Cannes a Milano: un folletto urbano e un docufilm perfetto per questi periodi oscuri

10 Giugno 2008 Commenti chiusi

 

Il programma della rassegna di quest’anno dedicata a Cannes 2008 a Milano si presenta più scarno degli altri anni: spulciando le sinossi e decidendo cosa andare a vedere mi sono ritrovato gran parte degli 8 giorni con non più di due film validi da andare a vedere. Solo il sabato e la domenica saranno con i consueti 4-5 film. Peraltro significativo è anche il fatto che per riempire il programma gli organizzatori hanno scelto di inserire tra gli altri anche 7-8 film d’essai (uno di sorrentino, uno di haynes, uno di kitano, uno di fassbinder, ecc.). Speriamo la qualità sia alta, almeno.

Oggi sono andato a vedere solo due film, anche se almeno un altro paio mi solleticavano, ma non sempre c’è il tempo. The Pleasure of Being Robbed è la storia di una ninfa urbana che si diletta nel sottrarre le cose agli altri, per usarle e scoprirle, più che per gretta avidità. Il film sembra una canzone dei Flaming Lips, ed è divertente (forse l’ultima scena onirica è un po’ semplicistica e naif, più del resto del film). Scorre bene e ha qualche inquadratura interessante. Non di più, ma neanche di meno. Voto 6,5 (per incoraggiamento).

Il secondo film è un docufilm tratto dai veri colloqui di un centro di assistenza a donne, famiglie e minori con problemi legati alla loro sessualità e alla gravidanza. In tempi oscurantisti come questi Les Bureaux de Dieu è una boccata d’ossigeno. E’ ben fatto e godibile, nonostante le due ore (forse qualche decina di minuti in meno bastavano), e l’ultima intervista è la migliore in assoluto. Sono certo però che se non fosse stato francese a Cannes non se lo sarebbero inculato neanche di striscio, ma questo è certamente un mio pregiudizio. Voto: 6,5.

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Il Divo Giulio e l’Antico Testamento

8 Giugno 2008 5 commenti

 

Il Divo conferma quello che scrivevo a proposito di Gomorra: i talenti in italia ci sono, in ambito cinematografico, ma spesso è il coraggio a mancare, dato che si preferiscono polpettoni di qualità indigeribile della combriccola di Greggio, De Sica, Boldi e company, a film di fattura e proposizione eccellenti. Il Divo è prima di tutto un film molto ben fatto: teatrale e ieratico, corale e frastagliato, complesso – come dice il protagonista stesso interpretato da un insuperabile Toni Servillo – e profondamente legato alla storia politica italiana. Non è solo un film ben fatto: è un film molto coraggioso. Parla di un personaggio vivo e ancora molto potente, e lo fa senza sconti. Parla del potere, di come logora e di come non ammetta tentennamenti, parla di un Giulio Andreotti in versione IHVH dell’Antico Testamento, disposto alle crudeltà più assolute per assicurare un bene maggiore e futuro. Il potere non logora chi non ce l’ha, il potere assorbe chi ce l’ha, lo trasforma, agisce sulla mente degli uomini in forme feroci. Il Divo parla di una verità assoluta: la storia non è fatta di parole gentili, è fatta di epica, di scelte gravi, di violenza, di spietata determinazione nel realizzare un progetto. La storia è fatta di scelte, di complesse rappresentazioni della realtà, e non si può sempre ridurre tutto a uno schemino facile da digerire e giustificatorio di prese di posizioni leggere e poco interessanti.  La composizione narrativa del film mi ricorda il libro di Sarasso e la sua più recente graphic novel United We Stand, e si inserisce perfettamente nel ragionamento wumingiano sulla New Italian Epic, dando ragione delle finalità e dei motivi di quanto scritto da WM1. Devo dire che io l’ho apprezzato addirittura più di Gomorra, anche se probabilmente sconta la difficoltà di rappresentare i cunicoli della politica italiana e della sua storia: ho idea che un giovane italiota non capirà molto di vicende che presuppongono un interesse per ciò che accade nel tuo paese e circa chi prende le decisioni e perché. E’ un film molto speranzoso del livello di intelligenza medio della meglio gioventù, e per questo lo ringrazio, pur restando scettico come e più del Divo. 

