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Archivio per la categoria ‘oscuro scrutare’

Genova 2001: la storia della Diaz è finita 11 anni fa // Diaz story has already ended 11 years ago

5 luglio 2012 Commenti chiusi

[English version below]

Oggi, 5 luglio 2012, la Cassazione ha definitivamente condannato una dozzina di alti papaveri della polizia italiana per aver mentito, falsificato prove e verbali che giustificassero l’operazione di giustizia sommaria portata a termine la notte del 21 luglio 2001 alla scuola Diaz-Pertini e Diaz-Pascoli dove si trovava un dormitorio e il media center di chi si era mobilitato contro il G8 di Genova e tutto ciò che rappresentava. Nel corso di questi 11 anni di processi più di metà degli imputati e delle imputazioni sono scivolate via, divorate dalla prescrizione e dal desiderio di insabbiare quello che è accaduto quella notte. Non è bastato, e per una volta siamo qui a fare i conti con una verità in tribunale che quanto meno rende merito del fatto che qualcosa di assurdo, di atroce e di terribile sia accaduto in quei giorni.

Però la storia di quell’irruzione, della sua insensatezza, dell’arroganza di chi l’ha ordita cercando vendetta e seminando violenza su gente inerme e addormentata, solo per rifarsi dell’umiliazione politica e di strada subita durante i due giorni genovesi, è finita molto tempo fa. La storia non si fa nei tribunali. I tribunali sono funzionali al potere di cui fanno parte e al massimo possono farsi carico di giudicare una parte della storia (che non tutti i fatti sono rilevanti per un giudice e per la giustizia). La storia siamo noi; la storia è quella che tutti quelli che erano lì hanno vissuto e raccontato in questi anni, ed è molto più terribile di una manciata d’anni di condanne e della consolazione di una richiesta (che non verrà esaudita) di vedere questa gente espulsa da ciò che li rende più tronfi (il corpo); è quella che tutti coloro che erano incollati alla televisione non potranno mai dimenticati, l’atterrimento e lo sgomento provato, la sensazione di quanto effimera sia la democrazia di fronte alla necessità del potere di non mettersi in discussione.

E’ una soddisfazione per chi era lì con me? Penso di sì, tanti anni spesi per avere almeno uno straccio di carta da sventolare di fronte agli imbecilli a secco di informazioni. Ma non allevia la preoccupazione per quanto succederà settimana prossima. Quando 10 persone verranno giudicate e potenzialmente accusate di tutto quello che è successo a Genova. Loro erano lì. Come me, come molti di quelli che mi leggono. E Genova eravamo tutti noi. Ma pagheranno loro. Mentre molti di noi staranno a guardare. Avrei scambiato volentieri un colpo di spugna mal mascherato oggi con un’assoluzione tra una settimana. Ma non sarà così. E saranno anni lunghi in cui stare vicino a chi pagherà anche per me. Per noi.

Genova non è finita. Genova brucia ancora.
La storia siamo noi.


Today, July 5th 2012, the Supreme Court has definitively convicted a dozen of the highest ranking officials of the Italian police for having organized the raid in the Diaz-Pertini and Diaz-Pascoli schools where people slept and did media during Genoa G8 days back in 2001. They have been convicted particularly for having falsified evidence and for having lied about the reasons and the circumstances of the raid. During these 11 years of trials and courts most of the defendants and of the accusations have been washed away, gnawed at by the statute of limitation and by the desire of all the institutions to dump what happened that night and those days in the most hidden of places. Still they did not succeed into having people forget and forgive, and for once we are here dealing with a judicial truth that at least does not ignore that something shameful, horrible and unbelievable happened in those days and in that night.

But the story of the raid has already ended 11 years ago: its mindlessness; the arrogance of those who ordained it looking for vengeance and spreading violence on helpless people sleeping, trying to appease the political and “street” humiliation they had to endure during Genoa days; it’s all been there for a long time. History is not made by judges. Courts are part of the institutions and at the very most can acknowledge a side of the story people live (and everybody knows a lot of facts are not at all relevant for courts). We are history. History is what people felt and lived there that night. It’s what people told over and over these years, and it’s much more frightening than a bunch of year of conviction sown for lack of better ways to deal with what happened. It’s much more than the consolation of (maybe) seeing the accused people thrown out of what they care most for (the corps, the honour). History it’s what all the people mesmerized by the images and sound of their tv screen will never forget, aghast and ashamed of the feeling they clearly had of how feeble and faint democracy is in front of the absolute need of power not to be discussed or (worse) fought.

Are we (the ones who were there with me) satisfied? I guess so: so many years of our lives spent to wrestle at least a sodding paper to be waved under the nose of those who still won’t believe plain truth. But still all this won’t make a difference next week, when 10 people could be convicted by the Supreme Court to more than 100 years of jail, accusing them of all the things that happened in those days in genoa. They were there, of course. As I was. As we were. And Genoa was all of us. But it will be those 10 people to pay for it. And to pay dearly, while most of us will just stare still. I would have gladly traded a clumsily camouflaged coup to have the high ranking cops get away clean with an acquittal next week. But it won’t be so. And it will be so many years to not leave alone those who will pay for my struggle as well. For our struggle.

Genoa never ends. Genoa burns on.
We are history..

Meglio ammazzare con una divisa che sognare la rivoluzione

22 giugno 2012 Commenti chiusi

La Cassazione ha rigettato il ricorso dei quattro poliziotti (Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri) che hanno ammazzato Federico Aldrovandi durante un “normale” controllo, confermando la condanna a 3 anni e 6 mesi. Poliziotti a tuttora in servizio, perché per loro a differenza dei comuni mortali vale la presunzione d’innocenza. Per loro e per tutti quelli che in qualche modo “gestiscono” o “esercitano” una qualche forma di compatibilità allo stato di cose presente e al potere. E’ inutile sottolineare la solidarietà nei confronti della famiglia di Federico, che non lo riavrà con questa sentenza, ma che quanto meno potrà affermare di non aver visto la verità calpestata in nome della ragione di stato.

