Meglio ammazzare con una divisa che sognare la rivoluzione

22 giugno 2012 Commenti chiusi

La Cassazione ha rigettato il ricorso dei quattro poliziotti (Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri) che hanno ammazzato Federico Aldrovandi durante un “normale” controllo, confermando la condanna a 3 anni e 6 mesi. Poliziotti a tuttora in servizio, perché per loro a differenza dei comuni mortali vale la presunzione d’innocenza. Per loro e per tutti quelli che in qualche modo “gestiscono” o “esercitano” una qualche forma di compatibilità allo stato di cose presente e al potere. E’ inutile sottolineare la solidarietà nei confronti della famiglia di Federico, che non lo riavrà con questa sentenza, ma che quanto meno potrà affermare di non aver visto la verità calpestata in nome della ragione di stato.

Soffermiamoci però su altri dati di fatto: quattro persone in divisa hanno ammazzato un ragazzino innocente e sono stati condannati in via definitiva a tre anni (3) e sei mesi (6). Nei giorni e mesi scorsi sono arrivate le condanne per gli scontri del 15 ottobre: tre anni (3). Qualche anno fa una trentina di persone coinvolte in una barricata data alle fiamme (nessun ferito, qualche danno alle cose, ma poca roba) in mezzo a Corso Buenos Aires a Milano sono state condannate per devastazione e saccheggio a 4 anni e rotti di carcere (solo perché hanno fatto il rito abbreviato). E tra pochi giorni (un mesetto circa) 10 dei 25 imputati per i fatti del G8 di Genova rischiano una condanna a pene che variano tra i 10 e i 15 anni di carcere, accusati di aver messo a ferro e fuoco la città (se fosse vero gli faremmo comunque i complimenti perché in 10 è una vera impresa!).

Rileggete bene e fermatevi a pensare per una volta, non scorrete queste righe come un sottotitolo di SKY TG 24 o come una cosa spiattellata sulla bacheca di Facebook o sulla timeline di Twitter. Dieci persone accusate di aver distrutto cose rischiano di dover passare 15 anni in carcere, quattro persone che hanno spento la vita di un ragazzo di poco più di 15 anni senza alcuna ragione sono state condannate a 3 e mezzo. Notate anche voi qualcosa che non va?

Non è una novità. Il modo in cui funziona la giustizia italiana (che ovviamente è uno strumento per difendere lo status quo) non può essere giusto. Ma quando è così distorto sembra volerci convincere che, alla fine, per la nostra società, è meglio ammazzare un ragazzino indossando una divisa che spaccare (dieci o cento non importa) vetrine sognando di fare la rivoluzione. Evidentemente nonostante i tanti proclami la vita per il mondo in cui viviamo vale molto meno di soldi e oggetti. Per questo un sistema di questo tipo merita di essere distrutto e tutti coloro che ci hanno provato meritano la nostra solidarietà.

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Maggiori info sul G8 di Genova:
Supportolegale.org
Processig8.org

Lombardia, unica via! Le presentazioni di +Kaos di questa settimana!

12 giugno 2012 Commenti chiusi

Dopo la prima presentazione alla Baracca Occupata, il tour delle presentazioni del nostro libro sbarca in Lombardia per una serie fittissima e interessantissima di date. Si parte con Bergamo, per poi passare a Milano, Rho, Arcore e finire con Abbiategrasso. Date un’occhiata al programma sotto e scegliete la data che fa per voi!! Ovviamente in ogni luogo troverete il banchetto con il libro in versione cartacea da acquistare per finanziare A/I.

Giovedì 14 giugno: Bergamo – Paci Paciana

Venerdì 15 giugno: Milano – Piano Terra

Sabato 16 giugno: Rho (MI) – SOS Fornace (giornata pienissima!!!)

Domenica 17 giugno: Arcore – Arci Blob

Giovedì 21 giugno: Abbiategrasso (MI) – Folletto (di cui vedete sotto il fantastico volantino!)

Timira

4 giugno 2012 Commenti chiusi

“Cercai di distinguere la Croce del Sud nel caos del firmamento, ma era peggio che riconoscere le sagome degli animali nei fondi di caffè. Non ero portata per quel genere di cose. La mia specialità era la vergogna della razza e decisi che mi ci sarei dedicata con grande entusiasmo.”

