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Posts Tagged ‘pareggio’

Inter in Wonderland: uno per uno non fa male a nessuno

15 maggio 2011 Commenti chiusi

Un biscottone di quelli che non si vedevano dai tempi di Genoa-Napoli 1-1 per salire entrambe in Serie A senza playoff. Gli ultimi dieci minuti di melina imbarazzanti, ma d’altronde i napoletani sono uomini di mondo e sanno come gira il fumo. L’Inter raggiunge il secondo posto, obiettivo stagionale in campionato, rivede Walter Samuel sul campo (il cambio Ranocchia-Samuel con due mancini in campo nessuno dei due sani e scattanti griderebbe vendetta se non fosse poco più di un’amichevole quella che si svolge al San Paolo), porta Eto’o a 35 reti stagionali (una sola per eguagliare il suo record personale, tre per eguagliare quello di Meazza e Angelillo), subisce un gol in fajolada al 46esimo del primo tempo. Tutto il resto è pura accademia. Piutost che nient l’è mej piutost.

La Coppa dei Cachi: mille e non più mille

12 maggio 2011 1 commento

Considerata l’autonomia di circa 30 minuti o poco più che entrambe le squadre dal budget millionario sanno di avere, entrambe decidono per i primi 45 minuti di seminare il campo arato dalla fatica dell’uomo e dalla forza dei buoi che contrariamente a ogni buon senso va sotto il nome di campo di calcio dello stadio Meazza in San Siro. Da un lato si schierano i soliti romanisti isterici, che non riescono a fare mezzo tiro in porta in un intero tempo nonostante abbiano bisogno di un gol per riaprire i giochi per la qualificazione. Dall’altro Leopardo sfodera una formazione da film dell’orrore: 4-4-1-1 con Kharja a supporto di Pazzini e – bestemmia tra le bestemmie – Eto’o esterno sinistro di centrocampo che spesso scala a fare il terzino per coprire l’avanzata (un po’ sbilenca stasera) di Mototopo. Eto’o terzino contro una squadra di cadaveri è qualcosa che sfida ogni limite dell’umana immaginazione.


In mezzo al campo poi, troneggiano e duettano Cuchu e Mariga: in due non faranno un passaggio di dieci metri, il primo passerà 85 minuti su 90 a fare il vigile fino a quando Eto’o quasi non lo manda a quel paese, e il secondo mostra una rimarchevole tendenza a non saper cosa fare con il pallone. D’altronde Mariga che faceva perfettamente l’incursore nel 4-3-3 del Parma non si trova proprio a suo agio a dover ricoprire il ruolo di interdizione e inventore di manovra a centrocampo. Nonostante le brillanti premesse un colpo di biliardo del Leone ci mette sulla strada giusta. Basta poco per rendersi conto che con un minimo di testa (neanche di gambe) è possibile fare il secondo gol e chiudere la partita. Ma appena arriviamo al limite dell’area sembra riemergere la sindrome di Benny, quella che ci impediva di tirare se non eravamo già oltre la linea di porta.


Il Pazzo quasi riesce a rompere l’incantesimo appena prima di lasciare il posto a un Milito vagamente normoambulante, mentre Kharja lascia il posto a Motta: dall’ingresso del Sindaco di Marmo in campo non ci si capisce più un cazzo. Motta si mette dietro le punte (Eto’o-Milito), Cambiasso a fare da volante, Mariga interno destro e Zanetti però non va a fare l’interno sinistro ma rimane largo. Una roba mai vista, che ci priva di qualsiasi equilibrio. Il pressing scompare, dato che Kharja ne era il principale attore (se aspettiamo che lo facciano i due vigili di centrocampo stiamo freschi) e la linea difensiva comincia a dire i numeri con un paio di interventi mancati di Chivu e Lucio da film dell’orrore; Milito fa un movimento perfetto ma poi di sinistro tira una scamorza inguardabile. La Roma prende un doppio palo clamoroso, ma a parte quello non si fa mai viva. Poi facciamo il pasticcio: Nagatomo non esce sull’uomo mentre Cambiasso lo guarda dicendogli cosa fare anziché riparare all’errore, il romanista crossa totalmente indisturbato, Lucio si addormenta mentre Maicon non si sa dove sia, e Borriello insacca alle spalle di uno Julio Cesar che esita ad uscire (unico errore in una grandissima partita).