Soffermiamoci però su altri dati di fatto: quattro persone in divisa hanno ammazzato un ragazzino innocente e sono stati condannati in via definitiva a tre anni (3) e sei mesi (6). Nei giorni e mesi scorsi sono arrivate le condanne per gli scontri del 15 ottobre: tre anni (3). Qualche anno fa una trentina di persone coinvolte in una barricata data alle fiamme (nessun ferito, qualche danno alle cose, ma poca roba) in mezzo a Corso Buenos Aires a Milano sono state condannate per devastazione e saccheggio a 4 anni e rotti di carcere (solo perché hanno fatto il rito abbreviato). E tra pochi giorni (un mesetto circa) 10 dei 25 imputati per i fatti del G8 di Genova rischiano una condanna a pene che variano tra i 10 e i 15 anni di carcere, accusati di aver messo a ferro e fuoco la città (se fosse vero gli faremmo comunque i complimenti perché in 10 è una vera impresa!).

Rileggete bene e fermatevi a pensare per una volta, non scorrete queste righe come un sottotitolo di SKY TG 24 o come una cosa spiattellata sulla bacheca di Facebook o sulla timeline di Twitter. Dieci persone accusate di aver distrutto cose rischiano di dover passare 15 anni in carcere, quattro persone che hanno spento la vita di un ragazzo di poco più di 15 anni senza alcuna ragione sono state condannate a 3 e mezzo. Notate anche voi qualcosa che non va?

Non è una novità. Il modo in cui funziona la giustizia italiana (che ovviamente è uno strumento per difendere lo status quo) non può essere giusto. Ma quando è così distorto sembra volerci convincere che, alla fine, per la nostra società, è meglio ammazzare un ragazzino indossando una divisa che spaccare (dieci o cento non importa) vetrine sognando di fare la rivoluzione. Evidentemente nonostante i tanti proclami la vita per il mondo in cui viviamo vale molto meno di soldi e oggetti. Per questo un sistema di questo tipo merita di essere distrutto e tutti coloro che ci hanno provato meritano la nostra solidarietà.

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Maggiori info sul G8 di Genova:
Supportolegale.org
Processig8.org

Il Teppista di Giorgio Specchia

28 novembre 2011 Commenti chiusi

Il libro di Specchia che racconta la storia del suo amico Nino (ometterò altro ma chi frequenta stadio e piazze a Milano penso lo conosca bene) offre uno spaccato reale del mondo delle periferie degli anni Ottanta e Novanta. Come me, molti altri hanno incrociato le stesse strade con risultati anche molto differenti. Il teppista è un racconto biografico schietto e onesto, ma rappresenta un punto di vista, come è ovvio che sia. E come è ovvio che sia risente talvolta di una certa indulgenza un po’ pelosa e artefatta in alcune vicende cui l’autore ha partecipato (l’episodio di Ascoli su tutti). Bocciati sonoramente i 2 capitoli e mezzo in cui fa entrare la politica, non tanto perché rappresentino il suo punto di vista (legittimamente diverso da altri protagonisti degli stessi episodi) e non tanto per il tono mitopoietico, quanto perché arrogarsi il “merito” della vittoria di Pisapia a Milano per aver trascinato le curve all’astensione mi pare un po’ eccessivo onestamente (e forse gli anni di bamba influiscono su questo trionfo lievemente egoico, ma Nino e Giorgio non si devono sentire soli in questo problemino) . Infatti più i racconti si avvicinano al presente, meno si fanno interessanti. L’ultimo capitolo stile “sarà domani” mi è piaciuto molto e svela insospettate doti narrative in Specchia. In ogni caso un buono scorcio che vale la pena di leggere. Una bella operazione per la nuova avventura da editore di Stefano Olivari che so ha in canna altre produzioni interessanti. Voto: 6

C’è sempre tempo per dimenticare la libertà

19 ottobre 2011 2 commenti

Ricetta:

– DASPO per chi è pericoloso secondo le Questure

– Arresti differiti in flagranza per chi compie atti violenti

– Fermi preventivi per chi potrebbe (un giorno forse chi lo sa) compiere atti violenti

– Garanzia patrimoniale per poter organizzare un’iniziativa di piazza

Tutti tranne l’ultimo ingrediente non riguarda i cortei, ma ha già riguardato gli stadi, e le ha proposte la stessa persona (il Ministro “Due” Maroni) per fermare i “tifosi violenti”. Ma la cosa più stupefacente è che le persone non si siano erte a difesa delle libertà fondamentali sancite dalla Costituzione come il diritto di manifestare e di esprimere liberamente le proprie opinioni, ma che anche di fronte alla palese operazione che finalmente perfeziona la sperimentazione attuata negli stadi di questo totalitarismo anni duemila la maggior parte degli uomini e delle donne che ascolto annuiscano contenti.

Perché non credo vi siano dubbi sul fatto che queste misure applicate a cortei e manifestazioni siano palesemente incostituzionali (lo erano pure applicate agli stadi, ma si sa il mostro emergenziale giustifica sempre qualsiasi decisione): pagare per poter manifestare discrimina chi può e chi non può esprimere la propria opinione e basare su provvedimenti discrezionali la decisione di limitare la libertà di un cittadino è evidentemente un’aberrazione in qualsiasi stato di diritto. Per non parlare degli effetti che avranno: la Legge Reale è costata 274 morti, tanto per dire; domani banalmente quello che succederà è che non si faranno più cortei autorizzati, e che assisteremo a moltissimi casi di condanne penali per persone che non hanno fatto nient’altro che presentarsi in una piazza (senza fare nulla) perché qualcuno ha deciso che sono pericolose. Complimenti, una soluzione a tutti i mali del mondo (che ovviamente sono le macchine bruciate e quattro pietre, sic).

