Home > pagine e parole > Alessandro Bertante e il dramma del gossip

Alessandro Bertante e il dramma del gossip

7 Febbraio 2007

Ieri una ragazza che lavora alla Mondadori mi chiama e mi dice: "domani esce una recensione del libro su Repubblica. Doveva essere di 40 righe, ma poi hanno sfogliato il libro e non li ha convinti, e l'hanno ridotta a 20".
Io rispondo: "pazienza… mica può piacere a tutti il libro". Sorrido.
Lei: "per l'autore cosa diciamo?"
Io: "ancora? ve l'ho già detto, l'autore è blackswift, uno pseudonimo dietro cui si celano due attivisti milanesi. Che bisogno c'è di sapere altro?".
Lei: "ok."

Detto questo, oggi vado a leggere La Repubblica. L'autore della recensione è Alessandro Bertante, a cui il libro non è piaciuto (sulla risposta alla recensione, vedi sotto): no problem? Se fosse per questo, no, ci mancherebbe che il libro debba piacere a tutti. Invece problem: perché il caro Bertante decide di dover specificare il mio nome nel suo articolo, cosa che avevo ESPLICITAMENTE chiesto di non fare. Ora, la domanda sorge spontanea: perché?

La mia risposta è su più livelli: 

  • in primo luogo, in questi tempi magri, i giornalisti (e a maggior ragione i giornalisti che si danno un tono scrivendo un libro o viceversa) si concentrano sempre sul gossip (il Vero Nome dell'autore) e poco sulla notizia (la recensione, il  romanzo, bello o brutto che sia).
  • in secondo luogo i giornalisti italiani (e non solo) sono ossessionati da un  concetto distorto di identità (e di conseguenza privacy): che cosa definisce  un'identità? La sua storia, le sue azioni, la sua rappresentazione all'interno dell'arena della realtà. Blackswift è un'identità in sé, che si rappresenta attraverso i racconti e i romanzi che sono pubblicati sul sito   http://blackswift.org, che si suggerisce dal gioco di parole che è inscritto nel nome. Ha bisogno di essere riportata ad un'ulteriore identità, per un  giornalista più vera, perché anagrafica? No. No perché la mia identità anagrafica è diversa da quella di blackswift, anzi, non è neanche così  definibile come una singola identità. Ma ai giornalisti italiani insegnano che senza un nome e un cognome la notizia è meno vera… Proprio loro, che di notizie vere ne sfornano pochissime, dovrebbero sapere che la definizione stessa è quantomeno aleatoria. Mi chiedo ancora perché io mi incazzi su questa cosa degli pseudonimi e continui a usarli… Forse perché non mi rassegno alla stupidità umana.

Dopo un po' ho localizzato il soggetto e in effetti di vista ci conosciamo dai tempi dell'aula IV di architettura e del golgonooza (non che abbia io militato nell'una seriamente). All'epoca scriveva una fanzine di racconti e scritti: Letteratura Underground (che non so se esce ancora). Forse Bertante dovrebbe sapere che al contrario di altri a me non interessa "rifarmi l'immagine" passando per un rispettabile autore, ma che sto benissimo come sono: un'attivista incazzoso, un po' stronzo e per nulla conciliante; e forse va al di là del suo modo di fare comprendere che la scelta di uno pseudonimo spesso non è nascondersi (che sono sempre segreti di pulcinella), ma evitare di riciclarsi con facili operazioni da quattro soldi e di cercare di sembrare più cool di quanto non dimostrino le cose che si fanno. 

Ah, dimenticavo la recensione e le risposte alle critiche (che per carità nessuno si permetterebbe di dire che non si possano fare)

Un confuso romanzo noir d'esordio
Ma il romanzo è un'altra cosa
di Alessandro Bertante
Milano è una città misteriosa? Sembrerebbe di sì, leggendo Monocromatica (Colorado Noir) primo romanzo a firma di R.S. Blackswift, un nome collettivo che cela un singolo autore, il trentenne xxxx xxxxx, già attivista dei centri sociali Bulk e Pergola. La trama prende spunto dalla fondazione della Milano celtica per poi concentrarsi sulle gesta di quattro giovani protagonisti: l'arabo Hassan, la cinese Li, l'africano Ngemi e Fernando, sicario professionista assoldato per eliminarli. C'è un mistero nel cuore di Milano, un mistero che ha radici antiche, raccolte in un libro cifrato. Comincia così una caccia per le vie della metropoli, fra strani esseri dotaati di zanne, hacker, malavitosi ed extracomunitari di ogni risma. Ma putroppo Monocromatica è un romanzo riuscito solo in parte, perché nonostante qualche buona intuizione, la trama è troppo confusa e precipitosa e anche il linguaggio si perde in scontate gergalità urgbane che non tengono minimamente conto della differenza culturale dei protagonisti.

Rispondo alle critiche punto per punto: 

  • l'accusa di trama confusa me la gongolo ben bene, dato che è la stessa critica che muovono al Maestro. Peraltro mi pareva evidente che la trama è un agit prop nel libro che parla di altro. Ma dato che Bertante è un "esperto" avrà ragione lui…
  • sulla critica circa la esagerata uniformità del linguaggio dei personaggi, posso dire che è abbastanza fondata, ma che nasce anche dalla scelta di voler individuare altre cose che non le differenze tra i personaggi, per esempio. Una lettura un po' più attenta che tre pagine a caso forse avrebbe rilevato questa cosa. Peraltro i personaggi vengono tutti dallo stesso ambiente (un certo tipo di sottocultura urbana) e sono tutti da parecchio tempo (fin da bambini) a Milano, e vi assicuro che sentite parlare i migranti di seconda generazione (o terza) usano tutti lo stesso linguaggio dei loro coetanei "italiani".
  • sulla critica sulla gergalità della parlata dei personaggi ('na fissa…): forse Bertante non passa più tanto tempo quanto ne passo io per strada. Se lo facesse si accorgerebbe che le parlate dei personaggi sono fin troppo auliche.
  • infine: "Ma il romanzo è un'altra cosa" è il titolo della recensione… Poi dicono a me che sono arrogante… C'è sempre da imparare, caro il mio iscritto all'Accademia del Vero Romanzo. D'altronde se a Bertante piace il romanzo di Majorino, è obbligatorio che non gli piaccia il mio… Non sono un ragazzo per tutte le stagioni, per fortuna!

Categorie:pagine e parole Tag: