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Posts Tagged ‘Sconfitta’

Inter in Hell: Mister lo vuole il recupero?

16 aprile 2011 Commenti chiusi

E’ bello rinfrescare le vecchie tradizioni: un finale di campionato palpitante alla ricerca del terzo posto per evitare i preliminari se non peggio; una squadra svuotata di coraggio e di dignità prima ancora che di energie, che rischia di farsi umiliare da un gol in rabona di un proprio ex di 37 anni cmq meglio di almeno 1/4 del proprio attuale reparto d’attacco; i tuoi avversari storici davanti a farti le pernacchie.

Per carità, un anno così dopo tanti trionfi può anche capitare, ma si può anche perdere con maggiore decenza. La squadra entra in campo con un centrocampo in cui chi non è immobile (Cuchu-Deki-Pupi), semplicemente non è (Kharja) e uno dei due terzini che non è in grado di fare uno scatto neanche se vedesse un cobra pronto a morderlo fatalmente (Chivu), senza contare due attaccanti statici (Pazzo) o completamente spompati (Eto’o). 7 giocatori su 11 in una condizione da serie B sono troppi per affrontare con qualche speranza qualsiasi squadra, figuriamoci una squadra con la necessità di fare punti salvezza e con qualche giocatore di qualità.

Prendiamo due pere, una per tempo, da due gobbi maledetti e impenitenti, tirando in tutto 3 volte in porta. Come si fa ad argomentare qualcosa contro questi dati di realtà. La pochezza di gioco espressa dalla squadra da ormai un mese a questa parte è francamente imbarazzante e fa venire da piangere. I tifosi sopportano e supportano, ma la situazione è obiettivamente deprimente.

Portiamo a casa l’ennesima prova abietta, e per 4 volte in cinque partite nella mia mente torna l’immagine dell’arbitro che si volta verso Leopardo chiedendo sommessamente: “Mister, lo vuole il recupero?”. Io avrei declinato, che poteva solo andare peggio stasera. Vorrei recuperare un po’ di giocatori a una forma umana, almeno per qualche partita, e poi pensare all’anno prossimo, l’anno dopo aver fatto vincere “la squadra che fa bene all’Italia”. Se non era un motivo questo per asfaltarli quest’anno, quale poteva essere uno migliore?

La Lega dei Citroni: calma, dignità e classe

13 aprile 2011 2 commenti

D’altronde era nell’ordine delle cose che arrivasse una stagione in cui vincere la miseria di due tituli. C’è anche chi vive sperando di non vincere “meno uno” tituli, quindi non lamentiamoci troppo. La gara di ritorno contro lo Shalke 04 è una formalità da vivere con calma, dignità e classe, un po’ come l’erede del Dottor Frankenstein nell’omonimo film di Mel Brooks. Rimane il rammarico di aver visto una gara che – se fatta all’andata – ci avrebbe probabilmente permesso di passare il turno senza problemi. Guardiamo il lato positivo: contro un Manchester a 100 all’ora come quello visto contro il Chelsea la disfatta sarebbe potuta essere più pesante. Il punteggio finale del match – ennesima vittoria per i tedeschi – non conta poi molto e onestamente mi fa un plissé (cit.)


E penso che ogni tifoso avrebbe firmato per una stagione in cui si vince tutto e una in cui si vince poco, piuttosto che due stagioni dove quasi vinci tutto. Perché meglio vincere e perdere che pareggiare per due anni di fila. No? Inoltre l’odierna stagione ridimensiona il “potere” degli eroi del triplete, consentendo – se la società lo vorrà – di avere un po’ più di polso nei loro confronti. Che questo accada veramente è tutto da vedersi, ma il destino è quel che è, non c’è scampo più per me.


Per la prima volta dopo 5 anni, mi ritroverò a guardare le partite con più calma, con meno tensione, come un divertimento in attesa dell’inizio della prossima stagione. E’ una sensazione nuova. Da godere anche questa. Perché può capitare di uscire ai quarti contro una squadra meno forte di te. E può capitare che i tifosi debbano crescere e accettare la sconfitta senza isterie. Sarebbe una novità per gli interisti. Il segno più grande dell’eredità di un ciclo in cui siamo stati i più forti del mondo e abbiamo fatto cose che nessuno prima di noi aveva fatto. Chapeau.

