Non ci meritate

spalti e madonne — Inviato da nero @ 18:03

 

Non ci meritano i Mancini che "perdiamo il derby perché vogliamo vincere davanti al nostro pubblico". Non ci meritano i Maxwell che appoggiano la palla sui piedi del Siena per due volte trasformando un nostro contropiede in gol avversari. Non ci meritano i Matrix che piangono come vitelli il 5 maggio 2002 e che oggi vogliono fare i supereroi sbagliando il rigore che doveva tirare Cruz. Non ci meritano i Vieira che giocano come se fosse un allenamento per gli Europei. Non ci meritano 11 giocatori che falliscono l'ennesimo match point con 80mila persone che aspettano solo di esultare con loro, e che invece prendono due gol su tre tiri di una squadra che non vale nulla. Non ci meritano 11 giocatori che fanno esultare tutti quelli che ci odiano. Non ci merita una società che con le sue carenze genera una squadra sempre debole psicologicamente. Non ci merita una squadra che regala il derby che è valso un passaporto per la Champions al Milan, una gara con la Juve che è valsa la loro stagione quasi quanto il terzo posto, e una gara come questa. 

La storia della partita è semplice. L'Inter ha dominato, ha sbagliato duecento gol fatti, ha preso gol su due dei tre tiri in porta del Siena in tutta la partita. Ha avuto l'occasione di chiudere i conti su rigore - non ho visto nulla dato che ero lontano e non so se ci fosse o meno ma non me ne frega un cazzo - e Matrix in cerca di gloria rischia di dannarsi e dannarci alla più tragica delle beffe. Degli uomini così non si meritano 80 mila spettatori e tifosi. Avete 90 minuti per dimostrarci il contrario, su un campo come il Tardini dove abbiamo vinto una volta in dieci anni contro una squadra che deve vincere per sperare di salvarsi a tutti i costi, allenata dall'allenatore che ci ha fatto perdere lo scudetto più assurdo della nostra storia. La dicotomia è semplice: catarsi o dannazione. Non ci sono vie di mezzo.  


Poiesis in origine indica il fare

movimenti tellurici, pagine e parole — Inviato da nero @ 14:37

 

Poiesis in origine indica il fare

Una riflessione sul saggio New Italian Epic, sul libro Stella del Mattino, su Blackswift e la Reality Fiction; insomma una riflessione su quello che vogliamo fare con i miti.

Quando ho preso in mano Stella del Mattino avevo appena finito di leggere il breve saggio di Wu Ming 1 "New Italian Epic", ma non solo. Avevo in testa anche le due brevi mail scambiate con lo stesso WM1 e due chiacchiere fatte con il mio socio circa il concetto contenuto in New Italian Epic. Già perché con il mio socio in parole e pagine come Blackswift non riusciamo a prenderci sul serio come scrittori, ma prendiamo molto sul serio la necessità di impegnarsi a scrivere del nostro presente. Non riusciamo a dedicare il giusto tempo a scrivere, forse perché saremmo costretti ad ammettere che la cosa necessita di un impegno quanto e più faticoso della militanza a cui ci siamo già fin troppo disabituati - nonostante la nostra professione di intenti come uomini di azione.
Quando ho preso in mano Stella del Mattino dopo le prime pagine mi sono chiesto se era necessario parlare del passato per poter trasfigurare il presente in un'epica. Ovvero, se fosse strettamente necessario narrare epicamente uno scorcio di storia, per poter ispirare un'epica nel presente disastrato in cui viviamo.
Mi sono chiesto se non fosse altrettanto utile narrare epicamente il presente, trasfigurandolo in qualcosa che al tempo stesso parla di noi e parla di quello che vorremmo essere o che vorremmo che fosse.
In pratica, mi sono fatto la seguente domanda: quando io e il mio socio parliamo di Reality Fiction, cercando di descrivere la robaccia di genere che insistiamo ad amare e scrivere, stiamo parlando della New Italian Epic di cui parla WM1, oppure no?
Come si potrà facilmente desumere da questa introduzione in parte la risposta è sì, in parte è no. Io penso che ci siano molti punti di contatto su come scriviamo noi e come scrivono gli autori che WM1 cita nel suo breve saggio. Ovviamente non penso che scriviamo altrettanto bene, ma sono sicuro che proviamo a fare del nostro meglio, e tanto mi basta. Come sostiene Lucarelli nel suo intervento sulla Nuova Epica Italiana su L'Unità, "chiunque, dal più intimo minimalista al giallista più classico, se scrive con sincerità, è altrettanto utile e importante". Senza per questo implicare che chiunque scriva fa qualcosa di utile alla causa di intervento culturale che mi sembra sempre più necessaria e prioritaria.
Peraltro, aggiungo, sono poche le persone in Italia che sommano a una tecnica ottima, un forte talento narrativo. WM1 credo sia uno di questi, per cui non oserei mai compararmi su un piano paritetico.

Quando abbiamo iniziato a ragionare sul nocciolo del progetto Blackswift il desiderio principale, a parte quello di scrivere, era quello di investire il campo di una battaglia culturale rimandata - per quanto riguardava noi e le nostre intelligenze - da troppo tempo. In un certo senso il lavoro di Wu Ming e Luther Blissett era l'esempio da seguire, ma non volevamo appiattirci sul loro modo di scrivere. D'altronde avere dei cloni sbiaditi di qualcosa che già esisteva era poco interessante, mentre era molto più utile cercare nuove vie convergenti sull'obiettivo di ribaltare il paradigma culturale becero e gretto che si andava delineando.
WM1 con parole più consone parla della necessità di una nuova epica italiana, di qualcosa che ispiri le persone che leggono ciò che scriviamo a interpretare la realtà in maniera diversa e ad agire in maniera diversa.
In altri tempi si sarebbe detto a lottare e su questo tornerò nella seconda parte di questo intervento che parla di Stella del Mattino, non pensate che me ne sia dimenticato.
Il nostro modo di scrivere ha risposto per noi a un interrogativo tutto intellettuale, e solo a posteriori - come già per molto altro che ci ha visto protagonisti - consente un minimo di sistematizzazione.
Penso che il saggio di WM1, in questo senso, ci aiuti: noi parliamo da tempo di immaginari, di necessaria costruzione di una proiezione di quello che siamo e che vogliamo essere nella sfera della fantasia, di una narrazione che poi trascini dietro di sé la realtà, come una specie di magia in cui si modella dell'energia, per poi vederla incarnarsi nel proprio futuro e presente materiale.
WM1 ha parlato di epica, ovvero di come questa magia dell'immaginario, questa tessitura del possibile, si chiami narrazione. Una storia è una cornice immaginaria che viene riempita in un momento con i personaggi creati dalle parole di un libro e il momento successivo con la proiezione di noi stessi nel nostro reale. E' la risonanza tra la narrazione e la realtà che crea l'epica, che crea la possibilità di trasformare ciò che siamo e viviamo. Per dirla con una delle pagine cruciali di Stella del Mattino che ritraduce il sottotitolo della Poetica di Aristotele: "qui tratteremo del fare nel suo insieme e nelle sue forme, quale finalità abbia ciascuna di esse, e come si debbano comporre i miti affinché il fare vada a buon fine". La New Italian Epic sta tutta qui. E anche la nostra Reality Fiction.
E forse non sono neanche così distinte.
D'altronde, tornando alla domanda originaria, non è detto che parlare di uno scorcio di storia e parlare di uno scorcio del presente (o di un passato molto recente) sia così diverso. Su una pagina la collocazione storica di una storia non cambia sostanzialmente il suo potere in termini di immaginario. Per questo NIE (o forse io in questo senso mi riferisco solo alla NIE di Wu Ming che è prettamente legata a una trasformazione del romanzo storico in senso epico) e RF non sono diverse. Semplicemente scelgono un campo diverso di applicazione del medesimo processo di influenza culturale. I libri più riusciti di Wu Ming (a mio avviso, non tutti saranno d'accordo ma tant'è, Q e Manituana) prendono un pezzo di storia, o alcune storie nella storia e le traducono in un'epica che echeggia il presente, che vorrebbe ispirare chi legge a interpretare la realtà - sia in senso letterale che in senso fattuale - in un nuovo modo. La nostra Reality Fiction prende il presente che abbiamo vissuto insieme a molti altri, e lo trasfigura in una dimensione solo lievemente fantastica, lo ricombina come se fosse un pezzettino di pongo o un modellino di codice genetico, trasformando la nostra esperienza in una narrazione, e una narrazione in una epica del presente, del quotidiano, a misura d'uomo. In questo senso attraverso le differenze le due proposizioni convergono, forse anche compatibilmente con il talento di ognuno.
Non mi sento all'altezza della narrazione di un epica storica come Wu Ming, ma mi sento un po' più all'altezza di un epica del presente. E se su un libro presente e passato storico sono solo due contesti cronologici differenti, allora le nostre intelligenze possono convergere senza rendersi ridicole.
Arrivo alla conclusione della prima parte di questo intervento per sottolineare che l'interrogativo circa NIE e RF non è lana caprina, le definizioni non sono importanti, ma è una scusa per indagare se il nostro approccio alla scrittura e alla necessità di un epica quotidiana nuova converga con quello che propone WM1 nel suo saggio, anche considerato il fatto che date le forze esigue sarebbe una buona idea se gli sforzi di tutti puntassero nella stessa direzione.

E forse per me Stella del Mattino è la conferma di questo ragionamento, ma considerata la mail che ho scambiato con WM1 proprio appena prima di iniziare la lettura del romanzo di WM4, non solo per me. La prima cosa che mi è balzata agli occhi mentre leggevo le pagine di Stella del Mattino sono i nodi della narrazione: quando si inizia a scrivere un romanzo o un racconto tutto comincia da alcune scene, da alcuni dialoghi, da alcune immagini sulle quali intavolare tutta la narrazione. In alcuni casi un libro è la scusa per poter scrivere quelle poche righe, una sorta di scheletro su cui modellare corpo che ne evidenzi tutta la bellezza: è la densità della tessitura di questo corpo che costituisce uno dei meriti e dei talenti di uno scrittore. Più la campitura è uniforme, più il talento di chi scrive ha saputo dare una pienezza alle proprie intuizioni. Forse perché è successo anche a me sto diventando più bravo - o almeno così mi pare - nell'individuare i nodi di questo scheletro, le giunture fondamentali. Ed è stato divertente cercare di farlo anche con Stella del Mattino.
Devo anche dire che la mia lettura del libro è stata fortemente influenzata da un'imbeccata che ho avuto da WM1 proprio prima di aprire la pagina del libro di WM4. In uno scambio di mail WM1 mi ha detto: "il Lawrence del 1919 siamo noi che facciamo autocritica sulla mitopoiesi del periodo 2000-2001". La mia testa ha incastrato questo dato con lo scritto di WM1 sulla New Italian Epic, e con il secondo romanzo di Blackswift su cui sto lavorando (e che per pigrizia mia è fermo in un cassetto da qualche mese) che tratta del tema del Ritorno.
Stella del Mattino è certamente l'esemplificazione perfetta di quello che concretamente intende dire WM1 nel saggio sulla New Italian Epic: ne ha tutti gli elementi, e forse in un certo senso è la sperimentazione sulla pelle degli autori di quella riflessione dello stesso concetto. Stella del Mattino parla di T.E. Lawrence, parla di una rivolta romantica e impossibile, del ruolo degli uomini nella storia e nel cambiamento, parla di una guerra combattuta e di come questa cambi le carte in tavola, parla di noi, delle guerre che abbiamo combattuto, dei miti che abbiamo creato e di come li abbiamo traditi, di come abbiamo vissuto il tradimento e di come cerchiamo di tornare alla speranza, a noi stessi, a Itaca, a Genova.
La lettura del libro è racchiusa da due frasi cruciali, che non possono che costituire una sorta di epigrafe per il senso profondo della narrazione in relazione alla storia degli autori, che è poi la storia di una generazione (o forse più) e delle sue battaglie: C.S. Lewis rappresenta la coscienza sporca - e forse un po' infantile - di questa riflessione, siamo noi incaponiti nella mitizzazione e sordi all'epica, induriti dalle nostre paure e dal timore di non essere all'altezza, è la nostra debolezza. Eroi di cartone, più nel nostro ipocrita immaginario che nella realtà. E all'inizio del libro è proprio lui che ascolta un suo professore di lettere classiche parafrasare l'incipit della Poetica di Aristotele (che da il titolo a questo pezzo non a caso) e che riassume in una frase l'obiettivo e il senso della New Italian Epic (ma anche del nostro progetto narrativo blackswiftiano): "Qui tratteremo del fare nel suo insieme e nelle sue forme, quale finalità abbia ciascuna di esse, e come si debbano comporre i miti affinché il fare vada a buon fine". E C.S. Lewis, all'inizio del suo omerico viaggio (come il personaggio del romanzo che dovrei stare scrivendo e le cui assonanze più che infastidirmi confermano una necessità condivisa), confessa all'amico di essere cieco rispetto alla semplice verità dell'interpretazione del suo professore: "Non vedo cosa i miti abbiano a che vedere con i fatti". Alla fine del libro lo capirà.
Inizia qui la mia interpretazione di Stella del Mattino. Il viaggio dei personaggi, o meglio del lettore e dell'autore, di tutti noi, attraverso la poesia, la narrazione, come azione, come fare, per creare e raccontare miti che servano a costruire un orizzonte condiviso, a ispirare azioni e cambiamenti. E' qui che inizia il viaggio di Lawrence d'Arabia, già famoso per una versione romantica ed epica di ciò che ha fatto, della rivoluzione araba impossibile che ha guidato, ma che egli stesso percepisce come lontana, come falsa, come una rappresentazione strumentale di qualcosa di ancora incompiuto. Lawrence siamo noi, ma non solo Lawrence, anche gli altri personaggi, che seguono l'eroe in un viaggio parallelo, alla ricerca di un meccanismo per superare i propri limiti e cercare di "decidere come spendere la piccola forza creatrice che ci è stata consegnata", perché "la storia non è lettera morta, noi stessi ne facciamo parte" e perché "le parole danno significato alle cose, usare un linguaggio è costruire un mondo". Queste frasi sono un percorso che viene tracciato parallelamente nella vita dei diversi personaggi, e che accompagnano e risuoano come frequenze armoniche con l'epica dell'eroe principale del romanzo: una è dedicata a un giovane Lawrence dal suo mentore, una a un giovane J.R.R. Tolkien che non ha ancora capito quanta influenza avrà la sua capacità di immaginare mondi e parole sul mondo a venire.
Il libro inizia qui e finisce con i personaggi sulla via del ritorno. Che cosa significa ritorno? Io me lo sono chiesto quando ho iniziato a scrivere il mio secondo romanzo come Blackswift, e la risposta mi è venuta da Calvino: il ritorno è memoria, la memoria serve per agire. E questo libro di WM4, come il saggio di WM1 e le riflessioni che abbiamo fatto con il mio socio, sono la chiosa del pensiero di Calvino a proposito di Ulisse: la poesia, la narrazione, l'epica sono gli strumenti di questa memoria, per agire, per cambiare il mondo. I personaggi del libro di WM4 intraprendono un percorso, illuminato dalla Stella del Mattino, da "Lucifero messaggero dell'Alba" - come Graves apostrofa Lawrence involontariamente intervenendo in una discussione su Meleagro - che guida con la sua luce attraverso il viaggio di ritorno. Il ritorno e il viaggio coincidono, non sono distinti: ogni percorso è un ritorno. Lo ritroviamo nei capitoli finali del libro, che come sempre sono la poetica epigrafe a una narrazione, quando Graves è giunto al termine del suo personale percorso, attraverso la guerra, il dolore, fino a comprendere che è necessario tornare a vivere, per immaginare ancora una storia possibile: "Puntò lo sguardo sopra l'orizzonte e la vide. Era là, a lanciare gli ultimi bagliori, ad annunciare la morte della notte e l'arrivo del sole. [...] Le avevano dato molti nomi, senza riuscire a ridurla al potere dell'oscurità, né a quello del giorno. Solitaria, senza genere, unica favilla di una divinità indecisa. La sua virtù era ciò che possedeva: una luce tenue, un coraggio duraturo. Quello che sarebbe servito per attraversare la Terra di Nessuno, vasta quanto il secolo che si estendeva davanti. E per trovare la strada del ritorno." Ed è proprio la poesia intitolata Ritorno della raccolta di Graves che Lawrence sceglie come sua preferita.