 

Mi sono affacciato su Timira aspettandomi un romanzo di Wu Ming, un prodotto fatto di epica ed esseri umani, e in un certo senso ho scoperto che il romanzo è proprio questo, anche se è così diverso da quelli a cui mi sono più affezionato. Forse perché è un’opera solo di WM2, o forse perché racconta una storia la cui epica e la cui potenza evocativa sta tutta nella battaglia quotidiana e nella sua conclusione drammatica e gattopardesca, nel derelitto paese in cui viviamo (sia io che WM2 :))

Dunque, signora Marincola, perché non torna nel suo paese?

– E’ questo il mio paese, l’Italia. Ed è stato il governo italiano a portarmi qua: non la guerra, non i somali e nemmeno la speranza. Io sono italiana. Un’italiana dalla pelle scura.

 

Alla fine il nocciolo è tutto lì: perché leggiamo e scriviamo? Perché vogliamo conoscere storie che ci raccontano qualche che è già intorno a noi, ciò che possiamo già vedere con i nostri occhi e sentire con le nostre orecchie? Perché le pagine scritte, i segni neri su un foglio bianco (o tutti i loro analoghi) sono una forma per obbligarci a guardare in faccia la realtà. Gli esseri umani sono ottimi dissimulatori, riescono a nascondersi le evidenze più truci, per sopravvivere. Allora il mondo che descrive Timira non è un mondo alieno, ma un mondo quotidiano. E non è un mondo quotidiano delle ultime forse meticce forse no generazioni, ma un mondo che viene da lontano e che ha da sempre accompagnato il contesto sociale e culturale italiano (e non solo): lo straniero siamo noi, ma non ci piace ammetterlo. Io per ricordarmelo sempre ogni sera prendo un caffè in uno dei tanti bar africani della zona di Porta Venezia: è facile, e mi costringe a non dimenticarmi mai (per sopravvivere) del mondo.

 

– Perché si impara a nuotare, se al largo ci sono gli squali? 

– Perché l’oceano è grande, – mi viene da rispondergli – Molto più grande di uno squalo .

 

Perché non dimenticarsi del mondo è necessario per vivere e per comprendere che cosa si combatte e dove. Perché la battaglia è quotidiana, anche quando sembra lontana. Ci sono così tante cose che non funzionano e che dovremmo trasformare nel nostro modo di vivere e nelle persone e nei luoghi che ci circondano che imparare a nuotare in questi mari, anche se ci sono gli squali, è una necessità, non un optional.

 

Pensai che rompere un equilibrio per poi rattopparlo era la regola d’oro di ogni faccendiere: dallo spaccio di droga alla guerra, lo stemma gentilizio degli uomini d’affari è un serpente che si morde la coda.

Per questo torno a ripetermi la domanda: ma gli italiani sono proprio così? Intendo dire che non ho ancora capito se un certo modo di fare è tipico di noialtri, oppure se si tratta di una miscela che potresti ritrovare pari pari nelle altre comunità di espatriati, più o meno con gli stessi effetti: i soldi, il prestigio fittizio, il clima vacanziero, il razzismo, la noblesse oblige da telenovela… […] Infiliamo nella miscela anche il nazionalismo spicciolo […] Sì, giusto, mettiamoci pure le raccomandazioni che non aiutano a selezionare gente meritevole. E poi le dimensioni della comunità, che per chi la frequenta è come vivere in un paesino di mille abitanti, e il fatto che intorno ci sia Mogadiscio o Saturno, non fa differenza. Quel che conta è poter cucinare spaghetti, fare quattro chiacchiere e avere la «generica», somala o saturniana che sia.

