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Perché leggo la gazza e non leggo più il corriere

13 dicembre 2006

 

Alcune fasi della mia vita potrebbero essere definite dai giornali che leggo: c'è stata la fase corriere+manfo, c'è stata la fase corriere+manfo+sole24ore, c'è stata la fase haaretz e la fase pagina12. Neanche quando ero adolescente leggevo la gazza con l'impegno con cui la leggo adesso. Talvolta mi capita di fermarmi e di chiedermi il perché delle cose, le implicazioni dei miei comportamenti instintivi. Oggi ho avuto una risposta.

I quotidiani italiani sono un coacervo di schifezze, di menzogne malcelate e di cronachetta degna dei peggiori momenti di Gente e Novella2000. Fin qui, nulla di strano. Il problema attuale è che ormai non c'è più neanche il gusto della novità: le stronzate si susseguono con una soluzione di continuità totale, senza il benché minimo colpo di scena. La pantomima dell'informazione non cerca neanche più di nascondersi, di mimetizzarsi, ma agisce in maniera spudorata. A questo punto meglio leggere di calcio e sorridere di come i giornalisti si arrabattano nel trasformare ogni microdichiarazione in una questione nazionale (o internazionale) della durata di meno di 24 ore 🙂

Oggi però mi sono reso conto che c'è qualcosa di più: io ho sempre letto il Corriere della Sera come atto di estremo cinismo, per conoscere l'opinione pubblica degli italiani, per sapere che cosa pensano le persone che vivono intorno a me. Si sa che il Corsera è l'indice e l'origine di tutto questo, anche se Mediaset e tg1/2 hanno fatto molto per spodestarlo dal trono. In questi ultimi mesi, l'imbarbarimento del Corriere è qualcosa di stomachevole, che anche il mio stomaco abituato a digerire le peggiori cadute di stile della storia, fatica a mandar giù.

Perso nei meandri dell'inizio di questo blog c'è un post sulla querelle estiva a suon di articoli nella pagina culturale che riguardava il presunto antisemitismo mussoliniano e cercava di distinguerlo da quello hitleriano per la sua natura sociale e non certo spiritual/ideologica. Non metto in dubbio che la differenza risulti evidente e cruciale anche a voi… Il tutto nel silenzio asservito della comunità ebraica milanese che ha sempre trovato buona sponda nel Corriere e non si permetterà certo di rovinare i rapporti per un'inezia revisionista di questo livello. Ve lo incollo sotto per conoscenza….

Ma non basta. Vi faccio un breve elenco delle notizie di oggi sul corriere (ieri non c'era nessun articolo sulla strage di Piazza Fontana):

  • "Il grande segreto di Shimon Peres: la bomba atomica israeliana" (già perché lo scienziato che ha passato a mezzo mondo i piani di costruzione della bomba atomica non proveniva assolutamente dallo stato della stella di David, e soprattutto non lo sa nessuno che hanno la bombetta e che gliel'hanno regalata gli amerigonzi)
  • battage sul "mostro di Erba", che si scopre però essere all'estero, viene prelevato all'aeroporto e trattenuto dai cc per ore di interrogatorio a torchio, mentre vorrebbe andare all'obitorio a vedere i cadaveri di TUTTA la sua famiglia; non contenti del razzismo degli ultimi due giorni in cui era sicuramente lui ad aver sgozzato la famiglia e bruciato casa e cadaveri, adesso il Corrierone attribuisce tutto a vendette trasversali dei fratelli del "mostro" che sono sicuramente dei criminali, o direttamente a pregressi per spaccio del "mostro" stesso. Anche fosse, ma un dignitoso articolo di scuse nei confronti di una persona che hai accusato di aver ammazzato e bruciato la propria moglie e i propri figli parrebbe fuori luogo considerato che la persona in questione è un NEGRO? mah….
  • Articolone su piazza Fontana dal titolo: "La strage di piazza Fontana opera delle BR", un emergenza per tutte le stagioni… Solo leggendo in piccolo scopri che il titolo è il risultato di un sondaggio tra i cittadini di Milano, il 40 percento dei quali pensa che siano stati i terroristi comunisti a mettere la bomba alla banca dell'agricoltura e non Ordine Nuovo… Certo se non li avessero assolti forse qualcuno avrebbe dovuto insegnarlo nei corsi di storia, ma si sa è una verità scomoda che i mandanti di quella strage stessero e stiano in parlamento…
  • Dieci pagine dopo nella sezione milano c'è però l'articolo riparatore sull'associazione delle vittime che spiega come è andata… curioso che non venga messo nella stessa pagina, per evitare che il 40 per cento diventi 60… Chi ci vede malizia è perché ha cattiva coscienza, ovviamente….