Ma il processo più diabolico è quello che fa scambiare alla maggior parte delle persone i responsabili con l’occasione, lo strumento con l’intenzione. Chi vuole queste misure (e non parlo solo di chi le ha proposte materialmente in Parlamento e in strada in questi giorni) attendeva solo l’occasione di poterle esportare fuori dagli stadi e nella nostra vita di tutti i giorni. E chi lo asseconda affermando che l’occasione giustifica ogni cosa, in nome di scarsissima statura politica ed etica, mostra scarsissima lucidità, ma soprattutto mostra che l’istinto violento, quello vero, quello che attivamente nega ad altri la possibilità di fare e dire, è molto più radicato negli uomini di quanto non si voglia ammettere. Perché dimenticare il valore della libertà (delle proprie opinioni, delle proprie parole e della propria persona) è un atto immensamente più violento che spaccare una vetrina o bruciare una macchina. Purtroppo non abbiamo più un Brecht a ricordare a tutte queste persone chi cammina dal lato sbagliato di un confine, quello di un’umanità diversa.

Aggiornamenti sul sequestro norvegese dei dischi di autistici/inventati

28 gennaio 2011 Commenti chiusi

Senza volerlo e grazie al commissariato di Avezzano e al signor Iannone siamo diventati famosissimi in Norvegia. Da soli non saremmo mai riusciti a raggiungere questo traguardo, siete stati magnifici. La rogatoria internazionale che ha provocato il Norvegian Crackdown, cioe’ il sequestro/copia di una macchina di A/I in Norvegia, ci ha portato sotto i riflettori e animato un dibattito in quelle lontane terre di discendenza vichinga.

Una questione simile in Italia difficilmente sarebbe riuscita ad interessare l’opinione pubblica, una serie di questioni giocano infatti a nostro sfavore:

  • nella vicenda non sono coinvolte tette e culi, manca la topa e quindi basso share
  • parlare di legittimita’ di sequestri, di riservatezza, di critiche all’operato della polizia e’ complicato. Lo e’ quando di mezzo ci sono morti in carcere o per le strade, figurarsi per una questione come la copia di un hard disk. Di solito siamo abituati ad un “Vi e’ andata bene, mica vi hanno menato”.

In Norvegia invece dove sono piu’ sessualmente emancipati di noi, all’interno del dibattito sulla data retention che sta attraversando il paese, il nostro caso e’ stato scelto come emblematico di uno scenario negativo, in cui la liberta’ di parola e di opinione subisce delle restrizioni arbitrarie, proprio perche’ il sistema e’ progettato male.


Sono in norvegese, ma il senso di tutti gli articoli e’ chiedere conto del perche’ si sia dato seguito ad una rogatoria internazionale vaga, imbarazzante, ( se non scioccante o priva di senso ) nonche’ goffa e approssimativa nelle accuse grazie alla quale e’ stata sequestrata tutta una macchina per fornire dei dati sensibili sugli autori di un noblog. La polizia si giustifica dicendo che per questioni di tempo ha deciso di agire in questo modo.I giornali titolano: “la polizia sequestra 7000 account, per fare prima”. Non crediamo sia utile entrare di nuovo nel merito della questione: potete leggere le nostre posizioni nei due comunicati precedenti. Il dato piu’ importante e’ l’interesse nel dibattito stesso.

Il caso e’ stato inizialmente preso a cuore da Jon Wessel-Aas, leader della sezione norvegese della commissione internazionale dei giuristi che per primo ha pubblicato un bell’articolo in proposito, seguito dagli articoli sopra citati e dalla menzione dell’accaduto nei radiogiornali nazionali del mattino trasmessi da NRK (l’equivalente della RAI norvegese). Nel frattempo la polemica continua e un misto di vergogna e raccapriccio (uniti all’ormai abituale impulso di preoccupazione e compatimento verso la situazione sociopolitica del Bel Paese) aleggia nelle mailing list degli osteggiatori della famigerata Datalagringsdirektivet, anche nota come Direttiva Europea 2006/24/EF

gia’ approvata in Italia ma non ancora in Norvegia. (Per la cronaca il Belgio l’ha rifiutata, mentre la Germania e la Romania l’hanno dichiarata incostituzionale). Il caso di Autistici/Inventati continua da settimane ad essere al centro dell’attenzione e preso ad esempio nella discussione nelle liste, e c’e’ anche chi sostiene (tra questi anche il nostro avvocato norvegese) che il sequestro sia stato effettuato in modo illegittimo rispetto alle normative vigenti. Staremo a vedere. La protesta contro la direttiva continua, e le argomentazioni a sfavore sono tante e spesso improntate su questioni di principio democratico da noi in Italia come minimo inattuali, se non ormai del tutto obsolete quali, per citarne alcune:

  • In una democrazia sono i cittadini a controllare lo stato e non il contrario
  • Tutti i cittadini sono innocenti fino a prova contraria e non l’opposto
  • Il controllo sistematico delle comunicazioni stride con i diritti umani

Alle quali aggiungere:

  • le accuse di servilismo verso l’Unione Europea (della quale la Norvegia non fa tuttora parte) rivolte al governo di Jens Stoltenberg, gia’ leader dell’ Arbeiderpartiet
  • quelle relative all’approvazione (in silenzio) di decisioni illiberali, rivolte al liberale, ma forse da oggi anche liberista, partito della destra (Høyre) in questo momento all’apice della popolarita’ ma scosso da dissidi interni proprio su queste decisioni.