La Lega dei Citroni: contro la mediocrità

5 aprile 2011 25 commenti

Essere interisti significa non assaporare mai una versione insipida della vita.
Siamo condannati a non conoscere il significato della parola normale. Per cinque anni sono stati trionfi incredibili e tripudi di gioia. Adesso siamo la maestosità sublime di un tuffo nel vuoto oscuro.

Inter in Wasteland: no brain and no balls make big players small

3 aprile 2011 2 commenti

Arriva il derby. Arriva il match che può sancire un clamoroso sorpasso. In campo una squadra entra con la rabbia e la determinazione di chi vuole vincere a tutti i costi. Purtroppo non è quella con i colori giusti. Quella con i colori giusti è diventata la squadra dell’amore e della generosità, e alla fine della fiera ci lascerà le penne.


Leopardo manda in campo la squadra dei senatori con pandev al posto di un deki il cui dinamismo in mezzo ci sarebbe servito come il pane (oltre che la sua grinta nei derby): il duo Motta-Cuchu dimostra di non essere adatto a giocare partite di livello, con la sua staticità e l’incapacità di reggere entrambe le fasi. A questo si aggiunge una serata decisamente no per Maicon, colto da ciuca triste per colpa di Dani Alves, e una stanchezza che ormai sembra atavica nelle gambe.


Dopo neanche un minuto siamo sotto di un gol, con un Robinho abbandonato al suo lieto destino dal Colosso e un rimpallo che finisce proprio sui piedi dell’avversario più pericoloso: il nuovo cocco di casa Berlusconi, Pato. I nerazzurri si accasciano e rischiano di prenderne un secondo, ma poi capiscono di poter dire la loro e per i venti minuti finali del primo tempo pressano e spaventano un Milan in versione Lecce all’ultima giornata: la puntata del Pazzo finisce su Abbiati, la testata di Motta finisce quasi dentro, il Leone si mangia un altro gol pesante come quello di Torino, riempiendo gli occhi di milioni di interisti di lacrime di rabbia.


Rientriamo per i secondi 45 minuti senza cambiare un Pandev che non ha visto una boccia e senza dare segnali alla squadra. La partita sembra equilibrata, ma Chivu infilato per l’ennesima volta in contropiede per la scarsa protezione dei mediocampisti e un intervento solo abbozzato di Ranocchia non si ferma e si presta ad un rosso diretto per abbattimento in corsa di Pato. Dopo pochi minuti un cross sbagliato da Abate si stampa sulla testa di Pato per il 2-0: ci fosse l’Inter che abbiamo conosciuti in questi anni la reazione sarebbe stata veemente, mentre questa Inter si accascia e aspetta solo il fischio finale. E vedere milionari che fanno i bambocci in mezzo al campo per far passare i minuti senza stancarsi troppo come se fosse normale perdere il derby è una roba da far uscire di testa anche Gandhi e trasformarlo nel colonnello Kurz. Nel frattempo riesce anche a prendere il terzo gol da un Cassano che mostra al mondo la sua brillante intelligenza facendosi espellere per doppia ammonizione a partita finita. E solo Julio Cesar ci risparmia l’umiliazione di un altro 6-0. E loro al contrario di noi, non si sarebbero fermati. Uno spettacolo indignitoso.


C’è poco da dire: se perdi due scontri diretti su due e negli scontri con le prime quattro hai fatto in tutto 7 punti nell’anno calcistico, se non perdevi due derby da otto anni, se per due volte quando hai il destino nelle tue mani perdi malamente senza mai essere veramente in partita, vuol dire che non è il tuo anno. O meglio: che quest’anno hai panza e testa piena di molte, troppe altre cose. Io non ho mai voluto essere la squadra dell’amore: ho passato anni a prendere per il culo milanello bianco e se il risultato è che con l’amore si arriva sempre a un passo dalla vittoria finale, questo nobile sentimento i giocatori e l’allenatore (?!) dell’Inter se lo possono tenere in saccoccia.


Poteva essere trionfo, invece è la Terra Desolata, l’abisso della tua insufficienza, dell’ultimo passo mai davvero compiuto per andare fino in fondo. E considerato che Leo ha fatto lo stesso l’anno scorso con il Milan, è anche la dimostrazione che è a lui che manca la cattiveria dell’ultimo passaggio, perso com’è nell’estetica della propria esperienza di vita. Abbiamo perso e una squadra con 7 gare al passivo in un anno non merita lo scudo. I nostri odiati cugini hanno dimostrato di tenerci di più (anzi a dire il vero da come hanno gridato per le strade di Milano di essere disperati all’idea di perdere anche quest’anno). E’ andata così. Ma l’anno prossimo non partiremo con l’handicap. Perché non sarebbe accettabile per chi vive e colora di passione i colori nerazzurri. E perché io mi sono già bello che rotto i coglioni di rendere il campionato italiano interessante: lo preferivo noioso come negli ultimi 4 anni.

