Bolzaneto: la normalità del male

13 Marzo 2008 Commenti chiusi

Martedì 11 marzo 2008 i pubblici ministeri Petruzziello e Ranieri
Miniati hanno letto le loro richieste di pena per i 45 imputati per i
fatti di Bolzaneto: le condanne ammontano a qualcosa come 76 anni
complessivi
, ma solo per 15 degli imputati la pena supera la soglia
della condizionale
(ventiquattro mesi) e solo per 8 di questi quella
dell’indulto
(tre anni). Per i restanti trenta le condanne sono di
circa un anno (o meno) a testa, anche considerata la peculiarità delle
condizioni che si sono verificate a Bolzaneto – hanno detto i pm. Il
problema è che non c’è nulla di straordinario in Bolzaneto, se non il
fatto che ciò che è accaduto sia sostanzialmente di dominio pubblico.

La caserma del VI Reparto Mobile di Genova a Bolzaneto nel
luglio 2001 era uno dei due luoghi adibiti a ricevere i fermati e gli
arrestati per poi trasferirli ai carceri di destinazione (o rilasciarli
nel caso dei primi). L’altro luogo era Forte San Giuliano, una caserma
dei Carabinieri. A Bolzaneto per l’occasione si costruì una palazzina
in cui le forze dell’ordine operanti in ordine pubblico dovevano
portare i fermati, consegnarli agli uomini della Digos e della squadra
mobile presenti, con i quali dovevano redigere gli atti relativi al
fermo o all’arresto. Gli arrestati poi dovevano essere "passati" alla
polizia penitenziaria, immatricolati, visitati e trasportati (o
tradotti come si dice in gergo) nei carceri di Alessandria, Pavia,
Voghera, Vercelli.
In realtà – come ormai tutti sanno – a
Bolzaneto sin dall’arrivo le persone venivano sottoposte a una sorta di
contrappasso violento e umiliante, una specie di vendetta, in cui le
forze dell’ordine si autoqualificavano di fatto come avversari dei
manifestanti
. Questa è la prima inversione che spesso si cerca di
fomentare per sminuire i fatti della caserma: nessuno delle persone in
stato di "ristretta libertà" ha dato luogo a episodi di resistenza o di
violenza, e quindi la decisione vigliacca e vile di esercitare la
violenza anziché di svolgere il proprio compito ha una sola origine ben
definita. Le persone venivano accerchiate, insultate, minacciate e picchiate nel cortile, poi venivano minacciate e percosse negli uffici della Digos e della squadra mobile, al fine di far loro firmare dei verbali redatti in italiano anche per gli stranieri.
Ogni volta che le persone venivano spostate dalle celle di sicurezza
all’ufficio trattazione atti e viceversa, dovevano passare in mezzo a
due ali di agenti che continuavano a menare calci, pugni, sgambetti, insulti, sputi. Nelle celle di sicurezza le persone non potevano stare sedute, ma dovevano stare in piedi con la faccia al muro, le braccia alzate e le gambe divaricate,
tanto che molti hanno avuto malori e conseguenze anche a medio-lungo
termine per la posizioen imposta. Senza contare gli episodi di violenza
fisica e verbale gratuiti. A questo punto i fermati venivano
rilasciati, non dopo essere stati fotosegnalati dalla scientifica (dove
però non avviene nessun episodio di violenza), mentre gli arrestati
passavano nelle mani della Polizia Penitenziaria, dove il trattamento nelle celle continuava: divieto di andare in bagno o l’accompagnamento con pestaggi e umiliazioni; violenze gratuite; minacce e intimidazioni continue. Dalle celle gli arrestati venivano immatricolati senza consentire loro di avvisare i familiari o i propri consolati,
poi vengono perquisiti e visitati nella stessa stanza, dove agenti e
medici li trattano con violenza e scherno. Poi tornano alle celle e
infine tradotti ai carceri, alcuni dopo oltre 30 ore di permanenza nella struttura temporanea senza cibo e acqua. Per molti l’arrivo in carcere è praticamente una liberazione.

Per tutto questo i pm avrebbero voluto usare il reato di tortura, che però in Italia non esiste,
nonostante il nostro paese sia firmatario della convenzione delle
Nazioni Unite sulla tortura del 1989, che impegna i paesi firmatari a
tradurre in disposizioni di legge il contenuto della convenzione: a
venti anni di distanza nessuna legislatura è stata in grado di portare
a termine questo compito. Al di là di questa carenza i pm hanno deciso
di individuare e punire con pene più severe il cosiddetto livello
apicale, ovverosia i capi dell’ufficio trattazione atti, i capi del
sito di bolzaneto, dell’infermeria, del servizio di traduzione, dei
servizi di vigilanza alle celle: in pratica hanno ritenuto che il loro
ruolo di responsabilità e garanzia fosse più importante e quindi da
punire con più fermezza. Da questo livello hanno deciso di escludere il
responsabile formale del sito, il magistrato Alfonso Sabella che pure
vi era passato e che aveva a maggior ragione un ruolo di garanzia nei
confronti di chi transitava in quei siti. Ma la solidarietà di casta
non conosce confini. Viceversa hanno ritenuto che i livelli intermedi e
gli agenti che effettivamente sono stati i protagonisti dei trattamenti
fossero responsabili solo di episodi da inserire in un clima di
impunità da attribuire ai loro dirigenti. Eccezioni sono ovviamente gli
agenti individuati e riconosciuti con chiarezza come protagonisti di
singoli atti di particolare crudeltà: ad esempio Pigozzi che prende a
due a due le dita della mano di un arrestato, AG, e le divarica fino a
strappargli la mano. Il risultato finale sono una richiesta di pene (da notare che spesso i tribunali comminano pene inferiori alle richieste del pm) di circa 76 anni,
una sola assoluzione, ventinove posizioni in vista di prescrizione e
comunque entro i termini della condizionale, quindici posizioni con
pene un po’ più cospicue.

Tutti soddisfatti? Direi di no, per almeno due motivi importanti (e una miriade di motivi più triviali): in primo luogo queste
condanne equivalgono a meno della metà degli anni di carcere chiesti ed
ottenuti per le 25 persone accusate di aver partecipato agli scontri
della giornata
, e l’atteggiamento dei pm nei confronti degli
imputati è stato improntato a un garantismo e una prudenza esasperati,
tali che se non vi era prova certa del fatto e dell’identificazione di
un imputato come autore di quel fatto, si sono pronunciati sempre e
comunque per l’assoluzione (fermo restando l’ottimo lavoro svolto dai
pm nel clima di difficoltà che un processo contro le forze dell’ordine
rappresenta sempre). Non che nessuno sia interessato al fatto che
queste persone passino mille anni in carcere, ma una condanna più dura
in un caso come questo dove siamo alle porte della prescrizione sarebbe
stato un segnale più forte da parte della procura rispetto a quanto è
avvenuto e quanto avviene tutti i giorni (vedi sotto). E’ facile capire
come chiunque sia passato da Bolzaneto e non abbia denunciato quello
che vi avveniva lo faccia in malafede e si renda corresponsabile di ciò
che è accaduto. Mettete nell’equazione i campi dove tenevano i
desaparecidos in Argentina al posto di Bolzaneto e vedrete che i conti
tornano. Ma la giustizia si fa garante dell’onere della prova della
commissione di un reato solo quando questo reato è esercitato da chi
sta tra i ranghi del potere: infatti per le 25 persone accusate degli
scontri di piazza, non vi è stato alcuno scrupolo né nell’individuare i
singoli reati commessi, né nello scegliere un capo d’accusa che avesse
senso: servivano pene esemplari, e si è usato il reato necessario,
anche a dispetto della realtà. La conclusione amara a cui uno deve
giungere è che è meglio torturare come sottoposto centinaia di persone,
che non spaccare due vetrine o lanciare quattro sassi
: nel primo caso prendi 10 mesi e sei libero, nel secondo prendi 10 anni di galera.

Il secondo punto problematico è la motivazione per le pene contenute
richieste per gli esecutori materiali: secondo i pm le condizioni della
caserma di Bolzaneto sono state eccezionali, nella commistione di
diverse forze dell’ordine, nella poca chiarezza degli ordini, nella
concitazione di quei giorni. Questa straordinarietà ha convinto i
procuratori a non chiedere la recidività delle condotte e a chiedere in
prima persona l’applicazione della sospensione con la condizionale
della pena. Il problema è che quanto
è avvenuto a Bolzaneto non è per nulla eccezionale, ma è la prova
vivente di quanto avviene tutti i giorni in moltissimi luoghi del
paese, nelle caserme, nei centri di permanenza temporanea, nei carceri
e alle volte (si vedano i casi recenti di Aldrovandri e di Sandri per
citarne due) anche nelle strade.
Bolzaneto è la rappresentazione
dell’anima nera di una buona parte delle forze dell’ordine, della
sensazione di chi veste una divisa di essere al di sopra della legge e
di poter esercitare arbitrariamente il proprio potere su tutto e su
tutti, in particolare su coloro che sono detenuti (o comunque
"ristretti" nella loro libertà come i migranti in un CPT o i fermati in
una cella di sicurezza della questura). L’arroganza e la prepotenza di
moltissimi (non tutti, ci mancherebbe, non facciamo della facile
demagogia) membri delle forze dell’ordine è un dato di fatto, e
qualificare Bolzaneto come eccezione forse non rende un grande servizio
alla possibilità che tutto questo cambi. Ma la strada perché le persone
si interessino veramente di come funziona il mondo che le circonda e di
come si esercitano il potere del controllo e della repressione è ancora
molto lunga. Bolzaneto in questo senso è un’occasione persa, alla
ricerca di infilare tutto sotto il tappeto considerandolo come un
episodio terribile ma isolato.
Il male è molto più ordinario di quello che piace pensare.

Maggiori Informazioni: supportolegale.org

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su carmillaonline   e precaria.org

La dura legge del gol

12 Marzo 2008 Commenti chiusi

 

L’Inter non è pronta per l’Europa: non lo è fisicamente, non lo è psicologicamente, non lo è politicamente (a buon intenditor poche parole). I nerazzurri escono di nuovo agli ottavi di finale di Champions League, almeno meritatamente questa volta di fronte a una squadra di gran carattere come il Liverpool. Usciamo a testa tutto sommato alta, anche se vuota in alcuni casi. In campo i tifosi volevano 11 leoni e hanno visto 10 uomini – con i loro pregi e difetti – e un solo leone, il Capitano, Javier Zanetti. Lo stadio per una volta è davvero una bolgia e i ragazzi non possono certo lamentarsi del fatto che il popolo nerazzurro non abbia risposto all’appello, ma questo non basta a trasformarli in quelli che abbiamo visto fino a dicembre. Il tono fisico è abbastanza preoccupante, e la maledizione degli infortuni che Mancini attribuisce a Combi – responsabile di sicuro dei tempi di recupero tripli dei nerazzurri rispetto alle altre squadre, ma non certo del tono fisico generale dei giocatori. Forse di questo Mancini deve incolpare i preparatori atletici, che però fanno parte del suo clan: il richiamo a Dubai ha fatto più danni che altro, e l’aver giocato 9 partite in 10 uomini non può essere un alibi. Anche quest’anno arriviamo a marzo decisamente spompi, e questo problema deve essere una priorità da risolvere per la società se vuole puntare a restare in alto a lungo.

Nonostante i proclami iniziali Benitez gioca coperto e si affida alle ripartenze e al piede caldo di Fernando Torres. Mancini saggiamente non sbilancia troppo la squadra, ma neanche troppo poco: quando attacchiamo siamo praticamente un 3-5-2, quando difendiamo un 4-1-3-2. La scelta funziona e per tutto il primo tempo noi avanziamo e loro proteggono la loro metà campo, ripartono e vengono intercettati dalla nostra difesa. Cruz e Ibra però non la riescono a mettere dentro, in alcuni casi per pura sfiga (il cross di Maicon che batte sul tacco di Cruz e rimane incastrato sotto l’ascella di Reyna) in altri per grossolani errori che non ci si aspetta dalle due punte nerazzurre (il tiro di Cruz fuori di un metro da solo davanti al portiere e con di fianco l’accorrente Stankovic). A metà del primo tempo Mancini avrebbe dovuto già individuare un errorino tattico che poteva essere importante: la difesa del Liverpool fa acqua, sia quando scendiamo sulle fasce, ma soprattutto al centro. Doveva imporre un gioco più verticale ed evitare di tagliare il campo da destra a sinistra e viceversa tre volte prima di affondare. E poi, uno mi deve spiegare perché cazzo non tiriamo mai da fuori area. Il primo tempo si chiude sullo 0-0 e i giochi per noi si fanno più difficili, ma il gioco della squadra tutto sommato lascia fiduciosi di potersela almeno giocare.

E qui Mancini commette il suo secondo peccato (per nulla veniale), un errore strategico che a mio avviso ci costa buona parte della partita: Vieira è in apnea e Stankovic è un cadavere che cammina privo di fantasia e non in grado di aprire il gioco per Ibra e Cruz come servirebbe. Luis Figo un tempo nelle gambe ce l’ha, e l’esperienza pure: anche a Valencia l’allenatore aspettò troppo a buttarlo nella mischia e non riuscimmo a sbloccare la situazione. Questa volta fa di peggio, perché aspetta il gol di Torres prima di chiedere a Figo di entrare, che lo manda a cagare seduta stante, sbagliando, ma è facile capire perché lo abbia fatto. Uno dei due centrocampisti spompi doveva uscire nell’intervallo per giocarsi il tutto per tutto. A questo errore manciniano (quando imparerai?) si somma l’asineria burdissiana: dopo un primo intervento assassino a centrocampo costatogli il giallo (fin troppo generoso), ne fa un secondo e si fa espellere. Nascondersi dietro l’alibi della asimmetria di giudizio degli arbitri durante le partite dell’Inter sarebbe troppo comodo: non è possibile che a farsi cacciare fuori siano sempre gli stessi (Burdisso, Vieira, Matrix), anche concedendo un metro un po’ stretto degli arbitri nei loro confronti evidentemente hanno un problema a limitare la propria irruenza, e questa cosa non può essere tollerata a lungo in una squadra che vuole ambire a determinati traguardi.

In dieci comunque l’Inter se la gioca ancora, sacrificandosi, e incitata da tutto lo stadio. Ibra fallisce un gol clamoroso, e la dura legge del gol ci punisce: abbiamo sbagliato troppe occasioni limpide perché Torres non ci punisca con un destro imparabile. Sotto di un gol, è finita. Riusciamo a non prendere 7 gol come hanno fatto altri, per chiudere dignitosamente la partita, ma di fronte alla sconfitta le gambe non ci provano neanche più. Il Liverpool merita di passare il turno, più per demerito nostro che non per qualità eccelsa del suo gioco, ma almeno quest’anno potremo consolarci pensando di non essere usciti meritando invece di passare il turno come gli scorsi due anni.

Veniamo all’analisi dei giocatori: Julio Cesar si conferma uno dei migliori al mondo, e ci mette le pezze quando può, con un paio di interventi strepitosi e una uscita kamikaze da brividi; dietro il migliore è Rivas, che non trema e nei suoi limiti riesce sempre a chiudere sugli attaccanti inglesi; è pure vero che il gol è sua responsabilità dato che non esce sull’uomo prima che questo sia al limite, ma non gli si può chiedere di colmare il gap di classe che c’è tra lui e Torres. Chivu difende con grinta (ricordiamo che gioca con una spalla lussata) e imposta con autorità, dimostrando che dovremmo scendere in verticale più spesso, e nel secondo tempo corre come un disperato a chiudere quanto il Liverpool parte in contropiede. Burdisso ha sulle spalle una buona partita, ma se l’anno scorso gli dobbiamo una mega rissa, quest’anno gli dobbiamo il dubbio primato di giocare anche metà del ritorno in dieci uomini, proprio quando c’era più bisogno di spingere. Da sanzionare. Maicon è un uomo: scopriamo che il colosso può avere anche lui la cacarella. Infatti non spinge come potrebbe, anche se almeno in difesa non svariona. E’ pur vero che dal suo piede partono le migliori azioni del primo tempo che se le punte avessero concretizzato avrebbero garantito un secco 2-0.
A centrocampo Vieira ormai è da pensionare con ricerca di un valido sostituto: lento e in apnea dopo dieci minuti di partita, non riesce più a smistare i palloni come un tempo. Stankovic è l’ombra del suo cadavere: solo l’amore sconfinato di Mancini consente che giochi ancora titolare. Cambiasso ha sbagliato i tacchetti, ma non li ha cambiati all’intervallo. Prova di quantità e generosità del cuchu, che però con le sue scivolate vanifica alcuni sforzi offensivi e in un paio di casi fa cagare addosso i tifosi spalancando il contropiede avversario. Zanetti è immenso: si sa che non ha caratteristiche tecniche eccelse, ma è l’unico che ci mette l’anima, fino in fondo, e che parte diretto verso la porta avversaria seminando il panico, con Ibra che gli resta accanto o arretrato vanificando i suoi sforzi. L’unico leone visto in campo è lui, e forse è questo il motivo per cui porta la fascia di capitano nonostante la sua mitezza: se gli altri dieci avessero giocato con il suo cuore avremmo vinto 10-1.
Davanti Mancini schiera Cruz che non gioca da un mese una partita, si suppone per avere uno che torna e che copre, al contrario di Crespo che è una palma al centro dell’area piccola. Il jardinero che nella prima parte della stagione non ha mai perdonato, pecca di egoismo due volte nel primo tempo, mancando un gol che sarebbe stato decisivo. Ibra invece si trova sul piedone la palla dell’1-0 in 10 contro 11, pur non avendo brillato, ma la spreca tirando a lato anziché servire Cruz da solo al centro dell’area piccola: un peccato di egoismo anche questo che però segna la partita. Se all’andata diceva di chiedere a Matrix come fosse andato il match, oggi tocca a lui sentirsi rivolgere la sarcastica domanda. A 27 anni inizio a pensare che non sia in grado di decidere le partite vere, ma solo di offrire grandissime prestazioni quando psicologicamente tutto il collettivo è una macchina da guerra. Dovremo trovare qualcun altro che lo affianchi quando c’è da non avere paura di niente.

Ora comincerà il fuoco incrociato: quando domini da due anni in Italia e fai un passo falso, le iene sono tutte lì. D’altronde tutti sognamo di cagare in testa al primo della classe, è un istinto umano (bieco ma quanto mai concreto). I ragazzi devono stamparsi in testa una scena che non ho mai visto a San Siro: il pubblico che fischia gli ultimi minuti e i cambi, mugugnando, ma che quando la partita sta per finire intona un coro a pieni polmoni; i giocatori sotto gli sguardi incazzati come caimani di 80.000 persone vanno sotto la curva ad applaudire, e tutto lo stadio li abbraccia. I ragazzi devono farsi una bella dormita, domani mattina sciacquarsi la faccia con l’acqua gelida, evitare di leggere i giornali, guardarsi tutti negli occhi e guardare avanti. Ci sono un campionato da giocare fino in fondo e una coppa Italia (terzo obiettivo stagionale, seppur vituperato da tutti quando a vincerlo siamo noi). Lo sfregio più grande a quell’abbraccio a fine partita sarebbe non concentrarsi su quanto di buono si è fatto e si può ancora fare. Con l’Europa l’appuntamento è l’anno prossimo.