Lawrence e i personaggi del libro siamo noi. Siamo noi nel vuoto in cui siamo piombati. La nostra guerra, la nostra rivolta è Genova 2001. Molti non ne sono usciti. Qualcuno ha sepolto quegli anni e il tentativo di creare un mito all'altezza dei nostri tempi in quintali di bugie, di sotterfugi, di ipocrisie, alla ricerca di una assoluzione per sé stesso prima che di una ragione per cui lo abbiamo fatto. E siamo noi che seguiamo l'epica del libro per cercare di ritrovare una strada. Siamo noi C.S. Lewis furente con sé stesso e con i suoi limiti che aggredisce la Stella del Mattino, e che allo stesso tempo vi trova la forza per superare sé stesso: "Questo posto è vuoto. Non c'è più nessuno, solo fantasmi. Solo vedove e orfani di cui prendesi cura. Non sarà il tuo Lawrence a farlo. Lui vienne a offrici oasi e principi in cambio della realtà. Un baratto conveniente, tutto sommato. Solo dio è più a buon mercato. E' qui il deserto, Charlie. Ed è buio pesto. Non servono favole o prefhiere per venirne fuori, ma il lume della ragione." Siamo noi in balia della nostra rabbia, della nostra debolezza, della nostra incapacità di essere all'altezza dell'epica che abbiamo noi stessi creato.
Il viaggio di ritorno del libro, della storia, della nostra personale epica attraversa quegli anni, li deve rivivere, li deve comprendere, e solo così superarli. La guerra è finita. Il mito non finisce. Perchè "in guerra le cose cambiano" - dice Lawrence al giornalista che non gli crede quando ignora il patto Sykes-Picot - e dopo la guerra cambiano ancora. Ma il mito non finisce. Il mito persiste. Gli eroi persistono. Le persone persistono. E devono vivere, devono sognare, devono continuare a lottare.
Lawrence è "il ritratto della nostra parte oscura" - dice Vaughan quando deve descrivere come lo ritrarebbe, e come lo ha già ritratto anche se il suo interlocutore non lo sa. Ogni personaggio della storia è una parte di noi, un pezzo di specchio a ritroso di Lawrence/Noi, una possibilità di attraversare la storia, e di ritornare a noi, a quello che abbiamo voluto e desiderato, e che ancora non è spento. Perché "del resto gli eroi non sono che invenzioni di poeti. E i poeti sono uomini, a volte sciamani, che in mezzo ad antichi cerchi di pietre si accingono a evocare gli spiriti. [...] Riportare in vita i morti non è poi una gran magia. Pochi muoiono del tutto, basta soffiare sulle ceneri, per scoprire le braci ancora calde e far rivivere la fiamma. E chissà che un giorno, tra cent'anni, qualcuno non pronunci l'incantesimo anche per noi, reduci guerrieri dalla corazza ammaccata. [...] Alla fine ho fatto la mia scelta. Come direbbe Siegfried, gli amici uccisi sono dovunque vada e non brucio più per redimere i loro peccati. Non sono pentito della mia vecchia, sciocca dolcezza e c'è assoluzione nelle mie canzoni". E gli eroi siamo noi, i guerrieri ammaccati siamo tutti noi, e anche i loro narratori.
WM1 mi dice che "Lawrence siamo noi che facciamo autocritica sulla mitopoiesi del 2001", e questo è evidente nel romanzo: Lawrence che cerca di redimere la propria figura eroica, di rendere la verità, di attraversare lo specchio del suo mito, per costruirne uno nuovo, per saldare il conto con quello che voleva fare. Perchè "la merce più a buon mercato in Arcadia è l'ipocrisia" - come dice Vaughan all'ipocrita C.S. Lewis - e ogni epica è una bugia, ma è anche una verità. Ogni racconto ci da una faccia di quello che accade, è uno strumento per agire, uno strumento per agire in una direzione. Scrivere la storia della nostra rivolta è ancora combattere (Graves a Lawrence), è ancora memoria, è ancora vita, è cercare di "restituire un po' di colpi".
Il problema è che le epiche, la nostra storia, la nostra vita non è un equazione, è complicata, e a volte i racconti cercano di farla più semplice di quello che è. Genova 2001 è stata il nostro mito, la nostra piccola derelitta guerra, una guerra che ci è valsa un'immaginario potente e una speranza. Ci abbiamo creduto e abbiamo combattuto, e alcuni ne hanno fatto le spese anche al posto nostro. E poi abbiamo continuato il viaggio. Ma l'unica strada per redimere ogni rivolta è quella di proseguirla, di non mollare, di crederci fino in fondo. E cercare di fare capire a tutti che ogni battaglia non è una strada a senso unico, che ogni epica cela dietro di sé la vita reale, che non si può ignorare. Siamo umani e non possiamo credere di rendere tutto più semplice con un artifizio retorico. Ma essere umani significa anche essere capaci di superare sé stessi.
Lawrence siamo noi quando ci accorgiamo che "Per due anni abbiamo portato un anello come questi. Ce ne siamo serviti per condurre le persone che si fidavano di noi a un trionfo vano. Abbiamo imbrogliato loro e noi stessi. E' questo che dovremmo scrivere, di quanto ci è costato. Difficile conciliarlo con l'epos della rivolta". Stella del Mattino scrive di questo. Scrive di quello che succede dopo.
"Alla fine mi accorgo che il libro è l'argomentazione di uno che non ha mai visto le cose con chiarezza. Ma adesso penso che forse non è poi cos' importante. Vedere con chiarezza è un'illusione, un effetto ottico. Perlopiù facciamo quello che facciamo in modo inconscio, alla cieca. Pretendere di decifrare a mente fredda ciò che siamo serve a illuderci di dominare la strada percorsa. E' un esercizio di vanità. Le cose accadono. Noi possiamo solo fare del nostro meglio per restare in sella". Lawrence lascia questa lettera a Graves consegnandoli il manoscritto. Il suo ritorno è completo: comprende che noi continuiamo oltre l'epica, noi sogniamo oltre noi stessi e i nostri limiti. Ed è per questo che Lawrence è ancora la Stella del Mattino: perché lo comprende prima degli altri. Perchè illumina il ritorno degli altri personaggi che giungono attraverso le selve della propria storia e del proprio dolore, delle proprie guerre e delle proprie paure. E che sanno che una volta finita la notte, c'è ancora un giorno. E che ogni uomo tradisce sé stesso e coloro che lo circondano, che la differenza sta nel cercare di cambiare, nel comprendere quello che lo rende umano, quello che una storia può ancora ispirare e che rende immortale la nostra battaglia. Genova non è finita, perché la storia siamo noi. E noi siamo parte della storia, non possiamo fare finta che non sia così. Come Nancy, la coscienza critica dell'autore, di Lawrence e della nostra epica troppo maschile: "-Non pensa che la responsabilità di quanto accade spetta ai popoli?" E la risposta di Noi/Lawrence: "-Immagino di sì. Tuttavia non posso fingere di non avere avuto un ruolo in quegli eventi."
Le parole hanno il potere di cambiare molte cose, di dare forma alla forza creatrice che ci è stata consegnata, la poesia è il fare affinché i miti possano ispirare un fare che vada a buon fine. Il viaggio termina, ha attraversato gli uomini, e giunge di nuovo a noi. E siamo noi che dobbiamo "usare la poesia per trasmettere la verità, non quella fredda delle cronache, ma la realtà di chi vede spegnersi la vita negli occhi di un compagno", di quello che accade dopo, del dolore, del furore, della crudeltà, della violenza, del nuovo dolore, e della Stella del Mattino che torna a splendere alla fine, quando tutto sembra essere silenzioso. Usare la parola per costruire nuove storie, nuovi mondi: "Non un altro mondo, ma il suo, la gloria e la miseria degli uomini. L'atmosfera, la guerra, il tradimento e la redenzione. [...] La coerenza stessa di quel mondo lo avrebbe reso vero agli occhi di chi avesse scelto di esplorarlo. Come un viaggiatore che percorresse terre sconosciute, alla scoperta di qualcosa che aveva preceduto la storia dei comuni mortali e lasciato una traccia di sé nelle saghe scampate all'oblio del tempo." Una Nuova Epica Italiana, le nostre storie, la nostra storia, i nostri eroi. Sapendo che ogni storia, ogni epica, ogni eroe è un uomo, è dolore, è speranza, è un sogno e una battaglia.