La Lega dei Citroni: molto onore, zero gloria

24 febbraio 2011 3 commenti

Le fiere nerazzurre vengono catapultate nello spazio interstellare dei Citroni partendo da quello intrastallare della Serie di Oz. Leopardo decide di privilegiare l’esperienza e di cambiare modulo per evitare troppa corsa: cinque in mezzo al campo, tutti titolari e titolati, quattro difensori con il Ghiro romeno su una fascia e Ranocchia-Orco finalmente coppia centrale titolare (il Muro permettendo). Davanti, solo soletto, il Leone si carica sulle spalle tutte le nostre chance. Però gli uomini in campo non coprono bene il terreno di gioco, disposti in una sorta di pentacolo che lascia praterie immense in mezzo e consente ai tedeschi (di nascita o di adozione) di poter fare sempre 30-40 metri incontrastati. Già questo non lascia ben presagire, ma bisogna avere fiducia.


In uno stadio stracolmo di tifosi del mercoledì, di quelli che andare al cinema o alla Scala del calcio più o meno è la stessa cosa, da affrontare con lo stesso religioso silenzio e con la stessa arrogante pretenziosità di chi pensa che sia tutto dovuto, la prima azione è nerazzurra: punizia, cross del furetto olandese, e la rana di piatto non riesce a centrare la porta. I presagi si fanno funesti. E avranno ragione.
La squadra ci mette tutto l’orgoglio che ha, però il Sindaco davanti alla difesa si schiaccia sulla linea dei difensori e nessuno fa i movimenti che gli possano consentire le verticalizzazioni di cui è capace. Il Cuchu interno continua a dimostrarsi inadeguato: sessile, continua a dare indicazioni agli altri come un vigile, e si muove in un fazzoletto. Ha pure sul piede due o tre volte la palla che potrebbe darci il vantaggio ma non trova il tempo né la porta. Ulteriori presagi di sventura. In tutto il primo tempo i due unici pericoli tedeschi sono stati un tiro da fuori e un colpo di testa di Ribery sulla traversa, oltre a una svirgolata di Gomez da antologia. Quando prima Kraft si supera togliendo al Leone la gioia del goal, e proprio allo scadere anche il Facocero Volante spara incredibilmente fuori una palla perfetta da incrociare la convinzione che non segneremo mai si fa concretissima.


Nel secondo tempo non si cambia niente, e non cambia neanche lo spartito della gara: il Bayern fa girare la palla senza pungere, spinge appena può sulle fasce e macina metri senza trovare opposizione da parte di un centrocampo già in apnea. I primi dieci minuti della ripresa ci fanno tremare, ma sarà un fuoco fatuo, dato che il massimo che riescono a ottenere i tedeschi è un palo (che però balla ancora adesso due ore dopo la fine della partita). Il match continua ad essere equilibrato nonostante l’immobilismo di Sindaco e Cuchu, la scarsa vena del Furetto olandese, e un Drago paonazzo che ce la mette tutta nonostante stia venendo spremuto come una arancia. Cuchu e Deki che hanno sul piede due volte l’ennesimo possibile vantaggio, ma sprecano incredibilmente. La palla stasera non entrerà.


Nonostante i segnali evidenti di stanchezza e affaticamento Leopardo si dimostra ancora incapace di cambi efficaci in corsa. Il cambio arriva solo al 75esimo e solo per l’infortunio al ginocchio di Ranocchia. La sfiga quest’anno porta colori nerazzurri: avremmo potuto avere una coppia di signori centrali, ma non è destino quest’anno. Kharja dà un po’ di dinamismo alla squadra, che infatti alza il baricentro e passa dieci minuti a chiudere il Bayern nella sua area: solo una grande prestazione di Kraft e il culo nelle deviazioni che finiscono sempre fuori di un soffio salva la baracca biancorossa. Culo che li assiste quando Julio Cesar non trattiene un non irresistibile tiro da fuori di Robben, dando la possibilità a Gomez – giocatore sopravvalutato ma che quest’anno trasforma in oro ogni occasione – di battere senza opposizione a rete.


