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70 anni dopo: tornano le leggi razziali

21 Maggio 2008 19 commenti

 

E’ stato un attimo. Era il 1938, l’anno di non ritorno per la storia italiana. Le leggi razziali approvate in quell’anno hanno segnato il destino di questo paese, e messo nero su bianco le sue aspirazioni. Fino ad ora non è che si stesse scherzando: in tutta Europa la questione immigrazione è affrontata con isteria e emergenzialismo degni del più becero senso di paura dell’altro, di ciò che non è identico a noi. I CPT sono l’invenzione più orribile in senso civile e politico degli ultimi decenni di politica, galere prive di regolamenti, in cui la vita di alcune persone viene dimenticata per mesi e mesi (con il nuovo ddl fino a 18 mesi, provate a contarli sulla vostra pelle), in base al solo fatto gravissimo a quanto pare di essere straniero. La xenofobia è stata il silenzioso compagno di viaggio della politica europea e italiana in particolare, e il DDL di oggi ne è il frutto amaro, amarissimo. 

Da oggi essere straniero in Italia è un reato. Penale. Punibile da 6 mesi a 4 anni. Non importa se sei buono, bello, brutto, cattivo, ligio alle regole, sottomesso, ribelle. Se straniero, quindi sei un criminale. L’equazione più semplice e contraria a ogni concetto di libertà fondamentali dell’uomo è per la prima volta nel nostro paese sancita nero su bianco. O meglio bianco su nero. Questo è l’ultimo passo, l’ultimo confine. Tra la civiltà e la barbarie. Sono combattuto: da un lato spero che il DDL venga dichiarato incostituzionale il minuto dopo che è approvato, dall’altro vorrei vedere le carceri piene di gente straniera per bene che vede la sua vita rovinata, famiglie sul lastrico perché non hanno più la badante o il portinaio o l’idraulico o il muratore, imprenditori che vedono le proprie fabbriche andare in rovina senza gli operai stranieri. Vorrei vedere gli statunitensi in Italia con un permesso turistico prendersi 4 anni di gabbio, e vorrei vedere la reazione dei media e di chi ha votato, coccodrilli dalle lacrime troppo facili. Quanto sta avvenendo è molto più orribile di quello che vogliamo ammettere. E io ricordo che a 5 anni dalle leggi razziali la gente andò in montagna. Armata. Forse è l’unico esito possibile. O forse no. Come dice WM4 a proposito del suo ultimo libro: serve molto coraggio, ma non so se è abbastanza.

Io voglio passare ad un livello successivo.

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Catarsi, 8×2=16!

19 Maggio 2008 25 commenti

E’ vero, ci sono cose piu’ importanti
di calciatori e di cantanti
ma dimmi cosa c’è di meglio
di una continua sofferenza
per arrivare alla vittoria
ma poi non rompermi i coglioni
per me c’è solo l’Inter

A me che sono innamorato
non venite a raccontare
quello che l’Inter deve fare
perchè per noi niente è mai normale
nè sconfitta nè vittoria
che tanto è sempre la stessa storia
un’ora e mezza senza fiato
perchè c’è solo l’Inter

C’è solo l’Inter, per me, solo l’Inter
C’è solo l’Inter, per me

No, non puoi cambiare la bandiera
e la maglia nerazzurra
dei campioni del passato
che poi è la stessa
di quelli del presente
io da loro voglio orgoglio
per la squadra di Milano
perchè c’è solo l’Inter

E mi torna ancora in mente l’avvocato Prisco
lui diceva che la serie A è nel nostro dna
io non rubo il campionato
ed in serie B non son mai stato

C’è solo l’Inter, per me, solo l’Inter
C’è solo l’Inter, per me, per me
C’è solo l’Inter, c’è solo l’Inter,
c’è solo l’Inter, per me
C’è solo l’Inter per me

Catarsi. Questa è la parola esatta. Il primo lieto fine in tanti anni di storia interista cauterizza la maledizione. La partita del 5 maggio 2002 finisce il 18 maggio 2008, nell’anno del centenario e del sedicesimo scudetto della Beneamata. Ogni interista vero ha vissuto una settimana di tensione e di disperazione, tra fantasmi e cinismo, tra destino e futuro: io all’inizio del secondo tempo avevo già introiettato la tragedia e ho rivissuto i momenti terribili di quel maledetto giorno, che ci ha fatto cancellare l’inno più bello, quello più corale ed epico. Poi la mossa tutto o niente, Ibra e i due gol, e il canto a squarciagola: c’è solo Inter!

Questo scudetto noi nerazzurri lo vinciamo contro tutti, contro un odio virulento che è difficile comprendere, quando non veniva riservato neanche ai peggiori distruttori del sogno del calcio di un tempo che fu e che non sarà più. La lista delle dediche in negativo sarebbe lunga, ma in realtà la stizza degli sconfitti è il miglior premio: Tuttosport che titola oggi "sono 15", non ricordando che proprio lo stesso quotidiano ce ne ha regalato uno quando definiva i quarti di coppa italia con i bianconeri con il titolo "vale uno scudetto"; i giornali del gruppo RCS oggi lecchini ma fino a ieri mano armata e insalivata per chi rappresenta il potere; Controcampo che ieri piuttosto che niente titolava "Roma Campione per un’ora", e che non usa mai le parole "crisi Milan", ma non certo perché i suoi "valletti" lavorano per "chi-sanno-loro"; i De Rossi, Pizarro, Totti, Spalletti con i loro fazzoletti e i loro "scudetti morali"; i bianconeri che festeggiavano con i caroselli la loro vittoria contro di noi il 22 marzo come se fosse una finale di Champions; i rossoneri che pensavano che gli avessimo fatto il regalo di natale in ritardo, mentre era una bella torta avvelenata, conclusa con la vendetta di un Napoli con cui all’andata avevano voluto fare i fenomeni del Ka-Pa-Ro. Come direbbe Lino Banfi: la vostra frustrazione è il nostro miglior premio. E ogni interista vero non potrà mentire: la rovesciata di Osvaldo è la ciliegina sulla torta, una goduria che mi rende ilare ancora adesso, a 12 ore dal tripudio.

