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La paziente ferocia del Leviatano: sgomberata Conchetta a Milano

22 Gennaio 2009

 


Il mostro attende paziente che le vittime si accoccolino nelle sue fauci e poi con feroce voluttà stringe la mandibola e digerisce tutto ciò che vi è rimasto imprigionato. Non ha fretta, può aspettare, non ha bisogno di rinascere costantemente dalle sue ceneri per avere un senso, come i movimenti. Milano da anni grida di dolore, stranziante e straziata, si fa più cupa, più sorda, più gelida, come la luce del suo sole invernale che sembra un raggio congelante emesso da una stella ormai avviata a morire. Chi vi abita non la sente, non la ascolta, con costume tutto italiano si abitua, si ammutolisce, pensa al suo. I milanesi stanno tradendo la loro città, la sua vita, la sua anima, e lei lo sa. E allora anche prendere e passare una giornata al gelo di fronte a un cordone schierato di sbirri al soldo del vero sindaco della città (sua merdosità De Corato) ha ancora un senso: quello di affrontare il Leviatano con dignità, quello di guardare in faccia Milano per dirle che non tutti hanno perso la capacità di soffrire per le sue grida inarticolate. La strada per cambiare non la conosce nessuno, sarebbe troppo facile, ma si può almeno sperare che a un certo punto erompa dall’asfalto in tutta la sua rabbia. Come è già successo altre volte nella storia.
Magari molti che seguono questo scarno blog non sanno neanche che cos’è Conchetta, e quindi per loro il suo sgombero vuol dire poco, un minuscolo granello nella marea di sfiga e violenza che sono costretti a subire ogni giorno. Ma per Milano vuol dire molto. Conchetta è (era) uno degli spazi sociali più longevi di Milano: in piena zona di movida milanese ha continuato da un ventennio a produrre cultura alternativa, e ad ospitare ogni alito di agitazione politica che attraversasse la metropoli. In conchetta è nata e cresciuta la Shake Edizioni, il gruppo di Decoder, vi si sono rifugiati i punx degli anni ottanta milanesi e non solo, vi si è stabilita la libreria Calusca e l’archivio del suo fondatore Primo Moroni, uno dei pochi angoli di memoria storica dei movimenti in città ancora sopravvissuto.
Stamattina alle sei 20 anni di storia sono stati aggrediti da un manipolo di sbirri e canazzi agli ordini di De Corato che senza uno straccio di mandato e con la sola fregola politica di mostrare un po’ di muscoli in tempi di incipiente campagna elettorale provinciale, ha deciso di forzare i tempi della vicenda di Conchetta 18. Tutti infatti si aspettavano che prima della pronuncia di un giudice sull’istanza di sgombero non si muovesse nulla, ma si sa che ormai chi da 25 anni governa questa città impunemente non si interessa molto né della legge (non saremo noi a farne un’elegia) né ai sentimenti della città e della sua storia. Cancellare tutto, radere al suolo, sbranare il nemico fino a farne brandelli. Questo è tutto ciò che conta. E l’unica speranza è che la ferocia prima o poi ripaghi a dovere chi l’ha seminata.

PS: sabato anche i locali di via Pergola 5 verranno riconsegnati ai proprietari. Un altro pezzo importante della vita di Milano che se ne va. Ho vissuto tre anni splendidi in quell’isolato e prima di me chi vi lo ha fatto nascere e crescere ha segnato momenti altissimi della vita sociale e culturale della città. Gli ultimi hanni – è vero – non hanno reso merito alla storia di quel posto, e per me è difficile digerire l’opportunismo che vi si è installato, ma per chi non è stato così coinvolto e vuole omaggiare le serate che ha amato e le giornate che ha goduto in quei luoghi, sabato c’è l’ultimo party. Non perdetevelo.

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