E via così… Poi uno si chiede perché non ce la faccio a leggerlo e preferisco la gazza… Se volevo leggere un romanzo di fantastoria o fantapolitica, preferisco The man in the high castle: è scritto meglio e almeno è basato su fatti storici. 

 

La querelle sul PRESUNTO antisemitismo del Duce. Una schifezza revisionista.

 

 

(21 settembre, 2006) Corriere della Sera

 

 

DISCUSSIONI Mussolini e le persecuzioni antiebraiche: resta valida l' interpretazione di Renzo De Felice contestata a sinistra

 

Antisemitismo Il Duce non fu razzista fino alla svolta d' Etiopia

 

      

La relazione *** Una tesi in dissenso con Fabre e Sarfatti *** Il testo pubblicato qui accanto è una sintesi della relazione che Giovanni Belardelli tiene oggi a Salò al convegno «L' intellettuale antisemita». Il suo è un intervento critico verso chi tende a retrodatare l' antisemitismo fascista. Belardelli dissente dal libro di Giorgio Fabre «Mussolini razzista» (Garzanti), che individua nel futuro Duce le prime tracce di ostilità antiebraica all' epoca in cui era ancora socialista, e prende le distanze dallo storico Michele Sarfatti, secondo cui le leggi razziali devono essere considerate «la conclusione logica» di una politica già avviata da molto tempo. Sono tesi che Belardelli, citando un altro studioso, Alberto Cavaglion, non esita a definire «letture unidirezionali animate dal senno di poi». «Mussolini non era un razzista»: è possibile che un' affermazione del genere venga accolta con meraviglia e perfino con fastidio. Per qualcuno è diventata un' ovvietà o quasi sostenere il contrario, cioè che Mussolini fu fin dall' origine razzista e antisemita. C' è anche chi lascia ormai intendere come l' opinione secondo la quale il Duce non fu, almeno non fin dall' inizio, razzista sarebbe politicamente sospetta, implicando un' attenuazione della condanna dell' antisemitismo fascista. Spazziamo via queste paure. La frase «Mussolini non era un razzista» si trova in un libro dello storico americano (ebreo tedesco di nascita) George Mosse, e prosegue osservando che Mussolini «come Adolf Hitler era un consumato uomo politico, ma al contrario di lui non era oppresso dal peso di un grosso bagaglio ideologico e da una visione apocalittica». L' assenza di razzismo in Mussolini (riferita all' ideologia del dittatore, essendo ovvio che, dal punto di vista dell' azione politica, le «leggi razziali» fossero razziste) oggi potrebbe forse essere meglio precisata, sulla scia dei lavori di Renzo De Felice (ai quali Mosse si rifaceva), distinguendo il periodo precedente la guerra d' Etiopia da quello successivo. Ma il riferimento alla differente «qualità» delle visioni del mondo di Hitler e di Mussolini formulato dallo storico americano costituisce ancor oggi un elemento indispensabile per valutare il posto occupato dall' antisemitismo nell' ideologia fascista. Da qualche anno nella storiografia italiana si è andata affermando una tendenza a retrodatare le origini della politica antisemita del regime, a togliere dunque alle leggi del ' 38 il loro carattere di «svolta», senza peraltro che sia mai stato possibile giungere davvero a un' interpretazione alternativa e coerente. Soprattutto, questa tesi non rende conto del posto occupato dall' antisemitismo nell' ideologia fascista, a cominciare da una circostanza sulla quale non mi pare che gli storici si siano soffermati a sufficienza: l' assenza totale di ogni accenno antisemita nell' unico testo ideologico ufficiale prodotto dal regime, vale a dire la voce «Dottrina del fascismo» pubblicata nell' Enciclopedia italiana nel 1932. Non sto dicendo che questo testo possa valere come fedele rappresentazione della posizione mussoliniana anche per gli anni successivi; ma