All’inizio dell’anno avevo predetto che sarebbe stato uno scudetto più duro, per mille motivi, ma speravo non così duro, perché vincerlo al fotofinish ti riempie di gioia, ma è foriero anche di possibili dolori che abbiamo già vissuto e con cui ogni interista pensa di aver già un conto in credito. Sulla partita c’è poco da dire: è una partita di nervi, con un campo impossibile e un primo tempo teso e di paura; poi è entrato Ibra e dalla prima palla ha sembrato dire: "Io tiro fino a che la palla non entra in quella cazzo di porta". E così è stato: Dio c’è e ha la maglia numero 8. Il gol di Martinez dopo 70 min di monologo del Catania ci fa esultare per Walter Zenga, in cui molti interisti confidavano più che nella squadra stessa, memori di recenti e passate vittoria-fobie. Adesso arriva il momento della verità: lo metto per iscritto, così non ci si sbaglia. Mancini deve restare: i suoi limiti sono noti, e io li ho sempre riconosciuti e gratificati di bestemmie e grida scomposte, ma attraverso il suo apprendistato la società e la squadra si sono tirati fuori dalle secche. Cambiare adesso significherebbe ricominciare da capo, e niente ci può garantire che questo percorso di maturazione continuerà. Io penso che il ciclo non sia ancora chiuso, e che serrarlo in anticipo sarebbe un errore.

Ci aspetta un’estate in cui le scelte della società di indicheranno a che punto siamo cresciuti: alcuni senatori non più all’altezza devono essere spesati senza pietà anche se con l’onore delle armi, per mostrare che se il calcio è diventato il "calcio moderno", anche la favola nerazzurra si è adeguata ai tempi; alcuni innesti devono arrivare, nel segno della continuità di questo gruppo e di giovani che hanno bisogno di inserirsi e di dimostrare il loro valore (per me Bolzoni, Balottelli e Fatic). Il prossimo campionato sarà una sfida serrata a quattro, in cui non penso che noi arriveremo primi alla fine(se non altro per la legge dei grandi numeri), ma che ci lascia un po’ di testa e gambe per concentrarci sul traguardo che ci manca da troppo tempo. Ci dobbiamo provare e per tutti, a cominciare da Mancini, quello è l’esame che manca ancora per entrare definitivamente nella storia, la nostra ma anche quella del calcio "ufficiale". E per farsi quattro risate, l’anno prossimo tutti in trasferta a Tallin per il gironcino UEFA, che si sa, con una Champions senza Milan che non vale nulla sarà certo più affascinante della competizione madre. Ah. Ah. Ah. Forza Inter!!

 

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Un passivo troppo pesante anche per San Precario

19 Maggio 2008 3 commenti

 

La San Precario CFC affronta la sfida più difficile del suo girone a testa alta e per l’ennesima volta senza riserve. Il primo tempo contro una squadra organizzata e fisicamente preparata ci attestiamo su un dignitosissimo passivo di un solo gol. Rientriamo al secondo tempo con poca concentrazione e veniamo puniti con due gol ingenerosi. Dopo il 10 minuto del secondo tempo siamo tutti in debito di ossigeno, e alcuni, tra cui il sottoscritto, infortunati. Tutto sembra avviato a un dignitoso 3-0, quando la boria degli avversari ci castiga a 89esimo e 90esimo con due gol che valgono solo per la loro classifica marcatori e non sono degni della solidarietà e giustizia che dovrebbe animare il torneo a cui partecipiamo. Adesso guardiamo avanti, convinti che con qualche riserva avremmo potuto portare a casa qualcosa di più, e che ci giochiamo tutto con la squadra del comitato inquilini molise-calvairate sabato 7 giugno 2008, alle ore 18.00. Avremo bisogno di tutto il nostro tifo sfegatato, anche quello che sabato scorso ci urlava che non li meritavamo! 🙂
 

L’Italia di nuovo al tempo del fascismo

15 Maggio 2008 31 commenti

E’ qualche giorno che cerco di riordinare le idee per esprimere appieno quello che serpeggia nella mia testa in questo momento. Il paese in cui vivo per molti anni è stato la barzelletta economica, sociale e culturale del resto d’Europa, per non parlare del Mondo, ma ancora alcuni argini in alcuni casi più ideologici che etici ancora tenevano a freno i peggiori istinti degli italiani. Le ultime elezioni sembrano aver stappato il vaso di Pandora dell’odio e della ferocia. E i media improvvisamente sembrano accorgersi che il clima che hanno contribuito a creare non è passeggero. Il vero dramma è che non si riesce a dare il giusto peso a quanto avviene. Io non ricordo un periodo così buio per quanto riguarda la capacità di filtrare gli istinti animaleschi dell’homo sapiens italianensis almeno dal 1922. E non è un eufemismo. Succede di tutto, e nessuno sente di dover commentare, di dover prendere la parola. E presto tutta questa ferocia non toccherà solo i reietti.  Anzi, in realtà è già così: dopo mesi e mesi di fanfare sull’aborto e sul diritto del feto, nessuno prende parola su tre ragazzi minorenni che via sms si mettono d’accordo per soffocare, buttare in un pozzo e bruciare una ragazza di 14 anni. Avete mai provato a strangolare una persona? Sapete quanta crudeltà o disperazione è necessario per non fermarsi. Due settimane fa cinque ragazzi di buona famiglia ammazzano a calci e pugni un ragazzo di sinistra solo perché di parte avversa: forse se fossero stati dei rom allora "la gente farebbe quello che la politica non fa", come dice Bossi, ovvero avrebbe preso i ragazzi, le loro famiglie e i beni di famiglia e avrebbero dato fuoco a tutto. Invece no. Tutto rimane nei limiti del civile. A Napoli invece la camorra si trasforma in paladina dei cittadini affamati di tranquillità e si mette a fare il braccio armato della politica bruciando campi rom a destra e a manca che manco le SS. Poi lo SCO (il cui capo era il Francesco Gratteri del processo Diaz, mentre quello attuale è il Gilberto Calderozzi anch’egli imputato nel medesimo processo) si risente e decide di dimostrare che il vero braccio armato della legge sono loro: operazione congiunta in decine di campi e 400 arresti. E via così in un susseguirsi di ferocia e di liberazione di bassi istinti che non ha precedenti in Italia. Forse ha ragione ppn, bisogna andare al poligono e a fare corsi di speleologia. Il punto poi è che bisogna scegliere i bersagli. E avere il coraggio di sposare la ferocia convinti che se ne possa uscire limpidi dopo un po’. Ma non è così. Ma era nell’aria da tempo, questo tempo di nuovi fascismi, o questo nuovo tempo di vecchi fascismi, e attraversarlo ci sporcherà la coscienza, ci renderà brutali e orribili, e ci cambierà per sempre. E solo l’uomo è la speranza dell’uomo, anche se in questo momento fatico a vederla per lo schifo che mi domina.