Nonostante l’isteria finale che ci costa la squalifica di Maicon e gli insulti di tutto lo stadio contro Burdisso l’ingrato, la partita termina in pareggio (e ci sarebbe pure un rigore grosso come le dimensioni di Rocco Siffredi su Milito) e conquistiamo la finale della Coppa dei Cachi. Ricorderemo la partita per due record, più che per la noia sugli spalti: il Capitano fa 1000 partite da professioniste, di cui quasi l’80% in nerazzurro. Non ne farà altre mille, ma probabilmente un centinaio sì: non ci sono parole. Eto’o invece eguaglia il record del più grande calciatore che abbia vestito la maglia nerazzurra quantomeno da quando il calcio è a colori: in questa stagione ha segnato 34 gol come solo Ronaldo era stato in grado di fare (record assoluto per l’inter, i 38 di Angelillo). Anche in questo caso non ci sono parole. Ed è meglio che cali il silenzio sull’atteggiamento coperto che Leopardo sembra aver scoperto solo quando è diventato troppo tardi: con una disposizione come quella di stasera forse non avremmo visto una sciagura come quella contro lo Shalke, né avremmo lasciato campo libero agli odiati cugini per lo scudetto. Meglio tardi che mai non è un detto che si applica al calcio e al tifo: doveva pensarci prima.

Inter in Wonderland: black out leo, game over inter

12 marzo 2011 1 commento

I nerazzurri scendono in campo contro una squadra con un piede in serie B con una formazione tutto sommato sensata se non per il fatto di obbligare Deki e il Capitano a correre come dei muli per tutto il centrocampo, tra l’altro entrambi per novanta minuti nonostante la palese situazione di semi-infortunio e stanchezza (rispettivamente). Gli altri elementi di perplessità non sono tanto legati alla scelta degli uomini o dello schema, quanto a quella di dare licenza di girare per tutto il campo e di giocare come e dove vogliono a due dei nostri fuoriclasse: Wesley e Eto’o. Li ritroviamo un po’ ovunque, il primo un po’ (troppo) isterico dopo non aver giocato praticamente fino a febbraio, il secondo lievemente compassato, ma indiscutibile.

Tanto che il gol che ci da il vantaggio è proprio suo. Niente da dire. Nonostante un Maicon che gioca con il freno a mano – come ogni match pre lega dei citroni – e i limiti di organizzazione del gioco, siamo in vantaggio. E il Brescia non vede quasi mai la porta se non grazie a nostri involontari assist: clamoroso quello di Deki per Caracciolo che poi lo stesso Deki sventa con strattonamenti ai limiti del regolamento.

Quando la squadra entra negli spogliatoi tutti ci aspettiamo che il serbo venga fatto rifiatare, ma come al solito un cambio prima del 60esimo è pura utopia con Leopardo. E’ venerdì, e da quando ho memoria è un giorno che ci ha sempre portato sfiga (per non parlare del fatto che è anche l’11 marzo): negli ultimi anni abbiamo vinto solo con il Genoa e facendo mezzo tiro in porta che è entrato solo grazie alla papera di Eduardo. Per il resto: derby del 6-0, partita con la lazio persa, il match di Catania dell’anno scorso con il record di Muntari di due gialli più rosso più rigore più zero palle toccate in 35 secondi. Insomma una giornata in cui aiutare la fortuna e non sperarci troppo a lungo.

In ogni caso la squadra rientra e dei cambi nemmeno l’ombra: Pandev – che peraltro non ha giocato una brutta partita – inizia la sua sequela di gol sbagliati a tu per tu con Arcari (che stanotte farà meglio ad accendere un cero alla Madonna) e di palle fermate o smorzate appena prima che arrivino sui piedi di qualche compagno pronto a spararle in porta (di solito l’isterico olandese). I tre gol mangiati davanti al portiere alla fine del match peseranno come macigni. Quando finalmente inizia la girandola dei cambi nerazzurri, viene da pensare che Leo li faccia per far smettere ai tifosi di invocarli: fuori Lucio e dentro Matrix (vabbé vorrà preservarlo); fuori il Pazzo per Kharja (ok, da fiducia a Pandev). E poi il capolavoro, il blackout che ci costerà partita e campionato (ok, non l’abbiamo perso stasera, ma a me rimarrà impresso per sempre): dentro Cordoba per Nagatomo, che stava facendo bene. Due difensori in campo, come messaggio alla squadra di chiudere la partita con un secondo gol non c’è male.

Da quando entra Sciagura Cordoba mette sempre sistematicamente la palla sui piedi dei centrocampisti e degli attaccanti bresciani. La scena madre che spiega bene la fase dell’inter alla fine della partita è quella in cui una punizione dalla tre quarti viene battuta dal colombiano per appoggiare a Matrix che spara a caso come solo lui sa fare. Un bijoux. E sarà proprio la Sciagura reduce di tante battaglie a deviare un cornere del Brescia verso l’interno dell’area proprio sulla testa di Caracciolo che come sempre ce la butta in fondo al sacco. Ma non è finita: pensate che l’Inter reagisca? Sì, caoticamente e nevroticamente, ottenendo solo che su una palla persa da un Deki spompissimo il Brescia si lanci in contropiede con Eder che viene steso un metro fuori area sempre dalla solita impersonificazione della sfiga Ivan Ramiro: espulsione, rigore e contestuali 4 minuti di recupero (appena due minuti prima Arcari è stato soccorso per 90 secondi buoni dai medici), Rocchi non si smentisce mai, e sa benissimo chi sono i suoi mandanti.

