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Lady in the Water: una fiaba moderna non può essere un aforisma

4 Ottobre 2006

Lady in the Water si apprezza quasi esclusivamente per un motivo: cerca di affrontare la difficile questione di come raccontare una fiaba moderna, come riallacciarsi al filone del fantasy moderno anche nel cinema (dopo che il mondo del fumetto e della narrativa hanno offerto ottimi spunti, con personaggi del calibro di Neil Gaiman, ma non solo). Purtroppo per il regista, sceneggiatore e attore M.Night Shyamalan una fiaba non è un aforisma e non funziona con gli stessi meccanismi di una normale sceneggiatura. Così il più grande merito nelle intenzioni diventa la più grossa delusione nella realizzazione.

Il film è abbastanza guardabile, nonostante le carenze di sceneggiatura, e nonostante lo spreco che si fa di alcuni attori che potrebbero sicuramente dare di più, come Bryce Dallas Howard (che, a dispetto del padre, ricordiamo soprattutto per il superbo Manderlay postdogma), impiegata invece in una dimensione algida e dall'espressività più che abbozzata. Il regista indiano dimostra di avere un ottimo talento per la tensione e l'horror, ma non è altrettanto dotato per scrivere il proprio screenplay, soprattutto quando esce dal seminato del genere per approdare alla wanna-be favoletta morale: lo stesso errore della seconda parte di The Village e in minor accezione in Signs e ne Il Sesto Senso. Senza neanche entrare nel merito poi della morale della favoletta in questione. 

Ma andiamo con ordine. Il primo problema del film è proprio la non comprensione della dimensione della fiaba, un discorso che abbozzo qua, ma che meriterebbe un approfondimento tutto suo. La fiaba, come la sua gemella favola, le leggende e il fanasy in generale (anche se quest'ultimo è sicuramente il genere che ha subito maggiormente l'imbastardimento dell'eccessiva popolarità, ma è allo stesso tempo il figlio diretto di fiabe e favole) hanno alcune caratteristiche che le rendono profondamente diverse e molto più piacevoli dell'operetta morale o del saggio. Nella fiaba, in quella moderna tanto in quella antica, non abbiamo bisogno che sia il narratore a spiegarci per filo e per segno il senso di quello che ci sta raccontando. Gli insegnamenti di una fiaba devono essere inferiti dagli avvenimenti e non spiattellati li' come se fosse una lezioncina da imparare a memoria. Questo a Shyamalan non riesce, anzi evidentemente si è lasciato trascinare dal protagonismo se alcune di queste lezioni ce le viene a fare in persona, nella veste dell'autore del libro che cambierà il mondo (giudizio su questa intrusione omologo a quello degli estensori delle recensioni sul Vivimilano che apprezzo molto). Con un ragionamento molto abbozzato mi verrebbe da dire che l'elemento interpretativo di chi legge, ascolta, vive la storia che si racconta è una parte fondamentale della dimensione "educativa" della fiaba. La trasposizione in narrazione di un rito non può esimersi dal trasformare chi l'ascolta, dall'obbligarlo ad attraversare il significato delle parole per capire che cosa vogliono dire veramente per lui o lei e per la sua storia personale. In Lady in the Water questo elemento è assente, cancellato, come anche in The Village, dalla voglia di Shyamalan di darci la propria versione della lezione. Se il regista voleva dirci la sua faceva prima ad usare un bell'aforisma: la vita è così, prendere o lasciare; faceva molto prima che girare un film ambizioso ma deludente.

Tanto per concludere la carrellata impietosa, veniamo poi al contenuto effettivo di questa morale fondamentale che il regista indiano vuole comunicarci: famiglia e dio. E che cazzo, sta diventando una persecuzione! Anche questa ricorrenza del tema religioso (non del misticismo, ma della dimensione propriamente teista) e del tema famigliare (il 90% degli ultimi 100 film che ho visto mette in mezzo la famiglia in un modo o nell'altro come cardine della storia) andrebbe maggiormente indagata (se riesco lo faccio, ma avrei bisogno di una settimana per ognuno di questi temi da dedicare alla ricerca, per cui mi limito ad abbozzare vaccate con fondamenta incerte :), ma è certo che nel contesto di una fiaba moderna stona mortalmente. Shyamalan sostanzialmente gioca la risoluzione del rito contenuto nella sua fiaba moderna su questi due piani: da un lato la riscoperta di un divino che ci guida e ci indica la luce (bleah!) e dall'altro la catarsi di un uomo e dei suoi sensi di colpa verso la famiglia che gli hanno sterminato (ribleah!). Ci manca Gesù in persona, e eravamo a posto. Se proprio questi sono i due assi secondo lui a determinare un cambiamento nel mondo, poteva almeno imbroccarli nel senso di marcia più interessante e universale: il misticismo ovvero il sentimento trascendentale e le relazioni ovvero la capacità umana di costruire legami (indipendenti dalla tradizione per fortuna). Ma no: Deus et Familia, che da un indiano un po' mi perplime, data la scarsa tradizione cattolica che fortunatamente non appesta le sue origini.

D'altronde, il limite della Weltanschauung di Shyamalan si evidenzia nel punto di volta del film (questo sì costruito come un segno da cui decifrare senso, ma se fosse solo qui e là si potrebbe anche accettare qualche suggerimento dell'autore): alla domanda "L'uomo merita di essere salvato?", il protagonista risponde "Sì" . Era facile, come in lascia e raddoppia, tutti sappiamo che la risposta vera è: "No. Merita l'estinzione".

Voto complessivo: 6-

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  1. indovina?
    7 Ottobre 2006 a 23:15 | #1

    linka immediatamente

    http://operaisociali.noblogs.org/

    🙁

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