Non ci meritate

11 Maggio 2008 31 commenti

 

Non ci meritano i Mancini che "perdiamo il derby perché vogliamo vincere davanti al nostro pubblico". Non ci meritano i Maxwell che appoggiano la palla sui piedi del Siena per due volte trasformando un nostro contropiede in gol avversari. Non ci meritano i Matrix che piangono come vitelli il 5 maggio 2002 e che oggi vogliono fare i supereroi sbagliando il rigore che doveva tirare Cruz. Non ci meritano i Vieira che giocano come se fosse un allenamento per gli Europei. Non ci meritano 11 giocatori che falliscono l’ennesimo match point con 80mila persone che aspettano solo di esultare con loro, e che invece prendono due gol su tre tiri di una squadra che non vale nulla. Non ci meritano 11 giocatori che fanno esultare tutti quelli che ci odiano. Non ci merita una società che con le sue carenze genera una squadra sempre debole psicologicamente. Non ci merita una squadra che regala il derby che è valso un passaporto per la Champions al Milan, una gara con la Juve che è valsa la loro stagione quasi quanto il terzo posto, e una gara come questa. 

La storia della partita è semplice. L’Inter ha dominato, ha sbagliato duecento gol fatti, ha preso gol su due dei tre tiri in porta del Siena in tutta la partita. Ha avuto l’occasione di chiudere i conti su rigore – non ho visto nulla dato che ero lontano e non so se ci fosse o meno ma non me ne frega un cazzo – e Matrix in cerca di gloria rischia di dannarsi e dannarci alla più tragica delle beffe. Degli uomini così non si meritano 80 mila spettatori e tifosi. Avete 90 minuti per dimostrarci il contrario, su un campo come il Tardini dove abbiamo vinto una volta in dieci anni contro una squadra che deve vincere per sperare di salvarsi a tutti i costi, allenata dall’allenatore che ci ha fatto perdere lo scudetto più assurdo della nostra storia. La dicotomia è semplice: catarsi o dannazione. Non ci sono vie di mezzo.  

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Poiesis in origine indica il fare

8 Maggio 2008 8 commenti

 

Poiesis in origine indica il fare

Una riflessione sul saggio New Italian Epic, sul libro Stella del Mattino, su Blackswift e la Reality Fiction; insomma una riflessione su quello che vogliamo fare con i miti.

Quando ho preso in mano Stella del Mattino avevo appena finito di leggere il breve saggio di Wu Ming 1 "New Italian Epic", ma non solo. Avevo in testa anche le due brevi mail scambiate con lo stesso WM1 e due chiacchiere fatte con il mio socio circa il concetto contenuto in New Italian Epic. Già perché con il mio socio in parole e pagine come Blackswift non riusciamo a prenderci sul serio come scrittori, ma prendiamo molto sul serio la necessità di impegnarsi a scrivere del nostro presente. Non riusciamo a dedicare il giusto tempo a scrivere, forse perché saremmo costretti ad ammettere che la cosa necessita di un impegno quanto e più faticoso della militanza a cui ci siamo già fin troppo disabituati – nonostante la nostra professione di intenti come uomini di azione.
Quando ho preso in mano Stella del Mattino dopo le prime pagine mi sono chiesto se era necessario parlare del passato per poter trasfigurare il presente in un’epica. Ovvero, se fosse strettamente necessario narrare epicamente uno scorcio di storia, per poter ispirare un’epica nel presente disastrato in cui viviamo.
Mi sono chiesto se non fosse altrettanto utile narrare epicamente il presente, trasfigurandolo in qualcosa che al tempo stesso parla di noi e parla di quello che vorremmo essere o che vorremmo che fosse.
In pratica, mi sono fatto la seguente domanda: quando io e il mio socio parliamo di Reality Fiction, cercando di descrivere la robaccia di genere che insistiamo ad amare e scrivere, stiamo parlando della New Italian Epic di cui parla WM1, oppure no?
Come si potrà facilmente desumere da questa introduzione in parte la risposta è sì, in parte è no. Io penso che ci siano molti punti di contatto su come scriviamo noi e come scrivono gli autori che WM1 cita nel suo breve saggio. Ovviamente non penso che scriviamo altrettanto bene, ma sono sicuro che proviamo a fare del nostro meglio, e tanto mi basta. Come sostiene Lucarelli nel suo intervento sulla Nuova Epica Italiana su L’Unità, "chiunque, dal più intimo minimalista al giallista più classico, se scrive con sincerità, è altrettanto utile e importante". Senza per questo implicare che chiunque scriva fa qualcosa di utile alla causa di intervento culturale che mi sembra sempre più necessaria e prioritaria.
Peraltro, aggiungo, sono poche le persone in Italia che sommano a una tecnica ottima, un forte talento narrativo. WM1 credo sia uno di questi, per cui non oserei mai compararmi su un piano paritetico.