Julio Cesar para il rigore ma non riusciamo più a fare una azione da gol anche solo per far vedere che ci stiamo provando. Con l’ennesimo Venerdì Nero, questa volta soprattutto per il tecnico brasiliano che non ne azzecca molte, diciamo definitivamente addio alle speranze di rimonta, ritrovandoci verosimilmente a -7 domenica sera. D’altronde meglio così: se questo scudetto lo perdevo per un punto mi toccava andare a bruciare le macchine fuori dalla Pinetina, considerati i punti sbattuti via nel girone di andata. Meglio un sano distacco che non mi faccia prudere le mani. La doppia sfida con il Brescia verrà comunque ricordata come l’esempio dei match in cui abbiamo vanificato la superiorità calcistica che ci avrebbe potuto dare il primato anche quest’anno: all’andata un match anonimo in cui Milito sbaglia il gol della vittoria al 93esimo contestualmente stirandosi una gamba; al ritorno un match che sarebbe dovuto finire 0-4 buttato nel cesso al minuto 86. Non sempre si può vincere è vero, ma se devi recuperare un girone giocato come i gamberi è l’unica cosa che puoi e devi fare. Ma ormai non conta più molto. Game Over.

Inter in Wonderland: lost in Salento

11 novembre 2010 Commenti chiusi

I nerazzurri hanno attraversato le lande della Terra dei Cachi e della Serie di Oz, hanno trionfato ovunque e sfatato il mito dei Citroni. Poi hanno preso il largo nel limbo nebbioso di ciò che non si sapeva sarebbe stato o che si temeva sarebbe potuto essere. Sono stati pescatori, pirati, corsari, marinai, uomini di mare nel mare alla deriva. E infine naufraghi che arrivano stremati su una spiaggia sconosciuta, con un cartello con scritto Salento. Nessuno se ne rende conto, ma il viaggio fantastico volge al termine. Anche le fattezze degli eroi che hanno popolato la fantasia di tanti tifosi perdono di intensità e di carattere, riavvicinandosi ai lineamenti di persone che conosciamo ogni giorno: niente più orchi, niente più fate, troll, muraglie, castelli, cavalieri, damigelle e creature mitologiche. Il Salento è la fine dell’errare vagabondo nel limbo, approdando sul lato sbagliato dell’Oceano del Sogno. Quello della vita di tutti i giorni.

E così anche le parole di questo umile narratore di una stagione fantastica devono adeguarsi e tornare a raccontare la cruda realtà, con i suoi nomi e cognomi, come un tempo quando iniziò la Cronaca di ciò che veniva dopo il Cataclisma Purificatore dell’estate del 2006. In quell’agosto ho ricominciato a sognare, ma ritrovare la via della fantasia è stato un percorso tortuoso e impervio, tanto quanto la via del ritorno è drastica e immediata.

Entriamo in campo con un 4-4-2 contro gli ennesimi avversari privi di giocatori di fascia, con almeno metà squadra fuori ruolo: Santon a destra al posto che a sinistra, Chivu terzino invece di centrale, Cordoba centrale sinistro, Obi interno di centrocampo, Biabiany e Coutinho esterni di centrocampo. Questione di scelte obbligate si dirà: ma alla fine altre soluzioni avrebbero potuto mettere almeno un 50% di giocatori in più nel posto dove si trovano più a loro agio. La speranza in una partita diversa dalle ultime dura sì e no 12 minuti. Ci mangiamo due gol clamorosi di cui uno con un Pandev che gioca chiaramente contro l’uomo pacioso che siede scomodo e preoccupato in panchina.

Poi sono 33 minuti di niente conclusi incredibilmente con Coutinho spostato al centro che rende un po’ di più. Rientriamo in campo e la mollezza non vede alternative. Milito per Pandev ci dà qualche speranza, che si infrange contro la sfiga di un palo clamoroso. Passano i minuti e la squadra si spezza, lasciando sempre più spazio a un Lecce che probabilmente dovrebbe ancora militare nella serie cadetta. Finalmente esce Biabiany, il giovane più molle che abbia mai visto in un campo di serie A, per Deki, e magicamente si gioca quasi a pallone. Poi il miracolo: al 30esimo passiamo in vantaggio nonostante un tocco sbagliato (ma un movimento giusto) del bomber argentino su assist di Eto’o. Purtroppo serve solo un minuto per ritornare sulla terra con uno schianto. Il primo calcio d’angolo del secondo tempo e il secondo di tutta la partita (mi pare) e quella cariatide di Olivera può saltare indisturbato e infilarci il pareggio.

Se fossimo una squadra di media classifica come pare ambiamo ad essere quest’anno si potrebbe malignare su qualche magagna a favore di bookies e scommettitori ben introdotti. L’entrata in campo del reietto Mancini è il segnale dell’Apocalisse, la rivelazione della sfiga e dell’abbruttimento che si sono incarnati nei nerazzurri. Siamo l’Anticristo della squadra del triplete. La sua nemesi. E solo noi possiamo sconfiggerci ed esorcizzarci. La domanda è: tra quanto tempo?

