Il crepuscolo degli eroi sarà il crepuscolo dell’epica?

1 Dicembre 2009 Commenti chiusi

 

Il nuovo libro dei Wu Ming – Altai – è il sequel (volevo scrivere postquel, ma poi ho pensato di fare la persona seria) di Q. Sequel in termini di contesto storico, di personaggi e anche di tematiche: la rivolta, il ruolo degli eroi e degli antieroi, la guerra e la libertà, e quanto costano. Avviso i naviganti che la mia recensione se ne sbatte di spoiler e anticipazioni, per cui leggetela DOPO aver letto il libro, se non vi piace sapere come finiscono le storie.

Altai si presta a una duplice lettura (non ho ancora deciso quale mi convince di più) e anche a una duplice interpretazione della conclusione. Le letture si dipartono dai due personaggi fondamentali del romanzo (non gli unici, ma quelli che per me sono la chiave della trama, senza per questo togliere valore simbolico ad altre figure): Ismail alias Gert dal Pozzo e Manuel Cardoso De Zante alias Altai.

Da un lato l’anziano rivoluzionario, l’"errante per scelta, che per tutta la vita i potenti ha cercato di abbatterli", il "fiume che evapora e diventa nuvola, per scavalcare il deserto e piovere sui monti." Rappresenta ciò che è stato, la saggezza dell’esperienza, di chi il prezzo l’ha già pagato e ne ha conosciuto l’amarezza, in grado di riassumere in una frase apodittica ciò che è stato, è e sarà: "Volevamo giustizia. E una ragione per vivere e morire." L’epitaffio che chiunque abbia un animo desideroso di cambiare il mondo vorrebbe sulla propria tomba è la storia della vita di Gert. Ed è la storia di Q. Riassunta dagli autori stessi.

Dall’altro il giovane idealista, rinato a una nuova vita dopo aver negato se stesso, i propri ideali e la propria personale epica, il ribelle che trova una causa e un maestro (forse più di uno considerato Ismail): "Nessuno di loro credeva in lui. [in Yossef Nasi, nda] Eppure migliaia di ebrei gli dovevano la vita. Eppure io ero lì a dimostrare che era possibile cambiare tutto. Bastava volerlo e con l’aiuto del Signore le cose potevano essere capovolte, il caos cancellato, l’equilibrio ripristinato. Tikkun olam. Così lo aveva definito Nasi. Aggiustare il mondo, sanare la ferita che il nostro popolo si portava dietro da millecinquecento anni, così come aveva rimarginato la mia piaga, nascosta per metà della vita." L’idealismo un po’ naif, un po’ ingenuo e per questo vagamente massimalista, privato in un certo senso di profondità di fronte all’entusiasmo, e che si scontra con il cinismo un po’ saturo e un po’ saggio di Gert.
Manuel Cardoso è Altai: "Altai […] è il nome di questa stirpe meticcia. […] E’ un falco molto robusto, fedele, facile da addestrare. Non occorre fare nulla con un altai, e un buon falconiere fa il meno possibile. E’ la natura del falco che lo spinge in volo e gli fa conficcare gli artigli sulla preda. Se vuoi che lo faccia per te, devi solo mostrargli qual è il suo vantaggio." Una creatura fedele all’idea che si fabbrica per lui, in grado di seguire il suo istinto eroico e martire, fino alla sua ultima conseguenza: la morte, la violenza cieca, la barbarie. Di fronte alla quale il velo si strappa per rivelare la realtà della storia. Un perfetto strumento del potere.

Allora Altai (il romanzo) si presta a una prima lettura spinoziana: ogni volta che muore un eroe, che un’idea vince o perde o si trasforma, che muore un’occasione di rivolta, ciò che ne rimane rinasce in un nuovo movimento, in un nuovo afflato di speranza. La storia è un continuo divenire ciclico di eventi, di epica, di eroi. Ed è per questo che non dobbiamo mai pensare che sia finita, che ogni istante è un nuovo inizio da giocarsi fino in fondo.
Anche se il ciclo è "d-evolutivo", se ogni generazione di battaglieri sembra sempre meno densa di quella precedente, sempre più bassa nelle proprie aspettative e possibilità, come se la volontà fosse un bene consumabile, che si assottiglia insurrezione dopo insurrezione. E non è detto che sia così. E’ il ciclo che ricomincia con il ritorno finale di Ismail/Gert a Mockha per un nuovo terreno di battaglie da coltivare, per nuovi popoli da aizzare, per cercare un nuovo territorio da colonizzare con l’idea di libertà.

Questa lettura mi sembrava molto precisa in una prima fase del romanzo, ma sul finire del romanzo mi si è presentata una seconda chiave, più tradizionale forse, e sicuramente parziale (ma d’altronde ogni lettura è parziale): Altai come dialettica dell’epica, con Q come tesi, il presente romanzo come antitesi e noi, sì proprio noi, quello che viviamo e che facciamo, come sintesi. Schematico forse, ma interessante. Ismail come la tesi di rivoluzioni con grandi aspirazioni e capaci di giocarsi la partita fino in fondo, fino a pagare il dazio greve di chi ci prova senza risparmiarsi neanche un grammo di coraggio e di volontà, nonostante la fine tragica.
Ismail risponde proprio a Manuel:
"- Mi avete parlato di quel che avete perso. Cosa vi resta?
– Soltanto loro".