Quando abbiamo iniziato a ragionare sul nocciolo del progetto Blackswift il desiderio principale, a parte quello di scrivere, era quello di investire il campo di una battaglia culturale rimandata – per quanto riguardava noi e le nostre intelligenze – da troppo tempo. In un certo senso il lavoro di Wu Ming e Luther Blissett era l’esempio da seguire, ma non volevamo appiattirci sul loro modo di scrivere. D’altronde avere dei cloni sbiaditi di qualcosa che già esisteva era poco interessante, mentre era molto più utile cercare nuove vie convergenti sull’obiettivo di ribaltare il paradigma culturale becero e gretto che si andava delineando.
WM1 con parole più consone parla della necessità di una nuova epica italiana, di qualcosa che ispiri le persone che leggono ciò che scriviamo a interpretare la realtà in maniera diversa e ad agire in maniera diversa.
In altri tempi si sarebbe detto a lottare e su questo tornerò nella seconda parte di questo intervento che parla di Stella del Mattino, non pensate che me ne sia dimenticato.
Il nostro modo di scrivere ha risposto per noi a un interrogativo tutto intellettuale, e solo a posteriori – come già per molto altro che ci ha visto protagonisti – consente un minimo di sistematizzazione.
Penso che il saggio di WM1, in questo senso, ci aiuti: noi parliamo da tempo di immaginari, di necessaria costruzione di una proiezione di quello che siamo e che vogliamo essere nella sfera della fantasia, di una narrazione che poi trascini dietro di sé la realtà, come una specie di magia in cui si modella dell’energia, per poi vederla incarnarsi nel proprio futuro e presente materiale.
WM1 ha parlato di epica, ovvero di come questa magia dell’immaginario, questa tessitura del possibile, si chiami narrazione. Una storia è una cornice immaginaria che viene riempita in un momento con i personaggi creati dalle parole di un libro e il momento successivo con la proiezione di noi stessi nel nostro reale. E’ la risonanza tra la narrazione e la realtà che crea l’epica, che crea la possibilità di trasformare ciò che siamo e viviamo. Per dirla con una delle pagine cruciali di Stella del Mattino che ritraduce il sottotitolo della Poetica di Aristotele: "qui tratteremo del fare nel suo insieme e nelle sue forme, quale finalità abbia ciascuna di esse, e come si debbano comporre i miti affinché il fare vada a buon fine". La New Italian Epic sta tutta qui. E anche la nostra Reality Fiction.
E forse non sono neanche così distinte.
D’altronde, tornando alla domanda originaria, non è detto che parlare di uno scorcio di storia e parlare di uno scorcio del presente (o di un passato molto recente) sia così diverso. Su una pagina la collocazione storica di una storia non cambia sostanzialmente il suo potere in termini di immaginario. Per questo NIE (o forse io in questo senso mi riferisco solo alla NIE di Wu Ming che è prettamente legata a una trasformazione del romanzo storico in senso epico) e RF non sono diverse. Semplicemente scelgono un campo diverso di applicazione del medesimo processo di influenza culturale. I libri più riusciti di Wu Ming (a mio avviso, non tutti saranno d’accordo ma tant’è, Q e Manituana) prendono un pezzo di storia, o alcune storie nella storia e le traducono in un’epica che echeggia il presente, che vorrebbe ispirare chi legge a interpretare la realtà – sia in senso letterale che in senso fattuale – in un nuovo modo. La nostra Reality Fiction prende il presente che abbiamo vissuto insieme a molti altri, e lo trasfigura in una dimensione solo lievemente fantastica, lo ricombina come se fosse un pezzettino di pongo o un modellino di codice genetico, trasformando la nostra esperienza in una narrazione, e una narrazione in una epica del presente, del quotidiano, a misura d’uomo. In questo senso attraverso le differenze le due proposizioni convergono, forse anche compatibilmente con il talento di ognuno.
Non mi sento all’altezza della narrazione di un’epica storica come Wu Ming, ma mi sento un po’ più all’altezza di un’epica del presente. E se su un libro presente e passato storico sono solo due contesti cronologici differenti, allora le nostre intelligenze possono convergere senza rendersi ridicole.
Arrivo alla conclusione della prima parte di questo intervento per sottolineare che l’interrogativo circa NIE e RF non è lana caprina, le definizioni non sono importanti, ma è una scusa per indagare se il nostro approccio alla scrittura e alla necessità di un’epica quotidiana nuova converga con quello che propone WM1 nel suo saggio, anche considerato il fatto che date le forze esigue sarebbe una buona idea se gli sforzi di tutti puntassero nella stessa direzione.