Invece la drammatica verità è che non abbiamo idea di che cosa stia succedendo. Viviamo in balia degli eventi e ci ritroviamo quarti, meritatamente, pur nel campionato del “ciapa no”. Non ci siamo con la testa, non abbiamo “garra” e se non stiamo giocando per far saltare l’allenatore forse è pure peggio: vorrebbe dire che 8/11 della squadra hanno smesso di pensare di essere calciatori e si sentono baby pensionati d’oro. Un po’ alla Suazo per intenderci, con la differenza che l’honduregno almeno evita di mostrarsi in giro.

Dimostriamo un po’ di dignità: un bel silenzio stampa, una cappa di silenzio per ritrovare fede e concentrazione e forse anche la via per l’immaginazione al potere che ci ha permesso di fare cose straordinarie l’anno scorso. O al massimo per suonare un silente requiem del sogno: perché se giochiamo così, settimana prossima assisterò dal terzo anello blu al secondo set.

Inter in Wonderland: ritorno al passato

7 novembre 2010 2 commenti

E’ sabato sera. A Milano non c’è niente di interessante da fare. A parte andare a vedere la recente trionfatrice di Europa e Italia desiderosa di riscatto contro una neopromossa. Eppure sugli spalti umidi del Meazza ci sono sì e no 30mila persone, indice di una tifoseria, prima che una squadra, con la pancia piena e la testa completamente svuotata di motivazioni. Sul rettangolo di gioco in campo aperto scendono i nostri pirati da due soldi, sul cui corpo i cerotti coprono un’area maggiore che non la divisa nerazzurra.

Nel cielo volteggiano delle spente Rondinelle, reduci da cinque sconfitte consecutive, tra le quali si cela mesto e con le ali ripiegate un airone cinerino sul finir della carriera. L’ultima volta che l’ho visto spiegare le ali era proprio qui a San Siro, con una maglia da ciclista, un paio di anni e rotti fa, prima che si ributtasse nell’anonimato della categoria a cui appartiene, la serie B. I primi dieci minuti fanno ben sperare, nonostante il 4-4-1-1 strettissimo che usa praticamente solo la fascia centrale del campo (una volta che il 4-2-3-1 si poteva usare, ovviamente si preferisce mettere il Mozzo Totò e Darko il Macedone come centrocampisti di fascia). Ma da un contropiede incredibile sbagliato all’ultimo passaggio tra il redivivo Principe Corsaro e un sempiterno Leone degli Oceani, pigliamo un gol con rimpallo favorevole. Il Meazza rivede le ali del maledetto airone cinerino dispiegarsi.

Quello che accade dopo è incomprensibile: i marinai nerazzurri cominciano a vagare sul campo senza una metà, in preda alle idee più stravaganti. Ognuno gioca un po’ dove cazzo gli pare, impervio alle parole dell’allenatore, dei compagni e pure del pubblico. Uno spettacolo di mezz’ora troppo brutto per essere vero, che evoca cupamente ai pochi presenti i fantasmi di un passato che credevamo sepolto per sempre: il Bucaniere e talvolta difensore Polu sembra essere in campo per sbaglio, forse ossessionato dai troppi milioni che percepisce all’anno; l’Olandese Volante finalmente spostato in mediana fa una delle migliori partite di questo scorcio, ma poi sviene negli spogliatoi inspiegabilmente, forse un calo di dignità (più che di pressione); e dulcis in fundo Quattropinte, il nostro difensore più aggressivo schierato nonostante fosse mezzo infortunato (ma il Bambino Pirata ha la lebbra? a giudicare da come claudica nel secondo tempo dopo due scatti forse sì, ndr) completa l’infortunio (muscolare, tanto per confermare che qualche problemino nella preparazione c’è).

Negli spogliatoi siamo certi che Benny abbia strigliato a dovere i suoi che però forse non lo hanno ascoltato neanche per un minuto, tutti presi dalla contemplazione delle icone del Vate-che-fu. D’altronde se anche in società si struggono nel rimpianto e nel ricordo, non si capisce perché non dovrebbero farlo i giocatori. Allo svenevole Olandese Volante subentra uno che per tanti anni ho considerato solo un dribblomane e che invece nel campo aperto tempestato dalla merda di rondine e airone si dimostra uno dei migliori in campo: l’arpionista Obi ce la mette tutta, non tira mai indietro la gamba e a lui vanno tutti gli onori per aver combattutto fino all’ultimo. Intanto anche il Capitano d’Acciaio zoppica ma resta in campo dato che il fottuto volatile cinerino stronca probabilmente la carriera del miglior difensore che abbia mai visto all’inter dai tempi di Giacinto Facchetti. Che le sue ali si possano spezzare e possano essere inchiodate sulle assi di legno per il resto dell’anno: il movimento del ginocchio di Walter Samuel (non merita soprannomi oggi) è una pietra tombale sulla stagione e temo sulla vita sportiva del nostro favoloso centrale.