In effetti sembrerebbe che praticamente solo il governo e la polizia siano i veri sostenitori della direttiva, propagandata suonando ad nauseam il tamburo della disinformazione con i classici babau fatti di pedofili e terroristi. Questo e molto altro (e tra le altre cose anche noi) animano la discussione e la contro/propaganda, in primavera la probabile approvazione.

Nel frattempo la polizia norvegese, a seguito della pressione subita dai media, ha trasmesso un fax al nostro avvocato italiano dichiarando:

I can assure You that the intent of the Norwegian police is to give as specific an answer to the request from the Italian authorities as possible. We are aware that the server contains a large amount of data that may not be relevant to the request, and this information will not be disseminated to Italian authorities. Therefore, only the information that is relevant to the request from the Italian authorities, which concerns the mail box orsa@canaglie.net, will be included in the police report that will be prepared by the Norwegian police.

Cioe’, in altre parole, il rapporto non conterra’ nulla. Mi chiedo come mai abbiano omesso di parlare di she-bear@scoundrel.net, come penso se lo stia chiedendo anche il procuratore Stefano Gallo. Il fax continua:

Regarding the mirroring of the hard disks, this method was chosen because the Norwegian service provider indicated to us that the data in question was deleted. That meant that the data had to be sought out and reconstructed – a process which our computer investigator says will take several weeks. The alternatives to mirroring the hard disks would have been seizing the disks or performing the investigation in the locales of the service provider. Both of these methods would have entailed disadvantages to the other, current users of the server, as well as economic disadvantages to the service provider. The choice of mirroring the entire hard disks do not, therefore, mean that it is the intent of the Norwegian authorities to disseminate any data not related to orsa@canaglie.net to Italian authorities, but is only the result of a wish to minimize the negative impact of our investigations.

Minimizzare l’impatto negativo delle indagini, evitare svantaggi per gli utenti, evitare danni economici al provider dei servizi. Per quanto questi siano sempre poliziotti, e per quanto abbiano risposto acriticamente alla richiesta dei colleghi italiani in qualche modo vicini a Casa Pound, tutto questo sembrerebbe significare a prima vista una notizia che potrebbe far tirare un sospiro di sollievo a qualche migliaio di utenti inopportunamente e ingiustamente coinvolti in questa vicenda. Detto questo, il fax ci e’ arrivato dopo mesi (2) di lunghi e preoccupanti silenzi alle nostre richieste, ed e’ stato inviato solo a seguito di una massiccia risposta mediatica alla iniziale divulgazione degli avvenimenti, risposta mediatica che peraltro li dipinge senza mezzi termini come liberticidi, e culminata con un comunicato ufficiale pubblicato sul loro sito da IKT Norge (l’associazione per l’industria informatica norvegese) che grida allo scandalo e che e’ intitolato “La polizia dimostra una capacita’ di giudizio fallimentare per il settore digitale”.

In cui in sostanza si dice che la polizia non e’ in grado di assumersi la responsabilita’ del controllo digitale. Non ci stupisce che si siano improvvisamente affrettati a scriverci cercando di salvare il salvabile con le birre e le strette di mano. Ma noi siamo come san Tommaso, finché non tocchiamo non crediamo. Il nostro passo successivo e’ stato infatti quello di, tramite un avvocato locale, chiedere la restituzione o eventualmente la distruzione dei dati copiati, appellandoci alla Ekomloven, ovvero l’insieme di regole che tutelano i destinatari di servizi informatici contro violazioni del patto di riservatezza che vige tra questi ultimi e i provider. Regole queste che, a detta di molti esperti di legge della terra dei fiordi, avrebbero dovuto imporre la necessita’ del benestare di un giudice previa al sequestro, e della quale non c’e’ traccia nei relativi documenti che ci sono stati consegnati a latere. Questa la loro risposta:

Police considers that neither Copyleft or Autistici/Inventati fall under the definition of service provider in the Communications Act. We are therefore of the opinion that the Criminal Procedure Act § 211 and § 212 does not apply to the current instance. For the information the police received a few days ago knowledge of the investigation in Italy that gave rise to the letters rogatory, has been dropped. Work on review of data on hard disks are therefore currently quiet, pending a clarification from the Italian authorities at the request of the right still remains.
I have however today been informed that the Norwegian Post and Telecommunications Authority is processing a request from Autistici / Inventati to clarify whether Autistici/Inventati will be considered as service provider pursuant to Electronic Communications. Authority has indicated that they will give priority toconsideration of the case since a clarification could have a bearing on the seizure ofthose drives were legitimate or not.

Il che significa che secondo loro, non essendo ne’ Autistici ne’ Copyleft categorizzabili come ISP, non esisterebbe alcuna privacy da rispettare e nessuna necessita’ di passare attraverso un giudice: Iannone chiede, la polizia risponde. Anche in Norvegia. Chissa’ se non essendo ISP, anche le direttive europee non siano di conseguenza inapplicabili….o se invece il distintivo li rendera’ sempre e comunque giudici ed esecutori. Rimaniamo tuttavia perplessi: rogatorie internazionali, sequestri totali, decrittazioni, muscoli in mostra e polluzioni. Per poi trovarsi, nel bel mezzo di analisi forensi probabilmente molto costose, con un’ indagine chiusa senza nessuno dei dati che con tanta veemenza venivano richiesti da un committente ingerente e ingombrante e con una procura di Avezzano che, improvvisamente, fa sapere alla polizia norvegese che “basta cosi’, grazie, vi faremo sapere”. Forse non e’ solo per i dati che si muovono le polizie di tre stati e si viola apertamente la privacy di migliaia di persone. Forse non e’ solo per un nome che si spendono migliaia di euro e di franchi e di corone dei contribuenti, ma anche e sopratutto per lanciare un avvertimento. Statevene zitti, non protestate, e nel caso, collaborate. Ma noi non siamo abituati a seguire i buoni consigli.

