma per spingerci più in là, per spingere più in là anche il Governo, i Sindacati e chi più ne ha più ne metta. Chiediamo di riaprire tutto, di ricominciare da capo. Puntiamo al bersaglio grosso. Anche a partire dal contratto nazionale: allora sì che la battaglia in piazza e nelle mobilitazioni avrà forza e senso. Perché se vogliono cambiare le carte in tavola per toglierci oltre che il presente pure il futuro dobbiamo spiegare loro che si sbagliano di grosso. Ma non per difendere un orticello spelacchiato e già traballante, ma per rilanciare un’idea diversa di scuola che è possibile e che cerchiamo di praticare tutti i giorni pur nella difficoltà estrema in cui siamo costretti a lavorare.

Chawki Senouci ieri sera a Radio Popolare diceva che i politici di oggi sono nani in confronto a quelli del passato (a prescindere dalla condivisione delle loro idee politiche). Ha ragione. Il problema però è che anche i cittadini del presente sono dei nani, spesso concentrati sul proprio orticello e anche nell’indignazione, nella protesta, mai orientati a una visione di un mondo nuovo da conquistare, da ricercare, per cui combattere. Lamentarsi di un sopruso non è certo una cosa sbagliata, ma farlo senza avere in mente qualcosa di nuovo e migliore da costruire difficilmente conferisce le energie necessarie a vincere una battaglia. Allons profs de l’ecole italienne, le jour de rever est arrivé! 🙂

PS: quando ho parlato di questo con alcuni miei colleghi mi hanno detto che sono pazzo e che mi avrebbero denunciato al sindacato (ovviamente era una battuta, eh, prima che qualcuno si offenda). Sarò pazzo, ma penso che la società di oggi ha bisogno di nuove strutture, non di collegi di antica e vetusta memoria, ma di convivi di platonica e pitagorica tradizione. Pensiamoci. Insieme.

Meglio ammazzare con una divisa che sognare la rivoluzione

22 giugno 2012 Commenti chiusi

La Cassazione ha rigettato il ricorso dei quattro poliziotti (Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri) che hanno ammazzato Federico Aldrovandi durante un “normale” controllo, confermando la condanna a 3 anni e 6 mesi. Poliziotti a tuttora in servizio, perché per loro a differenza dei comuni mortali vale la presunzione d’innocenza. Per loro e per tutti quelli che in qualche modo “gestiscono” o “esercitano” una qualche forma di compatibilità allo stato di cose presente e al potere. E’ inutile sottolineare la solidarietà nei confronti della famiglia di Federico, che non lo riavrà con questa sentenza, ma che quanto meno potrà affermare di non aver visto la verità calpestata in nome della ragione di stato.

Soffermiamoci però su altri dati di fatto: quattro persone in divisa hanno ammazzato un ragazzino innocente e sono stati condannati in via definitiva a tre anni (3) e sei mesi (6). Nei giorni e mesi scorsi sono arrivate le condanne per gli scontri del 15 ottobre: tre anni (3). Qualche anno fa una trentina di persone coinvolte in una barricata data alle fiamme (nessun ferito, qualche danno alle cose, ma poca roba) in mezzo a Corso Buenos Aires a Milano sono state condannate per devastazione e saccheggio a 4 anni e rotti di carcere (solo perché hanno fatto il rito abbreviato). E tra pochi giorni (un mesetto circa) 10 dei 25 imputati per i fatti del G8 di Genova rischiano una condanna a pene che variano tra i 10 e i 15 anni di carcere, accusati di aver messo a ferro e fuoco la città (se fosse vero gli faremmo comunque i complimenti perché in 10 è una vera impresa!).

Rileggete bene e fermatevi a pensare per una volta, non scorrete queste righe come un sottotitolo di SKY TG 24 o come una cosa spiattellata sulla bacheca di Facebook o sulla timeline di Twitter. Dieci persone accusate di aver distrutto cose rischiano di dover passare 15 anni in carcere, quattro persone che hanno spento la vita di un ragazzo di poco più di 15 anni senza alcuna ragione sono state condannate a 3 e mezzo. Notate anche voi qualcosa che non va?