 

Parole di altri mondi e altri tempi, eppure ancora qui intorno a noi. Perché gli italiani sono così. Ma devono essere così? Siamo obbligati dalla nostra storia a ripetere e perpetrare un modello culturale e sociale basato sull’opportunismo e sull’incapacità di prendere posizione, di costruire, di difendere un’idea, o solo di rifiutarsi di considerare la dignità una questione secondaria? No. Siamo obbligati solo dalla nostra pigrizia, dalla nostra incapacità di guardare attorno a noi, di imparare a nuotare e a superare in velocità o in creatività gli squali e i serpenti che si mordono la coda. Ecco perché anche Timira è un romanzo epico, nella sua assenza di una conclusione epica, nella sua assenza di una dimensione eroica nell’accezione più romantica e meno realistica del termine: perché è la storia di un eroismo infinito, di una battaglia lunga una vita contro la normalità (del male). E’ un romanzo (post?) coloniale per un paese e genti che pensano di non averne nessun bisogno, perché ignorare i propri fallimenti è il modo più sicuro per vivere sereni e sbagliati. Mentre conoscere è il modo più sicuro per tradire la propria umanità e diventare essere umani migliori.

 

– Ascolta: sai per me quand’è che si diventa vecchi per davvero, al di là delle rughe e dei reumatismi? Quando si smette di cambiare. Infatti, quando non cambi proprio più, vuol dire che sei morto. […] Sai perché mi sento giovane? Perché ho fatto molti sbagli, errori su errori che mi hanno costretto a cambiare di continuo. Quindi, ti sembrerà strano, ma la mia medicina contro la vecchiaia si chiama fallimento. 

– Sicura? Io ho sempre pensato il contrario. I fallimenti sono una gran fatica, e chi fa troppa fatica invecchia prima degli altri. Almeno su di me hanno avuto questo effetto.

– Perché non li hai digeriti. Siccome il fallimento ha un sapore schifoso, hai pensato che fosse una specie di veleno e hai fatto di tutto per vomitarlo. Ed è quello sforzo che ha finito per consumarti.

 

Una storia emblematica per Milano: Macao e la Torre Galfa

15 maggio 2012 1 commento

Non entrerò nel merito della natura e/o del valore politico dell’occupazione della Torre Galfa a Milano da parte di Macao: chi l’ha occupata non ha certo bisogno né del mio endorsement, né frega loro qualcosa delle mie eventuali perplessità e critiche, perché giustamente vivono della magia di quello che stanno facendo. Però mi pare interessante evidenziare alcune cose oggi che lo sgombero è diventato purtroppo realtà.

Per chi non lo sapesse la Torre Galfa è un grattacielo di trenta piani vicino alla Stazione Centrale di Milano a pochi passi dal grattacielo Pirelli e dal nuovo grattacielo della Regione, costruito spazzando via l’unico angolo di verde del quartiere dagli stessi costruttori proprietari della torre di via Galvani. L’edificio è abbandonato da 15 anni, impunemente, mentre Ligresti, il costruttore immacolato e santissimo (non penso servano presentazioni), continua a mietere permessi per costruire altre torri e altri palazzi, che lascerà a loro volta sfitti e vuoti. Le domande sul come faccia a ottenere i permessi e dove trovi i soldi sono naturali e legittime, ma le risposte raramente sono soddisfacenti. Anche il quesito sul motivo per cui nessuno pensi di mettere una tassa abnorme sui luoghi sfitti rimane misteriosamente senza risposta, anche da chi si ammanta di ragionamenti sulla legalità e l’equità.

L’occupazione della Torre Galfa ha visto una partecipazione obiettivamente sorprendente, con centinaia (diverse centinaia) di persone in assemblea permanente, laboratori, eventi, un’aria frizzante piena di entusiasmo e voglia di fare. Nelle strade, nelle comunità, tra le persone che vanno a vedere quello che succede in città non poteva che raccogliere sensazioni positive, che ricordavano altri periodi, più felici per la gente, a Milano.

Chi governa il territorio ha risposto in due modi: la destra è stata zitta e ha lasciato che l’iter legale continuasse senza mettere becco, ovviamente contrariata dalla pubblicità che l’occupazione ha portato sullo spreco e sulle connivenze che consentono di continuare a speculare a Milano; la sinistra è stata zitta e ha lasciato che l’iter legale continuasse senza mettere becco, ovviamente terrorizzata come sempre di prendere parte e parola. Sinceramente uno smacco per chi è arrivato a governare la città e chi vorrebbe un domani governare il paese riempiendosi la bocca di equità, di cultura, di solidarietà, di sostegno a ciò che è giusto.