Update: leggo solo ora le dichiarazioni che avrebbe rilasciato Mancini. La cosa era nell’aria, ma di teste vuote e ossa rotte avevamo già fatto il pieno. Non mi pareva necessario dirlo dopo questa partita e con la necessità di sostenere psicologicamente la squadra per le ultime giornate di campionato. Finalmente – molti penseranno – il masochismo interista è tornato a galla. Tutto il terreno che aveva conquistato in tre anni dalle mie parti (ci ho messo molto ad apprezzarlo) è vanificato da questa uscita da vera e propria testa di cazzo. Grazie per pensare sempre prima alla squadra…

Update a mente fredda: breve analisi delle dichiarazioni di Mancini
Ci sono varie ipotesi sul loro senso. Potrebbero essere una semplice vigliaccata: io me ne vado, e quindi me ne lavo le mani, la patata bollente la passo a qualcun altro. Nonostante tutto, fatico a credere che sia questo il senso delle parole del tecnico. Mi pare più verosimile che siano una delle due cose: un modo per scuotere i giocatori (se lo spogliatoio crede in lui farà di tutto per vincere e per convincerlo a restare), o un modo per mettere alle strette la società e concerdergli almeno parte di quello che lui vuole in termini di management della squadra (i nodi principali sono chiaramente la programmazione del mercato sia sul fronte cessioni che sul fronte acquisti). Non so come finirà, ma a me come tifoso lascia il senso che quello che ho fatto la notte dell’11 marzo 2008 non sia vissuto come importante, in una società che ancora fatica a capire come si lavora nel calcio moderno. E ho il timore che i vantaggi di un allenatore più forte con la stessa dirigenza, non valgano la candela di dover ricominciare a costruire un ciclo quando eravamo a metà del guado. Ma d’altronde, se non facessimo qualche follia, non saremmo l’Inter. Saremmo qualcos’altro e io non l’amerei così tanto 🙂

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I nuovi totem

11 Marzo 2008 Commenti chiusi

 

Joe Lansdale sforna libri come se fosse un antico panificio: regolarità e qualità impressionanti. Scrittura semplice, diretta, senza fronzoli e pretese di grande letteratura, ma altamente godibile e che arriva fino in fondo. Non si capisce perché tra gli scaffali dei best-sellers ci stia gente come Ken Follett e non gente come lui: il suo stile è più veloce, più adatto al tempo moderno, più vicino al senso comune di chi legge i libri da scaffale di supermercati. Forse non offre grandi avventure consolatorie in cui l’uomo medio possa pensare di immedesimarsi dimenticando i propri problemi. Forse è anche per questo che Follett mi fa vomitare e Lansdale mi fa godere. In effetti.
La Lunga Strada della Vendetta non ha una trama complicata, non ha personaggi troppo introversi e psicologici, non ha grandi affreschi lessicali. La Lunga Strada della Vendetta ha ritmo, ha personaggi familiari e immediatamente comprensibili, ha come fondali le strade che viviamo tutti i giorni (ovviamente più negli States che in Italia, ma la distanza non è così siderale), e soprattutto non ha paura di sognare.
Il libro è un noir con un tocco di fantasy che non stona, anzi arricchisce il "genere" del libro. Per un old-timer dei giochi di ruolo fa vibrare innumerevoli corde della memoria e dell’immaginazione: la spiritualità di popoli antichi che si incrocia con la modernità, l’impossibile che incontra il quotidiano, un’avventura che si conclude con un grande scontro e con un senso (o più di uno). Consigliato vivamente a tutti quelli che amano gli immaginari, e le meticce vie della fantasia, oltre che una buona dose di azione senza tante menate 🙂

Voto: 7

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Incontro a Milano: controllo, antiterrorismo e intelligenze criminali in Germania e Italia

9 Marzo 2008 Commenti chiusi

 


10 marzo 2008 – ore 20
Cascina Autogestita Torchiera senzacqua

piazzale cimitero maggiore 18, Milano
[mezzi: bici, tram 14, bus 40, radiobus]


Chi sono i veri cattivi?
controllo, antiterrorismo e intelligenze criminali

Il 31 luglio 2007 Florian L., Axel H., Oliver R. e Andrej H. vengono
chiusi nel carcere Moabit di Berlino. Tutti e quattro gli arrestati,
con indosso tutte in stile Guantanamo, vengono poi trasportati in
elicottero agli uffici del procuratore a Karlruhe la stessa notte, e
posti in stato di arresto investigativo. Lo stesso giorno le case di
altre tre persone, Matthias B. e due altri ricercatori vengono
perquisite e viene loro notificato un provvedimento di indagine.

Una brutta storia di criminali, membri di Al Quaeda o mercanti di schiavi?
No. Ma neppure stinchi di santo: le persone che hanno ricevuto questo
trattamento sono ricercatori e attivisti politici fortemente impegnati
contro l’erosione delle libertà civili e contro la trasformazione
sociale imposta da logiche commerciali. Nei loro testi sono presenti
parole comegentrificazione, disuguaglianze, Parolacce di difficile
comprensione. Ma che in realtà descrivono in modo scientifico il processo di trasformazione a cui sono sottoposti anche i quartieri popolari delle aree centrali delle città (a Milano, L’Isola),soggetti a forti speculazioni del mercato edilizio.

In un mondo ideale, a chi pensa diversamente si contrappongono altre idee. Ma siamo invece in un mondo fin troppo reale. L’arresto di Florian, Axel, Oliver e Andrej sembra essere una delle tante "sviste" della lotta al terrorismo. Una lotta che, così com’è concepita, serve a seminare il terrore, più che a combatterlo.
L’arresto infatti è stato fatto in base all’articolo 129a del codice penale tedesco, introdotto dal Parlamento nell’agosto 1976 per affrontare il problema della RAF (Roten armate fraktion, un gruppo assimilabile alle Brigate rosse). L’articolo
criminalizza la partecipazione, la promozione e l’appoggio a
organizzazione terroristiche, più che gli atti criminali in sé,
rendendo quindi fondamentale la costruzione di una organizzazione
terroristica come prerequisito per l’uso di questo reato da parte di
una pubblica accusa. Dato che si tratta di un "reato associativo", un
individuo può essere perseguito e punito per tutti i reati commessi
dall’organizzazione della quale è parte, anche se non viene provato che
sia coinvolto direttamente in nessuno di essi.