Non è una novità. Il modo in cui funziona la giustizia italiana (che ovviamente è uno strumento per difendere lo status quo) non può essere giusto. Ma quando è così distorto sembra volerci convincere che, alla fine, per la nostra società, è meglio ammazzare un ragazzino indossando una divisa che spaccare (dieci o cento non importa) vetrine sognando di fare la rivoluzione. Evidentemente nonostante i tanti proclami la vita per il mondo in cui viviamo vale molto meno di soldi e oggetti. Per questo un sistema di questo tipo merita di essere distrutto e tutti coloro che ci hanno provato meritano la nostra solidarietà.

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Maggiori info sul G8 di Genova:
Supportolegale.org
Processig8.org

Una storia emblematica per Milano: Macao e la Torre Galfa

15 maggio 2012 1 commento

Non entrerò nel merito della natura e/o del valore politico dell’occupazione della Torre Galfa a Milano da parte di Macao: chi l’ha occupata non ha certo bisogno né del mio endorsement, né frega loro qualcosa delle mie eventuali perplessità e critiche, perché giustamente vivono della magia di quello che stanno facendo. Però mi pare interessante evidenziare alcune cose oggi che lo sgombero è diventato purtroppo realtà.

Per chi non lo sapesse la Torre Galfa è un grattacielo di trenta piani vicino alla Stazione Centrale di Milano a pochi passi dal grattacielo Pirelli e dal nuovo grattacielo della Regione, costruito spazzando via l’unico angolo di verde del quartiere dagli stessi costruttori proprietari della torre di via Galvani. L’edificio è abbandonato da 15 anni, impunemente, mentre Ligresti, il costruttore immacolato e santissimo (non penso servano presentazioni), continua a mietere permessi per costruire altre torri e altri palazzi, che lascerà a loro volta sfitti e vuoti. Le domande sul come faccia a ottenere i permessi e dove trovi i soldi sono naturali e legittime, ma le risposte raramente sono soddisfacenti. Anche il quesito sul motivo per cui nessuno pensi di mettere una tassa abnorme sui luoghi sfitti rimane misteriosamente senza risposta, anche da chi si ammanta di ragionamenti sulla legalità e l’equità.

L’occupazione della Torre Galfa ha visto una partecipazione obiettivamente sorprendente, con centinaia (diverse centinaia) di persone in assemblea permanente, laboratori, eventi, un’aria frizzante piena di entusiasmo e voglia di fare. Nelle strade, nelle comunità, tra le persone che vanno a vedere quello che succede in città non poteva che raccogliere sensazioni positive, che ricordavano altri periodi, più felici per la gente, a Milano.

Chi governa il territorio ha risposto in due modi: la destra è stata zitta e ha lasciato che l’iter legale continuasse senza mettere becco, ovviamente contrariata dalla pubblicità che l’occupazione ha portato sullo spreco e sulle connivenze che consentono di continuare a speculare a Milano; la sinistra è stata zitta e ha lasciato che l’iter legale continuasse senza mettere becco, ovviamente terrorizzata come sempre di prendere parte e parola. Sinceramente uno smacco per chi è arrivato a governare la città e chi vorrebbe un domani governare il paese riempiendosi la bocca di equità, di cultura, di solidarietà, di sostegno a ciò che è giusto.

E d’altronde questa sinistra, quella fintamente innovativa che riempie le pagine dei giornali italiani come contraltare a quella stantia e sempre uguale a se stessa, rappresenta una popolazione di culi pesanti che senza mai essere passati dalla Torre Galfa sentenzia ed esprime giudizi come sempre pieni di se e di ma (quando si tratta di fare la morale e di puntare il dito i se e i ma a sinistra abbondano per allontanarsi, come  quando si tratta di fare qualcosa di non comodissimo ma di sacrosanto): giusto chiedere spazi, ma non nell’illegalità; macao è bello, ma come sindaco non posso farci niente; la cultura è bella, ma bisogna chiedere le cose in un altro modo. Questa confusione terribile tra legittimità, giustizia, legalità è semplicemente il segno del vuoto intellettuale del sedicente popolo della sinistra, che dei valori che dovrebbe incarnare ha smarrito completamente la strada. Ed è questo che mi riempie di amarezza della vicenda esemplare di Macao, che evidenzia molto bene perché le poche e vane speranze riposte nei milanesi solo un anno addietro sono già arrivate a mostrare la corda.