che la sua esistenza non può essere adeguatamente spiegata nel contesto dell' interpretazione «retrodatante». E conferma, per contro, come resti sostanzialmente valida la lettura dell' antisemitismo di Mussolini quale frutto invece di una svolta radicale. De Felice forniva un quadro molto articolato dei motivi della svolta razzista del Duce. Punto di partenza era, da un lato, il fatto che fino al 1936 da parte di Mussolini la «questione razziale» si era confusa con la realizzazione di una politica sanitaria e demografica, nonché con la preoccupazione per il miglioramento fisico delle nuove generazioni; dall' altro, la constatazione di come la conquista dell' Etiopia segnasse un deciso mutamento a partire dal timore che potessero verificarsi nella nuova colonia fenomeni di meticciato su larga scala, con la conseguente manifestazione da parte degli italiani di mancanza di «dignità razziale». In questo senso, come osservò De Felice, la svolta razziale era stata voluta da Mussolini quasi «più contro gli "italiani" che contro gli ebrei». Anche in alcuni ambienti del fascismo «di sinistra» e giovanile la svolta era accolta come una sorta di leva attraverso la quale scardinare la vecchia Italia borghese, divenuta fascista solo in superficie. Va ancora ricordato come De Felice sottolineasse il ruolo decisivo avuto dall' alleanza con la Germania nel determinare il varo della politica antisemita italiana. Non perché vi fosse stata alcuna richiesta dei tedeschi, ma per la volontà mussoliniana di eliminare così ciò che gli appariva (a ragione) come uno stridente elemento di contrasto tra i due regimi, tale da gettare un' ombra sull' alleanza. In questo senso, nel 1938 la scelta antisemita era, secondo De Felice, «praticamente ormai obbligata». Ma la scelta, si può aggiungere, era in qualche modo obbligata anche dal punto di vista della «svolta totalitaria» che Mussolini aveva intrapreso in quegli anni. Infatti la svolta antisemita sembrava poter eliminare, attraverso l' identificazione di un nemico oggettivo ed assoluto, almeno una delle carenze del fascismo italiano dal punto di vista totalitario. E tuttavia la svolta antisemita fu allo stesso tempo una delle cause dei limiti che la trasformazione totalitaria del regime avrebbe continuato a incontrare. È vero infatti che, sposando l' antisemitismo, Mussolini si dotava di uno strumento indispensabile per i propri progetti totalitari. Ma è vero anche che la svolta non poteva creare dal nulla quel che non c' era, vale a dire qualcosa di paragonabile all' ossessione antiebraica di Hitler e dei suoi accoliti. La normativa antiebraica del fascismo, è vero, era del tutto comparabile con quella nazionalsocialista; l' ideologia antisemita dei due regimi divergeva invece per la scarsa «passionalità» con cui essa era vissuta nel caso italiano. È la debole intensità dell' antisemitismo di Mussolini e della maggior parte dei fascisti che spiega perché, da noi, non si realizzasse quella tendenziale sostituzione della dimensione ideologica alla dimensione reale, quella capacità di vivere nell' ideologia come unica realtà che fu caratteristica precipua del regime hitleriano. Il convegno Inizia oggi a Salò e si conclude sabato il convegno «L' intellettuale antisemita», organizzato dal Centro studi e documentazione sulla Rsi Tra i relatori, oltre a Belardelli: Renato Moro, Michele Sarfatti, Angelo Ventura, Alessandro Campi, Alberto Cavaglion, Maurizio Serra, Gianni Scipione Rossi, Maurizio Serra

      

Belardelli Giovanni

 

 

 

 

(22 settembre, 2006) Corriere della Sera

 

 

DISCUSSIONI La tesi di Giovanni Belardelli di un duce non razzista prima del ' 36 apre un dibattito

 

Antisemitismo: Mussolini indirizzava Hitler

 

      