Andrej H. è stato liberato a fine ottobre e il suo mandato di aresto è stato revocato.
Il 10 marzo sarà a Milano, alla Cascina  Autogestita Torchiera
senzacqua, a raccontare la sua storia. E visto che quello che è
successo a lui potrebbe riguardare ciascuno di noi, insieme a Mirko
Mazzali (avvocato) e Blicero (Supporto legale-Genova G8) cercheremo di tracciare i paralleli con le
leggi e le situazioni italiane, di capire quali sono le logiche della
lotta al terrorismo, quali sono i modi per difenderci dalle sue false
interpretazioni.

Per saperne di più

http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1073
(italiano)

http://annalist.noblogs.org
(tedesco-inglese)

http://einstellung.so36.net/it
(italiano)

http://education.guardian.co.uk/higher/worldwide/story/0,,2153121,00.html

(inglese)

Negli ultimi anni in Germania l’opposizione politica e il giornalismo di indagine sono stati pesantemente sotto attacco da parte di polizia e servizi segreti. Molti giornalisti sono stati spiati, molti manifestanti contro il G8 sono stati criminalizzati, e ora anche scienziati sociali con posizioni critiche vengono accusati di essere parte di una organizzazione terroristica per essersi avvicinati ai movimenti sociali e aver usato parole come "gentrification", "precarizzazione" e "marxista-leninista" nelle proprie pubblicazioni, e perché proprio questi materiali sono state ritrovate anche in alcune lettere inviate da un gruppo che ha rivendicato una serie di attentati contro auto ed edifici militari nei dintorni di Berlino dal 2001 in poi.

Dopo il crollo del blocco comunista e la transizione al capitalismo in Germania Est, alcuni degli arrestati sono stati coinvolti in ricerche e azioni contro i processi di "gentrification" (ovvero la sostituzione
della popolazione dei ceti meno abbienti con gente di ceto medio e alto in zone "strategiche" della città, attraverso il rialzo dei prezzi immobiliari). In particolare alcune porzioni orientali di Berlino sono state oggetto di un ampio progetto di ristrutturazione con effetti devastanti per le famiglie con meno reddito, il tutto guidato dalle dinamiche di privatizzazione introdotte dopo la riunificazione. Gli studi condotti su questa transizione, però, non sono stati solo di natura accademica, ma cercavano di spingere il cambiamento sociale attraverso l’organizzazione di comitati di vicinato che hanno preso il nome di "We will all stay" (Resteremo Tutti, ndt), di cui due degli accusati hanno fatto parte. Inoltre le ricerche condotte da uno degli accusati hanno mostrato che più del 50% dei 140.000 abitanti del distretto in ristrutturazione di "Prenzlauer Berg" avevano abbandonato l’area, giungendo alla conclusione che il progetto "si opponeva diametralmente alle politiche del consiglio comunale e distrettuale che afferma di puntare a riabilitare e conservare le attuali strutture sociali". I fondamenti scientifici di questo ragionamento, che illustrano effettivi sviluppi sociali ed economici, sono stati pesantemente criticati dagli attivisti e dai residenti al tempo, generando un grande dibattito politico

L’arresto infatti è stato fatto in base all’articolo 129a del codice penale tedesco, introdotto dal Parlamento nell’agosto 1976 per affrontare il problema della RAF (Roten armate fraktion, un gruppo assimilabile alle Brigate rosse). L’articolo criminalizza la partecipazione, la promozione e l’appoggio a organizzazione terroristiche, più che gli atti criminali in sé, rendendo quindi fondamentale la costruzione di una organizzazione terroristica come prerequisito per l’uso di questo reato da parte di una pubblica accusa.
Dato che si tratta di un "reato associativo", un individuo può essere perseguito e punito per tutti i reati commessi dall’organizzazione della quale è parte, anche se non viene provato che sia coinvolto direttamente in nessuno di essi.

L’articolo 129a è stato usato tradizionalmente per criminalizzare i movimenti di sinistra. Il nucleo fondamentale dell’articolo è il suo stato di emergenza che ne garantisce la possibilità di sospensione dei
diritti civili di base protetti sotto la normale legislazione penale e procedurale. La detenzione è un elemento centrale dell’articolo, dato che i sospetti sono tenuti in prigione per mesi o addirittura anni in
attesa di giudizio, senza alcuna indicazione di che cosa siano in pericolo di fare. I diritti di visita sono praticamente inesistenti: i sospetti sono tenuti in isolamento per 23 ore al giorno, gli è permesso ricevere solo una visita alla settimana, e anche gli avvocati devono parlare ai loro assistiti attraverso un vetro antiproiettile. Spesso i sospetti sono tenuti in prigioni lontane dalle proprie case, rendendo quasi impossibile per amici e parenti le visite. Il diritto alla difesa viene pesantemente limitato, dato che gli avvocati non hanno accesso agli atti di indagine, rendendo la preparazione della difesa dei loro assistiti parecchio complessa, come anche il fatto che la corrispondenza dell’arrestato è totalmente sotto il controllo del giudice.

Ripigliarsi (Regetta Oneself :)

9 Marzo 2008 Commenti chiusi

 

Nel giorno della festa del centenario l’Inter ritrova la vittoria. La gara serve più che altro a raccogliere indicazioni in vista del big match di martedì con il Liverpool. La nota positiva è che fisicamente i nerazzurri sembrano stare un po’ meglio nonostante la marea di infortuni che li ha falcidiati. La nota negativa è che il reparto arretrato scricchiola vistosamente e solo la gran giornata di Julio Cesar e la scarsa precisione e qualità delle punte reggine hanno consentito all’Inter di non soffrire di più. Martedì sarà durissima, ai margini dell’impossibile, ma i tifosi devono crederci e i giocatori pure. Staremo a vedere dal nostro settore 202 fila 6 posto 1.

La partita non è particolarmente ricca di interesse, dato che l’Inter anche senza dominarla sembra sempre averne il controllo. Soffriamo le loro ripartenze soprattutto per una scarsa capacità di disposizione della nostra difesa, e lo share di tiri concessi in porta e fuori è lo specchio di queste incertezze. Il vantaggio arriva su rigore (mi dicono che il fallo ci fosse ma fosse fuori area) e il raddoppio su un colpo di testa finalmente preciso di Burdisso: sugli aiutini inizio a sbattermene, tanto ognuno guarda solo quello che gli fa comodo e mai l’effettiva scarsezza degli arbitraggi in senso generale. Di fronte alla scarsa voglia di ammettere cose evidenti, non si capisce perché io dovrei fare quello "obiettivo".