E d’altronde questa sinistra, quella fintamente innovativa che riempie le pagine dei giornali italiani come contraltare a quella stantia e sempre uguale a se stessa, rappresenta una popolazione di culi pesanti che senza mai essere passati dalla Torre Galfa sentenzia ed esprime giudizi come sempre pieni di se e di ma (quando si tratta di fare la morale e di puntare il dito i se e i ma a sinistra abbondano per allontanarsi, come  quando si tratta di fare qualcosa di non comodissimo ma di sacrosanto): giusto chiedere spazi, ma non nell’illegalità; macao è bello, ma come sindaco non posso farci niente; la cultura è bella, ma bisogna chiedere le cose in un altro modo. Questa confusione terribile tra legittimità, giustizia, legalità è semplicemente il segno del vuoto intellettuale del sedicente popolo della sinistra, che dei valori che dovrebbe incarnare ha smarrito completamente la strada. Ed è questo che mi riempie di amarezza della vicenda esemplare di Macao, che evidenzia molto bene perché le poche e vane speranze riposte nei milanesi solo un anno addietro sono già arrivate a mostrare la corda.

Eppure è facile ricordarsi i motti più stringati: Ragazzi, agitatevi!

 

 

Mayday Mayday 2012!

1 maggio 2012 Commenti chiusi

Anche quest’anno: mayday mayday, mayday parade!

Nasce a Milano Piano Terra: il laboratorio di precari e studenti

3 marzo 2012 Commenti chiusi

Questa mattina è nato il “Laboratorio Piano Terra”. Siamo in via Confalonieri, 3 (Milano) nel quartiere Isola, in uno stabile comunale che ospita ai piani superiori diversi abitazioni.

San Precario è tornato nel quartiere dove è nato il 29 febbraio 2004, ed è in buona compagnia.
Piano Terra sarà infatti una casa comune per osservare le metaformosi della metropoli ed animata dalla rete San Precario, dal collettivo OffTopic, dal Comitato No Expo e dai Lavoratori Autoconvocati.

Un luogo di incontro delle diverse realtà di lavoratrici e lavoratori che si uniscono e si organizzano indipendentemente dalle appartenenze politiche e sindacali.
Un luogo di raccolta per il quartiere e uno spazio per tutti quelli che vogliono mettersi in gioco per riappropriarsi e riscrivere la geografia della città.
Un luogo di partecipazione, elaborazione critica e di conflitto nel cuore della città vetrina, in un quartiere vittima della trasformazione urbana e della valorizzazione immobiliare. Un luogo dove opporsi alle dinamiche di Expo, rispondere alla precarizzazione dei territori, appropriarsi dei beni comuni e dei diritti dell’abitare.
Un luogo dove poter offrire a costi quasi zero una palestra dove tenere in allenamento anche i muscoli oltre al cervello di tutti e tutte. Una palestra popolare quindi, una palestra dove tirare di boxe, divertirsi e prepararsi per un nuovo round di vita precaria.

Questo il volantino distribuito oggi in quartiere.

Ascolta su Radio Onda d’Urto dal nuovo “Laboratorio piano terra” di Milano Abo, uno degli occupanti.