Mussolini non è stato mai antisemita prima del 1938 (o forse, al massimo, prima del 1936): così Giovanni Belardelli sul Corriere della Sera di ieri. Appoggiandosi a tesi che George L. Mosse ha sostenuto molti anni fa e non al Mosse che aveva cambiato idea nel 1999, in The Fascist Revolution: Belardelli, questo non sta in piedi. Sia come sia, mai Mussolini fu antisemita e razzista da giovane, da uomo maturo e poi all' inizio degli anni Trenta, come ho invece sostenuto nel mio libro, Mussolini razzista (Garzanti). Non molto diversamente, un anno fa circa, in un pezzo sempre sul Corriere, Giovanni Sabbatucci aveva detto qualcosa del genere: «Non l' ho letto, ma ha torto». E Giorgio Israel scrisse sul Foglio: «Prima o poi ne parlo male», e ancora siamo in speranzosa attesa. Purtroppo, lo so, Mussolini razzista è un libro di 500 pagine, infarcito di documenti. E così pure Il contratto. Mussolini editore di Hitler (Dedalo), che tra parentesi negli Usa è stato tradotto da Enigma Books nella stessa collana dove è stata pubblicata la Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (Einaudi) di De Felice. In entrambi, uno dopo l' altro vengono messi in fila decine di documenti sui censimenti contro gli ebrei, la loro eliminazione da moltissimi posti di responsabilità anche di basso livello, i veri soprusi messi in moto (beninteso in segreto) da Mussolini già nel 1933 e nel 1934, mentre patrocinava la pubblicazione del Mein Kampf in Italia. Per non parlare di quanto fece all' Accademia d' Italia nel 1932-33, dove perfino il povero e grande Guglielmo Marconi fu costretto alla squallida pratica di mettere delle «e» come «ebreo» per eliminare, secondo il volere del padrone, gli orridi semiti. È vero, i documenti e le pagine di storia sono ostici da leggere e da analizzare. Ma ogni tanto sarebbe ottima cosa fare qualche sforzo, magari avanzando almeno una sacrosanta contestazione nel merito. Più seria mi pare un' osservazione fatta di recente alle mie tesi da Philippe Foro sulla rivista francese Diasporas. Dopo una dettagliata analisi del libro, Foro chiede: «Perché allora le leggi razziali nel 1938 e non prima?». Bella domanda. Per rispondere ci vorrebbe un altro libro di 500 pagine, ma penso che, intanto basti una frase: perché Mussolini non era Hitler. A Hitler nel 1933 Mussolini dava consigli su come colpire gli ebrei, purché ciò fosse fatto in segreto; purché facesse parte di una politica razziale segreta e selettiva. La scelta razzista pubblica di Mussolini fu in un certo senso una svolta, ma all' interno di un lunghissimo processo che aveva previsto di evitare il più possibile la vera caccia nelle strade all' ebreo (salvo poi colpirlo nel segreto delle selezioni professionali). Dopo la Shoah è difficile capire che ci fu anche un antisemitismo diverso (e volutamente) da quello nazista, anche se in qualche modo a lui maestro. Ma così fu. Quanto a De Felice, a lui tanto di cappello, naturalmente. Ma con qualche riserva e perplessità anche a proposito del modo in cui adoperava (o non adoperava) i documenti. In particolare quelli mussoliniani sul razzismo. Mi si permetta di segnalare che tra un paio di mesi sulla rivista Quaderni di storia verrà illustrato un caso di suo uso dei documenti che quanto meno si può definire disinvolto. Se non peggio.

      

Fabre Giorgio

 

 

 

(23 settembre, 2006) Corriere della Sera

 

 

IL DIBATTITO Le convinzioni del duce prima delle leggi razziali dividono gli studiosi

 

Ma Mussolini non fu antisemita come Hitler

Lo sterminio degli ebrei era un obiettivo solo per il nazismo

      