Veniamo alle singole prestazioni: Mancini sceglie un rombo un po’ schiacciato, dando la sua consueta fisionomia alla squadra, e questo facilita una prestazione meno complicata come con i 4-3-3 con cui ultimamente si è improvvisato inventore. JC è in serata straordinaria e c’è solo da sperare che continui così martedì. Maicon scende molto bene sulla fascia ma tende ad accentrarsi e a perdere l’uomo in fase difensiva, e questo martedì potrebbe essere un problema; Burdisso e Materazzi sono una coppia centrale lenta, infatti spesso Amoruso affetta i due senza neanche preoccuparsi della sua veneranda età. A sinistra Zanetti prima e Burdisso poi danno la giusta spinta senza strafare (importante conoscere i propri limiti). Rivas quando entra da maggiore velocità e anche maggiore sicurezza rispetto a prima: non pensavo avrei mai scritto frasi del genere a inizio anno. A centrocampo il filtro ha maglie ancora troppo larghe, ma almeno il gioco non latita. Cambiasso e Vieira si intendono bene, mentre Stankovci e Jimenz no, né tra di loro, né con chi hanno davanti. Soprattutto questi ultimi due devono dare MOLTO di più. Davanti Crespo conferma di essere un animale da area di rigore (e speriamo che l’uscita zoppicante sia solo fatica o una lievissima contrattura perché la sua esperienze martedì potrebbe essere determinante), Ibra si conferma dare una marcia in più alla squadra, mentre Suazo conferma di non essere un giocatore da grande squadra: Vitello permanente, incapacità di alzare gli occhi dal pallone e venezianesimo all’ennesima potenza. Mancini è ufficialmente diffidato dallo schierarlo martedì. 

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Confine di Stato

3 Marzo 2008 Commenti chiusi

 

Simone Sarasso ha una faccia simpatica, e ho anche l’impressione di conoscerlo, anche se potrebbe tranquillamente essere che la soglia di affidabilità della mia abilità fisiognomica stia ormai definitivamente tramontando. Le influenze culturali che denuncia nei suoi ringraziamenti e nel suo libro sono affini alle mie, e quindi è inevitabile che legga il suo lavoro alla luce di quanto ha divertito me: Wu Ming, Garth Ennis (anche se io devo dire che al suo nome avrei da accostare una decina di altri nomi, almeno quattro dei quali proprio nello stesso ambito di evoluzione del medium fumetto, Grant Morrison, Neil Gaiman, Alan Moore, Frank Miller), e via elencando. Confine di Stato è un’opera di reality fiction storica, e per questo mi è piaciuto. Lo stile fumettistico si sente molto e quindi può piacere o meno, ma in generale non stona. Devo dire che la prima parte del romanzo è più godibile perché nella realtà storica vengono inseriti molti personaggi e molti incastri plausibili, possibili, addirittura probabili, ma non necessari, che arricchiscono il tessuto di lettura. Nella parte centrale soprattutto, dedicata a tutta la vicenda piazza Fontana, mi pare rimanga troppo aderente alla reality e poco disinvolto nella fiction che serve per dare la chiave di lettura. Forse è un mattone un po’ troppo pesante da manipolare con leggerezza, in effetti. Ho anche apprezzato il non indulgere più di tanto nella mania del Grande Vecchio di decataldiana matrice, e l’uso della grafica insieme alla parola, che forse avrei sfruttato di più considerato il talento di Simone come illustratore.
In ogni caso il libro si legge con piacere fino alla fine, nell’attesa dei prossimi capitoli della saga. Intanto se volete potete fare come me: spizzatevi il progetto di graphic novel online United We Stand, che ha per protagonista l’autore e altri suoi soci

Voto: 6/7
 

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L’Inter non c’è. Ripassate settimana prossima

2 Marzo 2008 Commenti chiusi

 

La prima sconfitta in campionato, la prima sconfitta esterna dopo quasi due campionati arrivano tutte lo stesso giorno: di fronte alla squadra i cui capitali e le cui influenze sono marcate dalla stessa fiduciaria che stava dietro alla GEA, cosa che spiega ampiamente i trasferimenti tra Brescia e Napoli di giocatori già nel mirino Inter, ma che lascia piu’ amareggiati per questo che per il risultato stesso. Infatti potete stare certi che settimana prossima i partenopei si faranno fare 4 gol dalla Rometta, tanto per confermare da che parte soffia il vento. La sconfitta arriva al termine di una serie di gare in cui la condizione dei nerazzurri è sembrata molto carente, dopo due pareggi di cui uno acciuffato al novantesimo, con una squadra e un allenatore che sembrano in vago stato confusionale. La speranza e’ che questo sia il fondo da cui risalire e non la melma in cui incastrarsi: ma questo dipende solo da giocatori, tecnico e società. Adesso partirà la grancassa mediatica su questa vicenda ma bisogna restare calmi: noi non abbiamo mai dato per scontato questo campionato come altri hanno voluto fare credere per imbonirci, e se non perdiamo la testa sei punti di vantaggio sono una bella dote da gestire.

Veniamo alla gara. Mancini è chiaramente in stato confusionale: con un Napoli con un centrocampo a 5 in pratica fa giocare l’Inter con un 4-3-3 che non usa mai, con Suazo incapace di offendere anche sé stesso, Balotelli a sinistra fuori posizione (è una prima punta) e Figo largo a destra. Il centrocampo che dovrebbe reggere l’urto è composto da Maniche, Pelé e Vieira: solo il francese arriva alla sufficienza; degli altri due meglio non parlare neanche. Dietro Matrix continua la serie di partite che lo riportano al giocatore pericoloso per sé stesso e per gli altri che era tre anni fa, e rischia di fare l’autogol più ridicolo della storia della serie A. In compenso Rivas è diligente e serio, Chivu spinge molto di più e Maicon ha consumato le suole a furia di correre. Julio Cesar commette una sciocchezza sul gol, ma è anche vero che salva la porta nerazzurra un tale numero di volte che sarebbe ingeneroso addossargli la colpa di una sconfitta che grava su altre spalle. Mancini verso il 25esimo capisce che è meglio passare al 4-4-2 ma la squadra pare uscita da una anestesia totale: l’innesto di Crespo è tardivo, e ci si mette pure l’infortunio di Chivu (poi vorrei vedere quale squadra in serie A conta infortuni quanto la Beneamata); Jimenez entra e non cambia una virgola neanche nell’arrembaggio finale anzi.