E ancora:
"- Machiavelli ha scritto che bisogna guardare il fine, non i mezzi.
– Sì, anche Yossef me lo ha ripetuto spesso. Con gli anni, ho invece imparato che i mezzi cambiano il fine."

Le risposte amare di chi ha scommesso tutto sulla libertà e ha perso, ma sapendo di fare quello che riteneva giusto e che poteva cambiare il senso della propria vita e di quella di coloro che lo circondano. Risposte che sembrano un po’ quelle che molti di noi che hanno vissuto gli ultimi dieci anni di movimenti stanno elaborando, incapaci di trovare una strada per cui valga la pena ancora mettersi in gioco. Strada che forse Gert trova (e sicuramente i Wu Ming individuano, considerato i loro commenti a questa mia recensione 🙂 A cui fanno da controcanto le parole dell’antitesi Manuel Cardoso, un fedele servitore di un ideale altrui.
"- […] Solcare il mare è come attraversare il deserto. Sono spazi liberi, aperti a mille possibilità.
– Eppure senza un approdo non si farebbe che andare alla deriva."

La storia è una deriva? Oppure ha un fine? E se ce l’ha chi lo decide? L’epica è la definizione della finalità di (una) storia? O è il canto di come si attraversa una storia alla deriva? Gli eroi sono coloro che cercano di costruire una strada laddove nessuno sa dove andare, di sostituire alla deriva una rotta. Allora la tesi Ismail/Gert e l’antitesi Manuel/Altai si scontrano di fronte alla morte dell’ideale altrui che Manuel ha inseguito e che Ismail ha accettato di correggere: di nuovo sangue, violenza, il tradimento di ogni rotta e di ogni desiderio di giustizia di fronte alla realtà degli esseri umani. E la reazione è differente: Gert torna a se stesso, a ciò che gli è rimasto, a ciò che spera, lasciandosi alle spalle la propria storia e sperando che essa possa insegnare ad altri dove ha sbagliato; Manuel affronta prima il proprio mentore e poi il proprio destino, tragico e mesto, senza onore e senza gloria, come di tutti coloro che hanno vissuto l’ideale di qualcun altro, la sua libertà, la sua giustizia. Quella del potere.
"- Sono queste le fondamenta della nuova Sion? Strage, tortura, infamia? Un giorno dicesti che volevi riparare il mondo, e non mi aspettavo certo che fosse una sutura indolore. Ma ora la piaga è più vasta di prima, e infetta, e non vedo quale cura la potrebbe sanare.
– […] Non vi è regno che non nasca dal sangue dei vinti […]
– […] Almeno i nostri padri presero la terra da soli. Sapevano quello che facevano, e ressero il peso delle morti sulle proprie spalle. Noi abbiamo massacrato per tramite dei giannizzeri, incuranti del male che ne sarebbe venuto."

Gli eroi dei Wu Ming sono morti, sconfitti, vituperati, vinti. Ismail/Gert come molti di noi si rintana in quello che gli è rimasto, convinto che le sue carte siano state giocate e non siano bastate, avvolto dai brandelli della propria volontà, struggente e romantico, ma al termine della sua storia. O forse ripiega su se stesso cercando un altro luogo, un altro tempo, un altro modo di continuare a combattere. Manuel fino in fondo al servizio di una battaglia altrui, intriso di una volontà fotocopiata fino a quando la realtà non lo risveglia con la sua truculenza, abdica la propria esistenza convinto di dover pagare questa sua unica colpa, quella di non aver saputo scegliere, gettando via i dadi per lungo tempo tenuti nelle tasche della giacca come simbolo del caso che menava le sue membra a destra e a manca.

Quello che rimane siamo noi. O forse voi (io mi sento più Gert), altri, ancora convinti che ci sia spazio per combattere e per crederci, sapendo che ogni battaglia ha i suoi prezzi, ma che spesso valgono la pena di essere pagati se il risultato è un epica e una storia che possa essere raccontata. Quello che rimane è piantare dei semi e cercare un nuovo terreno dove costruire la battaglia per una realtà migliore. Nuove possibilità di fronte a un gioco – quello del potere – che è sempre lo stesso e che finisce sempre allo stesso modo. Sapendo che la battaglia sarà ancora una volta e sempre più dura.
Solo così il crepuscolo degli eroi non sarà anche il crepuscolo dell’epica, un preludio alla fine di ogni speranza. Ma solo un nuovo inizio.

"La libertà, invece, non rimane mai la stessa, cambia a seconda della caccia. E se addestrate dei cani a catturarla per voi, è facile che vi riportino una libertà da cani."