"Avanti, vieni avanti. Se questo fosse un dipinto, pensa, avrei una lancia. Se questa fosse una leggenda avrei una fionda o un palo acuminato. La prima ruota arriva sul ponte. Invece ho soltanto questa leva e questo innesco. Adesso. La terra esplode con un ruggito assordante".


Di nuovo finale

spalti e madonne — Inviato da nero @ 00:29

L'Inter si affaccia al ritorno della semifinale di Coppa Italia meno tranquilla di quanto i tifosi avrebbero voluto e con l'obbligo di preservare il maggior numero possibile di titolari per la partita di domenica. L'andata della semifinale era stato un accordo tacito per non farsi male e per far male al pubblico: quasi mi addormentavo in un San Siro praticamente deserto. Con il senno di tre anni consecutivi di Inter-Roma come finale  scegliere l'Olimpico come luogo per la finale secca sembra quantomeno un favore a una delle due contendenti, ma tant'è. D'altronde la Coppa Italia fino a quando la vincevamo noi non valeva un cazzo, mentre l'anno scorso quando la Roma l'ha vinta sul campo di San Siro sembrava diventata appena sotto la Champions come importanza: scherzi della dialettica giornalistica, no?

L'Inter manda in campo le seconde linee e mezzo, dato che metà delle prime linee sono infortunate, mentre l'altra metà e la prima metà delle seconde linee sono impegnate in campionato,  ma anche così porta a casa un tondo due a zero che tutto sommato non demerita se è vero che gli unici pericoli per la porta di toldo sono un tiro dal limite di Pandev e tre punizioni che lambiscono i pali. In campo Mancini manda Rivas e Burdisso coppia centrale con diverse sbavature, Zanetti a destra e Maxwell a sinistra (risparmiato nel derby ma buttato nella mischia in questa partita, con qualche perplessità da parte mia). Al centro Bolzoni e Pelé nel primo tempo faticano a trovare la quadratura del centrocampo e migliorano solo quando gli affianca stabilmente Zanetti dopo venti minuti arretrando Cesar a terzino. Cesar ha dimostrato un'ottima verve - d'altronde è in scadenza di contratto e in queste due settimane si decidono le sorti - e Jimenez conferma di non valere il riscatto anche se pare che la società sia di diverso avviso: un giocatore così lento non si vede da almeno dieci anni in posizione di tre quartista. Infine a centrocampo Chivu viene rischiato e ci lascia di nuovo la spalla, speriamo non troppo per non giocare domenica, ma forse è un rischio che non valeva la pena correre. Davanti tutto in mano a Suazo, che alterna sgroppate come ai bei tempi con uso dei piedi come tutto quest'anno: una merda riscattata solo dall'appoggio per Pelé che sigla un grandissimo gol. Il raddoppio di Cruz è l'unico rimpallo favorevole del 2008, e ne siamo contenti. C'è poco da dire: si doveva vincere e lo si è fatto. Speriamo di ripeterci domenica. 

 


Esordio eroico della San Precario CFC

movimenti tellurici, spalti e madonne — Inviato da nero @ 14:33

 

Un passo per volta, un po' come chi dalla promozione arriva lemme lemme in C2, la San Precario CFC, già Pergola Move, riprova a cimentarsi con l'avventura del Torneo di Calcio dei Centri Sociali e delle Associazioni Antirazziste. Quest'anno abbiamo delle maglie da calcio quasi vere, e riusciamo ad essere almeno 11 alla prima partita. Ciò nonostante la precarietà della formazione è sempre alta: moltissime defezioni (traditori!) sono colmate solo dall'eroico sforzo di alcuni membri della squadra nel reclutare altri devoti alla causa sportiva, ma arriviamo al numero di 12 persone, di cui la maggior parte in carenti condizioni psicofisiche.
Il primo tempo il cuore dei prodi giocatori tiene botta, insieme ai loro polmoni e andati sotto per un bel gol con un diagonale sotto la traversa viene pareggiato da un rasoterra velenoso della nostra ala destra. Subito dopo un pasticcio difensivo e una scellerata uscita del nostro portiere ci costa un secondo gol con indignitoso pallonetto da fuori area. Il sottoscritto si trova sul piede la palla del due a due ma il colpo sotto rimane troppo basso e il portiere della squadra della Scighera in uscita sventa il pericolo. Quasi allo scadere del primo tempo la San Precario CFC ci riprova con una punizione di mezzo esterno destro che viaggia spedita verso il sette della porta avversaria fino a che il portiere non la ferma.
Nel secondo tempo perdiamo il nostro unico cambio per infortunio e rimaniamo 11 persone contate con mezzo polmone a testa. Proviamo la resistenza disperata, ma un'ulteriore pallonetto dopo svarione difensivo, un gran tiro da fuori area e un rigore concesso per un involontario fallo di mano (se era involontario quello di Couto o di Lavezzi era involontario anche questo colpo di mano in salto prima di colpire di testa per togliere la palla dalla testa di un avversario!) ci portano sull'ingiusto punteggio di 5 a 1, su cui concludiamo la prima prova.
Con un po' di sostituzioni in più a fare da polmoni di riserva e meno disattenzioni difensive la partita poteva essere nostra. Ai posteri l'immagine degli eroici protagonisti di questa avventura sportiva. Disonore e Sdegno per gli assenti, Gloria e Rispetto per i presenti! Prossimo appuntamento il 17 giugno maggio alle ore 17.00
 


I soliti cacasotto

spalti e madonne — Inviato da nero @ 17:54

 

Volevo intitolare questo post, nel caso vincessimo avessimo vinto il derby, 'Inter History XVI' perché avremmo fatto la storia dell'Inter e della serie A. Come sempre quando c'è da dimostrare di avere le palle per gestire le partite decisive l'Inter manca all'appello: valencia l'anno scorso, roma in casa l'anno scorso, liverpool quest'anno, juve e milan quest'anno. Quando cambierà la nostra mentalità cambierà l'antifona. Il risultato è onesto e la vittoria meritata dai cugini bastardi, anche se come l'anno scorso la Champions non è meritata, frutto della analoga assenza di attributi da parte della Fiorentina che non ha mai sfruttato le occasioni per staccare i rossoneri. Non serve girarci intorno: non è una questione di formazione (Maniche è una buona scelta, quattro mediani forse un po' meno, ecc), né di approccio (ci può stare contenere una squadra come il milan e poi cercare di colpire, non ci può stare subire tutto il primo tempo e poi svegliarsi dopo il 60esimo), né di decisioni arbitrali (Rosetti ha teso a fischiare nel dubbio in direzione avversa all'Inter, ma tutto sommato ha arbitrato bene), ma solo di testa e di determinazione. Forse un giorno noi interisti potremo ostentare la stessa sicurezza di gobbi e rossoneri quando c'è da giocarsi una partita decisiva. Forse. Adesso speriamo che nessuno faccia l'errore di credere alle televisioni berlusconiane e ai giornalisti-vedove, che aizzeranno per una settimana le "crisi inter", i "5 maggio", i "campionati riaperti". Come dall'inizio dell'anno questo campionato possiamo vincerlo o perderlo solo noi, e a San Siro settimana prossima dobbiamo dimostrarlo: io e blanca portiamo la bandiera, speriamo i ragazzi portino la testa e le gambe. 