E forse per me Stella del Mattino è la conferma di questo ragionamento, ma considerata la mail che ho scambiato con WM1 proprio appena prima di iniziare la lettura del romanzo di WM4, non solo per me. La prima cosa che mi è balzata agli occhi mentre leggevo le pagine di Stella del Mattino sono i nodi della narrazione: quando si inizia a scrivere un romanzo o un racconto tutto comincia da alcune scene, da alcuni dialoghi, da alcune immagini sulle quali intavolare tutta la narrazione. In alcuni casi un libro è la scusa per poter scrivere quelle poche righe, una sorta di scheletro su cui modellare corpo che ne evidenzi tutta la bellezza: è la densità della tessitura di questo corpo che costituisce uno dei meriti e dei talenti di uno scrittore. Più la campitura è uniforme, più il talento di chi scrive ha saputo dare una pienezza alle proprie intuizioni. Forse perché è successo anche a me sto diventando più bravo – o almeno così mi pare – nell’individuare i nodi di questo scheletro, le giunture fondamentali. Ed è stato divertente cercare di farlo anche con Stella del Mattino.
Devo anche dire che la mia lettura del libro è stata fortemente influenzata da un’imbeccata che ho avuto da WM1 proprio prima di aprire la pagina del libro di WM4. In uno scambio di mail WM1 mi ha detto: "il Lawrence del 1919 siamo noi che facciamo autocritica sulla mitopoiesi del periodo 2000-2001". La mia testa ha incastrato questo dato con lo scritto di WM1 sulla New Italian Epic, e con il secondo romanzo di Blackswift su cui sto lavorando (e che per pigrizia mia è fermo in un cassetto da qualche mese) che tratta del tema del Ritorno.
Stella del Mattino è certamente l’esemplificazione perfetta di quello che concretamente intende dire WM1 nel saggio sulla New Italian Epic: ne ha tutti gli elementi, e forse in un certo senso è la sperimentazione sulla pelle degli autori di quella riflessione dello stesso concetto. Stella del Mattino parla di T.E. Lawrence, parla di una rivolta romantica e impossibile, del ruolo degli uomini nella storia e nel cambiamento, parla di una guerra combattuta e di come questa cambi le carte in tavola, parla di noi, delle guerre che abbiamo combattuto, dei miti che abbiamo creato e di come li abbiamo traditi, di come abbiamo vissuto il tradimento e di come cerchiamo di tornare alla speranza, a noi stessi, a Itaca, a Genova.
La lettura del libro è racchiusa da due frasi cruciali, che non possono che costituire una sorta di epigrafe per il senso profondo della narrazione in relazione alla storia degli autori, che è poi la storia di una generazione (o forse più) e delle sue battaglie: C.S. Lewis rappresenta la coscienza sporca – e forse un po’ infantile – di questa riflessione, siamo noi incaponiti nella mitizzazione e sordi all’epica, induriti dalle nostre paure e dal timore di non essere all’altezza, è la nostra debolezza. Eroi di cartone, più nel nostro ipocrita immaginario che nella realtà. E all’inizio del libro è proprio lui che ascolta un suo professore di lettere classiche parafrasare l’incipit della Poetica di Aristotele (che da il titolo a questo pezzo non a caso) e che riassume in una frase l’obiettivo e il senso della New Italian Epic (ma anche del nostro progetto narrativo blackswiftiano): "Qui tratteremo del fare nel suo insieme e nelle sue forme, quale finalità abbia ciascuna di esse, e come si debbano comporre i miti affinché il fare vada a buon fine". E C.S. Lewis, all’inizio del suo omerico viaggio (come il personaggio del romanzo che dovrei stare scrivendo e le cui assonanze più che infastidirmi confermano una necessità condivisa), confessa all’amico di essere cieco rispetto alla semplice verità dell’interpretazione del suo professore: "Non vedo cosa i miti abbiano a che vedere con i fatti". Alla fine del libro lo capirà.
Inizia qui la mia interpretazione di Stella del Mattino. Il viaggio dei personaggi, o meglio del lettore e dell’autore, di tutti noi, attraverso la poesia, la narrazione, come azione, come fare, per creare e raccontare miti che servano a costruire un orizzonte condiviso, a ispirare azioni e cambiamenti. E’ qui che inizia il viaggio di Lawrence d’Arabia, già famoso per una versione romantica ed epica di ciò che ha fatto, della rivoluzione araba impossibile che ha guidato, ma che egli stesso percepisce come lontana, come falsa, come una rappresentazione strumentale di qualcosa di ancora incompiuto. Lawrence siamo noi, ma non solo Lawrence, anche gli altri personaggi, che seguono l’eroe in un viaggio parallelo, alla ricerca di un meccanismo per superare i propri limiti e cercare di "decidere come spendere la piccola forza creatrice che ci è stata consegnata", perché "la storia non è lettera morta, noi stessi ne facciamo parte" e perché "le parole danno significato alle cose, usare un linguaggio è costruire un mondo". Queste frasi sono un percorso che viene tracciato parallelamente nella vita dei diversi personaggi, e che accompagnano e risuoano come frequenze armoniche con l’epica dell’eroe principale del romanzo: una è dedicata a un giovane Lawrence dal suo mentore, una a un giovane J.R.R. Tolkien che non ha ancora capito quanta influenza avrà la sua capacità di immaginare mondi e parole sul mondo a venire.
Il libro inizia qui e finisce con i personaggi sulla via del ritorno. Che cosa significa ritorno? Io me lo sono chiesto quando ho iniziato a scrivere il mio secondo romanzo come Blackswift, e la risposta mi è venuta da Calvino: il ritorno è memoria, la memoria serve per agire. E questo libro di WM4, come il saggio di WM1 e le riflessioni che abbiamo fatto con il mio socio, sono la chiosa del pensiero di Calvino a proposito di Ulisse: la poesia, la narrazione, l’epica sono gli strumenti di questa memoria, per agire, per cambiare il mondo. I personaggi del libro di WM4 intraprendono un percorso, illuminato dalla Stella del Mattino, da "Lucifero messaggero dell’Alba" – come Graves apostrofa Lawrence involontariamente intervenendo in una discussione su Meleagro – che guida con la sua luce attraverso il viaggio di ritorno. Il ritorno e il viaggio coincidono, non sono distinti: ogni percorso è un ritorno. Lo ritroviamo nei capitoli finali del libro, che come sempre sono la poetica epigrafe a una narrazione, quando Graves è giunto al termine del suo personale percorso, attraverso la guerra, il dolore, fino a comprendere che è necessario tornare a vivere, per immaginare ancora una storia possibile: "Puntò lo sguardo sopra l’orizzonte e la vide. Era là, a lanciare gli ultimi bagliori, ad annunciare la morte della notte e l’arrivo del sole. […] Le avevano dato molti nomi, senza riuscire a ridurla al potere dell’oscurità, né a quello del giorno. Solitaria, senza genere, unica favilla di una divinità indecisa. La sua virtù era ciò che possedeva: una luce tenue, un coraggio duraturo. Quello che sarebbe servito per attraversare la Terra di Nessuno, vasta quanto il secolo che si estendeva davanti. E per trovare la strada del ritorno." Ed è proprio la poesia intitolata Ritorno della raccolta di Graves che Lawrence sceglie come sua preferita.