PS: non l’ho scritto perché ho una lievissima tendenza a vedere il politico che c’è in ogni cosa, ma l’aspetto testuale dell’opera dei Wu Ming è veramente arrivata ad un livello elevatissimo: scelta delle parole, elaborazione sul linguaggio (il lavoro sul giudesmo è fantastico),  la contestualizzazione e l’affresco storico, la caratterizzazione dei personaggi, tutto verametne di altissimo spessore letterario. In conclusione spero che le note "critiche" nella mia recensione non vengano confuse con una diminuzione della stima che provo per l’opera dei soci bolognesi (e non) che rimane elevatissima. Consigliato vivamente a tutti 🙂

 

Inter in Wonderland: la congiura dei tosaerbe

30 Novembre 2009 Commenti chiusi

 

Ricomincia la Serie di Oz e i nostri eroi si ritrovano. Come un universitario che ha fatto sei volte lo stesso esame e quando si presenta davanti al professore per l’ennesima sessione si dimentica tutto, anche noi non riusciamo a superare il blocco. Quando andiamo a fare gli altri esami di quel black-out non c’è neanche l’ombra. Mourlino sprona i suoi uomini e li dota di adeguato tagliaerbe con una sola missione: sterminare ogni filo d’erba, ogni stelo viola, bianco o rosso, ogni gambo verde che non appartenga agli eroi nerazzurri.
In campo non c’è Supermario, pare arrivato in ritardo in ritiro (sigh!), ma in compenso c’è Gozer il Semovente, l’alter ego della Trivella. Sugli spalti c’è sgomento, ma si applaude, e quando tutti capiscono che ha deciso di non fare i giochini sterili ma di giocare a calcio gli applausi si fanno più convinti: tutti pensavano di avere un soprammobile di stampo petrolifero e invece si ritrovano una creatura in grado di deambulare e di agire. Il resto della truppa risponde di conseguenza: il Pelato nonostante lo scarso momento di forma fa il suo, il Drago come sempre quando si spegne la musichetta tira fuori tutta la sua grinta e sputa fuoco sugli esili vegetali fiorentini, e Calimero sembra un piccolo (molto piccolo a dire il vero) Lampard.
Tutto il primo tempo sulle fasce di Gozer e di Calimero si scaricano folate di lame rotanti che macellano tutto quello che incontrano, in mezzo il Leone e il Principe si trovano molto bene. Ma la palla non entra: una volta è sul destro di Calimero, una volta è sul destro del Pelato, o sul sinistro del Leone, troppo angolata, o con un rimpallo sfortunato. E alla fine non va mai. Le streghe si siedono a fianco di ogni tifoso sugli spalti.
Il secondo tempo continua con la solita congiura dei tosaerbe: trincia, affila, affonda, spara, pialla. Ma la palla non va. Anzi, va, ma l’uomo con il fischietto inspiegabilmente annulla. Le streghe aumentano in numero. All’ottantesimo un enorme scossa di cacarella scuote lo stadio: Piangino fa un numero e spara a botta sicura, ma il palo dice no. Intanto in campo Gozer il Semovente esce per crampi (è bastata una partita da giocatore di calcio per sfiancarlo?) per Amantone che ci impiega dieci minuti a mettere una palla giusta, e Calimero ormai sfiancato di corsa e in debito di ossigeno lascia il posto alla Statua di Sale con sapienza tattica. Proprio lui all’ottantaquattresimo mette una palla perfetta per il Principe che con nobiltà deride Comotto (asino cotto, ecc, come all’asilo nido) e si guadagna un sacrosanto rigore: lo trasforma e finalmente la palla va in fondo al sacco.
Nell’ultima manciata di minuti il Leone potrebbe segnare, ma da solo davanti al portiere e al centoquarantesimo chilometro percorso, sbaglia incredibilmente. Non gliene vogliamo in primis perché abbiamo vinto e in secundis perché se a un centravanti tocca correre lungo la fascia come nemmeno Alessandro Bianchi ai tempi d’oro è chiaro che mancherà di lucidità.
Partita molto godibile, la congiura del tosaerbe porta a casa il proprio risultato e il risultato del Sant’Elia che ci permette di preparare per una settimana una gara da giocare in tutto relax. A differenza dei gobbi maledetti. La scelta tattica della Trivella paga anche se la strada per pensare che il giocatore sia recuperato al calcio è ancora lunga (e ogni interista dovrebbe sperarci). L’allenatore che piace all’uomo della strada, il predestinato Prandelli, perde per non osare (con Jovetic in campo avremmo sofferto le pene dell’inferno). Tenetevelo. Ora possiamo permetterci di spremere i nostri eroi consci di sette giorni di riposo davanti. Ora sotto con le altre due prove del fuoco. Se i tosaerbe e le congiure funzionano, non esitiamo a usarle nuovamente.
 

Categorie:spalti e madonne Tag:

La Lega dei Citroni: no look!