41 anni fa

12 dicembre 2010 Commenti chiusi

Per non dimenticare che 41 anni fa per facilitare il progresso della democrazia italiana si massacravano decine di persone. Per non dimenticare che per tutte le stragi degli anni della strategia della tensione non ci sono colpevoli, solo voci, convinzioni aleatorie e sentito dire. Per non dimenticare che i mandanti politici di quanto è già accaduto nella storia sono sempre gli stessi: chi gestisce i soldi, il potere e le nostre vite da un lato, noi dall’altro. Per non dimenticare che non è tutto uguale, che non tutte le opinioni hanno la stessa legittimità e che non è vero che ognuno la pensa come vuole. Per non dimenticare che ci sono idee giuste e idee sbagliate e che chi sostiene le une e le altre è destinato a scontrarsi e lottare. Per non dimenticare che il mondo non è cambiato negli ultimi 50 anni, e soprattutto che non sono cambiati gli esseri umani. Oggi, 12 dicembre, uno che girava negli stessi ambiti di chi metteva le bombe parlerà da Ministro in piazza Duomo, mentre i parenti di chi è morto in una esplosione si ritrovano per piangere il proprio ricordo a meno di 500 metri.

Per non dimenticare: ecco la controinchiesta sulla strage di Piazza Fontana

PS: so che non è l’unica ricorrenza, ma io sono milanese e per me alcune date, sono più vicine di altre

Milano da odiare e da dimenticare

11 ottobre 2010 17 commenti

Sos Fornace: proprietà privata abbandonata, area Expo, sotto sgombero imminente

Cox 18:  proprietà comunale, sede Archivio Primo Moroni da 20 anni, sotto sgombero un filo meno imminente (ma non troppo)

Cascina Autogestita Torchiera: proprietà comunale dimenticata da Dio fino a quando non è stata resuscitata, sotto sgombero elettorale quasi imminente

Ambulatorio Medico Popolare (e sede Casa Occupata via dei Transiti 28): proprietà privata ex proprietà pubblica, sotto sgombero da tempo (tanto il lavoro dell’Ambulatorio lo fanno le ASL, vero?)

La Bottiglieria via Savona: sotto sgombero (praticamente dal momento in cui hanno occupato) sgomberata (14 ott) rioccupa in via giannon 8 (16 ott), olé!!!!

C.S. Leoncavallo: considerato come sta per finire la vicenda dei terreni di Cabassi per l’Expo dubito che anche il Leo avrà vita molto facile (il giochino terreni a Cabassi per non rompere le palle sul Leo e togliere un problema all’amministrazione comunale mi sa che non andrà in porto)

Ci rimangono ancora: Centro Sociale Vittoria (ma pagando un affitto dovrebbe salvarsi); Casa Loca (grazie papà Moratti, poi mi si dice perché sono interista);  Cantiere (misteri della fede, ma meno male, nonostante i miei dissapori con la Linea =D); Ponte della Ghisolfa; Micene; case occupate sparse che meno sembrano politicizzate e forse più dureranno.

Sarà che si avvicinano le elezioni, ma forse questa città e i suoi militanti meritano di restare più desolati che mai. A furia di dimenticarci, stiamo scomparendo. E non è che sia un male in generale, considerato quanto poco abbiamo saputo dare ultimamente alle strade che percorriamo ogni giorno, ma avrei preferito sopravvivere e vederci sopraffatti da giovani convinti ancora dell’utopia, che vedere tutta questa gentaglia che vorrebbe sputarmi in un occhio per le mie vecchie trombonate aggirarsi in un non luogo svuotato di possibilità. Chi ha sbagliato, scaglia la prima pietra.

Chiamale se vuoi… distrazioni

6 ottobre 2010 Commenti chiusi

Lo spazio della Fornace di Rho è uno dei pochi luoghi vivi in una città di morti. Non è un caso se sorge nel punto di convergenza dei massimi interessi metropolitani con i massimi conflitti: mobilità, lavoro, precarietà, territorio, speculazione. Rho, il nuovo polo fieristico, le magnifiche sorti e progressive dell’Expo: i ragazzi della Fornace sono stati motore e azione di tutto quello che vi ha avuto a che fare, e adesso, a meno di due settimane dalla scadenza dei tempi per sbrigare le ultime pratiche legate proprio all’Expo 2015, con la maggioranza impelagata in ogni sorta di problema legato ai desideri iperspeculativi di politicanti e costruttori, la sos Fornace si ritrova sotto sgombero da un giorno con l’altro.

Sarà un caso che siano uno dei luoghi principale in cui si andavano aggregando vertenze e precari dell’area della Fiera e dell’Expo. Sarà un caso che non passasse mese senza mobilitazioni e rotture di palle nei confronti dell’incapace management metropolitano. Sarà un caso che Maroni era a Rho per dirimere anche la questione Fiera/Expo proprio due giorni fa. Sarà anche un caso che un bel problema di ordine pubblico offre un’ideale diversivo ai giornalisti per non parlare delle porcate che si faranno per sbloccare l’Expo: terreni che si svendono e si comprano a prezzi assurdi, per poi lasciarli lì a marcire e non perdere il prestigio dell’evento. Bella mossa, ma vecchia come il cucco.

Com’è come non è, domani cominciano i presidi antisgombero alle 5.00 del mattino. E se li buttano fuori sabato in una nuova occupazione si terranno gli Stati Generali che avrebbero dovuto essere altrove (Arci Bellezza). Sapete com’è, le distrazioni con chi ha degli obiettivi concreti non funzionano più di tanto. A la prochaine.