Voto: 9 (come Gomorra, ma meriterebbe anche di più; ma sopra il 9 uno deve ponderare bene i voti 🙂

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San precario CFC: un segno indelebile nella storia

8 Giugno 2008 3 commenti

 

La San Precario Cricket and Football Club lascia un segno indelebile nella storia del Torneo dei Centri Sociali e delle Associazioni Antirazziste: con lo 0-8 patito nella terza partita del gironcino chiudiamo a 0 punti e -17 di differenza reti, quasi certamente il peggior risultato della storia del torneo per una formazione. Con questo non solo vinciamo il cucchiaio di legno, ma anche una imperitura nomination negli annali di questa prestigiosa competizione. D’altronde nessuno capirà la generosità del nostro gesto: con il pesante passivo, come al solito immeritato, consentiamo alla squadra di giovani migranti del Comitato Inquilini di Calvairate di passare agli ottavi di finale del torneo. Le buone azioni passano sempre inosservate, ma la nostra coscienza è pulita.

Certo eravamo entrati in campo convinti di dover vincere con il maggior scarto di reti possibile, ma un arbitraggio dubbio e l’aggressività degli avversari, nonché la nostra solita assenza di riserve, di ossigeno e di gioco, hanno messo subito la partita in discesa per gli avversari. C’è poco da dire sulla partita, se non che un risultato così clamoroso non può essere certo frutto del campo ma di loschi complotti alle nostre spalle. Ma guardiamo i lati positivi: quest’anno siamo sempre stati ALMENO in 11 e abbiamo finalmente una divisa sociale ufficiale; inoltre abbiamo varato una piccola mailing list che ci consentirà di raccattare i giocatori e allenarci in vista delle sfide dell’anno prossimo. Allora sì che si vedrà di che pasta è fatta la San Precario CFC. Hasta la victoria! Talvez!

Un sogno non può morire: Zoncolan a noi, a settembre però!

7 Giugno 2008 2 commenti

 

Per mesi abbiamo aspettato questo momento. All’inizio dell’anno un losco figuro che tifa Triestina (oltre a Monza e Milan, vai a capire i tifosi multisquadra…) ci disse: se Granoche fa 20 gol io mi faccio lo Zoncolan in bici. Granoche, prima di rompersi il crociato, è arrivato a 23, e ci apprestiamo tutti insieme a salire sulla vetta seguendo e precedendo il nostro eroe in bici il 21 giugno a settembre però. Partecipate anche voi all’avventura!

Tutte le informazioni sul blog che segue l’impresa!

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Sempre a proposito di leggi razziali a Milano

6 Giugno 2008 5 commenti

 

Sempre a proposito di leggi razziali a Milano, oggi ho ricevuto una mail che mi segnala come siano in atto le nuove misure del prefetto relativamente ai campi nomadi: da stamattina polizia e carabinieri stanno provvedendo a fotografare, identificare e schedare tutti i presenti nei campi milanesi. Sono sicuro che la gran parte delle persone non ci vedranno niente di strano in tutto questo, anzi che gioiranno, come dimostrano le occhiate di schifo complice che si scambiano le signore impomatate sulla metrò quando entra l’ennesimo rom a suonare una tarantella con l’armonica. Io invece ci vedo qualcosa di strano, anzi di schifoso: se al posto di schedare i rom passassero da casa vostra a chiedervi di farvi una foto e di segnare dove state e con chi state, sono sicuro che non vi sembrerebbe tanto normale. Chi abita in un campo rom non è diverso da me e da voi, è un cittadino europeo (nella maggioranza dei casi), spesso addirittura italiano, ha un documento d’identità valido, e non c’è nessun motivo per cui debba essere schedato, se non un pregiudizio e la necessità di soddisfare la canea mediatico-popolare. Ma questo tipo di soddisfazioni non sono mai un buon preludio. E’ aberrante che l’unico a scrivere cose intelligenti in proposito sia Gad Lerner. Forse perché la sua storia gli ha insegnato come cominciano i periodi bui per la democrazia e l’umanità in generale.

 

Gomorra

5 Giugno 2008 12 commenti

 