25 Novembre 2009 Commenti chiusi

 

Ci risiamo, pensa Mourlino, la Lega dei Citroni, che palle, non posso cavare sangue dalle rape. Ma non può dirlo. Si gira verso la compagine nerazzurra e arringa: "Queste sono le sere in cui gli araldi danno fiato alle trombe, in cui tutto sembra ruotare intorno a noi e solo a noi, in cui uno stadio enorme gremito e interi paesi guardano solo noi; queste sono le sere in cui il cervello ti urla don’t look, non guardare, concentrati, gioca, segna, vinci; queste sono le sere in cui non conta nient’altro!". Tutti rimangono impressionati, pure noi che da casa non l’abbiamo sentita, ci sentiamo già trascinati nella giusta atmosfera: peccato che l’Olandesina non sia manco in panca, ma la formazione è quella che schiereremmo tutti, e forse per una volta ci crediamo. Ecco, sì, ci crediamo tutti.
Mentre i giocatori calcano il prato verde del Camp Nou un nanetto malefico si avvicina a ognuno dei nostri centrocampisti. Se avessimo potuto zoomare sulla situazione avremmo visto una cosa molto strana: lo gnomo catalano pallido ed emaciato sta distribuendo una specie di foto ai nerazzurri, poi li fissa negli occhi e le sue cornee si trasformano in opalescenti spirali di luce. Se avessimo potuto puntare un microfono avremmo sentito le seguenti frasi: "La vedi questa? Ecco è l’unica palla che vedrai durante tutta la partita, don’t look around, non guardarti intorno tanto non ne vedrai altre; perché tu sei un cinghiale, ripeti con me, tu sei un cinghiale". E uno dopo l’altro il Pelato, la Statua di Sale, il Capitano e financo il Drago hanno ripetuto con lui: "No Look, Io Sono un Cinghiale", infilandosi la foto sotto la maglietta rimirandola di tanto in tanto come un tanto agognato miraggio. La cavalcata impetuosa che tutti presagivamo nel nostro destino nerazzurro collettivo è finita lì.
Per novanta minuti l’unico No Look che abbiamo visto non è stato un passaggio di uno dei nostri eroi, né degli avversari azulgrana, ma solo quello di noi spettatori impegnati a non guardare lo scempio che ci si parava davanti. Ma se sui centrocampisti è pesata l’ipnosi del malefico folletto, sul Colosso diventato uno gnomo piccino piccò, sul Muro trasformato in una tenera tela di ragno bucherellata, su Crystal tornato il buco con il difensore intorno, non pesa nient’altro che il quintale di cacca che si sono ritrovati nelle mutande (forse contagiati da un virus di cui i mediocampisti sono storicamente portatori, così come confermato dall’odierna prestazione).
Di undici indomiti cavalieri gli spettatori riescono a vederne solo quattro accompagnati da sette spettri. Il Leone si salva ma dopo gli errori in fase di conclusione se fossimo il Presidente gli decurteremmo istantaneamente lo stipendio, nonostante la tanta corsa e la tanta qualità messa in campo a differenza dei fantasmi con cui si è trovato a calcare il rettangolo verde. Il Principe esibisce tanta generosità, ma difficile che questo basti nel calcio. L’Acchiappasogni ha fatto quello che poteva e l’Orco è l’unico a non aver smarrito la sua identità in una nottata orrenda. Nonostante tutto ciò per la quinta volta in cinque partite nella Lega dei Citroni al decimo minuto siamo sotto di un gol, un dato statistico imbarazzante e senza appello; e al venticinquesimo di due. Poi tutti decidono che basta così. Non ci sono cambi che tengano e l’ingresso della Trivella Fotonica all’ottantesimo è una specie di bandiera bianca come la nostra maglia da trasferta issata di fronte ai Campioni d’Europa e futuri Campioni del Mondo.
La sconfitta brucia, ma brucia molto di più l’inguardabilità della nostra squadra, la pavidità di giocatori che fanno i gradassi solo dentro le mura di casa sciogliendosi in una marea di maleodorante liquame semisolido quando sentono le trombe degli alfieri citroniani. Nessuno pretendeva di sbancare il Camp Nou, ma di giocare la partita senza timori reverenziali e sullo stesso piano degli avversari blasonati questo sì. Invece sia noi tifosi che qualcun altro si dovrà rendere conto che il problema non è l’allenatore. Ora, come ogni interista sa, ci attendono tre gare durissime, l’ultima delle quali sono pronto a scommettere sarà in bilico sul filo del rasoio fino all’ultimo secondo dell’ultimo minuto di recupero in uno stadio mezzo vuoto dopo l’ennesima figura di merda nel salotto buono del mondo calcistico. Don’t Look, non guardare, è una vergogna. E l’onta la paghiamo anche noi. Bastardi.
 