Solo il Leone degli Oceani continua a combattere, nonostante la sorte avversa e il discreto culo nel rimpallo dei bresciani, nonostante un Principe Corsaro allo stremo delle forze e un Darko il Macedone che non ci mette mai la gamba. Nel suo sporco lavoro è aiutato solo dagli spunti individuali: un indemoniato Orco Marino a tutto campo; il Bambino Pirata che fa quello che può con una gamba sola; il redivivo Bucaniere che svaria sulla fascia sinistra insieme al Capitano e all’arpionista Obi; e l’unico dotato del potere del sogno, il Mozzo Totò. E da solo il Leone trova il rigore che vale il pareggio. E per poco se il Principe fosse quello di una volta, troveremmo anche una incredibile vittoria.

Invece restiamo con la sensazione di un anno maledetto dalla sorte e incancrenito dalla assenza di volontà di una società che ha scelto di crogiolarsi nella sua pancia piena, nell’impossibilità di ripetere quanto fatto l’anno scorso, nel lamento per la sindrome di abbandono, e di lasciare alla deriva dei mari in tempesta un modesto allenatore, sul quale però è troppo facile fare il tiro a segno (anche se lui fa di tutto per aiutare il compito dei cecchini, anziché mettersi al riparo). E’ un ritorno al passato: forse per questo nelle partite casalinghe è tornato anche a suonare ogni volta “Solo Inter”, l’inno di anni in cui la società non esisteva e se esisteva, esisteva male; l’inno di anni in cui gli allenatori si cambiavano come pannolini, dopo averli usati per cagarci dentro; l’inno di un’Inter che pensavamo scomparsa per sempre e che invece era solo mascherata dall’ingombrante presenza di un messia. Presidente, dirigenti, giocatori, staff: fateci un favore, archiviate quell’inno per quando potremo festeggiare di nuovo, ma nel frattempo ricordatevi che state indossando una divisa che merita amore e dedizione, non la mesta sensazione di un crepuscolo di appagamento e delusioni. Abbiate il coraggio di fare delle scelte, di difenderle e di sognare un futuro – e non il passato – della Beneamata. Dimostrateci di essere degni dell’amore che riversiamo ogni giorno su questi colori. O abbandonate la nave senza fare tante manfrine.

Inter in Wonderland: il Re Pescatore e la maledizione della Luna Blucerchiata

25 ottobre 2010 Commenti chiusi

I tri(3)plettati eroi nerazzurri ormai veleggiano di mondo in mondo, di dimensione in dimensione, alla ricerca della Serie di Oz e della Terra dei Cachi. E’ infatti dal giorno in cui sono usciti vittoriosi da uno stadio lontano da casa in una notte di pura gloria che hanno smarrito la via del continuum spazio-temporale originale, proiettati in mille avventure una più assurda dell’altra, risolvendo ogni tappa del loro viaggio come una specie di videogame fin troppo reale. Così, dopo la puntata corsara appena vissuta, i nostri beneamati si sono ritrovati a galleggiare sulla propria nave in acque meno tormentate e più famigliari. Per un attimo hanno pensato di essere finalmente riusciti a tornare a casa, novelli Ulisse sulle rive di un Itaca nerazzurra. Purtroppo per loro si è rivelata l’ennesima illusione, l’ombra di un mondo a loro assimilabile, irradiata dalla malefica e maledetta Luna Blucerchiata.

Ai nostri eroi lo stadio di San Siro, immerso in una fitta pioggerellina autunnale, non sembra neanche casa loro: si sentono solo i doriani maledetti che non la smettono un attimo di cantare. I proteiformi corsari nerazzurri sanno riconoscere l’odore della fregatura quando la vedono e per questo dismettono i panni arrembanti appena indossati per trasformarsi in semplici e miti pescatori. Lanciano le loro reti nel mare verde del Meazza e le issano a bordo con movimenti regolari: a ogni tornata, raccolgono messi di creature marine di ogni tipo, che si spartiscono secondo il proprio gusto. Mastro Lindo, subentrato in squadra al posto del troppo pugnace Tredita, e Capitan Corto Maltese frangono i flutti al centro del campo, mentre per il resto è tutto come sempre, con un Orco Marino fuori dall’ordinario insieme a un nanetto riccioluto che in una sera così sembra un sosia di San Pietro, soprattutto se paragonato all’Olandese che con la pioggia si dimentica di come volare tra le folate di vento di una tempesta.

Draghiamo per 45 minuti il quadrante marino avversario, ma in sottofondo si sente sempre lo stesso rumore: titic, titoc, titic, titoc. Tutto lo stadio comincia a guardarsi il polso per capire chi è che ha un orologio tanto rumoroso. Non si rendono conto che tale frastuono è semplicemente l’eco delle decine di passaggi ripetuti fino alla nausea, il fruscio continuo delle reti che vengono lanciate, issate, riparate e rilanciate. Poi all’improvviso, da una maglia non ben cucita, la maledizione della Luna Blucerchiata fa il suo corso e la squadra si ritrova sott’acqua.