Anche quest'anno un successo

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 19:29

Il risultato della mayday quest'anno non era per nulla scontato. Nel clima generale di recessione dalla partecipazione attiva alla vita politica del mondo che ci circonda e dal protagonismo nelle lotte sociali, era lecito temere che la mayday parade soffrisse un pesante contraccolpo. In realtà non è stato così, anzi: molti parlano di una partecipazione intorno agli  80-100.000, ovvero un buon 30% in più dell'anno scorso, ma io ho percepito una sostanziale tenuta numerica della manifestazione. La questione non cambia di molto: tenere i numeri della principale manifestazione dei precari e delle precarie in Italia nel contesto politico in cui siamo stati volenti o nolenti costretti è un risultato di per sé eccellente. Ma c'è di più: se si va a guardare la rappresentatività della partecipazione e la sua qualità c'è di che essere entusiasti. Questo ovviamente non lo leggerete sui giornali e non lo vedrete in tv, in cui parleranno dei sindacati di base e della sparuta presenza di partitini e correntine in fondo al corteo come della caratteristica saliente della giornata del primo maggio milanese, ma ieri la stragrande maggioranza delle persone sono venute in corteo non rispondendo all'appello di nessuna organizzazoine, come individui e precari che vedono nella mayday parade l'unico momento in cui essere protagonisti e non strumenti degli interessi politici altrui. E questo lo puoi notare nella gioia e nella spontaneità con cui le persone partecipano alla parata, passando di carro in carro, fermandosi a chiacchierare (qualcuno direbbe cospirare) qua e là in giro per le strade attraversate dal fiume di persone.

Quest'anno la rete dell'Intelligence Precaria ha provveduto a fornire diversi gadgets: in primis un nuovo city pocket che fa il punto delle molte lotte che si sono sviluppate durante l'anno e che tuttora sono in cantiere; poi un divertente puzzle da comporre rincorrendo i vari camion; infine un simpatico tatuaggio che recitava "Non avrete la mia pelle". Dopo lo spezzone di testa dei migranti - per la prima volta organizzati e fortemente presenti in tutto il percorso di costruzione della mayday - c'erano 5-6 bilici di IP e il carro degli studenti di Asso. A chiudere questo spezzone autorganizzato c'era il carro delle Donne Precarie che ha veramente spaccato con due dj indiavolate che hanno aizzato la folla rispondendo alla pischella che si dimenava sul carro dei lavoratori dei call-center che dal punto di vista fonico era effettivamente potente. Menzione speciale per il carro ecologico completamente mosso e sostenuto da energie rinnovabili: mirabile intento e mirabile realizzazione. Ci sarebbero mille cose da dire, ma penso che presto blanca scaricherà le foto sul suo sito e parleranno da sole. Adesso ci aspetta un anno per capire cosa cazzo fare e soprattutto farlo.


A Sbancor

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 14:23

Rigiro da carmilla questa brutta notizia. Non uso altre parole perché quelle di Valerio mi paiono le più adatte. :( 

Abbiamo appreso da meno di un'ora della morte di Sbancor.

Era - e per quel che ci riguarda rimane - collaboratore di Carmilla, autore di libri ("Diario di guerra", 2000, e "American Nightmare", 2003), mediattivista e militante anarchico, esperto di economia e finanza, persona appassionata. Suoi interventi sono apparsi, oltre che su questo sito, su Rekombinant, Indymedia e Giap.

Sbancor è per noi la voce sferica e baritonale che, mesi prima dell'11 Settembre 2001, diede forma a una previsione: la guerra contro l'Afghanistan.
Da allora, non abbiamo mai sottovalutato un suo giudizio, una sua intuizione, finanche una sua battuta.

Risalgono al 2002 questi suoi "aforismi sul movimento":

Muovendosi cambia. Solo a questa condizione un movimento produce un mutamento.

Il movimento è la sottrazione dell'intelligenza all'organizzazione sociale del consenso. Il che la rende più deficiente. Probabilmente anche più cattiva. L'intelligenza sottratta al sistema di organizzazione sociale è intelligenza libera. L'intelligenza libera è destinata al nihilismo.

Fermare questo ciclo del "samsara" è il "mantra" dei mutamenti. L'unico soggetto che appartiene a questo scenario è "l'io sono tutti i nomi della Storia" di Nietzsche.

La persona che adottava lo pseudonimo non desiderava fosse usato il suo vero nome.
Certamente nei prossimi giorni potrete leggerlo, su qualche giornale o nei ricordi di chi gli ha voluto bene.
Ma per ora, per oggi, qui su Carmilla, noi lo chiameremo soltanto "Sbancor".

L'amore che mi ha dato alla luce lo riporto alla mia Origine senza perdita, fluttuo sopra chi vomita
esaltato dalla mia assenza di morte, esaltato da quest'assenza di fine che gioco ai dadi e seppellisco
vieni poeta taci mangia il mio verbo, e assaggia la mia bocca nel tuo orecchio
.
(Allen Ginsberg, The End)

Anche quest'anno Mayday Mayday

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 10:23

 

Un breve incipit per appoggiare parola per parola il post sfogo del mio socio, consapevole che bisognerebbe avere il tempo di capire che cazzo fare e il pelo sullo stomaco di non guardare in faccia a nessuno e come qualcuno metteva nei commenti al mio post dopo-elezioni prendere il potere contro le masse per le masse. Noi questo pelo non ce lo abbiamo, e la cosa è dimostrata da chi "rappresenta" la sinistra in questo scorcio di nuovo millennio: se avessimo voglia ce li saremmo mangiati tutti sto branco di imbecilli. Cmq, adesso si avvicina la concretizzazione dei cazzi acidi che tutti hanno paventato per diverso tempo, e spero che gli italiani se li puppino fino in fondo.

Al di là di questo dettaglio anche quest'anno si avvicina il primo maggio e con esso la mayday parade, giunta alla sua ottava edizione: chi la vede come una cartina al tornasole della risposta dei movimenti alle elezioni sbaglia, perché va intesa come saggio delle basi su cui costruire qualcosa. Non sono per nulla certo che siano basi buone, né tantomeno ampie, ma è il poco che ci rimane. D'altronde forse bisognava toccare il fondo per iniziare a guardare in cielo e scorgere la luna, anche se il mio utopismo è morto e sepolto da tempo, e penso che si tratterrà di scavare ancora un po' nella merda prima di trovare qualcosa che valga la pena di gettare il cuore oltre l'ostacolo. In ogni caso il primo maggio e il venticinque aprile sono ancora tra le poche cose che mi smuovono qualcosa in fondo allo stomaco, per cui penso che tutti dovrebbero correre in piazza se non altro per guardarsi un po' in faccia e complottare l'impossibile e l'improbabile. I say I say, Mayday Parade!

EuroMayDay008: il primo maggio precario che travolge i confini del futuro!