Categorie:spalti e madonne Tag:

Inter in Wonderland: Mork e Mindy

23 Novembre 2009 Commenti chiusi

 

I ragazzi di Mourlino reduci dalla soporifera pausa per le nazionali avendo perso per strada il Bambino d’Oro e solo precauzionalmente l’Olandesina Volante, si affacciano su un campo della serie di Oz per ricominciare a correre. Sbarcano dall’astronave con il nostro Mago nerazzurro che chiama a gran voce: "Qui Mork chiama Oz, rispondi Oz". I mindyiani rossoblu, poveri terrestri, osservano con stupore e si adeguano al loro ruolo. Checché voi ne diciate, Mindy era carina e intelligente e piaceva a tutti, ma il protagonista indiscusso della serie è sempre stato Mork: questo è il riassunto del match, Mork è ed era nerazzurro.
Mourlino schiera la formazione aliena titolare, e i terrestri cercano di rispondere senza mostrare timori, ma il match è a senso unico: il bombardamento è incessante e dopo le schermaglie di un paio di decine di minuti il Principe scarica in rete un bolide senza esitare. Si presagisce la goleada, ma il Panterone ex gobbo che ci purga ogni volta appare in area e con un incantesimo salvato nel medaglione regalatogli da un suo nonno sudamericano riesce a far scomparire la palla e trasferirla direttamente nel sette. Tutto nel giro di trenta secondi dal gol del vantaggio. Gli alieni per un attimo paiono sbigottiti.
Si ripigliano subito, prendono la palla e non la restituiscono più agli avversari. Sul finire del primo tempo Supermario dopo il solito giallo guadagnato a caso, mette nel sacco il secondo gol nerazzurro.
Nell’intervallo Mourlino capisce che non si può giocare 10 contro 11 e spomparsi prima della gara del Camp Nou e sostituisce Supermario con il Leone. I difensori del Bologna iniziano a vedere le streghe aliene di Oz. Prima prendiamo due pali e la palla incredibilmente esce sotto gli occhi attoniti del Pelato. Poi il Principe da un metro spara un missile terra aria sulla traversa. Poi il Drago quasi uccide il povero Viviano con un altro proiettile e un difensore fa del suo corpo scudo alla discesa tipo slalom gigante del Colosso. Alla fine i mindyiani capiscono l’antifona e accettano di prendere un altra pera facendo fare un figurone sia al Principe per l’assist che appoggia al Pelato per la tega di sinistro al volo.
Partita finita. Al Colosso però come al solito risale la grappa nel momento sbagliato e si esibisce in un doppio insulto al guardalinee al minuto 46 del secondo tempo. Non chiamandosi né Totti né Camoranesi viene giustamente espulso e rischia di prendere due giornate di squalifica che gli costeranno la partita con i gobbi. Fin d’ora dichiaro che Mourlino è talmente pazzo da far esordire con la Viola Donati, e io lo stimerei, ma mi cagherei addosso. Il match ci dice solo che siamo in forma tutto sommato e che siamo concentrati verso martedì. Meno male, ma speriamo che non salga anche ad altri la grappa nel momento peggiore. 

Categorie:spalti e madonne Tag:

Buone nuove

19 Novembre 2009 Commenti chiusi

 

Ogni giorno si potrebbe scrivere di quintali di nefandezze che il Paese che Non c’è ci propina. Si potrebbero riempire diari di quanto ci stiamo assuefando a un mondo orribile che ci circonda, a persone schifose e prive di dignità e di rispetto degli altri, di quanto i luoghi e i tempi in cui viviamo scendano nel maelstrom dell’orrore: dal Bianco Natale a caccia di immigrati irregolari su cui apporre una bella stella gialla (o magari nera, per restare in tema) a Coccaglio, passando per la morte di Stefano Cucchi e di decine di altri, fino ad arrivare a scempi quotidiani. Ma la testa si stanca ancora prima di cominciare ad affrontare questa marea nera e appiccicosa, il fronte del maremoto di uno Zeit Geist lontano migliaia di chilometri e di eoni da ciò che io penso sia l’umanità. Allora scegliamo una notizia piccola, ma che ci ricorda che prima o poi la biologia ci salverà: con una catastrofe, una pandemia o anche semplicemente con il decorso naturale della breve vita umana. Prima o poi anche il peggiore dei nostri nemici dovrà lasciare questa valle di  lacrime e fuor di falsi e ipocriti moralismi noi dovremmo sempre brindare. Addio Caradonna, non ci mancherai!

PS: per l’autore dell’articolo. Il soggetto non era una macchietta, ma un ex picchiatore tra i più violenti. Carta canta. E pure un processo che ecn.org ha vinto per non cancellare dal web la memoria di quanto quest’oscuro figuro ha fatto nella sua fin troppo lunga vita. 

Inter in Wonderland: m&ms, mestizia, misericordia e microrganismi

9 Novembre 2009 Commenti chiusi

 

I Burini Imperiali si presentano al cospetto dei Signori della Guerra nerazzurri. Asce di guerra? Catapulte? Tempeste di frecce dalle piume nere e blu? Niente di tutto ciò. I problemi del match sembrano essere ben più moderni: un rebus epidemiologico per alcuni, una mesta questua per altri. In entrambi i casi uno spettacolo indignitoso.