Giorgio Fabre, sul Corriere della Sera di ieri, in risposta a un articolo di Giovanni Belardelli, dice di essere in speranzosa attesa che io realizzi l' annunciato proposito di criticare il suo libro Mussolini razzista (Garzanti). Non perderà nulla ad attendere. Il suo libro rientra in una nuova storiografia che segue un approccio assai poco critico. Si potrebbe parafrasare l' osservazione di Henri Poincaré a proposito della scienza, dicendo che la storiografia non è un insieme di documenti più di quanto una casa non sia un cumulo di pietre. Inutile quindi invocare i documenti quando la loro selezione o valorizzazione risponde comunque a una tesi stabilita surrettiziamente a priori. Basterebbe osservare che la confusione tra razzismo e antisemitismo è un errore da matita blu tale da giustificare il gesto di non aprire neppure un libro che la porti in copertina. Mussolini (e il fascismo) fu certamente razzista, quantomeno dal discorso dell' Ascensione del 1927. Ma tale razzismo aveva connotati prevalentemente demografici – razzismo «quantitativo», per dirla con Bottai – e poi slittò verso l' eugenetica e il razzismo «qualitativo». Un siffatto razzismo non è necessariamente antisemita, e difatti non lo fu fino al 1937. Quanto all' antisemitismo, si tratta di una categoria talmente generica da non poter essere usata senza precisazioni. L' antisemitismo come elemento costitutivo di un' ideologia politica si ritrova soltanto nel nazismo e nella dottrina hitleriana, e nessuna contorsione potrà mai dimostrare che esso sia stato tale nell' ideologia fascista, prima del 1937. E comunque, anche allora l' antisemitismo di stato fascista ebbe caratteristiche ben diverse da quello nazista, quantomeno nelle correnti che ebbero un ruolo determinante sul piano culturale, accademico, ed anche legislativo. Fabre può accumulare tutte le citazioni che vuole, ma dovrà renderle compatibili con il fatto che Mussolini in persona si oppose alla politica razziale hitleriana tacciandola di barbarie. Il punto cruciale è che Mussolini, anche quando adottò l' antisemitismo di stato, lo inquadrò nel filone della politica di miglioramento della razza italica che era stata una costante (questa sì strutturale) del fascismo da più di un decennio. Non a caso, egli utilizzò le campagne antisemite dei vari Farinacci e Preziosi in funzione dei suoi obbiettivi politici – in particolare, nelle fasi critiche dei rapporti col sionismo – ma le spense quando non gli tornavano comode, e comunque non si adattò mai a seguire la linea dell' antisemitismo politico tradizionale. Se confondiamo poi questi piani con le manifestazioni diffuse di sentimenti antisemiti, diciamo così «viscerali», apriamo un vaso di Pandora in cui non si capisce più nulla. Non c' è dubbio che Mussolini abbia espresso sentimenti del genere. Ma li ebbero persino personaggi insospettabili, come Benedetto Croce, che nel dopoguerra disse cose assai spiacevoli. Si tratta purtroppo di una fenomenologia diffusa che non va appiattita sulla questione dell' antisemitismo di stato, pena l' offrire un' immagine tragicamente alterata della realtà. Da un simile approccio dovremmo dedurre conclusioni inquietanti anche per la realtà odierna. Non ho alcuna simpatia per Nicola Pende e ho dedicato un' attenzione assai critica nei suoi confronti in un mio volume, ma quando si leggono libri che lo dipingono come il Goebbels italiano ci si chiede a cosa servano simili assurdità. E a cosa giova identificare il razzismo nazista e quello fascista, negando la possibilità stessa che esista un «razzismo spiritualista», in quanto si tratterebbe di un ossimoro? (Bisognerebbe studiare e leggere, ad esempio, Eric Voegelin, per evitare di fare figuracce). Tutto ciò risponde forse all' intento di costruire una storiografia antifascista militante, in risposta al «revisionismo». Ma dalla storiografia militante non può venire nulla di buono; bensì soltanto la distruzione a colpi di accetta di un sistematico progresso analitico che è stato compiuto in questi ultimi decenni. Opinioni a confronto L' ARTICOLO Il 21 settembre Giovanni Belardelli ha pubblicato sul Corriere un articolo intitolato: «Antisemitismo, il duce non fu razzista fino alla svolta dell' Etiopia» LA RISPOSTA Con l' intervento «Antisemitismo: Mussolini indirizzava Hitler» Giorgio Fabre ieri, sempre su queste pagine, contestava le tesi di Belardelli, sostenendo che Mussolini fosse antisemita sin dalla sua ascesa al potere IL CONVEGNO Le due opposte posizioni hanno diviso gli storici anche durante il convegno «L' intellettuale antisemita» che si è tenuto a Salò da giovedì a ieri

      

Israel Giorgio

 

 

 

 

(3 ottobre, 2006) Corriere della Sera

 

 