Buone notizie con il contagocce

19 maggio 2010 2 commenti

 

Le buone notizie, in questo scorcio di nuovo millennio, arrivano. Poche, con il contagocce, ma arrivano. Da mesi non mi interessavo più di cosa stava succedendo a Genova nei processi di appello per quanto successo durante il G8 del luglio 2001: dopo che ai 25 ragazzi usati come capro espiatorio per tutto quanto successo nelle strade di Zena erano stati confermati 100 e rotti anni di carcere, la voglia di combattere ancora nelle aule di tribunale era un po’ scemata… per dirla con un eufemismo.

Fortunatamente gli avvocati e compagni con cui  ho lavorato per anni ai processi di Genova non l’hanno data su, martellando senza demordere (chi più e con più merito, e chi meno). Proprio ieri chiacchieravo con una di loro e tra una cazzata e l’altra mi ha detto: "ah, stasera c’è la sentenza di appello per la Diaz". Dopo anni in cui ho dedicato quasi tutto il mio tempo a quei processi, mi è tornato tutto in mente: quella notte, quello che è successo, quello che ho fatto, quello che ho visto, e quello che è successo negli anni successivi. Le assoluzioni oltraggiose per le teste rotte e le vite distrutte, il ghigno arrogante e beffardo dei principali protagonisti e mandanti della spedizione punitiva al complesso scolastico Pascoli-Pertini (meglio nota come scuola Diaz). 

A distanza di quasi nove anni, finalmente, la sentenza d’appello restituisce un minimo di senso alla parola giustizia. Dei 27 imputati 25 sono stati condannati a pene per complessivi 100 e rotti anni. Soprattutto i capi dell’operazione alla scuola Diaz (Gratteri, Luperi e compagnia) tuttora vertici della polizia e dei servizi italiani hanno dovuto ingoiare un bel rospo. Ora finalmente lo sguardo di odio e di disprezzo che ho scambiato fuori dall’aula del tribunale con l’ex direttore dello SCO non potrà più trasformarsi in un’espressione beffarda di scontata impunità. Capiamoci: a loro non succederà nulla. Tra indulti, prescrizioni e cassazione non avranno certo nel curriculum una condanna da un punto di vista formale. Ma da un punto di vista storico e sostanziale, sarà difficile per questi personaggi ignorare questa sentenza e contemporaneamente addobbarsi del ruolo di uomini di legge e di giustizia. E questo per me vale poco, ma per loro vale tutto. 

Come al solito l’attuale leadership del nostro stato delle banane non manca di far capire la propria scala di valori: Maroni si affretta a dire che nonostante le condanne non verranno rimossi dai loro incarichi (d’altronde se il capo del governo rimane lì nonostante le prove di corruzione e di migliaia di altre nefandezze, perché dovrebbero dimettersi dei miseri poliziotti per quanto in alto nella scala gerarchica). E Cicchitto sbraita che i tribunali hanno accolto "le tesi più estremiste dei no-global". Peccato per Cicchitto che le nostre non siano tesi, ma la verità di quello che abbiamo visto, vissuto, sentito sulla nostra pelle. Che siano sensazioni estreme non ci piove. Che siano colpa nostra, è tutto da discutere. 

Ma non è nelle corde dell’antropologia italiana quella di guardare i fatti della storia e di affrontarli in maniera adulta. Molte cose non ci affliggerebbero ancora. E forse saremmo un paese e un popolo migliore di quello che dimostriamo di essere. Nonostante questo è difficile oggi non andare in giro con un sardonico ghigno sul volto ogni volta che incontro un omino in divisa.

Scoop: gobbi e tendenza al crimine

22 ottobre 2009 1 commento

 

Giuro, se gli juventini non ci fossero bisognerebbe inventarli. Riporto senza commentare oltre questo articolo da adminchiam.

 

Erano ormai giunti ad un punto di rottura e pronti a catalogare lo
studio come inclassificabile, unico caso dopo decenni di studi portati
tutti a termine e con precise indicazioni sociologiche. Finché un
italiano non gli ha dato la soluzione…

Sulle pagine dell’autorevole Sociology Review è stato recentemente
pubblicato(1) un breve saggio che, pur essendo passato inosservato qui
in Italia, possiede risvolti se vogliamo anche un po’ comici, non
fosse che per il quadro assai poco lusinghiero che emerge del nostro
Paese.


Qualche mese fa, un gruppo di ricercatori statunitensi ha completato
uno studio sulle cause della microcriminalità in Italia, commissionato
a quanto pare dal Ministero degli Interni all’Università dell’Iowa per
identificare le cause sociologiche della criminalità non-organizzata
al fine di individuare strumenti alternativi con cui combatterla.

Come spesso accade sulle riviste accademiche, l’articolo presentato è
soltanto un spunto iniziale di studio relativo alle prime impressioni
suscitate dal periodo di osservazione dei firmatari. "I risultati
verranno resi noti tra qualche mese" (2) è infatti la frase di
chiusura dell’articolo che però, seppur a questo stadio embrionale, ha
fornito all’equipe della Iowa University of Des Moines spunti
sufficientemente interessanti per iniziare a interessare l’intera
comunità scientifica d’oltreoceano.

Non trapelano molte notizie sul campione statistico preso in esame, ma
nella parte introduttiva si accenna a "migliaia di volontari
sottoposti al test" (3) cosa che dovrebbe rendere lo studio quantomeno
attendibile.

Per certi versi, come anticipavo all’inizio, i risultati sono stati
imbarazzanti e, non fosse per l’impianto assolutamente rigoroso
dell’indagine e per l’autorevolezza della rivista che ne ha pubblicato
i primi stralci, potrebbe facilmente non essere preso sul serio. A
stupirsene sono gli stessi firmatari della pubblicazione, ammettendo
candidamente "Before the final, surprising proof, we didn’t think
anything like that could ever be taken in serious consideration" (4).