Che ci fosse qualcosa di strano nell’aria lo si capisce praticamente da subito. Mourlino dispone di tutti i suoi uomini, fatto più unico che raro, ma decide di schierare una formazione con una disposizione tattica che il Professore Scoglio avrebbe giustamente definito ad minchiam: la Statua di Sale interno sinistro, Calimero interno destro, il Leone d’Africa a spazzare la linea del fallo laterale e sua lentezza Barbalbero a dettare i tempi dalla cabina di regia. Praticamente un sonnifero non convenzionale liberato su tutto il fronte. I più attenti tifosi capiscono subito che ci deve essere qualche problema e si dividono istantaneamente in due fazioni: quelli che attribuiscono il tutto a labirintite e quelli che propendono per la meningite. Una sparuta minoranza sostiene la presenza di entrambe le patologie, altro che H1N1 e panico mediatico.

In effetti Mourlino deve avere entrambe perché oltre alle difficoltà tattiche non si accorge che in campo ci sono dodici giallorossi, anche se uno per errore è stato dotato di fischietto: combinati come sono i Burini Imperiali possono pure giocare in 15, ma difficilmente dovrebbero poter avere ragione degli eroi nerazzurri. Purtroppo però quest’ultimi sono decisamente debilitati: la Statua di Sale non riesce a capire neanche da che parte è la metà campo avversaria, mentre Calimero ha una sua versione molto personale del virus, concentrata nei piedi.

Il dramma si tocca al 13esimo quando il malefico virus si manifesta anche nell’Acchiappasogni, che improvvisamente vede le dimensioni della sua porta oscillare e prende un gol che neanche Dida nei suoi peggiori momenti di obnubilazione. Il Mago non si è accorto dei suoi problemi microbiologici dato che deve aver trasmesso l’agente patogeno un po’ a tutti in ritiro: il Leone non riesce a fare un passaggio che sia uno, tutto il centrocampo gira a vuoto come se avesse davanti l’Ajax di Cruijff, in difesa il Colosso ciondola disperato come un alcolista anonimo all’ennesima ultima sbronza, mentre il Principe sembra il solo immune ai germi mouliniani, dato che riesce a fare l’unica azione da gol degna di questo nome del primo tempo.

In compenso i Burini Imperiali si rendono protagonisti di una delle scene più tristi e umilianti della storia del calcio italiano: appena un nerazzurro si avvicina, si buttano a terra, implorando ogni forma di pietà e misericordia. Ci provano un po’ tutti, da Pizarro a Perrotta, da Motta a De Rossi, ma i peggiori in assoluto sono i due mangialumache trapiantati nella capitale. Mexes comincia con una lagna che fa spazientire tutto lo stadio: "dai, su, o sapete com’e’, tenemo famija, roselli’ m’ha detto che er vostro presidente nun ce po’ fa anda’ via da milano a mani vuote, dai semo in crisi, i tifosi ce scuoiano, e lasciateci sti tre punti, no? che ve costa?". Il tutto mentre rantola a terra come se fosse stato colpito da un cecchino del terzo anello. Peggio di lui – dato che non ha alcun legame sentimentale a giustificare il melodramma – fa quel piangina di Menez: "e dai, ragazzi, lasciateci fare, vi prego. fate la carità a un povero storpio che ha trovato casa nella ex capitale dell’impero, fatemi fare bella figura, su, siate misericordiosi…" e via così per un’ora e mezza. E poi ci si chiede dove gli italiani abbiano preso il vizio dell’abiura della propria dignità….

Nel secondo tempo l’agente patogeno sembra dare un po’ di tregua a Mourlino che almeno azzecca i cambi. Purtroppo anche i rincalzi sono infetti: l’Olandesina sembra quello con la forma più lieve di labirintite, mentre Supermario ciondola prorompendo a minuti alterni in un mestissimo blues. Gli altri continuano a non dare segni di miglioramento epidemiologico. I Burini continuano a gettarsi in terra e a pregare gli eroi nerazzurri. Il Leone azzecca un tiro sui duecento palloni che tocca e riporta la squadra in parità, e un po’ tutti hanno sul piede prima o poi nel secondo tempo la possibilità di chiudere i conti, ma la labirintite non perdona: tiri sparati fuori da posizioni incredibili, passaggi a due metri sbagliati grossolanamente, e via dicendo.

Dopo altri 45 minuti di imprecazioni e fastidi – in gran parte dovuti al dodicesimo giallorosso a cui non è certo imputabile il pareggio, ma che ha contribuito a rendere la serata ancora più infernale per i poveri spettatori – il match finisce in parità.

Concludiamo così questo secondo tour de force prima dell’ennesima stramaledetta pausa per le nazionali. Gli eroi nerazzurri si sono ripuliti il curriculum religioso facendo la carità ai Burini Imperiali, e quest’ultimi hanno strappato l’ennesimo punto d’oro alla Beneamata a San Siro, beneficienza che non manca mai sull’asse Moratti-Sensi. C’è da sperare che Mourlino trovi la soluzione all’epidemia, dato che al rientro in campo per la Serie di Oz i nostri saranno attesi da una serie di match determinante per l’andamento dell’attuale anno di grazia, in ogni competizione.

A volte capita una partitaccia, ma come dice Mourlino "una grande squadra gioca sempre con la stessa grinta e la stessa voglia di vincere". Forse noi dobbiamo ancora fare un po’ di strada in questa direzione.