IL DIBATTITO Una lettera alla sorella Edvige contraddice Fabre e conferma la tesi di Belardelli

 

Mussolini, l' antisemita immaginario

«La purità della razza e il pericolo ebreo sono solo fandonie»

      

Nel luglio del 1938, quando in Italia si respirava già l' aria delle leggi antiebraiche che il regime fascista avrebbe emanato in settembre, l' Agenzia Stefani diede notizia della nascita imminente di una rivista intonata con i tempi, che doveva chiamarsi La Difesa della Razza. Secondo una testimonianza raccolta da Giampiero Mughini in un bel libro di vari anni fa, A via della Mercede c' era un razzista, la notizia raggiunse anche un giornalista fra i preferiti di Mussolini, il siciliano Telesio Interlandi, che la commentò con i colleghi: «Vorrei sapere chi sarà quel cretino che chiameranno a dirigerla». In quel preciso momento Interlandi ricevette una telefonata da Palazzo Venezia, una convocazione immediata dal Duce. Di ritorno dopo un' ora, raggiante, Interlandi si rivolse nuovamente ai colleghi: «Sapete chi sarà quel cretino del direttore della nuova rivista? Sono io». L' aneddoto ha il merito di rievocare il clima culturale e politico entro cui il fascismo imboccò la strada di un antisemitismo di regime. Da un lato, fu una strada intrapresa con il contributo di uomini come Interlandi: intellettuali troppo colti, o comunque giornalisti troppo navigati per credere davvero nelle bufale della campagna razziale, eppure così cinici e opportunisti da saltare sull' occasione, fino a produrre quell' autentico monumento di barbarie razzista e antisemita che sarà appunto La Difesa della Razza. Dall' altro lato, fu una strada imboccata dietro ordine di Mussolini in persona, per rispondere alla crisi incipiente del fascismo attraverso il rilancio delle sue componenti più radicali, sovversive, «rivoluzionarie». Di suo, Benito Mussolini aveva poco o nulla dell' antisemita. Certo, nella logorrea di una carriera politica durata mezzo secolo si può trovare questa o quella frase sprezzante nei confronti dell' ebraismo e degli ebrei. E nel quindicennio di dittatura ducesca precedente le leggi razziali del 1938, si può trovare qualche abuso politico o qualche sopruso amministrativo ai danni di cittadini israeliti. Se fosse stato prudente, Giorgio Fabre – l' autore del recente volumone su Mussolini razzista – avrebbe dovuto fermarsi lì e dirci: guardate un po' , neppure Mussolini si è sottratto ai pregiudizi antisemiti condivisi da quasi tutti gli italiani del suo tempo, dai buoni e dai cattivi, dai cattolici e dai laici, dai progressisti e dai reazionari. Invece, Fabre ha costruito una macchinosa struttura interpretativa secondo la quale Mussolini sarebbe stato «l' intellettuale del Novecento che in Italia e non solo ha scritto (e pensato) più a lungo in termini di razza e razzismo». La teoria è semplicemente ridicola: sia perché Mussolini non è stato un intellettuale, ma un politico; sia perché altri libri di cinquecento pagine potrebbero essere scritti dando la caccia, nell' Opera omnia del Duce, ad altre presunte parole-chiave che in realtà non spiegano nulla: anziché «ebrei» e «razza», perché non «inglesi» e «impero», «sabotatori» e «nazione», «capitalisti» e «plutocrazia», «borghesi» e «pantofole»? Senza contare che le cose dette e fatte da Mussolini in materia di razza e di ebrei, sono parse a Fabre stesso talmente poco coordinate e coerenti da obbligarlo più volte a riconoscere le «oscillazioni» del Duce, il suo «percorso zigzagante» e «serpentino», le «numerose giravolte», il procedere «a tentoni», un antisemitismo «rapsodico». Tra le infinite frasi mussoliniane di cui ha infarcito il suo libro, Fabre ha dimenticato di evocarne una soltanto, tratta da una lettera scritta dal Duce alla sorella Edvige nel pieno della campagna razziale. Un vero peccato, perché quest' unica citazione illustra meglio di tutte le altre il carattere superficiale, opportunistico, becero, dell' antisemitismo di Mussolini (il che, se possibile, lo rende ancora più disgustoso): «Che in Italia si faccia del razzismo e dell' antisemitismo è cosa tanto importante nella sua apparenza politica quanto priva di peso nella sua sostanza reale. La purità della razza in questo popolo sul quale sono passate tante invasioni e che ha assorbito tante genti dai quattro punti cardinali, e il pericolo semita in una Nazione come la nostra dove perfino l' alta finanza, e perfino se manovrata dagli ebrei, non può non diventare qualcosa di cattolico, sono evidentemente fandonie da lasciar scrivere a certi zelatori». Da qui la sarcastica conclusione del (presunto) Mussolini antisemita: «Se le circostanze mi avessero portato a un Asse Roma-Mosca anziché a un Asse Roma-Berlino, avrei forse ammannito ai lavoratori italiani, intenti alla loro fatica con tanta alacrità e però con un distacco che i razzisti potrebbero chiamare mediterraneo, l' equivalente fandonia dell' etica stakanovista». Gli interventi *** L' articolo di Sergio Luzzatto pubblicato in questa pagina si inserisce nel dibattito sull' antisemitismo di Benito Mussolini prima delle leggi razziali aperto da Giovanni Belardelli con un articolo dal titolo «Antisemitismo, il duce non fu razzista fino alla svolta dell' Etiopia», uscito sul «Corriere della Sera» del 21 settembre scorso Nel suo intervento Belardelli criticava le tesi secondo cui le leggi del ' 38 sarebbero da considerarsi il compimento di una politica razziale avviata già molto tempo prima dal regime fascista All' intervento di Belardelli hanno fatto seguito quelli di Giorgio Fabre («Antisemitismo: Mussolini indirizzava Hitler»), pubblicato sul «Corriere» del 22 settembre, e di Giorgio Israel («Ma Mussolini non fu antisemita come Hitler»), uscito sul «Corriere» del 23 settembre