Eppure è facile ricordarsi i motti più stringati: Ragazzi, agitatevi!

 

 

Ti farò male più di un colpo di pistola

23 febbraio 2012 5 commenti

Ieri, 22 febbraio, due ragazzi di 20 e 21 anni sono stati condannati a 4 e 5 anni per gli scontri di Roma del 15 ottobre per resistenza aggravata. Pochi giorni fa Spaccarotella, il poliziotto che ha sparato a sangue freddo da un lato all’altro dell’autostrada uccidendo un tifoso laziale, è stato condannato in via definitiva a poco più di nove anni per omicidio volontario. Quattro anni fa 15 persone arrestate durante un corteo avvenuto l’11 marzo 2006 per impedire a un gruppetto di fascisti di sfilare a Milano e degenerato in una barricata e qualche vetrina in frantumi in centro sono state condannate a 4 anni (pena ridotta per il rito abbreviato altrimenti il minimo edittale erano 8), e quasi contemporaneamente due persone pestate a sangue dalla polizia nel pronto soccorso dove erano andate a recuperare la salma di un loro compagno assassinato da due naziskin sono state condannate (!!!) per resistenza a due anni e decine di migliaia di euro di danni. Dal 26 gennaio 12 persone (su 25 arrestate) sono ancora in carcere per gli scontri in Val Susa, in attesa che prima o poi cominci il processo. Dopo due giorni dalla tragedia il comandante Schettino era già ai domiciliari. I tre militari che hanno stuprato una ragazza con un manico di scopa, colti con tanto di sangue su mani e vestiti, sono a piede libero. Mi fermo. Ho solo citato casi eclatanti, per non entrare nel dettaglio, ma per avere un campionario di fatti da cui partire per un breve ragionamento.

Molti dei ragazzi arrestati o condannati li conosco bene. Altri (quelli di Roma ad esempio) no. Per la notav è ancora lì che aspetta i domiciliari un mio amico fraterno. Tra i condannati dell’11 marzo molti sono (o sono stati) miei compagni di strada per tanti anni. Ma questo non conta. Perché penso a quelli che vengono dopo di noi e al messaggio che i fatti sopra elencati comunicano a caratteri cubitali. Perché è evidente a tutti che per il sistema italiano (e purtroppo anche per la cultura popolare italiota) è meglio ammazzare una persona (se si è legittimati a farlo da una divisa o dal guadagno personale come nel caso di una rapina a mano armata per la quale vi ricordo di solito le pene sono inferiori a quelle comminate ai ragazzi di Roma) che protestare attaccando le cose e i simboli di un potere lontano e arrogante. Non solo è normale, ma è giusto sparare a uno che ti minaccia con un estintore, o inseguire a colpi di pistola una persona che potrebbe (forse non si sa) aver commesso una rapina, perché difendere la “roba” è sempre la cosa più importante.

Non importa che per difendere e condannare chi ha osato contravvenire a questa regola di “buon senso” si rovini la vita di ragazzi di venti e poco più anni. Non importa che la disuguaglianza sia talmente lapalissiana da non richiedere altri commenti. Nulla importa. Il messaggio è chiaro. Se dovete ribellarvi, è meglio se lo fate armi in pugno, possibilmente per un ritorno personale. Non pensate alla politica. Non pensate al bene comune. Non pensate che la vostra rabbia sarà intesa e tradotta. Perché se pensate di cambiare il mondo che vi circonda la reazione sarà feroce. Non dite che non vi avevano avvisato. E le persone perbene non dicano di non aver scelto quale società desiderano nel loro presente e nel loro futuro. La società della guerra e della violenza in ogni strada, in ogni quartiere, per quattro tozzi di pane.

Disclaimer per le solerti (quando vogliono) forze dell’ordine: questo articolo è una provocazione, lo scrivo prima che venga usato per allunga la mia lista di denunce e precedenti penali. Come dovrebbero sapere io ho fatto pure l’obiettore totale, quindi l’uso delle armi è molto lontano dal mio stile di vita. Forse dovrei aggiungere putroppo? Temo di sì, per come gira il mondo.