Finisce con una sconfitta tutto sommato immeritata per le fiere nerazzurre che hanno combattuto la battaglia con onore, ma senza trovare i guizzi giusti per sommare all’orgoglio la gloria di una vittoria. Forse un pareggio con reti sarebbe stato anche più giusto, ma ci sono serate in cui dice sfiga. Certo: anticipare un po’ i cambi per dare un po’ di fiato e corsa a una squadra in apnea che è riuscita a giocare con gamba si e no 15 minuti per tempo avrebbe aiutato. Certo: se Milito non avesse affrettato i tempi del recupero forse lo avremmo avuto in campo e la solfa sarebbe stata ben diversa. Certo: se non insistessimo col mettere un vigile interno e un altra patella ancorata allo scoglio verde del manto erboso davanti alla difesa forse potremmo ovviare allo scarso dinamismo del centrocampo (Cuchu e Motta in questo momento sono mutualmente esclusivi se vogliamo dare la parvenza di non essere dei fossili). Ma con i periodi ipotetici non si giocano le partite. La prendiamo in saccoccia e la strada è in salita. E il peggio è che ora diventerà in salita anche nelle infime lande di Oz, dato che i nostri ora penseranno fino a metà marzo solo alla partita dell’Allianz Arena. Mi sbaglierò, ma il rischio mi pare molto concreto. Sgrat.

Inter in Wonderland: go(od)bbye sogni di gloria

14 febbraio 2011 Commenti chiusi

In campo all’Olimpico va la stessa squadra che ha affrontato la Roma solo sette giorni fa, ma la mentalità dei giocatori in campo sembra quella dell’Imperia: nessuno che detta il passaggio, tutti che tirano indietro la gamba, troppi desaparecidos in ogni zona del campo. Dietro Ranocchia fa solo un errore ma rischia di costarci carissimo, mentre Cordoba riesce a commettere l’errore determinante per il risultato finale.

In mezzo al campo Kharja ci mostra perché i genoani l’hanno voluto vedere il prima possibile su un Intercity verso Milano, e anche Sneijder anziché passare la settimana a lanciare proclami potrebbe pensare a giocare a calcio. In ogni caso di fronte a noi abbiamo il nulla cosmico, ma come da tradizione riusciamo nella nostra specialità: la Resurrezione dei Morti Viventi. Al 30esimo il Cuchu – costantemente fuori posizione per tutta la partita, una pena inguardabile – non esce su Sorensen che la mette in mezzo, Cordoba marca Matri a 2 metri di distanza e siamo sotto di un gol.

Reazioni? Nessuna. Viene il dubbio che ci sia un gentlemen agreement tra le due squadre: noi vi concediamo di vincere questo match, dato che non combinerete un cazzo per il resto della stagione. Il volto umano dell’Inter. Il volto che spaccherei su una superficie tagliente di specchi. Gli stessi specchi in cui la squadra continua a specchiarsi per 70 minuti.

Neanche l’ingresso di un Panda un po’ meglio del solito e di un giapponese che subisce il blocco mentale dei più rinomati campioni che ha intorno riescono a cambiare gli equilibri. La vera Inter si sveglia intorno al settantesimo e chiude i gobbi maledetti nella loro area. Quando un tiro a botta sicura dell’Olandesina viene parato dal Panda, quando il Leone si fa stoppare quasi ogni pallone da un pischello danese di 20 anni, quando lo stesso Black Mamba spara sulla traversa una palla che doveva solo essere spinta in porta, è evidente che la partita non la raddrizzeremo più.

Se gli scontri diretti ci dovevano dire quanta voglia avessimo di provarci veramente, questo ha dato segnali diametralmente opposti al match di settimana scorsa. Gli unici pericoli per 70 minuti sono stati tre (3) cross di Maicon, poi qualche verticalizzazione di Sneijder improvvisamente apparso in campo. Leonardo non ha molte colpe, se non quella di dover essere in grado di valutare la stanchezza dei propri giocatori: il Cuchu interno non riesce a trovare mai la posizione; fortunatamente il Sindaco si fa ammonire al 48esimo per saltare la partita con la Fiorentina e riposare, riportando Esteban davanti alla difesa dove si trova a suo agio. Non schierare Nagatomo dall’inizio e preferirgli Kharja si è rivelato un errore, ma il problema principale dell’Inter stasera è stata la testa dei nerazzurri in campo: svuotati, fragili, bloccati, come se avessero paura di giocare contro una squadra di cadaveri come quella bianconera, ormai trasformata nell’Inter dei tempi bui.