http://lombardia.indymedia.org/node/44479

http://www.radiondadurto.org/2012/03/02/18363/

Ti farò male più di un colpo di pistola

23 febbraio 2012 5 commenti

Ieri, 22 febbraio, due ragazzi di 20 e 21 anni sono stati condannati a 4 e 5 anni per gli scontri di Roma del 15 ottobre per resistenza aggravata. Pochi giorni fa Spaccarotella, il poliziotto che ha sparato a sangue freddo da un lato all’altro dell’autostrada uccidendo un tifoso laziale, è stato condannato in via definitiva a poco più di nove anni per omicidio volontario. Quattro anni fa 15 persone arrestate durante un corteo avvenuto l’11 marzo 2006 per impedire a un gruppetto di fascisti di sfilare a Milano e degenerato in una barricata e qualche vetrina in frantumi in centro sono state condannate a 4 anni (pena ridotta per il rito abbreviato altrimenti il minimo edittale erano 8), e quasi contemporaneamente due persone pestate a sangue dalla polizia nel pronto soccorso dove erano andate a recuperare la salma di un loro compagno assassinato da due naziskin sono state condannate (!!!) per resistenza a due anni e decine di migliaia di euro di danni. Dal 26 gennaio 12 persone (su 25 arrestate) sono ancora in carcere per gli scontri in Val Susa, in attesa che prima o poi cominci il processo. Dopo due giorni dalla tragedia il comandante Schettino era già ai domiciliari. I tre militari che hanno stuprato una ragazza con un manico di scopa, colti con tanto di sangue su mani e vestiti, sono a piede libero. Mi fermo. Ho solo citato casi eclatanti, per non entrare nel dettaglio, ma per avere un campionario di fatti da cui partire per un breve ragionamento.

Molti dei ragazzi arrestati o condannati li conosco bene. Altri (quelli di Roma ad esempio) no. Per la notav è ancora lì che aspetta i domiciliari un mio amico fraterno. Tra i condannati dell’11 marzo molti sono (o sono stati) miei compagni di strada per tanti anni. Ma questo non conta. Perché penso a quelli che vengono dopo di noi e al messaggio che i fatti sopra elencati comunicano a caratteri cubitali. Perché è evidente a tutti che per il sistema italiano (e purtroppo anche per la cultura popolare italiota) è meglio ammazzare una persona (se si è legittimati a farlo da una divisa o dal guadagno personale come nel caso di una rapina a mano armata per la quale vi ricordo di solito le pene sono inferiori a quelle comminate ai ragazzi di Roma) che protestare attaccando le cose e i simboli di un potere lontano e arrogante. Non solo è normale, ma è giusto sparare a uno che ti minaccia con un estintore, o inseguire a colpi di pistola una persona che potrebbe (forse non si sa) aver commesso una rapina, perché difendere la “roba” è sempre la cosa più importante.

Non importa che per difendere e condannare chi ha osato contravvenire a questa regola di “buon senso” si rovini la vita di ragazzi di venti e poco più anni. Non importa che la disuguaglianza sia talmente lapalissiana da non richiedere altri commenti. Nulla importa. Il messaggio è chiaro. Se dovete ribellarvi, è meglio se lo fate armi in pugno, possibilmente per un ritorno personale. Non pensate alla politica. Non pensate al bene comune. Non pensate che la vostra rabbia sarà intesa e tradotta. Perché se pensate di cambiare il mondo che vi circonda la reazione sarà feroce. Non dite che non vi avevano avvisato. E le persone perbene non dicano di non aver scelto quale società desiderano nel loro presente e nel loro futuro. La società della guerra e della violenza in ogni strada, in ogni quartiere, per quattro tozzi di pane.

Disclaimer per le solerti (quando vogliono) forze dell’ordine: questo articolo è una provocazione, lo scrivo prima che venga usato per allunga la mia lista di denunce e precedenti penali. Come dovrebbero sapere io ho fatto pure l’obiettore totale, quindi l’uso delle armi è molto lontano dal mio stile di vita. Forse dovrei aggiungere putroppo? Temo di sì, per come gira il mondo.

The Strain: chi ben comincia è a metà dell’opera (in questo caso ci rimane)

2 gennaio 2012 Commenti chiusi

The Strain è il titolo sia del primo libro che della trilogia horror scritta a quattro mani da Guillermo Del Toro (autore del fantastico Labirinto del Fauno) e da Chuck Hogan. E’ un libro di e sui vampiri, un sottogenere ormai un po’ datato, nonostante il ritorno di fiamma recente con la saga di Twilight (abbastanza penosa per andarci leggeri), ma che è da sempre fonte di alcuni tra i migliori libri fantastici (nel senso “del fantastico”) mai pubblicati, basti pensare al capolavoro di Stoker Dracula, oppure ai primi libri della saga di Anne Rice a cominciare da Intervista con il vampiro.