Comasina: terreno di coltura per topi, parcheggio auto-organizzato oppure scuola media?

8 dicembre 2011 Commenti chiusi

Forse non tutti sanno che…

In Comasina tanti anni fa, all’angolo tra via Bernardino da Novate e la SS35, c’era una Scuola Media Statale, un prefabbricone (termine gergale con cui si indicano quegli splendidi prefabbricati che costituiscono gli edifici di proprietà pubblica nelle periferie di tutta Italia) grigio e terribile, ma pur sempre un importante presidio culturale e sociale in un quartiere difficile. Anni fa la struttura è stata abbandonata – mi ricordo anche di averci fatto un sopralluogo per occuparla ai tempi delle mobilitazioni dei clochard per la chiusura dei dormitori, finendo quasi faccia a faccia con le guardie giurate notturne – perché al suo posto il Comune ha deciso di costruirci il nuovo Commissariato di Polizia e uno studentato per la Bicocca (tra l’altro “raggiungibilissima” con soli 45 minuti di autobus traffico permettendo da quella location, nda)

Il Commissariato di PS è stato costruito. Lo studentato no. E il terreno su cui doveva sorgere è diventato un habitat naturale per topi e batteri, complice la vocazione a discarica abusiva. Alcuni cittadini stanchi di questa situazione hanno trasformato l’area in un parcheggio auto-organizzato (e gratuito, come potete leggere sul blog dei fatti in Comasina “Bomba in Comasina” 🙂 ) e magicamente l’Università Bicocca (o Bicacca come la definisce qualcuno) ha scoperto di avere un terreno nel quartiere, sporgendo querela contro ignoti e tornando a pagare delle guardie giurate per sorvegliare la monnezza.

Tutto questo mentre il Comune di Milano, sordo agli appelli di docenti e genitori della Comasina, nell’ambito della ristrutturazione degli Istituti Comprensivi ha trovato la scusa perfetta per far fuori la scuola media Gandhi (che opera nelle strutture della scuola primaria in piazza Gasparri proprio nel cuore del quartiere). D’altronde è chiaro che in un territorio così difficile e già abbandonato a se stesso una struttura come una scuola media non serva a nulla, dato che i ragazzi e le ragazze spesso con famiglie in difficoltà e costretti a crescere molto in fretta da soli per strada possono certamente farsi un paio di chilometri per andare alle scuole dei quartieri vicini (Bovisasca, Bruzzano, Affori). Era proprio necessario lasciare un terreno abbandonato per dieci anni in attesa che l’Università lo usi in qualche modo al posto di ristrutturare una struttura importante per un quartiere come una scuola? La risposta è retorica e penso che ognuno ci arrivi da solo. E il Comune di Milano, finalmente a sinistra, che intende fare? Niente, come ha fatto su quasi tutto negli ultimi anni e purtroppo anche in questi ultimi sei mesi di “nuovo corso” che sembra drammaticamente simile al vecchio.

Precari nella scuola: San Precario fa il miracolo, la Gelmini no

13 novembre 2011 Commenti chiusi

All’epoca della brillante idea del Collegato Lavoro una delle categorie più colpite fu proprio quella dei precari della scuola e in particolare dei docenti: in fretta e furia infatti si dovevano reclamare i propri diritti, magari per anni di precariato (in alcuni casi decenni), per non correre il rischio di vederli scomparire in un grande buco nero creato dalla legge del Governo Berlusconi per nascondere i problemi.

Come molte altre organizzazioni e sportelli legali, anche San Precario si mise a disposizione di tutti, raccogliendo decine e decine di adesioni, propagandando in rete le lettere da inviare al MIUR per interrompere il decorso del Collegato Lavoro e invitando tutti a non lasciare a un predatore precarizzatore come lo Stato neanche una briciola di quello che ci è dovuto.

Io tra gli altri ho fatto ricorso, chiedendo la conversione a tempo indeterminato nel mondo della scuola e in subordine il riconoscimento dei danni economici e morali derivanti dal dover stare a casa a girarmi i pollici ogni luglio e agosto, per poi fremere in attesa di una chiamata incerta ogni settembre/ottobre. In un secondo momento sempre tramite il Punto San Precario farò anche richiesta di adeguamento salariale in ragione degli scatti d’anzianità maturati (e che se sei precario non vengono conteggiati a meno che tu non faccia ricorso per via giudiziaria!).