Ora è tutto più difficile, e sono purtroppo costretto ad ammettere che il treno dei sogni di gloria forse lo abbiamo salutato stasera. Peccato. Ci avevo quasi creduto.

Inter in Wonderland: campioni non pervenuti

23 gennaio 2011 Commenti chiusi

In Friuli non c’è la giungla. Questa scoperta sconvolge completamente l’approccio mentale alla gara da parte delle fiere nerazzurre e del loro inserviente (il domatore sta a madrid). L’Udimerda è la squadra più in forma del campionato e si vede: pare che i 120 minuti li abbiano giocati i nerazzurri e non i friulani. Nonostante questo giocano (giustamente) i titolari, peccato che durino si e no 20 minuti, in cui il Drago scaraventa in rete un gran gol (meno male che il Sindaco non l’ha passata al Bradipo) e quasi ne fa un secondo.

Ma l’Inter è tutta qua oggi: il Leone pare perso ancora a immaginarsi ballerine nude; il Facocero perde più tempo a lamentarsi che a giocare; e così quelli che devono fare la differenza non si presentano all’appello. Se a questo si aggiungono giocatori obiettivamente non all’altezza delle nostre ambizioni la frittata è fatta: un rinvio su un calcio d’angolo arriva sui piedi del Bradipo che anziché proteggere la palla si fa uccellare da un friulano che serve un assist per Zapata che fulmina Gatto di Piombo Castellazzi a mezzo centimetro dalla sua mano. Ok che era una fucilata, ma il termine esplosività non mi sembra sia applicabile al nostro secondo portiere.

Tempo pochi minuti e Inler si procura una calcio di punizione generoso. Il Bradipo è talmente forte che Inler lo sposta con lo sguardo nella barriera e il Gatto di Marmo viene bucato una seconda volta. Finisce il primo tempo, inzia il secondo tempo. Il Drago è sulle gambe e anche il Sindaco non è al massimo, ma rimangono in campo. Almeno altri 5-10 minuti. Perché ancora prima che il Gatto di Tungsteno esca con le braccia rattrappite in posizione fetale per evitare di togliere la palla dai piedi fortunati di Domizzi per il 3-1, la partita dei titolari dell’Inter era già finita.

I restanti 40 minuti sono uno strazio: il Bradipo è francamente imbarazzante, il Leone non controlla una palla una, e l’unico cambio che Leopardo si azzarda ad imporre sulla formazione dei senatori è quello risarcitorio per l’Iguana delle Banlieues, che però dimostra perché debba diventare al più presto una contropartita in qualsiasi affare di mercato, anche con la serie B. Non ho mai visto l’Inter negli ultimi 5 anni regalare tante palle agli avversari e non perdendo un contrasto, ma proprio svagatamente appoggiando a uomini con la maglia diversa da quella della tua squadra.

Non è tanto la sconfitta su un campo (per noi) tradizionalmente ostico, sconfitta meritata nonostante la punizione da cui nasce il 3-1 sia inventata e ci sia negato un rigore grande così (tipo le dimensioni di Rocco Siffredi) sul 2-1 (grazie Morganti, ci vuoi sempre bene!), quanto alcuni segnali che cogliamo chiaramente dal campo: in primo luogo la squadra è gestita dal blocco dei senatori, che rifiutano di far entrare forze fresche anche quando non ce la fanno più (Mariga oggi non poteva rilevare Deki o Motta a un certo punto? Non era meglio Obi di questo Pandev?), conseguenza della decisione della società di assecondare i calciatori nei loro capricci e nella loro vedovanza (società primus inter pares in quanto a questo aspetto psicologico di confronto con l’anno scorso); in secondo luogo è evidente che ci siano gravi lacune nell’organico, lacune che vanno colmate se l’obiettivo vero è provare a vincere il Campionato. Altrimenti ci dicano esplicitamente che puntiamo al terzo posto e i tifosi sapranno comprendere le necessità “politiche” della società, senza farsi sangue amaro. Come già detto: servono innesti di qualità, e giovani; serve scrollarsi di dosso ancora molte zavorre (Biabiany e Pandev, oltre ai tre dell’Ave Maria Suazo-Rivas-Muntari); serve che i giocatori capiscano che il bene supremo è la squadra e non la loro vanità.

La Lega dei Citroni: indegni

8 dicembre 2010 Commenti chiusi

Per salutare il 2010 in cui l’Inter si è laureata Campione d’Europa riportando la Coppa con le grandi orecchie a Milano sulla sponda nerazzurra dopo 45 anni, in campo contro il Werder, per non sprecarsi, ci va l’Imperia.