Ci rivolgiamo a tutti e a tutte; uomini e donne, precari e precarie, native e migranti, lavoratrici e lavoratori dei call center, degli aeroporti, dello spettacolo e della moda, dell’informazione e della formazione, delle ricerca, delle cooperative sociali, della distribuzione. Ci rivolgiamo agli operai e alle operaie, delle fabbriche e dei servizi, agli studenti, alle associazioni, ai centri sociali, alle mille forme di resistenza e di autorganizzazione che ri-generano i territori e le metropoli martoriati dal vampirismo neoliberista.

La precarietà picchia duro, nel lavoro e nella vita. Non è “sfiga”. Non è cosa passeggera. Non è un problema sociale tra gli altri ne’ un titolo di un giornale. Non è semplicemente la perversa proliferazione di contratti atipici ne’ un dazio che le giovani generazioni sono costrette a pagare per entrare nel mercato del lavoro.

È il modo contemporaneo di produrre la ricchezza, di sfruttare il lavoro, di asservire ogni stilla della nostra vita al profitto delle imprese. La precarizzazione è la crisi della rappresentanza politica e sindacale del lavoro e nel sociale, e segna un punto sulla linea del tempo rispetto al quale non si può tornare indietro. È il punto da cui è necessario ripensare e sperimentare nuove forme e strategie di lotta; contro lo sfruttamento, le gerarchie e le povertà.

Una lotta che parli chiaro e a voce alta, perché ricca di tutto ciò che la precarizzazione nega e riduce al silenzio. Negli ultimi anni, l’EuroMayDay ha costruito, in Italia e in Europa, uno spazio politico e sociale, condiviso, in cui la presa di parola e il protagonismo dei precari e delle precarie, senza mediazioni e mediatori, ha sperimentato forme inedite di visibilità, comunicazione e conflitto.

Ma la Mayday è un processo sociale che si evolve di anno in anno, per tutto l’anno, e questa edizione, a Milano, rilancia a partire dal protagonismo dei migranti. Il lavoro migrante rivela i segreti della precarizzazione. Il controllo dei confini produce gerarchie spesso razziste tra regolari e irregolari, tra buoni e cattivi, criminalizzati dalle retoriche della guerra e della sicurezza che servono solo a non parlare di coloro che di lavoro muoiono, senza nessuna sicurezza.

La specificità dei migranti è vivere una doppia precarietà. Dentro e fuori i luoghi di lavoro il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro li ricatta, i Cpt e le espulsioni li minacciano costantemente. La loro condizione riguarda però tutto il lavoro, è una leva fondamentale della precarizzazione perché alimenta la frammentazione, perché riduce gli spazi di libertà e le possibilità di lotta. Ma in questi anni il protagonismo dei migranti ha prodotto esperienze significative di lotta autonoma in nome della libertà di movimento.

Il primo maggio, a Milano, vogliamo condividere questa forza, amplificarla, congiungerla con quella degli altri precari. Condividere esperienze che sono transnazionali, e che danno il segno di una May Day che attraversa l’Europa da Aachen/Aquisgrana a Berlino, Copenhagen, Hanau, Amburgo, Helsinki, Lisbona, Madrid, Malaga, Maribor, Napoli, Palermo, Terrassa, Vienna… e va oltre, perché passa per la Tokyo MayDay in Giappone, e si collega alla manifestazione dei migranti negli Stati Uniti del prossimo primo maggio.

Vogliamo costruire una long/larga/lunga MayDay che sappia porre un confronto serrato e continuativo, fra tutte le realtà lavorative, sociali, sindacali che lottano, ogni giorno, in ogni dove, contro la precarizzazione, sulle tematiche che da sempre hanno caratterizzato l’idea del primo maggio precario: la continuità di reddito intesa come un nuovo orizzonte delle politiche rivendicative, del welfare e la trasformazione del protagonismo precario e migrante in un conflitto nuovamente diffuso ed incisivo.

La precarizzazione, lo ripetiamo, picchia duro e segna una discontinuità profonda con il passato. E’ un equilibrio sapiente fra ricatto e consenso e agisce sul sociale in modo diverso, dividendoci e confondendoci. Atomizza le nostre vite e saccheggia i territori e le metropoli in cui viviamo. Milano è fresca di nomina per l’Expo 2015. Tremiamo pensando alle conseguenze di ciò: l’orgia bipartisan dell’orgoglio nazionale di speculazioni ed appalti allestirà il palcoscenico nascosto per lo sfruttamento intensivo di lavoro precario e migrante in un’oscena colata di cemento.

Non ci sono dubbi, siamo incompatibili con tutto ciò: se questa è una vetrina che lo sia della nostra capacità di conflitto e di un’idea di valorizzazione delle nostre vite ben differente Di questo si discuterà nelle Fiere Precarie che precederanno, attraverseranno e seguiranno la parade mettendo a confronto esperienze di autoproduzione, di cooperazione e di condivisioni dei saperi.

Let’s MayDay,

Milano, primo maggio,

Porta ticinese, ore 15.00


Scuola di sofferenza

spalti e madonne — Inviato da nero @ 18:51

 

All'Inter piace soffrire, è una vocazione, qualcosa di più di un destino. Contro un Cagliari in forma e che - onore delle armi - ha risalito un punto per volta la china che lo vedeva retrocesso all'inizio del girone di ritorno, lasciamo fin troppo spesso spazio, facendogli credere di poter dominare la partita. L'illusione dura dieci minuti e poi comandiamo noi. Purtroppo sprechiamo moltissimo, e se un gol di Matrix (il primo stagionale) non ci portasse sul due a zero sarebbe una di quelle partite che manifestano la scuola di pensiero nerazzurra. Ogni interista infatti conosce fin troppo bene due tipi di gare: quelle che prendi quaranta pali e poi perdi per un gol al 44esimo; quelle  che sbagli cento gol e poi ne prendi uno nel recupero. Fortunatamente non è andata così e facciamo un passo avanti verso l'obiettivo. Ma domenica contro un Milan che - come già la juve il 22 marzo - non aspetta nient'altro che questo derby per metterci i bastoni tra le ruote, il cinismo sarà l'arma necessaria. 

Qualche commento a caldo sui giocatori, dato che quanto a modulo e variazioni tattiche sono sempre quelle: rombo all'inizio e poi 4-4-2 di sicurezza, con troppa svagatezza sia dietro che a centrocampo che davanti, forse per un po' di braccino forse per la testa che è viaggiata troppo alta questa settimana.

JC è una sicurezza ma oggi non dovrebbe figurare tra gli stipendiati. Maicon macina chilometri ed è fonte costante di preoccupazioni per la fascia avversaria, se solo avesse davanti qualcuno in grado di aiutarlo costantemente. Maxwell a sinistra meno bene, ma fa il suo, se non che non capisce che è un terzino e non un centrocampista arretrato a coprire i centrali. Tra i centrali Burdisso rischia di lasciarci in dieci quando per coprire una sua stronzata quasi afferra per un piede l'avversario, mentre Chivu gioca con una spalla che entra o esce a piacimento. Matrix segna il suo primo gol e benedice vittoria e folla: con tutti i limiti che ha gliene siamo grati.

A centrocampo Cambiasso da il meglio quando gioca a ridosso delle punte, coperto da Zanetti, anche se si mangia TRE gol fatti che spero non si mangerà settimana prossima. Vieira ancora un po' lento, ma con grande classe, anche se alcuni giocatori non l'aiutano. Stankovic da tutto quello che può anche se non è abbastanza. Davanti Balottelli conferma i suoi numeri e solo un miracolo del secondo portiere sardo gli leva la gioia del gol. Cruz fatica e spende quello che ha, senza contare che segna il suo centesimo gol in serie A: chapeau. Suazo invece si conferma il nostro contributo alla quota di categorie protette, mentre Crespo evidentemente non viene più visto da Mancini e la sua entrata a cinque minuti dalla fine significa: " se rimango io in panchina, tu è meglio che ti levi" Noi non siamo d'accordo, ma alla fine noi tifiamo Inter e speriamo che tutto sia per il meglio della squadra.