Il vero problema di questa partita non è il risultato (ovvio a nessuno piace perdere, ma succede a tutti prima o poi), ma che lascia aperte più domande che risposte. Le risposte però dovrebbero essere prese in considerazione: Maniche non viene mai schierata perché è una sola che non è in grado di fare un singolo passaggio giusto; Pelé quando è in serata no è meglio tirarlo fuori al quinto minuto; Suazo deve essere inserito in una trattativa al più presto; Jimenez non ha palle (nei due minuti finali durante l’arrembaggio calcia il calcio d’angolo che poteva essere una ottima occasione in bocca a Giannelli Gianello, poi l’ultima palla della partita sui suoi piedi si spegne in un girotondo che fa sfumare l’ultimo tentativo). Le domande sono più complesse: lo stato di forma pietoso a cosa è dovuto? l’abulia in attacco a cosa è dovuta? Come cazzo è possibile avere un numero di infortuni così alto? La situazione difficile che attraversiamo è psicologica o fisica? L’assenza di gioco è legata alle assenze o a una carenza un po’ più strutturale? Come reagirà la Beneamata?

Noi tifosi abbiamo l’obbligo di essere vicini alla squadra, nonostante l’incazzatura e la delusione, perché come per lo spogliatoio il disfattismo e il nervosismo fa solo il gioco di vecchi e nuovi gobbi, e di vecchi e nuovi boriosi. Con la testa e la determinazione abbiamo ancora tutto nelle nostre mani. Ripeto: una sconfitta ci può stare, per capire che si hanno dei limiti e usarla come trampolino per ripigliarsi. Ora lascio lo spazio ai commenti di quelli che ci stanno rincorrendo da due anni e che non vedevano l’ora di questo momento. Spero vi possiate divertire per molto poco.

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L’Esselunga torna al secolo scorso

29 Febbraio 2008 Commenti chiusi

 

Ripubblico un articolo che ho appena postato su precaria.org. Ne approfitto per consigliare a tutti di tenere d’occhio il sito in questione, perché tutta una rete di precari e attivisti sta puntando a farlo diventare una buona fonte di informazione alternativa selezionata, spigliata e aggiornata, o come dice frenchi popolare e sofisticata. Se avete voglia di partecipare, non dovete fare altro che iniziare a pubblicare le cose nella zona OP e poi piano piano costruire una relazione con la rete che vuole essere la protagonista del sito. Un esperimento interessante per rompere il cerchio, vediamo dove va.

L’Esselunga torna al Secolo Scorso

Il 2 febbraio 2008 una cassiera dell’Esselunga di via Papiniano è costretta
a rimanere alla cassa in attesa di un cambio di turno nonostante un
impellente bisogno di andare al bagno, fino a quando, umiliata, non può
fare altro che pisciarsi addosso. Dopo questo episodio, la
cassiera denuncia quanto avvenuto, ma a parte gli articoli di colore,
nessuno si preoccupa. Tranne i suoi datori di lavoro, che il 28 febbraio pomeriggio hanno pensato bene di mandarle un messaggio inequivocabile: un energumeno l’ha aspettata nello spogliatoio del personale, le ha messo un bavaglio in bocca, picchiandola 
e intimandole che "aveva parlato troppo". Sabato 1 marzo duecento
persone hanno manifestato di fronte al supermercato dove lavora la
donna, ma solo due delle novanta colleghe hanno partecipato allo
sciopero indetto dai confederali (fonte: Repubblica). Chi ha aspettato
fino ad ora per preoccuparsi, è bene che cambi idea in fretta.

Che i supermercati Esselunga non fossero un paradiso
si sa da tempo. Che il loro proprietario, il prode e littorio Caprotti
non fosse proprio un libertario anche questo è cosa nota, nonostante le
arie da liberale tradito che ha cercato di darsi pubblicando un libello
contro le Coop (che per carità nessuno vuole difendere, ci
mancherebbe). Ma quello che sta accadendo nel supermercato di via
Papiniano a Milano ha dell’incredibile, e solo un cieco potrebbe fare
finta di non vedere i prodromi di un rigurgito di metodi e pratiche che tutti speravamo appartenere al passato

Il supermercato di via Papiniano è situato giusto di fianco al carcere
milanese di San Vittore, in una zona popolare tuttosommato abbastanza
vicino al centro. E’ una sede abbastanza grande, già presa di mira in
almeno un paio di occasioni durante la mayday del 2004 da iniziative
legate alla campagna "Picchetta una Catena" – che si proponevano alle
grandi catene di tenere chiuso in maniera sensibile il primo maggio,
festa dei lavoratori – e da azioni successive di sensibilizzazione e di
protesta per le condizioni di lavoro.

All’inizio del mese di febbraio le cronache milanesi – che certamente
questo non è argomento da prime pagine, non certo come le parolacce di
Pippo Baudo – hanno riportato un episodio che già in sé avrebbe
meritato di destare preoccupazione: una cassiera ha chiesto ripetutamente un cambio volante per poter andare in bagno; il cambio le è stato negato fino a quando la povera donna ha dovuto pisciarsi sotto,
scoppiando in lacrime per l’umiliazione. Usiamo le parole per quello
che sono: non si è "orinata addosso", non ha "perso il controllo dei
propri organi escretori". Si è pisciata addosso.  A 44 anni. Per non
fare perdere tempo e denaro all’azienda. Vi viene da vomitare? Anche a
noi.

La donna coraggiosamente ha denunciato l’episodio, e si è presa
dieci giorni di malattia perché stava male. E sfiderei chiunque a saper
affrontare una umiliazione simile senza sentirsi male. Al suo ritorno
al supermercato qualcuno deve aver pensato che era necessaria una bella
lezione: altrimenti poi questi dipendenti si montano la testa, no? Il
28 febbraio 2007 la donna si è recata come al solito nello spogliatoio
del personale per cambiarsi a fine turno prima di andare a casa. prendere delle monete per la macchinetta del caffé. Mentre era nello spogliatoio è stata aggredita alle spalle da un uomo, che le ha messo uno straccio in bocca per impedirle di gridare, le ha sbattuto la testa contro l’armadietto e l’ha fatta svenire. Le parole che hanno accompagnato l’aggressione non lasciano dubbi: "hai parlato troppo!"