Perché non può essere la detentrice del titolo a far sembrare una squadra che ha preso pallonate in faccia da tutti come i biancoverdi tedeschi una specie di nuovo Ajax di Crujiff. Perché non possono essere gli eroi del triplete (e neanche le loro riserve) quegli indegni fantocci che si vedono in campo a prendere tre pere, né sedere sulla panchina di una squadra che punta a vincere titoli un morto che cammina, né dirigere una società che punta ad essere tra le top 5 del continente gente che non è in grado di fare le scelte adeguate per proseguire cicli o fondarne di nuovi con idee se non innovative almeno concretamente razionali.

E’ troppo brutto per essere vero. E’ troppo brutto ritrovarsi a sperare che la partita finisca già al ventesimo del primo tempo, vergognandosi dello strazio immondo che si sta offrendo sui canali satellitari del globo terracqueo. E’ brutto scoprire che gli unici per cui conta la dignità con cui si veste una maglia nerazzurra sono quelle persone che lo fanno per passione, sacrificando tempo, neuroni e umore, i tifosi.

E’ a loro che tutta la società Inter stasera stessa dovrebbe chiedere scusa, mentre so già che alla prima occasione saranno i primi ad essere buggerati e trattati come una mandria stolta da mungere per quattro soldi. Per diventare grandi, per emanciparsi e non essere più gli zimbelli d’Europa rappresentanti di un calcio ormai in declino, abbiamo bisogno di idee, di uomini e donne vere, di progetti. E in questa Inter di tutto questo non c’è neanche l’ombra.

Perché se vincere aiuta a vincere, perdere aiuta sicuramente a perdere.

Inter in Wonderland: fichi marci

4 dicembre 2010 Commenti chiusi

Inter in campo con una formazione che riteniamo grossomodo obbligata: dietro la solita difesa over 35 salvo il nuovo titolare Natalino, piedi buoni e cervello fino. In mezzo Deki, Cambiasso e Muntari, per preservare Motta. Davanti il tridente degli zero (0) gol: birillo Pancev, pupazzo di neve Sneijder, la trottola Biabiany. A prima vista sembrano scelte sensate, ma noi i giocatori non li vediamo negli occhi prima che entrino in campo, non li osserviamo in allenamento e nelle loro camere in albergo durante il ritiro, perché forse faremmo altre scelte, o forse no, non lo sapremo mai.

Comincia la partita e si capisce che siamo entrati in campo molli come fichi marci: tutti i giocatori hanno una paura fottuta di farsi male e nessuno mette la gamba, con il risultato netto di lasciar giocare sempre troppo l’avversario, che invece ha tutto da guadagnare dalla partita. Deki e il Cuchu giocano ognuno in 3 metri quadrati, con Muntari che cerca di trasformarsi in Lampard o Gerrard, con i risultati che tutti si aspettano. Davanti Biabiany e Pandev non fanno un movimento giusto manco se glielo si traccia con un segnale luminoso, e Sneijder, che già di suo gioca con la voglia di una lumaca in letargo non sa a chi cazzo dare la palla mai. Però con davanti due ignoranti tattici come quelli, uno tutto concentrato a dribblare se stesso e l’altro a cadere sperando di prendere un fallo, è difficile capire se giochi contro l’allenatore o contro il suo amor proprio.

Nonostante questo il primo tempo vede possesso palla nerazzurro e dominio di campo biancoceleste, come da copione. Deki a un certo punto si rompe le palle e quando è costretto a fermarsi per l’ennesimo guaio muscolare (sarà colpa di Maga Magò, nda) si sente echeggiare la frase di Marcellus Wallace: “Senti quella fitta? E’ l’orgoglio che te la sta mettendo nel culo.”

Già, perché se tanto dobbiamo prendere pallonate in faccia almeno facciamolo con i primavera in campo in modo da non rischiare veramente nessuno. Invece Deki, col suo temperamento sanguigno si è fatto fottere dalla voglia di dimostrare di non essere un mezzo giocatore. Ed è stato punito dalla sfiga che comunque ci accompagna quest’anno e che rischia di togliercelo anche al Mondiale per Club.