La reazione è rabbiosa e l’identità corsara dei nostri eroi, il loro orgoglio, riesce difficilmente ad essere contenuto dagli umili vestiti che hanno indosso in una giornata come questa. Fino a che il più determinante dei nostri beneamati non capisce che a superstizione si può reagire solo con superstizione. Sul campo compare il Re Pescatore e dopo messi di reti bucate, di pesci sfuggiti, e di raccolte di conchiglie dal dubbio valore, riporta la chiatta nerazzurra sopra il livello del mare. E consente ai compagni di continuare a navigare alla ricerca del portale che riporterà tutti a casa.

Serata non difficile da interpretare: la maledizione della Luna Blucerchiata ci impedisce da anni di fare i tre punti con i maledetti ciclisti travestiti da giocatori di calcio e in alternativa da pesci. In una sera in cui le nostre stelle brillano meno del solito ci manca solo l’errore marchiano del solito Buco con il Difensore intorno per mandarci sotto. Per fortuna ci pensa il Re Pescatore, altrimenti sarebbe buio come solo una notte in mezzo all’oceano può essere. Rimane la domanda del perché il Bambino d’Oro non giochi un po’ prima delle colonne d’Ercole del triplice fischio e perché l’Iguana Terrestre della Banlieues non possa imparare a fare i movimenti giusti, tanto da apparire troppo simile al peggior Fulmine di Teguchigalpa, ora pensionato dorato nel campi di Appiano Gentile.

Benny merita fiducia, anche se sta scontando la sua retorica del bel gioco, che quando non è accompagnato dai tiri in porta diventa un semplice esercizio di stile. E l’Inter è una squadra e un popolo che punta alla sostanza. Quattro partite e cinque punti non è un bello score. Ma è tutto quello che abbiamo saputo raccimolare. Purtroppo. Si poteva e doveva fare meglio. Tiremm Innanz.

Inter in Wonderland: beneamata caritas

4 ottobre 2010 3 commenti

Sul pascolo di San Siro arrivano i grufolanti ladri di sempre a strisce bianconere, accolti dal pubblico milanese delle grandi occasioni: più gobbi che interisti sugli spalti, ma i peggiori almeno confinati al terzo blu. Se non si considera il campo ovviamente. Benny schiera la stessa squadra di mercoledì, tutto lo stadio è basito ma apprezza il coraggio. Con il senno di poi capiamo che era l’unica possibilità che aveva: quindi il coraggio della necessità è la tragedia della speranza.

La partita dura 15 minuti, con i nostri eroi da veri condottieri che chiudono la squadra colorblind nella sua area. Le occasioni non sono eclatanti, ma la squadra c’è. Poi tutti paiono pensare che la pausa delle nazionali sia già cominciata. Tutti quelli della squadra che tifo io per lo meno. Polu va sotto Krasic come un tir e subiamo tre azioni da brividi. Anche per i grufolatori impuniti finisce la gara. Ma siccome la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo, l’Iguana delle Banlieues si infortuna e tocca vedere in campo il Principe Ranocchio Zoppo. Il Leone, felice come un gatto in una vasca da bagno di acqua bollente, si sposta a sinistra, e magicamente comincia a bersi Grygera in ogni forma e dimensione. Peccato che poi appena alzi la testa per metterla in mezzo nell’area piccola ci sia il vuoto pneumatico, con il Principe ormai nella lista ufficiale dei desaparecidos.

Finisce il primo tempo e tutti pensano lo stesso: ok, bravo elio, bravi tutti, bella squadra, ma segnare, no? A metà dell’intervallo si scalda il Bambino d’Oro: Speedy si è infortunato, Polu va al centro nel suo ruolo (e si vede), e il baby dimostra di essere in rampa per un rientro da titolare a sinistra. Da notare come la presenza di un terzino a sinistra abbia di fatto scaraventato nell’oblio il maradona biondo dei ladri di polli, come già si vide nella doppia sfida con il CSKA l’anno scorso.

Benny nell’intervallo fa un discorso chiaro e senza fronzoli ai suoi uomini: ricordate che noi siamo belli, buoni, bravi, senza macchia e senza paura; più che una squadra di calcio con gli attributi, dobbiamo sembrare una fiera di beneficienza della Caritas; giochiamo a calcio come se fosse uno sport, per vincere c’è sempre tempo. I giocatori lo hanno guardato tutti un po’ basiti, ma il richiamo degli aerei per le proprie case durante la pausa delle nazionali ha tolto lucidità ai draconici protagonisti della scorsa stagione.