In questo periodo di feste e nei giorni immediatamente precedenti mi sono sciroppato (in lingua originale dato che ancora non sono stati tradotti) tutti e tre i libri (The Strain, The Fall, The Night Eternal) soprattutto in seguito alle recensioni che avevo letto e che rispondevano abbastanza al vero per quanto riguarda il primo volume. The Strain infatti è un libro con un gran ritmo, personaggi perfetti per il sottogenere e ben delineati, e con la capacità di costruire una tensione narrativa costantemente in crescendo che ti fa aspettare la pagina successiva con trepidazione e terrore. Purtroppo penso che Del Toro abbia ceduto alla voglia di fare più soldi del dovuto, perché anziché aggiungere 200 pagine al primo volume e chiuderlo conservando lo slancio che è riuscito a costruire nelle prime 500 pagine, ha deciso di diluire il finale in due libri interi, di cui il secondo può a malapena essere confrontato con il primo, per non parlare del fallimentare terzo.

Ecco, la trilogia è la dimostrazione che quando si ha una buona idea e si partorisce un buon libro a volte diluirlo in troppe pagine è un rischio. Se non volete vivere una delusione fermatevi e assaporate i momenti del primo volume e non andate oltre. Il finale misticheggiante e all’insegna dell’ “amore vince su tutto anche sulla morte termonucleare” è francamente ributtante. Peccato, un vero peccato per un tentativo di rileggere il sottogenere che aveva tutto per riuscire a portare a casa il risultato come non succedeva dai tempi di Anne Rice.

Voto: 9 The Strain, 6 The Fall, 4 The Night Eternal

Brigate Nonni: un ottimo libro una volta tradotto lo snobismo

12 dicembre 2011 5 commenti

Brigate Nonni parte da un’intuizione geniale (mi è testimone ppn con cui avevamo in mente l’idea della Brigata Gatling, ma Matteo Speroni mi ha battuto sul tempo, maledizione!): in un’Italia futura ma fin troppo presente le pensioni sono state praticamente abolite e un gruppo di vecchietti privi di speranza decide di organizzare un gruppo terrorista per cambiare le cose. La storia è avvincente e ben strutturata, il finale malinconico ma molto condivisibile da un antico devoluzionista come me, la prosa scorrevole. Sarebbe veramente una pietra miliare… se Matteo Speroni non fosse uno snob, o almeno così si evince dal suo libro (personalmente non lo conosco): che bisogno c’è di infilare in un libro per il resto piacevole il vezzo degli elenchi senza punteggiatura? Mentre si legge è come un pugno in un occhio, un tocco presuntuoso che vorrebbe autoconsegnare patente di “sperimentalismo” a un libro che è bello nella sua semplicità di storia romanzata, senza necessità di darsi un tono. E poi che cosa c’entra l’accanimento contro il calcio? Come i cavoli a merenda, l’autore infila tirate trite e ritrite sul “calcio oppio dei popoli” che con la trama e con il suo flusso non hanno nulla a che vedere: sono un semplice rigurgito di quell’intellettualismo che ha consegnato molti settori popolari alla destra più becera (e che forse ha generato anche l’orda che conclude il libro). A parte questi due dettagli un libro sentitamente consigliato.

Voto: 7,5

Nicolai Lilin supera la Cecenia: Il respiro del buio

12 dicembre 2011 1 commento

Lilin dopo il suo esordio strepitoso ha segnato una battuta di minore intensità con il suo secondo libro (che indugiava un po’ troppo nei particolari gore della guerra in Cecenia).Questo terzo libro segna diverse cose nel percorso di “Kolima”: la scrittura in italiano è sempre più fluida e piacevole da leggere, un risultato incredibile considerato che non è la sua lingua madre; la storia del suo personaggio comincia ad allontanarsi in parte dall’autobiografia diretta e a fondere le vite di diverse persone in una storia che riguarda molto più che il solo Nicolai. Come si supera la trasformazione che ti impone il vivere in guerra per due anni? Come si sopravvive all’essere un reduce dei reparti speciali? Come funziona la Russia di oggi? Risposte che si possono iniziare a trovare nel libro di Lilin, insieme a uno splendido viaggio in Siberia fino alle prossimità del Lago Baikal che a qualsiasi appassionato di Pynchon non può che richiamare alla mente suggestioni e milioni di storie. Certamente da leggere. Voto: 7,5