Beh, il 13 ottobre 2011, San Precario ha fatto il miracolo: la giudice mi ha riconosciuto sei mensilità di indennizzo, poco meno di 2 per ogni anno di precariato fatto, una cifra che sta diventando di fatto lo standard di queste cause. FIGATA!

Sorte vuole che il 13 ottobre 2011 sia anche il giorno in cui l’Ufficio Scolastico Provinciale di Milano ha deciso di diramare le graduatorie provvisorie d’istituto di seconda e terza fascia, che dopo i ricorsi di rito, sono diventate definitive il 28 ottobre in tutta Italia (a Milano rinviate fino al 15 novembre per imperscutabili motivi): a giorni le scuole dovranno provvedere a richiamare tutti i candidati per riassegnare le cattedre che al momento sono coperte da precari (con la famosa dicitura “fino ad avente diritto”).

Ma come, vi chiederete voi tutti normodotati, ma a novembre si cambiano tutti i “supplenti”? Ebbene sì. E questo grazie al colpo di genio della Gelmini e dei suoi collaboratori al Ministero. Questi, anziché disporre l’aggiornamento delle graduatorie – che tutti sapevano doversi fare nel 2011 – in modo da terminare inserimenti e ricorsi – che ne so – ad agosto, hanno pensato bene di chiedere agli aspiranti precari di aggiornare la loro posizione con scadenza il 16 agosto, termine per le scuole per l’inserimento il 30 settembre e conseguenti ritardi del caso. Una vera chicca in termini di gestione manageriale e razionale tanto cara al Ministro con laurea ed esame di stato conseguiti fuori sede (di circa 1200 km)!

Così io, come molti altri precari che hanno accarezzato l’idea di avere un lavoro anche quest’anno, a novembre potrei trovarmi in mezzo a una strada. E insieme a me la scuola in cui stavo lavorando, che mi ha già tirato in mezzo a mille progetti. Ma al di là della situazione abbastanza antipatica in cui forse mi troverò io, secondo voi, il Ministero che si riempie la bocca di valorizzazione dello studente e della sua personalità, di diritto/dovere allo studio, ha pensato a come sarà piacevole e didatticamente utile per migliaia di ragazzi cambiare dopo soli due mesi i propri professori? Che ne sarà del rapporto costruito? Dei progetti messi in piedi? Delle gite organizzate? Dei percorsi immaginati? Di tutta l’umanità investita in questi due mesi?

Tutto perduto. E perché? Perché non era possibile fare un bando per l’aggiornamento delle graduatorie identico a quello di due anni fa a marzo anziché al 20 luglio? Brunetta, prima di rompere le palle a tutti i dipendenti della P.A., non poteva frequentare di più il Consiglio dei Ministri. I primi inetti e i primi fannulloni stavano di casa lì. Ancora una volta: San Precario fa un miracolo, mentre la Gelmini non è riuscita neanche a fare un normalissimo bando per tempo.

C’è sempre tempo per dimenticare la libertà

19 ottobre 2011 2 commenti

Ricetta:

– DASPO per chi è pericoloso secondo le Questure

– Arresti differiti in flagranza per chi compie atti violenti

– Fermi preventivi per chi potrebbe (un giorno forse chi lo sa) compiere atti violenti

– Garanzia patrimoniale per poter organizzare un’iniziativa di piazza

Tutti tranne l’ultimo ingrediente non riguarda i cortei, ma ha già riguardato gli stadi, e le ha proposte la stessa persona (il Ministro “Due” Maroni) per fermare i “tifosi violenti”. Ma la cosa più stupefacente è che le persone non si siano erte a difesa delle libertà fondamentali sancite dalla Costituzione come il diritto di manifestare e di esprimere liberamente le proprie opinioni, ma che anche di fronte alla palese operazione che finalmente perfeziona la sperimentazione attuata negli stadi di questo totalitarismo anni duemila la maggior parte degli uomini e delle donne che ascolto annuiscano contenti.