Lawrence e i personaggi del libro siamo noi. Siamo noi nel vuoto in cui siamo piombati. La nostra guerra, la nostra rivolta è Genova 2001. Molti non ne sono usciti. Qualcuno ha sepolto quegli anni e il tentativo di creare un mito all’altezza dei nostri tempi in quintali di bugie, di sotterfugi, di ipocrisie, alla ricerca di una assoluzione per sé stesso prima che di una ragione per cui lo abbiamo fatto. E siamo noi che seguiamo l’epica del libro per cercare di ritrovare una strada. Siamo noi C.S. Lewis furente con sé stesso e con i suoi limiti che aggredisce la Stella del Mattino, e che allo stesso tempo vi trova la forza per superare sé stesso: "Questo posto è vuoto. Non c’è più nessuno, solo fantasmi. Solo vedove e orfani di cui prendesi cura. Non sarà il tuo Lawrence a farlo. Lui vienne a offrici oasi e principi in cambio della realtà. Un baratto conveniente, tutto sommato. Solo dio è più a buon mercato. E’ qui il deserto, Charlie. Ed è buio pesto. Non servono favole o prefhiere per venirne fuori, ma il lume della ragione." Siamo noi in balia della nostra rabbia, della nostra debolezza, della nostra incapacità di essere all’altezza dell’epica che abbiamo noi stessi creato.
Il viaggio di ritorno del libro, della storia, della nostra personale epica attraversa quegli anni, li deve rivivere, li deve comprendere, e solo così superarli. La guerra è finita. Il mito non finisce. Perchè "in guerra le cose cambiano" – dice Lawrence al giornalista che non gli crede quando ignora il patto Sykes-Picot – e dopo la guerra cambiano ancora. Ma il mito non finisce. Il mito persiste. Gli eroi persistono. Le persone persistono. E devono vivere, devono sognare, devono continuare a lottare.
Lawrence è "il ritratto della nostra parte oscura" – dice Vaughan quando deve descrivere come lo ritrarebbe, e come lo ha già ritratto anche se il suo interlocutore non lo sa. Ogni personaggio della storia è una parte di noi, un pezzo di specchio a ritroso di Lawrence/Noi, una possibilità di attraversare la storia, e di ritornare a noi, a quello che abbiamo voluto e desiderato, e che ancora non è spento. Perché "del resto gli eroi non sono che invenzioni di poeti. E i poeti sono uomini, a volte sciamani, che in mezzo ad antichi cerchi di pietre si accingono a evocare gli spiriti. […] Riportare in vita i morti non è poi una gran magia. Pochi muoiono del tutto, basta soffiare sulle ceneri, per scoprire le braci ancora calde e far rivivere la fiamma. E chissà che un giorno, tra cent’anni, qualcuno non pronunci l’incantesimo anche per noi, reduci guerrieri dalla corazza ammaccata. […] Alla fine ho fatto la mia scelta. Come direbbe Siegfried, gli amici uccisi sono dovunque vada e non brucio più per redimere i loro peccati. Non sono pentito della mia vecchia, sciocca dolcezza e c’è assoluzione nelle mie canzoni". E gli eroi siamo noi, i guerrieri ammaccati siamo tutti noi, e anche i loro narratori.
WM1 mi dice che "Lawrence siamo noi che facciamo autocritica sulla mitopoiesi del 2001", e questo è evidente nel romanzo: Lawrence che cerca di redimere la propria figura eroica, di rendere la verità, di attraversare lo specchio del suo mito, per costruirne uno nuovo, per saldare il conto con quello che voleva fare. Perchè "la merce più a buon mercato in Arcadia è l’ipocrisia" – come dice Vaughan all’ipocrita C.S. Lewis – e ogni epica è una bugia, ma è anche una verità. Ogni racconto ci da una faccia di quello che accade, è uno strumento per agire, uno strumento per agire in una direzione. Scrivere la storia della nostra rivolta è ancora combattere (Graves a Lawrence), è ancora memoria, è ancora vita, è cercare di "restituire un po’ di colpi".
Il problema è che le epiche, la nostra storia, la nostra vita non è un’equazione, è complicata, e a volte i racconti cercano di farla più semplice di quello che è. Genova 2001 è stata il nostro mito, la nostra piccola derelitta guerra, una guerra che ci è valsa un’immaginario potente e una speranza. Ci abbiamo creduto e abbiamo combattuto, e alcuni ne hanno fatto le spese anche al posto nostro. E poi abbiamo continuato il viaggio. Ma l’unica strada per redimere ogni rivolta è quella di proseguirla, di non mollare, di crederci fino in fondo. E cercare di fare capire a tutti che ogni battaglia non è una strada a senso unico, che ogni epica cela dietro di sé la vita reale, che non si può ignorare. Siamo umani e non possiamo credere di rendere tutto più semplice con un artifizio retorico. Ma essere umani significa anche essere capaci di superare sé stessi.
Lawrence siamo noi quando ci accorgiamo che "Per due anni abbiamo portato un anello come questi. Ce ne siamo serviti per condurre le persone che si fidavano di noi a un trionfo vano. Abbiamo imbrogliato loro e noi stessi. E’ questo che dovremmo scrivere, di quanto ci è costato. Difficile conciliarlo con l’epos della rivolta". Stella del Mattino scrive di questo. Scrive di quello che succede dopo.
"Alla fine mi accorgo che il libro è l’argomentazione di uno che non ha mai visto le cose con chiarezza. Ma adesso penso che forse non è poi cos’ importante. Vedere con chiarezza è un’illusione, un effetto ottico. Perlopiù facciamo quello che facciamo in modo inconscio, alla cieca. Pretendere di decifrare a mente fredda ciò che siamo serve a illuderci di dominare la strada percorsa. E’ un esercizio di vanità. Le cose accadono. Noi possiamo solo fare del nostro meglio per restare in sella". Lawrence lascia questa lettera a Graves consegnandoli il manoscritto. Il suo ritorno è completo: comprende che noi continuiamo oltre l’epica, noi sogniamo oltre noi stessi e i nostri limiti. Ed è per questo che Lawrence è ancora la Stella del Mattino: perché lo comprende prima degli altri. Perchè illumina il ritorno degli altri personaggi che giungono attraverso le selve della propria storia e del proprio dolore, delle proprie guerre e delle proprie paure. E che sanno che una volta finita la notte, c’è ancora un giorno. E che ogni uomo tradisce sé stesso e coloro che lo circondano, che la differenza sta nel cercare di cambiare, nel comprendere quello che lo rende umano, quello che una storia può ancora ispirare e che rende immortale la nostra battaglia. Genova non è finita, perché la storia siamo noi. E noi siamo parte della storia, non possiamo fare finta che non sia così. Come Nancy, la coscienza critica dell’autore, di Lawrence e della nostra epica troppo maschile: "-Non pensa che la responsabilità di quanto accade spetta ai popoli?" E la risposta di Noi/Lawrence: "-Immagino di sì. Tuttavia non posso fingere di non avere avuto un ruolo in quegli eventi."
Le parole hanno il potere di cambiare molte cose, di dare forma alla forza creatrice che ci è stata consegnata, la poesia è il fare affinché i miti possano ispirare un fare che vada a buon fine. Il viaggio termina, ha attraversato gli uomini, e giunge di nuovo a noi. E siamo noi che dobbiamo "usare la poesia per trasmettere la verità, non quella fredda delle cronache, ma la realtà di chi vede spegnersi la vita negli occhi di un compagno", di quello che accade dopo, del dolore, del furore, della crudeltà, della violenza, del nuovo dolore, e della Stella del Mattino che torna a splendere alla fine, quando tutto sembra essere silenzioso. Usare la parola per costruire nuove storie, nuovi mondi: "Non un altro mondo, ma il suo, la gloria e la miseria degli uomini. L’atmosfera, la guerra, il tradimento e la redenzione. […] La coerenza stessa di quel mondo lo avrebbe reso vero agli occhi di chi avesse scelto di esplorarlo. Come un viaggiatore che percorresse terre sconosciute, alla scoperta di qualcosa che aveva preceduto la storia dei comuni mortali e lasciato una traccia di sé nelle saghe scampate all’oblio del tempo." Una Nuova Epica Italiana, le nostre storie, la nostra storia, i nostri eroi. Sapendo che ogni storia, ogni epica, ogni eroe è un uomo, è dolore, è speranza, è un sogno e una battaglia.