L’altra sera sono riuscito ad andare al cinema. Finalmente dopo giorni di incasinamenti vari. In attesa di vedere anche Il Divo, per cui nutro grandi aspettative, ho visto Gomorra di Garrone. Il libro non l’ho ancora letto (mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa), ma forse è un bene, perché mi consente di valutare il film per quello che offre e per quello che è, indipendentemente dal confronto con l’opera originale. Il film, diciamolo subito, è un gran film: vero, crudo, duro, senza sconti (se non per nomi e vicende che nel libro mi risultano più esplicite). Il film dimostra che i buoni registi ci sono in Italia, che si possono fare ottimi lavori con UN dipendente per settore della produzione (non ci sono 80 truccatori, ma uno; e così costumisti, sound designer, fotografi, ecc), e soprattutto che la carenza nel panorama italiota sta da tutt’altra parte. In Italia quello che manca è il coraggio di raccontare e soprattutto il talento per farlo: sono i soggetti e gli sceneggiatori decenti che fanno difetto al cinema italiano, nonché i soldi, ma se questo secondo problema si può minimizzare, il primo è una specie di aut aut per la qualità delle immagini in movimento che hanno dato tanto lustro al Bel Paese. Uscendo dal cinema con blanca ci siamo chiesti, leggendo che la pellicola era stata finanziata dal Ministero dei Beni Culturali: con tutti i limiti del governo di centro sinistra, oggi l’avrebbero finanziato un film così? La risposta ce l’ha data il giorno dopo Luca Barbareschi, neo deputato di FI, candidato anche a ruoli importanti poi tramontati nella partita a scacchi di Berlusconi con i suoi ingombranti alleati: "Gomorra non è un buon film, esporta solo quello che non funziona dell’Italia". Quindi, no, non l’avrebbero finanziato, perché dell’Italia bisogna raccontare gli spaghetti, le belle donne, le spiaggie, e il fascino dei suoi luoghi. Tutto il resto, tutta l’Italia vera che sta nella merda fino al collo anche se non lo sa, non bisogna metterla in piazza, perché si sa, è tutta una grande famiglia i cui panni vanno lavati in casa. Le parole di Barbareschi spiegano molto di come siamo messi. Almeno siamo riusciti per un piccolo frammento di tempo e di spazio a raccontare la verità, e a poter essere orgogliosi di un prodotto italiano coraggioso e ben fatto.

Voto: 9

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Chi semina vento raccoglierĂ  tempesta

30 Maggio 2008 11 commenti

 

Milano è sempre stata all’avanguardia, e ovviamente in tema di risorgente fascismo neanche tanto liquido non vuole essere da meno. Ieri, capolinea di vari mezzi: alla fermata si presentano la solita batteria di controllori (fino a qualche anno fa erano 3, ormai sono non meno di 6) accompagnati da vigili urbani in tenuta da combattimento e da un bus atm con griglie ai finestrini e alle porte. Chi non ha il biglietto viene identificato e nel caso non abbia i documenti caricato sui mezzi speciali e portato via, non è dato sapere dove (oggi le dichiarazioni stampa dei vigili affermano che ai migranti sono stati notificati provvedimenti di espulsione senza trasferimento in un cpt). Le foto sono eloquenti: dopo le leggi razziali, passiamo ai primi rastrellamenti. Non c’è che dire, si galoppa verso una restituzione di un passato di cui nessuno aveva nostalgia. Sulla vicenda non parla nessuno: De Corato grida "in Italia vige la Bossi-Fini e i clandestini devono stare a casa loro mica sugli autobus milanesi, chi vuole lavorare può" – in nero – "gli altri sono criminali e vanno mandati a casa loro". Nessuno gli fa notare che nessuno ha detto che i migranti sull’autobus fossero altro che persone di diversa nazionalità. Nessuno gli fa notare che in un paese civile la municipale non si fa giustizia da sé. Nessuno fa notare a chi legge e ascolta che i vigili urbani in cinque anni sono diventati una specie di corpo militare guidato da un ex addestratore dei carabinieri, un duro. Ascolto Radio Popolare dove si dà libero sfogo ai penatismi della linea dura, agli inseguitori della sicurezza ad ogni costo, del fascismo dal volto buono contro il fascismo dal volto cattivo. 

Chi semina vento raccoglie tempesta. I politici italiani e gli italiani brava gente devono sperare che i fratelli e le sorelle migranti decidano di andarsene e lasciare il benemerito popolo italiano a gestire i cazzi propri (anche se tornare a guerra e miseria alle volte è peggio che non sopportare il fascismo italiano). Perché prima o poi i fratelli e le sorelle potrebbero decidere che persi per persi, meglio andare fino in fondo. Potrebbero per esempio organizzarsi in bande di mutuo soccorso e affrontare con decisione pseudo sbirri e italiani delatori. Potrebbero decidere che tanto peggio tanto meglio e andare in giro armati male che vada non può che aiutarli a tirarsi fuori dalle secche. Attenzione perchè con il vento che stiamo seminando la tempesta potrebbe essere molto dolorosa. E quando la disperazione e la rabbia ci farà male, non chiedete a me di essere solidale con un popolo di pavidi schifosi.