Se la realizzazione del micro-crimine rimane a livelli di normalità
col resto d’Europa — pur mantenendosi leggermente superiore ad altri
paesi quali Francia, Grecia e Spagna — a preoccupare è quella che gli
stessi autori definiscono "tendenza al crimine". (5) Un numero
impressionante di intervistati (poco più del 79%), ha infatti
confessato che, avendo l’assicurazione di non essere scoperto o, in
alternativa, avendo garanzie anche minime di incorrere in condanne più
o meno lievi, "avrebbe volentieri commesso un crimine". (6) In molti
casi, "un crimine qualunque" (7) "per il semplice gusto di farlo" (8).
Gli stessi (soggetti anonimi, come precisato nell’identificazione
della procedura adottata nel paragrafo di preambolo), hanno ammesso di
"sentirsi impunibili o quasi". (9)

E’ proprio qui, come ammettono i ricercatori, che la loro indagine si
è trovata "a un punto morto" (10). Il motivo è presto spiegato: "Non
esisteva un solo comun denominatore che potesse determinare la causa
di un simile atteggiamento perché i soggetti intervistati non
possedevano radici comuni di alcun genere: non la categoria sociale,
non l’estrazione culturale, non l’educazione né il censo… niente che
potesse ricondurre quei sorprendenti risultanti a un unico ceppo
individuabile che fosse poi possibile sottoporre ad analisi
ulteriore". (11)

Da notare che il team coinvolto nell’indagine è tutt’altro che poco
preparato: Johnson, Reynard, Berkovitz (i primi tre firmatari) sono da
decenni consulenti dell’Unione Europea e della Casa Bianca, e i
ricercatori co-firmatari dell’articolo (McKenzie, Hutchinson, Smith,
Rice e Stratton) hanno all’attivo diverse pubblicazioni su riviste di
settore, spaziando dall’analisi statistica (è il caso di Smith) alla
matematica (Rice) per finire con la sociologia antropologica
(Stratton, Hutchinson).

Come ammesso candidamente in sede di pubblicazione, "la soluzione
all’enigma non arrivava".(12)

"Eravamo sul punto di abbandonare lo studio", ci ha confessato Ezekiel
Reynard quando l’abbiamo contattato via mail, "finché un cameriere,
durante la cena della sera prima della partenza, si è lasciato
scappare una battuta apparentemente innocua che inizialmente non
abbiamo nemmeno compreso". Si tratta di una battuta, però, a cui noi
italiani siamo abituati. Per farla breve, nel sentirli discutere di
tante persone così diverse tra loro unite solo dal desiderio e
dall’inclinazione a commettere un reato — uno qualunque purché fosse
reato — il cameriere ("che per nostra fortuna, lavorando in una
rinomata località turistica, conosceva perfettamente l’inglese",
aggiunge Reinhard direttamente nell’articolo) (13) ha esclamato
ridendo: "Saranno certamente dei gobbi". (In originale nell’articolo
la parola adoperata è l’arcaico "Hunchbacks") (14)

La storia sembrerebbe finita lì, con una battuta.

"Quando vidi Paul [Johnson, NdT] alzare le sopracciglia in quel modo
capii che aveva subodorato qualcosa" ci confessa via mail Phil
Mckenzie, il più giovane dei sociologi, al primo impegno di questa
portata ma già in ambiente accademico considerato un precoce genio.
"Ci siamo ammutoliti tutti perché Paul quando fa così trova sempre la
soluzione al problema. E infatti la soluzione è arrivata".

L’articolo della Sociology Review prosegue così: "Paul chiese che
qualcuno gli traducesse il termine ‘gobbo’, ma la traduzione non ci
fornì ulteriori segnali. Nessuno degli intervistati, infatti, aveva
caratteristiche fisiche che potessero portare alla mente problemi alla
spina dorsale (15) […] "Mentre tutti noi avevamo già derubricato la
questione a puro folklore italiano" prosegue McKenzie nelle note a
margine dell’articolo,(16) "Paul non volle fermarsi e richiamò il
cameriere. Il ragazzo all’inizio sembrava spaventato… gli abbiamo
spiegato il problema e ha cominciato a ridere come se avesse visto il
miglior film comico della sua vita."(17)

Dopo essersi calmato, il giovane cameriere (18) spiega a McKenzie e a
Paul Johnson che, in Italia, il termine "gobbo" (19) è riferito ai
tifosi della Juventus. "Sono pronto a scommetterci la mancia che mi
lascerete" conclude il cameriere.

Nei giorni seguenti, rimandato il viaggio di ritorno, il team "ha
richiamato i soggetti dello studio, tentando di rintracciarli tutti".
Ciò non è stato possibile (20), ma la percentuale di "astenuti in
seconda analisi" (21) è talmente irrisoria da non aver inficiato,
secondo Paul Johnson, i risultati dello studio stesso. Ai richiamati è
stata sottoposta la precisa domanda "Per quale squadra di calcio fai
il tifo?" (22). Domanda che, stando sempre alle Note a Margine firmato
da McKenzie, "aveva riscontrato diverse opposizioni tra gli altri
membri del team, che non la ritenevano sufficientemente seria. Se Paul
e Ezekiel [Reynard, NDR] non avessero fatto valere tutta la loro
autorità accademica, credo avremmo dichiarato conclusa l’indagine con
un insuccesso" (23) chiosa McKenzie.