In ogni caso nel primo tempo si registrano solo un rimpallo verso la porta di Mauri dopo svarione difensivo che viene fermato da un gran intervento di Castellazzi e dalla gambona del Capitano, e poi un rimpallo che dopo il salvataggio sulla linea del Cuchu finisce sull’anca di Grava e in fondo al sacco. Da notare come sull’angolo da cui scaturisce il gol tutti sono lì a dire che cosa devono fare gli altri e nessuno si preoccupi, tra i nerazzurri, di cosa deve fare in prima persona: un emblema perfetto della società di oggi in generale e dell’Inter beniteziana in particolare.

Sul finire del primo tempo tutti vedono che Muntari ha la lingua penzoloni e inizia a dare i numeri – che gli valgono il solito strameritato giallo a inizio ripresa. Chiunque l’avrebbe cambiato, ma il genio che siede in panchina (e in questo caso non è colpa di nessun altro, mi spiace) deve aspettare che più molle di un fico marcio e stanco come un cammello dopo aver attraversato il Sahara perda palla nella trequarti laziale innescando il contropiede biancoceleste: gran palla a scavalcare il povero Natalino, che comunque cerca di fare la diagonale corretta, e tocco sotto a superare Castellazzi. E’ evidente che l’Inter in campo non c’è.

Fuori Muntari e dentro Alibec, ma attenzione, non senza un tocco di genio: punta centrale anziché largo a sfruttare la sua velocità per saltare l’uomo – dato che tra Pancev e Banany non ci si può sperare neanche a esser ciechi. Ci vogliono dieci minuti perché Benny inverta le posizioni del macedone e del rumeno. Ma ormai è tardi. Anche se, dopo decine di rimpalli che finiscono nel vuoto o alla peggio sui piedi avversari, Goran Pancev riesce a imbroccare due rimbalzi di fila che gli rimangono miracolosamente entrambi sul sinistro, e a insaccare il 2-1.

Improvvisamente i nerazzurri si risvegliano e provano a vincere la partita. E se non fosse che il nostro di rimpallo si spegne sul ginocchio di Muslera anziché in porta come quello di Biava, potremmo pure riuscirci. Ma la sorte ha ancora in serbo uno sgarro per noi: Benny manda in campo Santon per cercare di dare un po’ di forze fresche in fascia. Peccato che l’ex Bambino d’Oro non ne voglia sapere e anzi alla prima occasione si mette in barriera come primo uomo, si gira (forse non ha mai giocato in una squadra d’oratorio dove ti insegnano che non ti devi girare mai) e allarga pure la gamba trovando la deviazione perfetta per scavalcare Castellazzi (che comunque non può prendere gol così sul suo palo). Grazie Davide, quando hai detto che vai in prestito al Genoa o al Crotone per ricominciare la tua scalata sociale dallo zero su cui ti sei posizionato?

La traversa a tempo scaduto di Sneijder che improvvisamente sembra voler giocare a calcio cinque minuti è una beffa, e ringraziamo Rocchi che non vuole umiliarci fermandosi al novantesimo con il 4-1 praticamente già in saccoccia in due contro il solo Cordoba in precipitoso rientro. Sconfitta meritata. Vittoria della Lazio meritata. Game Over per il nostro campionato.

Quest’anno puntiamo al terzo posto che è tutt’altro che garantito. Il vero cruccio è che questa nostra sconfitta non serva neanche a lanciare la Lazio verso il traguardo finale, dato che è lapalissiano che a gennaio gli uomini di Reja inizieranno a imbarcare spianando la strada alla squadra del Presidente del Consiglio in tempo di elezioni. E scusate se ho ampi dubbi che le compagini giallorosse o bianconere possano impensierire anche solo lontanamente i cugini. Lo dico da agosto: ci toccherà bere l’amaro calice fino in fondo, e vedere gli odiati biretrocessi raggiungerci a quota 18 (sempre che con la grande capacità societaria che ci ritroviamo Abete non colga l’occasione per toglierci uno scudetto per farci tornare sotto il palmares nazionale rossonero). Con il rammarico di poter fare palesemente meglio di così. E di doverci ritrovare ogni settimana a scazzare su chi dovrebbe assumersi la responsabilità delle gare indecorose che continuiamo a subire come tifosi.

Inter in Wonderland: cunscià de sbat via…

22 novembre 2010 Commenti chiusi

Arriviamo camminando alla chetichella, sperando che nessuno ci noti, in terra straniera e clivense. Benny rispolvera il suo fortunatissimo 4-4-1-1-mascherato-da-4-2-3-1 che i nerazzurri hanno dimostrato di saper interpretare alla perfezione (sempre che capiscano quello di cui parla l’allenatore, cosa di cui ormai è lecito dubitare). La difesa rimaneggiata sapremo che farà quel che può e anche un po’ meno contro lo spauracchio Pellissier e il suo vice, Moscardelli. A centrocampo almeno tornano i titolari, seppur con poca benzina e lucidità nelle gambe. Davanti un fuoriclasse, Eto’o, un giocatore di calcio perso nei profumi della sua dolce metà (o forse di altro, non lo sapremo mai), e due chiaviche.