Teoremi, patemi, almeno una buona notizia all'anno

movimenti tellurici, oscuro scrutare — Inviato da nero @ 23:06

 

So che non sono proprio sul pezzo, dato che la notizia è del 24 aprile sera e io la sto dando dopo due giorni, ma purtroppo non sono stato online: il processo di Cosenza, basato su un teorema allucinante secondo il quale organizzare la partecipazione a un corteo costituisce in sé una associazione sovversiva, si è concluso con una sentenza di assoluzione per tutti gli imputati, con la formula "perché il fatto non sussite". Da questa notizia, di cui tutti dovrebbero essere più che felici, traiamo alcuni importanti insegnamenti - sperando che li traggano anche il pm Fiordalisi e i suoi amichetti del ROS: che il 270 bis non è che proprio attecchisca molto in Italia, almeno per ora, vuoi perché è un reato che vorrebbe colpire i militanti (e non ce ne sono più molti in circolazione), vuoi perché è un reato che si basa tutto su impostazioni accusatorie totalmente indiziarie e sempre deliranti. In secondo luogo questa sentenza avrà interessanti ripercussioni sul processo Diaz, nel quale alcuni difensori degli alti papaveri indagati volevano usare il processo/teorema come giustificazione dell'intervento: mi sa tanto che l'operazione laida non gli riuscirà, e anzi gli tornerà, come dire... un po' nei denti. Cmq tripudio!


Notti al Mirtillo e le Emozioni dell'Uomo

cinema — Inviato da nero @ 23:23

Esistono persone che sono specializzate in pronostici, altre che sanno trovare le parole giuste in meno di un secondo, oppure in un'ora ma riducono al minimo la necessità di spazio per quello che si ha da raccontare, altre ancora che riescono a trasformare un'immagine in un discorso, e poi ci sono persone capaci di trovare la materia giusta per dare forma a quello che uno ha in mente, che sono in grado di prefigurare il proprio pensiero in maniera totalmente lucida, oppure di seguire uno schema dal primo all'ultimo punto senza un attimo di pausa. Ci sono persone capaci di trovare la combinazione giusta di ingredienti senza ricordarli, e altre che possono recitarti tutti i marcatori della serie A dall'inizio del girone unico. Il mondo è pieno di talenti, basta comprendere quello che ognuno ha, o in mancanza d'altro quello che uno vuole, e concentrare la propria volontà su questa unica, esile, incredibile possibilità.

Wong Kar Wai molto tempo fa ha deciso di essere un regista, e ha deciso che avrebbe parlato di poche cose: emozioni, colori ed esseri umani. Ogni volta che vedo un suo film mi rendo conto che non ha ancora smesso di raccontare tutto ciò, forse per merito suo, o forse per merito della complessità dell'uomo, semplice nelle sue emozioni, infinito nella possibilità di esprimerle. Ad acluni My Blueberry Nights non sarà piaciuto perché troppo decadente, ad altri perché troppo americano rispetto al solito Wong Kar Wai, ad altri ancora perché i dialoghi non sono tutti il massimo della vita. A me è piaciuto perché è Wong Kar Wai allo stato puro, immagini incredibili, colori che ipnotizzano la tua mente e il tuo cuore, poche parole ricercate in maniera un po' ostentata, e non sempre con il miglior risultato, la narrazione dell'individuo eterno in primo piano e sullo sfondo.

Voto: 8,5


Intriganti coincidenze

pagine e parole, eros — Inviato da nero @ 19:03

A volte nella vita si incrociano le esperienze più inaspettate, ed è giusto rendere merito a queste fauste occasioni. Tra i vari blog porno ed erotici che ho nella mia lista di feed ce n'è uno che ultimamente mi ha intrigato parecchio per l'approccio open diciamo e per le qualità della protagonista, che edita amatorialmente le proprie clip e ha messo su il proprio piccolo spaccio di dvd fai-da-te. Al sito sono arrivato a sua volta da una specie di portale di pornografia ed arte che ospita diverse cose interessanti, ma non sempre poi le pornsaints o i pornbishops si rivelano all'altezza delle prime aspettative. Mandy Morbid - questo il nome della nostra eroina - invece si diverte e con una ammirevole costanza ogni sabato pubblica un nuovo video, imparando nel processo a editare, tagliare e montare (non con risultati eccelsi in effetti ma non si può avere tutto dalla vita :)

Se fosse solo per questo non so se varrebbe la pena suggerirvi di fare un giro sul suo sito, ma la sua ultima fatica è degna di nota, dato che è il primo (forse non proprio, ma sicuramente non ne ho visti tanti di una qualità dignitosa) porno amatoriale del genere "stupro alieno con tentacoli" fatto in casa dall'inizio alla fine. Una pacchia per chi ama lo stile diy e che ricorda ai cultori di alcuni generi i primi tentativi di quello che adesso tutti venerano come un maestro: Peter Jackson. Non fraintendetemi, Mandy non è una regista di questo calibro, ma ha voglia di sperimentare e lo fa con risultati di discreta e divertente qualità. E anche il buon Peter avrebbe scambiato un po' del suo talento con i talenti di Mandy! :)

Ma anche questo non sarebbe bastato, perché leggendo qua e là scopro che Mandy è fidanzata  con Zak Smith, che l'aiuta anche nelle sue avventure video amatoriali - lui non è molto performante in effetti - e che di "professione" fa l'artista visuale e il pittore. Il nome non mi suonava nuovo e quindi sono andato a spulciarmi le sue cose e ho scoperto che Zak è l'autore dell'opera di pittura più intensa legata al mio libro preferito, Gravity's Rainbow di Thomas Pynchon: è proprio lui ad aver realizzato un'opera per ogni pagina del libro come potete vedere su the modern word. A questo punto la coppia Zak e Mandy è diventata per me qualcosa a metà tra un mito e una famiglia. Godeteveli anche voi


Senzazioni

movimenti tellurici — Inviato da nero @ 14:26

Piove, e mi capita di fermarmi a riflettere: il corriere della sera mette in vendita 20 dvd sulla storia del fascismo intitolando la serie "i venti anni che hanno segnato l'italia" - senza accenni alla natura di questi venti anni; il futuro ministro dell'Interno, appartenente a un partito xenofobo, forcaiolo e buzzurro, propone di legalizzare le ronde "anti-crimine" opponendo alla loro presunta incostituzionalità affermazioni come "questi sono cavilli, ai quali antepongo la vita delle persone"; un parlamentare con una condanna per mafia a 9 anni, ma nonostante questo candidato, riverito, ed eletto, insiste nel voler leggere in pubblico in diretta nazionale i diari di Mussolini che ha comprato ad un'asta, ma che tutti gli storici considerano un falso clamoroso, e che guardacaso dipingono il duce come un puro di cuore, sensibile e sopraffatto dalla storia, non certo dalla sua mitomania dittatoriale; alle celebrazioni del 25 aprile il sindaco di alghero, dello stesso partito del futuro presidente del consiglio, vieta la canzone Bella Ciao durante le celebrazioni.
C'è un'aria strana in Italia, no? Non è per nulla salubre, ma la gente sembra non accorgersene, tanto basta buttare tutto sui "clandestini", sui "criminali", su questo e su quell'altro, ma mai su noi stessi e sul modello di società che ci siamo scelti e che abbiamo costruito in tutti questi anni. Il popolo italiano ha la memoria corta, e se ne accorgerà quando sarà troppo tardi. Ppn, mio fedele commentatore, si prepara a suo modo, ma forse a molti converrebbe semplicemente emigrare, che di mete dove si respira un'aria un filo migliore non c'è che la scelta.