      

Luzzatto Sergio

 

 

 

Sezione: varie – Pagina: 029   

(9 ottobre, 2006) Corriere della Sera

 

 

POLEMICHE Una replica a Luzzatto sulla posizione del Duce prima delle leggi razziali

 

L' antisemitismo di Mussolini e la «lettera» fantasma

      

Per demolire la mia ricostruzione dell' antisemitismo di Mussolini, Sergio Luzzatto usa l' aneddotica raccolta da Giampiero Mughini a proposito della Difesa della razza. Ma non sa che il 6 agosto 1938 la rivista di Interlandi pubblicò un rilevante articolo non firmato, finora ignoto, proprio di Mussolini e proprio a proposito di antisemitismo. Il titolo è «Razza e percentuale»: se ne conosceva da tempo l' esistenza, ma oggi è stato individuato con certezza perché ne sono saltati fuori addirittura gli autografi. Nell' articolo il Duce attaccò violentemente chi in quel periodo non credeva al suo razzismo e faceva appello alle sue dichiarazioni al giornalista Emil Ludwig, da questi pubblicate nei celebri Colloqui del 1932, in cui aveva detto di non credere all' esistenza della «razza pura». A chi gli rinfacciava quella frase, in «Razza e percentuale» Mussolini rispose: «Razze pure nel senso letterale e arcaico della parola non esistono più è vero, ma esistono ciò non di meno delle razze nettamente individuate nei loro caratteri somatici e morali». A proposito degli ebrei, Mussolini invece scrisse: «Nei Colloqui era detto che l' antisemitismo non esiste in Italia. Allora 1932. Ma da allora ad oggi è sorto il â semitismoâ nel mondo e in Italia». E per puntualizzare concluse: «Anche in questa questione delle razze, vi è nel pensiero di Mussolini, al di sopra delle necessità tattiche di governo, una coerenza fondamentale ed è quindi perfettamente inutile che gli ebrei italiani mandino a memoria la pagina 73 del libro di Emilio Ludwig». Insomma, Mussolini rivendicò il proprio antisemitismo ideologico, spiegando anche che quello di Stato era nato dopo il 1932 per motivi politici concreti. Mussolini scriveva che era stato sempre antisemita, ma il suo orientamento fino ad allora non si era concretizzato per «necessità tattiche di governo». Come si vede, sono più o meno i temi trattati nella «lettera» di Mussolini alla sorella Edvige e citata da Luzzatto. Già, la «lettera». Luzzatto deve essere certo della sua esistenza, perché me l' ha rinfacciata due volte, come «prova regina» contro il mio libro. La prima, in una stroncatura di Mussolini razzista apparsa nel settembre 2005 su Giudizio universale; ora sul Corriere. Mi domando: Luzzatto è proprio sicuro che quella lettera esista? Per parte mia ho qualche dubbio. Di più, nessuno ne sa niente. Ho trovato invece un' altra cosa. Le stesse identiche parole della «lettera» citate da Luzzatto si trovano a pagina 175 del libro di Edvige Mussolini, Mio fratello Benito; sottotitolo: Memorie raccolte e trascritte da Rosetta Ricci Crisolini; anno, 1957. Che cosa aveva «raccolto» Rosetta Ricci Crisolini? Il ricordo di un colloquio di Edvige col fratello, avvenuto vent' anni prima. Anzi, un «discorsetto», come