Il secondo tempo nonostante la nostra versione Beneamata Caritas vede le due più grandi occasioni nerazzurre: una viene sparata di testa dal Colosso sul portiere, l’altra il Principe Ranocchio Zoppo, dopo un aggancio perfetto, la piazza sul fotografo che staziona al posto dell’arbitro di linea. I venti minuti finali sono uno spot contro il calcio: il Drago che sputacchia fumo e catarro viene lasciato in campo a perdere palloni che rischiano di trasformarsi in contropiedi e a nascondersi dietro i mediocampisti bianconeri per non ricevere il pallone; il Leone si sfava e decide che non si torna oltre la metà campo; Totò abbandonato sulla fascia non sa bene che cazzo fare; il Principe Ranocchio fa venire da piangere come i grandi guerrieri quando li vai a trovare all’ospizio. In panchina il nulla cosmico, o così sembra pensarla Benny. Non succede niente e la beneficienza è fatta: un punto in due gare con due squadre da parte destra della classifica; un punto al posto dei minimo quattro che avremmo dovuto raccogliere a tutti i costi. E il Milan a pari punti. Che merda.

Non facciamo drammi, ancora una volta, però io inizio un po’ a rompermi le gonadi dell’atteggiamento supponente e molle con cui la squadra si presenta in campo, soprattutto contro le avversarie più blasonate. Non vedo la furia e la fame che ho tanto amato dei miei eroi. Benny ancora non ha capito come convincere i suoi giocatori a fare quello che dice lui e non viceversa. E questo, se permettete è un bel problema. Non avevamo un numero così alto di infortunati dai tempi dei sei mesi horribilis del secondo anno di Mancini, dopo Tribai per intenderci. Perché con la squadra spompa a centrocampo non si faccia il terzo cambio è uno dei misteri di fatima. Ricordo a tutti che il calcio non è uno sport: conta vincere; per l’estetica c’è Mediaset; per l’amore per la giustizia c’è Trigoria; noi interisti siamo abituati ad altro. Ora pausa nazionali. Ovviamente, ci sono anche le note positive: il Bambino d’Oro, Totò che fa vedere cose egregie, la conferma di un grande momento di forma del Leone. Ma è un po’ poco. Decisamente troppo poco all’inizio di ottobre.

Lega dei Citroni: Twente-Twenty

15 settembre 2010 5 commenti

I triplettati eroi detentori del titolo ricominciano il cammino nella Lega dei Citroni dal campo dei campioni d’olanda, o Paesi Bassi che dir si voglia, anche se di bassi nella squadra rosso vestita ce ne sono ben pochi. Benny schiera una formazione simile il più possibile all’Inter che ha vinto l’edizione precedente del torneo, con il Capitano d’Acciaio terzino sinistro a curare gli inserimenti dei veloci avanti avversari e la coppia centrale decisamente in rodaggio Pelato-Marika. Durante il riscaldamento i nerazzurri si rendono conto che il Twente ha dipinto una croce con lo spray in alcuni punti del campo, ma nessuno riesce a dare una spiegazione della cosa, neanche il madrelingua Olandesina Volante.

Il match inizia sotto i migliori auspici e i nostri eroi passano subito in vantaggio grazie a una bell’azione fatta di molti scambi, di un tiro del ritrovato – almeno nei movimenti – Principe con ribattuta a rete dell’Olandesina e la Pantera che si scansa per evitare di fare muro al posto degli olandesi. Sembriamo controllare bene il match, ma poi scopriamo esattamente che cosa servivano le croci tracciate con lo spray: i rossi continuano a passarci sopra attendendo il momento fatale in cui l’arbitro gli concede abbastanza generosamente un fallo per intervento del Muro, proprio sul segno nell’erba. Janssen prepara la palla e spara un missile nel sette imprendibile dal nostro Acchiappasogni.

Tutti pensano: poco male. Ma la verità è che siamo dentro i twenty-minutes del Twente. Quelli in cui gli olandesi fanno la partita. Ripassano sulla stessa fottuta zolla e stavolta è l’Orco a fare fallo. Janssen spara un altro missile che l’Acchiappasogni devia sulla traversa. Sul corner olandese il Principe ritrova il gol, ma nella porta sbagliata. Sfiga atomica e nerazzurri in svantaggio. Il dominio Twente dura ancora una decina di minuti, nei quali però il Pelato prende una clamorosa traversa su azione perfetta con l’Olandesina. Finiti i venti minuti di Twente, l’Inter pareggia con un rasoterra imparabile del Leone dopo triangolo con la Pantera.

Come si potrà facilmente intuire il nostro nanetto da giardino è in grande spolvero, e con lui il Leone che corre per tre, ovvero anche per la Pantera e il Principe che ancora non hanno abbastanza benzina. Le posizioni del Pelato e di Marika sembrano invertite, dato che l’uno dovrebbe stare dietro e l’altro avanzare e non viceversa come sembra ordinare Benny. Dietro niente da eccepire, soprattutto con brutti clienti come gli attaccanti olandesi.

La ripresa è tutta di marca nerazzurra: ci proviamo spesso e volentieri, ma il muro olandese ci rimbalza ogni pallone che puntualmente finisce sui piedi di Ruiz che rischia di imbucarci spesso ma senza grandi risultati. Incredibilmente a un certo punto anche Tiendalli usa la croce tracciata a terra per farne una lapide dedicata alla Pantera, ma l’arbitro non vede il fallo che fa uscire il giocatore nerazzurro in barella e gli olandesi continuano il contropiede come nulla faccia. Simpatici.