PS: nel frattempo a Bolzaneto le difese degli imputati si arrampicano sugli specchi cercando di dimostrare che alla fine quello che è accaduto non è colpa di nessuno. Siamo d'accordo con loro che quanto avvenuto a Bolzaneto avviene nelle carceri tutti i giorni e che sarebbe stato bello individuare molti più autori materiali di atti gravissimi di violenza contro detenuti, ma NON siamo d'accordon con loro nel ritenere la vita nelle carceri di tutti i giorni corretta e improntanta alle necessità di sicurezza, né che gli attuali imputati siano dei santi per caso incastrati dai cattivi pm. Pietà.


Ancora pochi passi...

spalti e madonne — Inviato da nero @ 00:56

 

Va bene che la condizione fisica è quella che è, e appena si trova un campo bagnato e un avversario un filo motivato l'Inter sembra perdere quella ritrovata lucidità delle ultime gare, ma non dobbiamo per forza accumulare handicap nella forma di persone chiaramente appartenenti alle categorie protette, tanto per lasciare un po' di margine agli avversari. E non parliamo solo di Suazo, che ormai non mi stupirei di vedere arrivare allo stadio con un accompagnatore del comune, ma anche di Mancini che dovrebbe evitare di sedere in panchina nei momenti in cui è in stato confusionale: merito vada a Mihajilovic che lo fa ragionare un minimo (e che infatti si prende la giusta ribalta davanti alle telecamere).

I granata giocano la loro migliore partita nel girone di ritorno (e non sono i primi a  farlo contro di noi, vai a sapere se  per demerito dell'Inter o per merito degli avversari), e come altre non sono sicuro che ripeteranno la prova settimana prossima a Roma. L'Inter sembra tornata poco brillante fisicamente come nella partita contro Lazio e Genoa, ma speriamo sia solo una serata no e che i ragazzi possano stringere i denti per colmare i pochi passi che ci mancano per l'obiettivo. Mancini parte con il maledetto rombo, come da diverse partite a questa parte, non rendendosi conto che: a) il rombo funziona se tutti i giocatori sono al meglio; b) il rombo funziona se i terzini salgono e scendono come lippe per tutta la partita; c) uno dei due attaccanti fa salire la squadra creando la superiorità numerica. Dato che nessuna delle tre condizioni in questo momento si verifica nell'Inter non si capisce perché insistere con sto cazzo di rombo. 

Infatti dopo pochissimo passa al 4-3-3, chiedendo a Balotelli e Stankovic (sempre dalla sua bara) di supportare Cruz (anche lui imbalsamato anche se gloria gli sia data per il gol). Poi a un certo punto passa al 4-4-2 e sono gli unici dieci minuti decenti della partita. Poi ritorna al 4-5-1, ma non ce n'è. Nel secondo tempo mi è sembrato di vedere l'Inter di Trapattoni, se non che siamo nel 2008. Meno male che il campionato è quasi finito, ma ci sarà da discutere molto rispetto alla capacità di gestione sia delle gare in corso, che della tenuta fisica nell'arco di un anno.

Veniamo alle individualità, oggi tutte sotto tono: Julio Cesar para anche con i gioielli di famiglia, e fino a che sta in questa condizione, è una grande sicurezza; Maicon e Maxwell (spostato dietro dopo che Mancini per l'ennesima volta nella stagione lo schiera a centrocampo sulla fascia davanti a Chivu) offrono sufficienti garanzie sulle fasce, mentre non si può dire altrettanto di Matrix e Burdisso, diligenti ma vittime di enormi e improvvise amnesie. A centrocampo Zanetti non riesce a dire la sua con la solita autorevolezza, e anche Cambiasso e Chivu sbagliano quintali di controlli e di appoggi, segno di scarsa concentrazione o di cacarella proprio nel giorno in cui guadagnare due punti sulla Roma. Stankovic darà pure tutto quello che ha, ma non è molto in sto periodo. Cesar dura si e no 20 min, poi si spegne e sbaglia un paio di appoggi in contropiede che gridano vendetta. L'arma in più in questo periodo è Supermario, che però fa un braccio di ferro con Mancini rispetto alla sua posizione e giustamente perde il confronto, ritrovandosi sostituito al 37esimo e con una settimana in cui prenderà un sacco di schiaffoni alla pinetina. Davanti quando c'è lui però le cose si muovono molto meglio, nonostante la scarsa comprensione in termini di posizionamenti con El Jardinero. Suazo è meglio non commentarlo, dato che come detto a inizio del post ormai è stato iscritto nelle categorie protette: i diversamente abili hanno un campionato a parte e non vengono pagati 3 milioni all'anno, rispedirlo al mittente in cambio di Acquafresca, grazie. 

La partita poteva essere sottotitolata come: "ancora pochi passi e ce la facciamo mettere in quel posto di nuovo", mentre è finita soffrendo e non meritando con un "ancora pochi passi e siamo arrivati". Forza ragazzi. 


Partitaccia di necessità

spalti e madonne — Inviato da nero @ 00:22

 

Quando tutti insistono a dire che le riserve dell'Inter sarebbero una squadra titolare in sé dovrebbero rivedersi questa partita: se è vero che nel complesso della  Beneamata titolare una o due riserve non squilibrano troppo il rendimento, quando le mettete in campo tutte assieme mostrano tutti i loro limiti. La partita è una necessità, va giocata, ma uno 0-0 che rimanda tutto al ritorno va più che bene, con un tempo per parte a cercare il gol senza trovarlo. E' anche vero che contro una lazio al completo basta una raffazzonata Inter di riserva per portare a casa un pareggio, cosa che fa rimpiangere i due punti lasciati sul campo dell'Olimpico. Nonostante la partitaccia, in uno stadio tristemente vuoto (ci saranno state sì e no 10.000 persone a San Siro), proviamo a trarre delle indicazioni sia in positivo che in negativo dal match.

Toldo non è giudicabile per una partita come questa, mentre nel comparto difensivo spicca la buona prova di Chivu, che appare perfettamente recuperato per le gare di campionato che ci attendono. Burdisso come terzino destro è una scelta che farebbe tremare anche i più temerari, ma psycho-padroncito non delude e fa buona guardia senza dare di testa. Matrix si vede che non è lo stesso della scorsa stagione, mentre Cesar appare recuperato come decente riserva. Decente, non esagerate andando oltre questo giudizio.

La vendetta del mancio nei confronti di Figo dopo l'ingresso al 43esimo del secondo tempo di Inter-Fiorentina si completa  con la maglia da titolare, che però dura meno di un tempo, dato che il fuoriclasse portoghese dimostra di non avere più di 40 minuti nelle gambe. Solari è sempre più inguardabile e spreca le poche azioni che abbiamo con un leziosismo lento ed esasperante, così come Jimenez totalmente impalpabile, oltre a guadagnarsi la palma dello sprecone peggiore, quando una palla perfetta viene stoppata e tirata in 10-15 secondi, tempi biblici. Maniche forse è il migliore del centrocampo schierato dal primo minuto, prova a tirare dalla distanza con poca fortuna e ci mette tanta voglia. Bolzoni gioca più di un tempo e lascia aperta la domanda del perché gli si preferisca Pelé dato che porta a casa un'ottima partita. Siligardi gioca solo venti minuti, ma mostra ottima personalità e un ottimo piede sinistra: quasi certamente andrà in prestito l'anno prossimo, sperando che sbocci in pieno. 

Davanti Suazo si conferma un flop totale: non imbrocca un movimento, non si libera mai, cerca improbabili rigori buttandosi come il peggio Inzaghi, e ormai non fa più neanche i suoi famosi scatti. Crespo invece nonostante i limiti di corsa e fiato dati da età e stagione travagliata, mostra di essere uno dei pochi in campo che gioca a calcio. Prezioso. Ora testa a domenica per il campionato.

 


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