dice Edvige. Certo, se si fosse trattato di una lettera sarebbe stato un documento vero e avremmo qualche certezza sulle parole esatte. Si direbbe proprio invece che in questo caso il documento non esista, anche se magari Luzzatto lo tirerà fuori. Intanto, direi che è proprio meglio fare riferimento a quanto Mussolini scrisse davvero: ossia di essere un intellettuale razzista, altra cosa che a Luzzatto, chissà perché, non va giù. Del resto i primi seri «ragionamenti» sull' antisemitismo il Duce li aveva svolti nel 1908, prima di entrare in politica. Ma, scrive Luzzatto, Mussolini era soprattutto un politico. E infatti come tale portò a termine, in segreto, molte (non «qualche», come scrive Luzzatto) eliminazioni dai posti di responsabilità di ebrei e proprio in quanto ebrei. E lo fece a partire almeno dal 1933, molto prima del varo delle leggi razziali. Chissà perché Luzzatto continua a considerare questi primi episodi di «arianizzazione» dell' apparato statale, e non solo, dei semplici «abusi politici». Furono decine. È ovvio, era ben lontano dall' essere un antisemitismo stile Auschwitz. Ma a modo suo, ne costituiva uno dei prodromi. E dunque i fatti documentati, a quanto pare, non contano niente: che è l' idea anche di Giorgio Israel, per cui conta invece solo il titolo dei libri. E allora, mi si permetta una domanda. Perché tante persone diverse testimoniarono l' antisemitismo di Mussolini? Perché un ebreo democratico, Leone Carpi, nel giugno 1919 scrisse che era un uomo con «inveterati pregiudizi» e «ignorante e antisemita»? E perché, all' estremo opposto, un nazionalista e poi fascista come Luigi Federzoni, uscendo da un colloquio con lui, nel febbraio 1927, parlò nel proprio diario del «ben noto antisemitismo» di Mussolini? Erano tutti solo dei «ridicoli», per usare la terminologia cara a Luzzatto?

      

Fabre Giorgio

 

 

 

  1. 14 dicembre 2006 a 1:45 | #1

    si’, ma la gazza pure e’ carne morta. e puzza.
    anche perche’ scrivere di sport sarebbe necessaria un po’ di “dignita’” (e scusa il parolone ma e’ il primo che mi viene in mente).
    la disinformazione della gazzetta sovente e’ solo ignoranza dei giornalisti (eufemismo), ma il piu’ delle volte ho l’impressione che sia altrettanta malafede.
    ci resta sempre adminchiam… 🙂

  2. casual romanista
    18 dicembre 2006 a 8:54 | #2

    io ultras e romanista (o viceversa :p) non leggo giornali sportivi ne’ sento le radio locali.
    se dovessi leggerne uno forse mi leggerei Il Romanista.
    Leggerei la Gazza o il Corsport se parlassero di calcio, se facessero articoli sui campionati stranieri, se parlassero di piu’ di serie B o altri sport, come la boxe o il basket.
    Invece no.
    Compro Repubblica e la prima cosa che faccio leggo la mezza pagina sulla Roma in cronaca locale e poi passo diretto allo sport nazionale.
    Tutto questo dopo aver fatto colazione al baretto ed essermi letto la pagina (o 2) sulla Roma del Messaggero.
    La migliore in assoluto.

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