L’episodio è avvenuto all’interno del supermercato, e quindi
ad opera di qualcuno che non può non essere stato tollerato – e a
pensare male si fa peccato ma ci si azzecca sempre, quindi noi diciamo inviato – dalla direzione del supermercato stesso. Dopo l’episodio i funzionari della Esselunga hanno parlato di "incidente", non hanno avvisato la polizia, né denunciato l’accaduto, e ovviamente hanno ripulito per bene lo spogliatoio, in modo da rendere adeguatamente impunibile il responsabile

I sindacati hanno indetto per il 1 marzo uno sciopero di tutte le Esselunga di Milano,
e davanti al supermercato di via Papiniano si sono radunate nella
giornata di sabato duecento persone, anche se solo due delle novanta
colleghe della vittima hanno partecipato allo sciopero (fonte:
un’articolo su La Repubblica, nella cronaca milanese). Il prossimo appuntamento è un volantinaggio martedì 4 marzo
davanti agli esercizi commerciali della catena. Quando il 31 ottobre
2004 qualcuno si presentò a un’altra Esselunga con uno striscione che
recitava Tutti Santi (i lavoratori) Tutti Stronzi (i proprietari delle catene)
non andava lontano dalla verità: fossero solo stronzi ci consoleremmo.
Il problema è che inizia a respirarsi una brutta aria, come non si
respirava da tempo in territorio italiano, e sembra che prenderne atto
sia molto difficile, o forse solo scomodo per chi crede che la propria
vita sia agiata e priva di complicazioni.

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Happy Birthday Mr San Precario!

28 Febbraio 2008 Commenti chiusi

Fortunatamente il nostro unico santo preferito compie gli anni sul bisestile, sennò ogni anno ci toccherebbe sbatterci 🙂 Accorrete numerosi!

 

san precario birthday party

 

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Il cuore inter vale la vittoria morale

28 Febbraio 2008 Commenti chiusi

 


La partita scudetto si conclude con un pareggio che lascia invariato il distacco tra Inter e Roma, ma che sancisce diverse cose oltre a spegnere gli entusiasmi giallorossi. Questo pareggio vale per l’Inter come fosse una vittoria. In primis ci dice due cose che non hanno nulla a che fare con il calcio giocato: quanto a culo la Roma sta sotto solo al Milan; mai vista una squadra avere tutti i rimpalli favorevoli e buttare dentro un gol immeritato al primo e unico mezzo tiro in sessanta minuti; quanto a buffonaggine e sceneggiate la boria dei giallorossi è ormai seconda solo a Juve e Valencia, un record che forse una squadra anche simpatica poteva evitare di conquistare. In secondo luogo la partita ci dice anche qualcosa di calcio giocato: la Beneamata è tecnicamente, fisicamente e psicologicamente superiore alla Rometta (la terza di queste qualifiche è veramente sconcertante considerata la fragilità che affligge i nerazzurri). L’Inter va sotto solo appena dopo aver preso il primo gol e dopo essere rimasti in dieci contro undici con tre punte in campo, tre difensori e il centrocampo spompo al limite del possibile. Per quello che mi ha detto il campo, questa partita doveva finire in una vittoria nerazzurra, e il pareggio conquistato con il cuore e nonostante tutto e tutti vale tanto quanto.

Veniamo al match. Mancini nonostante i proclami in conferenza stampa schiera lo stesso efficace modulo che aveva bloccato la Roma all’andata all’Olimpico, con cinque centrocampisti e una sola punta: in questo modo la Roma non riesce a fare il suo gioco e l’Inter regola la partita a piacimento, tanto che è una partita contratta, che solo la sfiga fa terminare uno a zero per la Roma. Una mezza rovesciata disumana di Crespo finisce sul palo e poi rotola incredibilmente lungo tutta la linea fino a scavalcare l’altro palo e uscire, e Burdisso da solo in mezzo all’area incredibilmente incorna fuori, mentre Totti nell’unico mezzo tiro la butta dentro. Nel secondo tempo Mancini, che non ha mai e dico mai fatto un cambio prima del ventesimo del secondo tempo, decide di schierare il tridente per spingere e cercare pareggio o addirittura la vittoria: dopo cinque minuti si infortuna Maxwell e rimaniamo in dieci. Il solito culo, ovviamente, ontologicamente collegato alla Beneamata. Nonostante tutto riusciamo a resistere ai dieci minuti successivi dove andiamo sotto e Julio Cesar salva la porta almeno in un paio di occasioni. Acquistiamo coraggio e ci buttiamo all’arrembaggio: la stupidità e la boria di Mexes lascia la Roma in dieci e quello è il segnale per l’assalto finale, che porta al pareggio e per poco non porta al vantaggio e alla incredibile vittoria. Ma va bene anche così, dato che per tifosi e giocatori e come se fossero stati portati a casa i tre punti.

Veniamo alle indicazioni del campo: Julio Cesar è una sicurezza e sul gol non può nulla, mentre il comparto difensivo tutto sommato regge bene anche le assenze mostruose; Chivu e Burdisso reggono bene, Maicon è tornato al suo livello e Maxwell non svariona, anche se si infortuna; a centrocampo il ritorno di Vieira e Figo velocizza il gioco di un fattore due, oltre a innestare grandissima qualità e fantasia: il loro ritorno ad alti livelli è di grande auspicio per le residue speranze europee. Cambiasso è stanchissimo ma dà tutto quello che ha, mentre Zanetti ci mette il cuore e i polmoni, e un gol che vale moltissimo e pesa come un macigno. Stankovic è veramente un cadavere e speriamo tutti di rivederlo ad altri livelli. Davanti Crespo è in gran spolvero e solo il fato maledetto gli nega un eurogol da copertina, mentre Suazo non riesce a imbroccare un movimento che sia uno, deludendo. Balottelli dopo i primi cinque minuti di panico da esordio gioca con autorità e si merita la promozione in prima squadra.  

Un’ultima polemica nota su Rosetti: il suo arbitraggio si conferma infingardo e ostile all’Inter, ma senza eccedere in modo da non essere scorticato come succede ad altri fessi. Tiene ampiamente i cartellini in tasca contro la Roma, mentre non esita a estrarli contro i nerazzurri, ferma il gioco in attacco e nel dubbio fischia contro. Nessuno potrà imputargli niente, ma la difficoltà che abbiamo avuto nel portare a casa il pareggio gode del suo contributo. Furbetto. E i romanisti se si nascondono dietro l’alibi del secondo cartellino di Mexes si rendono ridicoli, gli augurerei di evitarlo.

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