Ponyo of the Cliff
Ponyo della scogliera è l’ennesimo capolavoro targato Hayao Miyazaki e Studio Ghibli. Il grande autore giapponese torna a
raccontare una storia semplice, diretta, una fiaba moderna e solare. Parlandone con blanca, ppn e consorte dopo la proiezione ci siamo resi conto che Il Castello Errante di Howl, la precedente fatica del giapponese, è un’animazione molto complessa (I racconti di Terramare sono del figlio, che ne ha di strada da fare prima di dimostrare anche solo di essere degno di raccogliere da terra il pennello del Maestro), forse anche troppo. Io continuo a pensare che Hayao dia il meglio di sé quando con una storia semplice e i suoi tratti sempre bambini ritrae i sentimenti più puri e semplici. Penso che Ponyo sia un tornare a Principessa Mononoke, all’affresco di qualcosa di semplice e primitivo, come il rapporto con il mondo naturale e il desiderio che sia sufficiente un po’ di amore per riportare l’umanità al buon senso. Hayao è un’inguaribile romantico e un cocciuto naif, ed è per questo che non lo si può ammirare all’alba dei suoi quasi 70 anni. Se poi vogliamo parlare del lato tecnico grafico ci sono cose disumane in questa ultima fatica: una su tutte, la resa del mare in tempesta, la sua trasformazione in enormi pesci e poi in onde. Il tratto di Miyazaki si fa più semplice e allo stesso tempo più ricercato. Per me che so a malapena disegnare l’omino del gioco dell’impiccato è qualcosa di stupefacente. Interessante che non ci sia Lana in questo fumetto (c’è, ma è cresciuta in Risa, la madre di Soske), ma che – cito ppn – torni a far capolino uno dei personaggi più mitici della antropogonia miyazakiana: Jimsy, sotto le mentite spoglie dai capelli rossi di Ponyo.
PS: se non volete venire ipnotizzati per sempre dal tormentone, appena si chiude il cerchio nero della dissolvenza sull’ultima scena, mettetevi dei tappi nelle orecchie (ponyo ponyo, pesciolino tu, dal profondo mare azzurro sei venuto fin quassù ad libitum).