Il risultato della ripetizione dello studio è stupefacente: soltanto
lo 0,2% dell’iniziale 79% "tendente al crimine" ha dichiarato di
supportare una squadra di calcio diversa dalla Juventus. E, di contro,
soltanto lo 0,28% del restante 21% si è dichiarato "juventino" (24).
Numeri inequivocabili che, oltre allo stupore che possiamo immaginare,
ha portato a un’ulteriore verifica, effettuata questa volta con
"soggetti diversi, selezionati con il preciso scopo di tenere al di
fuori della ricerca i tifosi della Juventus" (25). E il risultato, se
vogliamo, è stato ancora più imbarazzante: il 99,65% del secondo
campione non ha mostrato tendenze alla criminalità. "Tra gli scartati
perché tifosi della Juventus, il rapporto era inverso: il 99,73% era
incline a commettere un reato qualunque." (26)

"E’ innegabile", riferiscono Paul Johnson e Ezekiel Reynard in un
recente articolo integrativo apparso nel supplemento della Sociology
Review (27), "che i risultato siano anomali, ma d’altra parte non era
possibile in alcun modo mettere in discussione la prassi scientifica
consolidata secondo cui lo studio è stato condotto. Lo studio è stato
ripetuto con gruppi di persone meno folti, in cui è stata tentata
un’omogeneizzazione in altri ambiti quali, per esempio, l’estrazione
sociale, il reddito e l’area politica di appartenenza" (28).

E le conclusioni sono sconcertanti. "L’unica cosa che giustifica
questa tendenza in Italia è la squadra di calcio supportata dal
soggetto", ammette (29). "Ci sarebbe da capirne i motivi, e sarà
oggetto di un prossimo studio comprenderne le cause e gli effetti. Non
posso che affermare, dati alla mano, che chi tifa Juventus, in Italia,
è innegabilmente tentato di commettere anche solo un micro-crimine
privo di significato alcuno, purché abbia la seppur minima garanzia di
impunità."(30). Un altro punto che Johnson e Reynard intendono
analizzare è se sia il tifo per la Juventus la causa e la "tendenza al
crimine" l’effetto, o viceversa.

"Per far questo avremo bisogno di ritornare in loco e affrontare uno
studio su scala più vasta", è la conclusione dei due sociologi
dell’Università dello Iowa. (31)

Di sicuro, nell’ambiente accademico, italiano e non solo, l’articolo
pubblicato dalla Sociology Review ha suscitato non poco scalpore.

[Ma.Ric.]

NOTE:
(1) Johnson P., Reynard E., Berkovitz P.; McKenzie F., Hutchinson S.,
Smith A., Rice A. & Stratton, J. – "Micro-criminality in Italian
modern culture, a case study: Introductory Notes" – in "Sociology
Review" vol.VIII issue 7, pagg. 17-34. Des Moines, UIDM Academic
Press, 2009.
(2) Ibid., pag 34.
(3) "The subjects were thousands", Ibid., pag. 24.
(4) "Prima della sorprendente prova definitiva, non avremmo mai
pensato che una cosa del genere potesse essere presa in seria
considerazione", Ibid, pag. 31.
(5) Nel testo originale "proclivity to crime" (art. cit., pag. 18)
(6) "Would gladly commit a crime" (cit.)
(7) "Any crime would do" (cit.)
(8) "For the mere sake of it" (cit.)
(9) "They felt immune to any kind of possible punishment" (art. cit,
pag. 19)
(10) "We were at a dead end" (art. cit, pag. 27)
(11) Ibid.
(12) "We were unable to solve the riddle" (art. cit., pag. 27)
(13) Ibid.
(14) "We were shocked, mistakenly perceiving this as an archaic,
out-of-time form of physical discrimination we didn’t expect" (art.
cit., pag. 28)
(15) E’ interessante notare come, in modo del tutto naturale, gli
autori dell’articolo abbiano inizialmente pensato all’ovvia deformità
fisica suggerita dal significato letterale del termine. [NdT]
(16) McKenzie F, & Stratton, J. – "Complementary Notes to
Micro-criminality in Italian modern culture" – in "Sociology Review",
vol. VIII issue 7, pagg. 35-38. Des Moines, UIDM Academic Press, 2009.
(17) Ibid., pag. 37.
(18) Descritto come "simpatico, affabile, un po’ sbruffone" ("Nice,
funny, kind – if a bit boasting"), Ibid., pag. 36.
(19) Ancora una volta qui viene adoperato l’arcaico "Hunchback" (NdT)
(20) Secondo i dati di McKenzie, tre persone non sono state
rintracciabili e non hanno quindi potuto partecipare alla seconda
sessione dell’analisi statistica. (NdT)
(21) "Second-wave subjects" – Johnson P., Reynard E., Berkovitz P.;
McKenzie F., Hutchinson S., Smith A., Rice A. & Stratton, J. –
"Micro-criminality in Italian modern culture, a case study:
Introductory Notes", art. cit.
(22) "Which soccer team do you support?" – Ibid., pag. 30.
(23) McKenzie F, & Stratton, J. – "Complementary Notes to
Micro-criminality in Italian modern culture", art. cit.
(24) Qui viene adoperato l’ibrido "juventine", chiaramente mutuato
dall’italiano (NdT) – Johnson P., Reynard E., Berkovitz P.; McKenzie
F., Hutchinson S., Smith A., Rice A. & Stratton, J. –
"Micro-criminality in Italian modern culture, a case study:
Introductory Notes", art. cit., pag. 31.
(25) Ibid., pag. 33.
(26) Ibid.
(27) Johnson, P. & Reynard, E. – "Integration to Micro-criminality in
Italian Modern Culture" – in "Sociology Review", vol. VIII appendix C,
pagg. 11-18. Des Moines, UIDM Academic Press, 2009.
(28) Ibid., pag. 14.
(29) Ibid., pag. 16.
(30) Ibid., pag. 17.
(31) Ibid., pag. 18.