"Avanti, vieni avanti. Se questo fosse un dipinto, pensa, avrei una lancia. Se questa fosse una leggenda avrei una fionda o un palo acuminato. La prima ruota arriva sul ponte. Invece ho soltanto questa leva e questo innesco. Adesso. La terra esplode con un ruggito assordante".

Di nuovo finale

8 Maggio 2008 Commenti chiusi

L’Inter si affaccia al ritorno della semifinale di Coppa Italia meno tranquilla di quanto i tifosi avrebbero voluto e con l’obbligo di preservare il maggior numero possibile di titolari per la partita di domenica. L’andata della semifinale era stato un accordo tacito per non farsi male e per far male al pubblico: quasi mi addormentavo in un San Siro praticamente deserto. Con il senno di tre anni consecutivi di Inter-Roma come finale  scegliere l’Olimpico come luogo per la finale secca sembra quantomeno un favore a una delle due contendenti, ma tant’è. D’altronde la Coppa Italia fino a quando la vincevamo noi non valeva un cazzo, mentre l’anno scorso quando la Roma l’ha vinta sul campo di San Siro sembrava diventata appena sotto la Champions come importanza: scherzi della dialettica giornalistica, no?

L’Inter manda in campo le seconde linee e mezzo, dato che metà delle prime linee sono infortunate, mentre l’altra metà e la prima metà delle seconde linee sono impegnate in campionato,  ma anche così porta a casa un tondo due a zero che tutto sommato non demerita se è vero che gli unici pericoli per la porta di toldo sono un tiro dal limite di Pandev e tre punizioni che lambiscono i pali. In campo Mancini manda Rivas e Burdisso coppia centrale con diverse sbavature, Zanetti a destra e Maxwell a sinistra (risparmiato nel derby ma buttato nella mischia in questa partita, con qualche perplessità da parte mia). Al centro Bolzoni e Pelé nel primo tempo faticano a trovare la quadratura del centrocampo e migliorano solo quando gli affianca stabilmente Zanetti dopo venti minuti arretrando Cesar a terzino. Cesar ha dimostrato un’ottima verve – d’altronde è in scadenza di contratto e in queste due settimane si decidono le sorti – e Jimenez conferma di non valere il riscatto anche se pare che la società sia di diverso avviso: un giocatore così lento non si vede da almeno dieci anni in posizione di tre quartista. Infine a centrocampo Chivu viene rischiato e ci lascia di nuovo la spalla, speriamo non troppo per non giocare domenica, ma forse è un rischio che non valeva la pena correre. Davanti tutto in mano a Suazo, che alterna sgroppate come ai bei tempi con uso dei piedi come tutto quest’anno: una merda riscattata solo dall’appoggio per Pelé che sigla un grandissimo gol. Il raddoppio di Cruz è l’unico rimpallo favorevole del 2008, e ne siamo contenti. C’è poco da dire: si doveva vincere e lo si è fatto. Speriamo di ripeterci domenica. 

 

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Esordio eroico della San Precario CFC

5 Maggio 2008 17 commenti

 