Il campo è indecoroso anche se ci si dovesse fare del motocross, figuriamoci giocare a calcio, ma per i clivensi dall’altissimo contenuto tattico-tecnico adattarsi non sarà un problema. Viceversa i palati raffinati nerazzurri, ormai abituati al caviale delle grandi occasioni non riescono a ritrovare la loro anima prolet e la capacità di lottare nel fango fino all’ultimo pallone.

Si rivede un’Inter molle e incapace di pungere, ma capacissima di deprimersi e di rendersi inetta alla reazione alle avversità. Dopo 15 minuti decenti, in cui una delle due chiaviche schierate in un ruolo a metà tra un esterno di centrocampo e un’ala riesce a divorarsi un gol già fatto, scompariamo dal campo e al 30esimo Santon marca Pellissier come neanche un bambino di 5 anni saprebbe fare: il clivense d’Aosta plana come un aliante indisturbato e insacca il primo gol della partita. La reazione è furente: tic… toc… tic… toc… Ach, mi sono addormentato. A provarci sono gli unici due fuoriclasse che non hanno bisogno di padre-padrone in panchina per essere in grado di giocare a calcio: Eto’o e Lucio. Con i loro limiti anche Deki, Cambiasso e Zanetti. Eto’o ci prova pure troppo dato che un suo momento di ordinaria follia con testata à la Zidane ci priverà dell’unico attaccante degno di questo nome fino al 2011.

Nel secondo tempo grande è la carica inferta negli spogliatoi agli spenti depositari del titolo italiano ed europeo: la mestizia si impadronisce degli animi nerazzurri vedendo uomini che hanno conquistato tutto solo qualche mese fa giocare come neanche nel peggiore degli oratori. Viene il momento delle sostituzioni: Nwanko per Cambiasso, e va be’; Alibec per Biabiany, che fa in 20 minuti quello che ne’ Pandev ne’ il francese sono riusciti a fare dall’inizio della stagione; Mancini per uno stremato Deki, che ogni interista interpreta come il segno dell’Apocalisse.

A ben vedere l’azione in cui Rigoni: recupera palla; scappa a Santon; lo aspetta sulla linea di fondo per 10 secondi prima che il ragazzo, che ha meno di 20 anni, si decida a fare finta di marcarlo senza riuscirci; crossa con tre difensori dell’Inter che osservano immobili Moscardelli che insacca come se fosse stato teletrasportato in mezzo all’area; beh, forse qualche sentore dell’Apocalisse poteva già rappresentarlo. Ci si mette pure Sorrentino che fa una partita come quelle che Castellazzi faceva contro di noi quando giocava alla Doria e che ormai non fa più satollo di euro e prepensionamento, e che toglie dalla porta due gol fatti di Deki e Eto’o. Il cui gol al 47esimo suona più come una presa in giro che altro.

Come si dice qui a Milano: sem cunscià de sbat via. Ghe nient de fa. Irriconoscibili. Impresentabili. Inaccettabili. Errori su errori fatti dalla società, in primis dal presidente e da Branca, già dal 23 maggio. Errori reiterati dalla scelta di un allenatore evidentemente non adatto a questa rosa e dall’incapacità di conferire una qualsiasi autorità all’allenatore scelto. Un allenatore in balia di sé stesso e delle sue convinzioni. Giocatori incapaci di giocare a calcio senza una balia autoritaria che li prenda a calci in culo. Erano almeno 15 anni che non eravamo messi così in classifica e in prospettiva. E l’epilogo di questa situazione lo conosciamo tutti. E il dramma è che probabilmente non servirà a nulla. Ma forse ritrovarsi fuori dalle fasi finali di CL quest’anno e fuori dalla CL l’anno prossimo farà riflettere più di tante voci che hanno predicato nel deserto dei blog e del tifo interista.

Almeno una certa categoria di interisti che non sopportavano più di essere antipatici e vincere sarà contenta: chissà se sanno che tra di loro c’è quasi tutta la dirigenza interista! Però, volete mettere che goduria questo campionato equilibrato in cui non siamo chiamati a giocare da protagonisti?