Perché non credo vi siano dubbi sul fatto che queste misure applicate a cortei e manifestazioni siano palesemente incostituzionali (lo erano pure applicate agli stadi, ma si sa il mostro emergenziale giustifica sempre qualsiasi decisione): pagare per poter manifestare discrimina chi può e chi non può esprimere la propria opinione e basare su provvedimenti discrezionali la decisione di limitare la libertà di un cittadino è evidentemente un’aberrazione in qualsiasi stato di diritto. Per non parlare degli effetti che avranno: la Legge Reale è costata 274 morti, tanto per dire; domani banalmente quello che succederà è che non si faranno più cortei autorizzati, e che assisteremo a moltissimi casi di condanne penali per persone che non hanno fatto nient’altro che presentarsi in una piazza (senza fare nulla) perché qualcuno ha deciso che sono pericolose. Complimenti, una soluzione a tutti i mali del mondo (che ovviamente sono le macchine bruciate e quattro pietre, sic).

Ma il processo più diabolico è quello che fa scambiare alla maggior parte delle persone i responsabili con l’occasione, lo strumento con l’intenzione. Chi vuole queste misure (e non parlo solo di chi le ha proposte materialmente in Parlamento e in strada in questi giorni) attendeva solo l’occasione di poterle esportare fuori dagli stadi e nella nostra vita di tutti i giorni. E chi lo asseconda affermando che l’occasione giustifica ogni cosa, in nome di scarsissima statura politica ed etica, mostra scarsissima lucidità, ma soprattutto mostra che l’istinto violento, quello vero, quello che attivamente nega ad altri la possibilità di fare e dire, è molto più radicato negli uomini di quanto non si voglia ammettere. Perché dimenticare il valore della libertà (delle proprie opinioni, delle proprie parole e della propria persona) è un atto immensamente più violento che spaccare una vetrina o bruciare una macchina. Purtroppo non abbiamo più un Brecht a ricordare a tutte queste persone chi cammina dal lato sbagliato di un confine, quello di un’umanità diversa.

No future no peace!

16 ottobre 2011 40 commenti

 

Siamo noi la generazione fuori dalla storia. Rabbiosa, disperata, accecata dalla furia. Siamo noi. Siamo la generazione vittima della storia dei propri genitori, ispirata da quella dei propri nonni partigiani, schiava del presente senza fine, senza passato, e senza futuro. Noi non vi capiamo e voi non ci capite. C’è chi di noi è scappato altrove, a cercare fortuna, ma molti non hanno alcun luogo e alcun tempo dove andare. Siamo qui, incastrati in una realtà di cui non possiamo fare parte. Non siamo i giovani, che riusciranno a raccogliere le briciole di una pletora di anziani coccolati da diritti acquisiti che a noi sono stati strappati di mano con il loro stesso silenzioso beneplacito. Non siamo i ragazzini che vanno avanti ancora con il welfare all’italiana fatto di pizza, mamma e mancetta, fino a quando verranno fatti sedere sulle sedie lasciate vacanti da chi si è abbuffato senza preoccuparsi di cosa succedeva dopo. Non siamo quelli che hanno già vissuto la propria storia, siamo quelli che continuano a viverla, senza alcuna speranza.

 

E allora che cosa abbiamo da perdere, che cosa dobbiamo chiedere, e chi sarebbero i nostri interlocutori? I vecchi sindacalisti che ci hanno fottuto la vita? O i politici che si riciclano un giorno sì e l’altro pure riempiendosi la pancia di cibo, le tasche di soldi e le case di servi? O i ragazzini che non ci capiscono, che non capiscono la nostra disperazione e reclamano un futuro a chi gliel’ha tolto? La verità è che noi siamo già oltre. Siamo oltre la sfera del bene e del male, furia cieca e rabbia nera. Non cerchiamo giustificazioni, è inutile parlare. E’ inutile discutere. Non cercate di capirci. Non potete. Perché avete un passato, o un presente e anche se non ci credete alcuni di voi hanno anche un futuro.
Perché non vogliamo avere ragione. Perché siamo fuori dalla storia. Nel bene e nel male. Ma non cercate di addossarci la responsabilità del nostro presente. Perché l’unica cosa che abbiamo è la nostra vita. E un posto per noi lo troveremo. Costi quello che costi.

No future, no peace.