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Montagne Russe

27 Maggio 2008 15 commenti

 

Con l’annuncio di Franco Rossi, noto confidente di Mancini, non per questo affidabile sul resto del mondo pallonaro italiano, direi che la conferma del divorzio tra Mancini e Inter è certa. Sono un po’ perplesso. Infatti Mancini in questi anni mi ha fatto incazzare come pochi, confermando dei limiti nella visione della partita in corso e nel coraggio tattico che ci hanno lasciato a piedi non poche volte nelle sfide secche. E’ altrettanto vero che i meriti di Mancini sono stati molti: ha valorizzato un sacco di giovani, ha creato un gruppo solido, ha saputo tenere insieme uno spogliatoio esplosivo e last but not least ci ha fatto vincere, come non accadeva da 15 anni a questa parte. Inoltre è l’unico allenatore che mi ricordi che abbia saputo tenere testa ai giornalisti che ci vomitano merda in faccia a ogni pié sospinto, burattini o vedove che siano.

Mettendo su un piatto della bilancia tutto questo io penso che Mancini meritava un’altra chance per la Champions e per confermare le sue doti in campionato. Moratti ha deciso che il protagonismo dell’allenatore non poteva più tollerarlo e ha deciso di esonerarlo affrontando una doppia spesa ingente: i soldi che dovrà al tecnico uscente e quelli promessi al tecnico entrante. I soldi sono suoi e può farci quello che vuole, ma spero che tenga d’occhio il bilancio interista e non usi questa cosa come scusa per campagne di mercato deludenti o sconsiderate. Quello che esce peggio da questa situazione è lui: incapace di dire apertamente cosa vuole, vittima del suo protagonismo un po’ in ribasso e della sindrome di Severgnini, condizionato da media avversi e da consiglieri pavidi e stupidi. L’unica cosa buona è che sia successo ora e non a ottobre alla prima sconfitta disgraziata di un Mancini in cui non credeva più.

Ora io, che tifo Inter e non un allenatore, mi ritrovo a salutare con orgoglio e con stima Mancini per quello che mi ha dato in questi anni, e a sperare che Mourinho sappia tenere a bada società e giornalai italiani con altrettanta determinazione, e che almeno mi regali un po’ di sorprese, che dovrebbero essere la sua specialità. Adios Mancio, spero di non doverti rimpiangere, mentre mi affaccio sulle montagne russe di una nuova fase nerazzurra.  Nessun dramma, nessun patema, molto rispetto, e a questo punto aspettative di investimento da parte del protagonista – in negativo ma contento lui… – di questa vicenda, il patron dell’Inter Moratti. Per diventare una società moderna non so ancora quanto tempo abbiamo. Speriamo abbastanza prima del ritorno degli squali. 

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L’Inattesa Piega degli Eventi

27 Maggio 2008 Commenti chiusi

 

Quando ho preso il libro sono stato attirato da due cose: lo si presentava come un romanzo di fantastoria, ovvero ambientato in uno sviluppo alternativo alla storia ufficiale, in cui il fascismo aveva rotto con Hitler e l’Italia aveva vinto la guerra rimanendo sotto il fascio littorio però; e poi in copertina c’erano figurine di giocatori di calcio di squadre inventate. Il connubio storia alternativa e calcio mi ha convinto a ritentare la sorte con Enrico Brizzi. Non che mi sia antipatico, tutt’altro, ma i libri che avevo letto suoi (Jack Frusciante e Bastogne) non mi avevano convinto: erano divertenti, ma mi sembravano un po’ "giovanilistici", non so come dire. Poi forse li ho letti nella fase sbagliata della mia vita. Nella sua biografia poi ho ritrovato che dopo gli esordi (in effetti fatti da giovanissimo) ha fatto sue bellissime esperienze di viaggio narrato, che vorrei leggere a questo punto.

Il libro è molto interessante, e per quanto mi riguarda si inserisce anche se di straforo nel ragionamento dela NIE di Wu Ming e soci: la trama è tutta centrata sull’epica di una squadra di calcio mista africana che riesce prima a vincere il proprio campionato contro ogni pronostico e contro gli squadristi, per poi approdare in Italia e rischiare di vincere anche il torneo che vede protagonisti i campioni di tutte le "repubbliche associate". Il racconto scorre bene e i protagonisti sono divertenti e ben caratterizzati, senza esagerare con la psicologia. Io mi sono divertito, sarà che sono malato di calcio e di politica. Eh sì, perché mentre la storia scorre ci si accorge che il punto del romanzo è politico: è raccontare il fascismo anche senza fare un pippone storico, i soprusi e le violenze, il nazionalismo populista, e scoprire che molte cose non sono poi così diverse dall’Italia che abbiamo intorno oggi. Soprattutto è divertente notare quanto possa essere sottile il velo di totalitarismo culturale che ci fanno credere impenetrabile, e come sotto la calma apparente qualcosa si muova sempre, in attesa di poter esplodere e cambiare il mondo che ci circonda. E’ un bel romanzo, dedicato a chi ama il calcio, si diverte a giocare con la storia, e gode dei movimenti che hanno rischiato in prima persona per cambiare lo stato di cose presente. Non a caso è dedicato ai partigiani, alla Resistenza, e alle inattese pieghe che gli eventi a volte possono prendere per portarci in posti migliori. Vivamente consigliato.