Entra Totò e Marika sale anche lui in cattedra. Totò fa i movimenti giusti e non ha paura, pur essendo un diciottenne all’esordio in Lega dei Citroni. Certo è leggero e spesso viene lanciato via, ma le migliori conclusioni in porta sono due sue battute senza pensarci due volte che vengono fermate dalle gambe dei difensori olandesi, e un diagonale di Marika che esce di poco. Ci proviamo fino alla fine, ma il risultato rimane inchiodato su un tutto sommato legittimo pareggio.

La squadra è in netto miglioramento, e questo è il dato principale. Un pareggio alla prima non è un dramma anche considerato il pareggio identico nell’altro scontro del girone. Certo con un po’ di culo si potevano portare a casa i tre punti, e l’infortunio alla Pantera ci costringerà ad accellerare i tempi del cambio di modulo tanto agognato per questa prima parte di stagione. E’ anche vero che era l’avversario più abbordabile, ma non mi sento di criticare la squadra più di tanto. Forse avrei fatto dei cambi un po’ più in fretta per tenere alto il ritmo ed evitare di spremere alcuni veramente un po’ allo stremo. Recuperare il Sindaco e il Bambino d’Oro è una priorità assoluta. No drama. No panic.

Inter in Wonderland: la palla è quadrata

31 agosto 2010 Commenti chiusi

Finita l’altalena emotiva e fisica di balzi e rimbalzi sul tappeto elastico, la banda degli eroi nerazzurri con il loro nuovo condottiero orizzontale si affaccia alla maratona della Serie di Oz (o quello che è diventata, che con tutti questi turbillons di nani e ballerine non ci si capisce un cazzo). Benny mette in campo la squadra in maniera simile alla prima amichevole della pre-season, con il Pelato e Marika in mezzo al campo, ma è costretto a variare le due fasce con i tandem Inossidabile-Pantera a destra e Crystal-Leone a sinistra.

Primo tempo che scorre bloccato: sarà il ritardo di condizione che non ci dà 90 minuti, sarà il peso della figura di merda rimediata venerdì, sarà quel che sarà, ma la squadra sembra imballata. Il Principe non è ancora lui, il Leone fa solo timidi tentativi di azzannare, l’Olandesina e Marika sono quelli che si mettono più in mostra. Le migliori occasioni sono degli avversari, arroccati nella loro metà campo in stile “fortezza medievale” con un modernissimo 9-1-1. Fortunatamente sparano fuori entrambe le chances, ma la palla si dimostrerà quadrata: la faccia mostrata nel lato occupato dai rossoblù nel secondo tempo è di fronte ai nostri eroi, e non ci sarà modo di girarla altrove. Solo per una decina di minuti del primo tempo, Ciccio rispolvera una tattica mourinhana: abbassa la squadra, per allungare il campo e aprire gli spazi NON gestendo il possesso palla: ne escono le uniche semioccasioni nerazzurre dei primi 45 minuti.

La compagine nerazzurra entra in campo nel secondo tempo con altro piglio. E mette sotto il Bologna. Marika continua la sontuosa partita, il Principe sembra ritrovarsi almeno per 10-15 minuti, l’Olandesina corre come un pazzo e finalmente Crystal fa quello che deve fare: correre lungo la fascia e creare la superiorità numerica (si dice così, no?). Appena questi meccanismi si oliano, il Bologna prende solo pallonate in faccia, in particolare sulle mani di Viviano che fa almeno tre interventi miracolosi, mentre sull’ultima deviazione di una punizione dell’Olandesina sfodera tutto il culo di cui dispone. Per quanto mi riguarda, dopo sta partita, che marcisse altri 3-4 anni a Bologna: non dico tanto, ma cazzo, non fare i miracoli contro la squadra di cui sei il terzo portiere!

Anche l’ingresso di Totò e dell’Iguana delle Banlieues (scelte da me sostanzialmente condivise e che mi fanno sperare che Ciccio inizi a orientarsi) non cambiano l’inerzia della partita, nonostante il match guerriero del Muro e dell’Orco, la superprestazione dell’Inossidabile nonostante i suoi 37 anni, e la buona prova complessiva.
Purtroppo la faccia del dado della sorte non volge al meglio e la partita termina a reti inviolate, un pareggio come gli esordi in campionato degli ultimi tre anni. Un pareggio che però mi lascia meno amaro in bocca di venerdì sera e qualche speranza in più. Certo, tutte energie buttate, dato che è già fuga per lo stellare Milan della fantasia e del bel calcio, il quale è predestinato a vincere con merito lo scudetto facendo 30 punti nelle prime dieci partite. Ricordatevelo! Tanto se non avete buona memoria ci penserà il circo del calcio televisivo a non farvelo scordare!