Un passo per volta, un po’ come chi dalla promozione arriva lemme lemme in C2, la San Precario CFC, già Pergola Move, riprova a cimentarsi con l’avventura del Torneo di Calcio dei Centri Sociali e delle Associazioni Antirazziste. Quest’anno abbiamo delle maglie da calcio quasi vere, e riusciamo ad essere almeno 11 alla prima partita. Ciò nonostante la precarietà della formazione è sempre alta: moltissime defezioni (traditori!) sono colmate solo dall’eroico sforzo di alcuni membri della squadra nel reclutare altri devoti alla causa sportiva, ma arriviamo al numero di 12 persone, di cui la maggior parte in carenti condizioni psicofisiche.
Il primo tempo il cuore dei prodi giocatori tiene botta, insieme ai loro polmoni e andati sotto per un bel gol con un diagonale sotto la traversa viene pareggiato da un rasoterra velenoso della nostra ala destra. Subito dopo un pasticcio difensivo e una scellerata uscita del nostro portiere ci costa un secondo gol con indignitoso pallonetto da fuori area. Il sottoscritto si trova sul piede la palla del due a due ma il colpo sotto rimane troppo basso e il portiere della squadra della Scighera in uscita sventa il pericolo. Quasi allo scadere del primo tempo la San Precario CFC ci riprova con una punizione di mezzo esterno destro che viaggia spedita verso il sette della porta avversaria fino a che il portiere non la ferma.
Nel secondo tempo perdiamo il nostro unico cambio per infortunio e rimaniamo 11 persone contate con mezzo polmone a testa. Proviamo la resistenza disperata, ma un’ulteriore pallonetto dopo svarione difensivo, un gran tiro da fuori area e un rigore concesso per un involontario fallo di mano (se era involontario quello di Couto o di Lavezzi era involontario anche questo colpo di mano in salto prima di colpire di testa per togliere la palla dalla testa di un avversario!) ci portano sull’ingiusto punteggio di 5 a 1, su cui concludiamo la prima prova.
Con un po’ di sostituzioni in più a fare da polmoni di riserva e meno disattenzioni difensive la partita poteva essere nostra. Ai posteri l’immagine degli eroici protagonisti di questa avventura sportiva. Disonore e Sdegno per gli assenti, Gloria e Rispetto per i presenti! Prossimo appuntamento il 17 giugno maggio alle ore 17.00
 

I soliti cacasotto

4 Maggio 2008 16 commenti

 

Volevo intitolare questo post, nel caso vincessimo avessimo vinto il derby, ‘Inter History XVI’ perché avremmo fatto la storia dell’Inter e della serie A. Come sempre quando c’è da dimostrare di avere le palle per gestire le partite decisive l’Inter manca all’appello: valencia l’anno scorso, roma in casa l’anno scorso, liverpool quest’anno, juve e milan quest’anno. Quando cambierà la nostra mentalità cambierà l’antifona. Il risultato è onesto e la vittoria meritata dai cugini bastardi, anche se come l’anno scorso la Champions non è meritata, frutto della analoga assenza di attributi da parte della Fiorentina che non ha mai sfruttato le occasioni per staccare i rossoneri. Non serve girarci intorno: non è una questione di formazione (Maniche è una buona scelta, quattro mediani forse un po’ meno, ecc), né di approccio (ci può stare contenere una squadra come il milan e poi cercare di colpire, non ci può stare subire tutto il primo tempo e poi svegliarsi dopo il 60esimo), né di decisioni arbitrali (Rosetti ha teso a fischiare nel dubbio in direzione avversa all’Inter, ma tutto sommato ha arbitrato bene), ma solo di testa e di determinazione. Forse un giorno noi interisti potremo ostentare la stessa sicurezza di gobbi e rossoneri quando c’è da giocarsi una partita decisiva. Forse. Adesso speriamo che nessuno faccia l’errore di credere alle televisioni berlusconiane e ai giornalisti-vedove, che aizzeranno per una settimana le "crisi inter", i "5 maggio", i "campionati riaperti". Come dall’inizio dell’anno questo campionato possiamo vincerlo o perderlo solo noi, e a San Siro settimana prossima dobbiamo dimostrarlo: io e blanca portiamo la bandiera, speriamo i ragazzi portino la testa e le gambe. 

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Anche quest’anno un successo

2 Maggio 2008 5 commenti

Il risultato della mayday quest’anno non era per nulla scontato. Nel clima generale di recessione dalla partecipazione attiva alla vita politica del mondo che ci circonda e dal protagonismo nelle lotte sociali, era lecito temere che la mayday parade soffrisse un pesante contraccolpo. In realtà non è stato così, anzi: molti parlano di una partecipazione intorno agli  80-100.000, ovvero un buon 30% in più dell’anno scorso, ma io ho percepito una sostanziale tenuta numerica della manifestazione. La questione non cambia di molto: tenere i numeri della principale manifestazione dei precari e delle precarie in Italia nel contesto politico in cui siamo stati volenti o nolenti costretti è un risultato di per sé eccellente. Ma c’è di più: se si va a guardare la rappresentatività della partecipazione e la sua qualità c’è di che essere entusiasti. Questo ovviamente non lo leggerete sui giornali e non lo vedrete in tv, in cui parleranno dei sindacati di base e della sparuta presenza di partitini e correntine in fondo al corteo come della caratteristica saliente della giornata del primo maggio milanese, ma ieri la stragrande maggioranza delle persone sono venute in corteo non rispondendo all’appello di nessuna organizzazoine, come individui e precari che vedono nella mayday parade l’unico momento in cui essere protagonisti e non strumenti degli interessi politici altrui. E questo lo puoi notare nella gioia e nella spontaneità con cui le persone partecipano alla parata, passando di carro in carro, fermandosi a chiacchierare (qualcuno direbbe cospirare) qua e là in giro per le strade attraversate dal fiume di persone.

Quest’anno la rete dell’Intelligence Precaria ha provveduto a fornire diversi gadgets: in primis un nuovo city pocket che fa il punto delle molte lotte che si sono sviluppate durante l’anno e che tuttora sono in cantiere; poi un divertente puzzle da comporre rincorrendo i vari camion; infine un simpatico tatuaggio che recitava "Non avrete la mia pelle". Dopo lo spezzone di testa dei migranti – per la prima volta organizzati e fortemente presenti in tutto il percorso di costruzione della mayday – c’erano 5-6 bilici di IP e il carro degli studenti di Asso. A chiudere questo spezzone autorganizzato c’era il carro delle Donne Precarie che ha veramente spaccato con due dj indiavolate che hanno aizzato la folla rispondendo alla pischella che si dimenava sul carro dei lavoratori dei call-center che dal punto di vista fonico era effettivamente potente. Menzione speciale per il carro ecologico completamente mosso e sostenuto da energie rinnovabili: mirabile intento e mirabile realizzazione. Ci sarebbero mille cose da dire, ma penso che presto blanca scaricherà le foto sul suo sito e parleranno da sole. Adesso ci aspetta un anno per capire cosa cazzo fare e soprattutto farlo.

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