Categorie:spalti e madonne Tag:

Torterie

8 Novembre 2009 Commenti chiusi

 

Ingredienti

  • 1 barattolo di yogurt cremoso (no pezzi di frutta)
  • 3 barattoli di farina
  • 2 barattoli di zucchero
  • 3 uova
  • 1/2 barattolo di olio extra vergine di oliva
  • 1 bustina di lievito
  • scorza di limone q.b.
  • cannella in polvere q.b.

Preparazione

Svuotate il barattolo di yogurt in una terrina e usatelo come misurino. Aggiungete lo zucchero e miscelate bene. Aggiungete poi alternativamente un barattolo di farina e un uovo intero. Alla fine aggiungete tutti gli altri ingredienti e continuate a miscelare fino ad ottenere una crema senza grumi e perfettamente omogenea. Lasciate riposare per mezz’ora l’impasto.

Infornate a 180 gradi possibilmente in un forno con ventilazione adeguata per avere una perfetta cottura in ogni direzione. Se avete deciso di fare una torta, ci vorranno più o meno 30-40 minuti a seconda del forno e di altre sfighe. Se invece avete usato come noi uno stampo per muffin e tortini,  ci vorranno all’incirca 20 minuti. Voilà. — Credits: blanquita 🙂

 

 

Categorie:kitchen Tag:

La Lega dei Citroni: muerte a los vampirlas!

5 Novembre 2009 Commenti chiusi

 

La parola d’ordine per Mourlino è: smettere di fare la figura dei citroni. Il mago nerazzurro si affaccia nella terra dei vampirla passando il messaggio chiaro e tondo ai nostri eroi: non fate i pirla, fuori gli occhi della tigre! E in effetti l’Acchiappasogni e compagnia si presentano in campo meglio del solito, se non proprio un maestoso felino, quantomeno non il solito micino cacasotto. Nonostante tutto la partita non decolla, l’Olandesina – alla faccia dello stiramento di primo grado svela il suo hobby di fare la linguaggia ai pinguini – piglia al minuto tre una traversa che ricorda a tutti gli interisti nefaste sfighe passate in cui la palla non entrava mai in porta manco a piangere.
Il match preso con il piglio giusto fa capire subito che tipo di serata è: al ventunesimo, al primo tiro in porta dei vampirla, il loro capo, che ha l’abitudine di purgarci ogni qual volta gli sia possibile dai tempi in cui indossava la divisa della Rappresentativa del Signore della Terra dei Cachi, riesce a imbroccare di culo una traiettoria imparabile. Sembra impossibile, ma ancora una volta siamo sotto. Ancora una volta siamo i Citroni della situazione.
Mourlino è incazzato come una biscia mannara e negli spogliatoi lascia amabilmente un elettrodo collegato alle panche di ferro della cara vecchia terra sovietica dei vampirla. Fuori il Pelato – anche se è il Drago quello che non sembra molto in palla – e Crystal, il buco con il difensore intorno, impresentabile in partite come questa – ancorché e soprattutto se semi infortunato. Lo spirito della biscia mannara passa nei corpi dei nostri eroi nerazzurri. I vampirla continuano a non esistere – d’altronde li ho inventati io – e i nerazzurri schiacciano sull’acceleratore. Il Muro e l’Orco dietro sono una barriera impenetrabile e il Capitano d’Acciaio spostato terzino evita di farmi perdere il senno dall’incazzatura per i suoi maledetti 18 tocchi prima di dare il pallone. Il Colosso è assente ingiustificato: sono queste le partite dove far vedere di che pasta è fatto un giocatore, e stasera il ragazzo ha dimostrato per ora di essere un po’ un frollino. Quando a mediocampo la palla viaggia, magicamente tutti giocano meglio: solo all’Inter da 10 anni se ne sono accorti tutti tranne chi scuce il grano, mannaggia a lui.
Il Principe e il Leone fanno il loro, Supermario appena entrato è un’ira d’iddio, l’Olandesina semina il panico tra le linee. Ma sembra proprio una di quelle sere in cui la palla non entra mai, puoi tirare duecento volte e quella non entra mai: una volta per errori macroscopici di uno degli attaccanti, un’altra per il palo, un’altra per il rimpallo sfigato, ma non entra. In campo e sugli spalti c’è chi sembra rassegnato rabbiosamente alla sfiga e chi decide di abbattere a suon di bestemmie il papà dell’unico palestinese che rimarrà nella storia. Ma il papi è un osso duro e la palla continua a non entrare. Maldida!
Minuto 86: l’Olandesina passa a fil di spada la palla, il Principe la stoppa, si gira e la svirgola nel punto balisticamente più improbabile, beffando la sorte, il padre eterno e pure il portiere dei vampirla. Pareggio e delirio in sala.
Minuto 89: botta da fuori del Leone, il portiere dei vampirla fulminato sulla via di Kiev devia, il Principe la rincorre, tira da posizione impossibile, il maledetto la prende di nuovo, non trattiene, arriva l’Olandesina e con la punta del piede la sbatte nel sacco. Tripudio e disonore sulla signora sfiga. Mortacci sua. Bollettino nella Terra dei Cachi: almeno 200 morti tra i pensionati – si sa che siamo filantropi e vogliamo aiutare la Cassa Straordinaria per i Disoccupati con i risparmi dell’INPS – e svariati infarti. Io mi sono strappato un pettorale a furia di agitare i pugni e stringere spalle.
Si gode, ma se dobbiamo vincere sempre così i nerazzurri devono pensare a un forte ricambio generazionale tra i tifosi, perché di over 35 ne rimarranno molto pochi. Alla fine conta solo una cosa: morte ai vampirla e a loro leader, questa volta il suo gol non è servito a un cazzo.
 