Voto: 7

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Una Storia Italiana del Nuovo Corso

25 Maggio 2008 1 commento

 

Vi racconto una storia. Una storia che ha molto a che fare sul decadimento del paese in cui viviamo in termini di civilità, di democrazia e di umanità. E’ un esempio, piccolo, ma molto denso.

Ho un amico che viene dal Brasile. Ha antenati italiani e vive in Italia da ormai tre anni e mezzo. Ci vive da clandestino perché nonostante tutti i suoi sforzi non ha potuto prendere un permesso di soggiorno, nonostante lavori 17 ore al giorno in una cucina e nonostante il suo datore di lavoro sia andato con lui in prefettura, abbia fatto le richieste necessarie e abbia già pronto il contratto. E’ un ragazzo simpatico, parla italiano perfettamente, gli piacciono i modellini e nelle poche ore in cui non lavora va su un prato a far volare aeroplani insieme ad altri strippati. Avrebbe preso la cittadinanza ma dopo due anni a cercare documenti, il comune gli ha detto che deve farli timbrare dal consolato brasiliano; inoltre è clandestino, e quindi non può fare richiesta fino a che non esce dall’Italia e torna con un visto turistico (che dura 3 mesi). Ogni volta che vede un poliziotto deve scappare, perché con l’aria che tira adesso rischia di farsi 18 mesi in carcere. Ieri sera mi raccontava che vorrebbe prendere una casa, ma non può, perché è clandestino e deve vivere con i clandestini, in una casa piena di gente del cazzo che si ubriaca e che non lo fa dormire, e lo fa vivere male. Vorrebbe prendere un motorino per spostarsi dal lavoro, dove finisce alle due di notte, quando tutti i mezzi non vanno più, a casa, che è dall’altra parte della città, ma non può, perché è clandestino e quindi non può fare neanche quello. Ieri mi raccontava che odia non poter fare una cosa che lui ritiene normalissima, che continua a sentirsi una non persona, come un fantasma il cui ricordo è solo il lavoro che fa, e le cui memorie non includono una vita normale, una fidanzata, un momento di divertimento, un momento di relax. Ieri notte mentre lo accompagnavamo a casa ci ha detto con gli occhi tristi e la voce segnata dall’ennesimo rinvio per ottenere la cittadinanza: "io non ce la faccio più. Ho deciso che torno in Brasile. Io vorrei restare qui, mi piace, sto bene, ma non posso vivere così altri due anni in attesa di una cittadinanza per cui la legge cambierà ancora e io non potrò comunque averla. Non è giusto". Questo mio amico è veramente una persona intelligente, sensibile, un gran lavoratore, onesto e simpatico, e si è sbattuto, e con lui i suoi datori di lavoro, per non eludere "la Legge" e diventare "regolarizzare". Ma non possono. Perché la Legge, la nostra società non sono più guidate dal buon senso e da valori facilmente condivisibili, ma sono dominate dalla paura, dalla violenza, dalla ottusità. Non serve cercare esempi aulici, quella del mio amico è la storia di milioni – si leggete bene perché sono milioni – di persone in Italia. Ed è la storia che molti italiani avvallano. Amici migranti, tornatevene a casa, lasciate in merda questo popolo di barbari e imbecilli, lasciate che debbano accudire i propri vecchi, che debbano costruire le proprie case, pulire i propri giardini, asfaltare le proprie strade, lavorare nelle loro fabbriche per due soldi. Non vi meritano e voi non meritate di vivere così. Ieri mentre tornavo a casa mi vergognavo di essere cittadino di questo paese, non che abbia grande amor di patria, normalmente, ma constatare con estrema concretezza quanto il posto dove vivi sia lontano dalla civiltà è sempre triste. Mi auguro il tracollo di questo Paese, e quando gli italiani piangeranno, forse ricorderanno che cosa vuol dire desiderare una vita dignitosa e libera. Fino ad allora gioite di come quello di fianco a voi venga maltrattato per farvi avere l’illusione di stare bene. Durerà poco. E alla fine farà male.

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