Categorie:spalti e madonne Tag:

Inter in Wonderland: Meditazione e Trance nel Vuoto Pneumatico

2 Novembre 2009 Commenti chiusi

 

Mourlino sa di avere una sola missione: risparmiare uomini in vista di mercoledì. La strategia Mourliniana è chiara: oggi non si gioca, si fa meditazione tutti insieme, costi quello che costi. Aiuta la concentrazione, pacifica gli spiriti ed evita gli infortuni. Il solito culo nerazzurro lo aiuta: la Statua di Sale si scopre infortunato – chissà come ha fatto senza manco giocare a calcio – l’Olandesina lo è già, Calimero si infortunerà in partita nonostante le pose yoga e Supermario ha ancora la febbre. In due giorni ci vorrà un miracolo per recuperare uomini e quasi quasi sarebbe meglio rimandare la Lega dei Citroni per sperare di rigirarsela diversamente qualche giorno più in là.

In campo gli eroi nerazzurri vengono selezionati a caso, d’altronde seduti a gambe incrociate e braccia conserte si possono schierare anche Bertoldo e Cacasenno. In effetti una mediana di eroi di tutta qualità come Calimero (finché c’è), Barbalbero e Krhipton il Vulcaniano la dice lunga su come Mourlino pensa finirà il match. E il frenetico circo della Serie di Oz ha bisogno di recuperare la dimensione di sé stesso: un bel novanta minuti di nulla sono proprio quello che ci vogliono per concentrarsi in vista degli impegni futuri e per ricordarsi che si vive nel Paese che Non Esiste (altrimenti alcuni eventi della cronaca e della politica risulterebbero incomprensibili nel contesto di un luogo nel Mondo Reale).

Nonostante il vuoto pneumatico, Mourlino si diverte un mondo, come si evince dal suo viso rilassato e per nulla imbronciato (solo gli sprovveduti credono a questa favola delle gite negli ospedali pediatrici, mentre i più cinici sanno che nella cantina di casa il nostro mister nasconde una stanza delle torture agli infanti, ed è la scoperta di questo nefando segreto la verità dietro il suo scontro con gli eroici e onesterrimi giornalisti della rosea). Per far divertire anche il pubblico schiera anche Amantone il Calciatore Ciccione per giocare 10 contro 12 dato che sistematicamente il nostro disprezzabile obeso passa la palla all’avversario, già in superiorità numerica per la sola sua presenza in campo, se non per il fatto di giocare da seduti. Il match scorre lento e soporifero. Nonostante tutto l’imbelle squadra di caciucchi fa un solo tiro in porta – su punzione – in tutta la partita. Due lampi squarciano la noia: dribbling e saetta del Principe; contropiede e puntata in controtempo del Colosso, che dovevano sgranchirsi le gambe dopo 70 minuti accartocciati sulle propria ginocchia. Per i caciucchi basta e avanza. Chissà cosa servirà mercoledì.

Nessuno degli eroi nerazzurri e dei loro sostenitori dorma sonni tranquilli. Perché bisognerà sudare sangue. Nella terra dei vampirla (quella dei vampiri è la Transilvania, per chi non avesse studiato).
 

Categorie:spalti e madonne Tag:

Inter in Wonderland: psichiatria unica via

30 Ottobre 2009 Commenti chiusi

 

La Terra dei Cachi e la Serie di Oz sono luoghi dell’impossibile e dell’improbabile, spazi in cui storie tramandate di generazione in generazione possono vivere una nuova, diversa e incredibile vita. Mourlino lo sa e intende perfettamente lo spirito guascone di Halloween, decidendo per l’occasione di vestire i panni di Dick Dastardly. I nostri eroi per una notte saranno tutti simulacri di Mutley e insieme cercheranno di riscrivere una versione di Stop the Pigeon in cui a vincere siano finalmente i cattivi, e non i dannati piccioni picciotti dalle piume rosanero guidati da un vecchio eroe nerazzurro che lo stadio incita e saluta più della squadra stessa. Chi ha più di vent’anni si è certamente commosso vedendo Walter calcare ancora una volta il terreno di gioco di San Siro. Lui ci ripaga dando una sola indicazione ai suoi: "giocatevela". Peccato che la sagacia di Mourlino Dastardly abbia preparato un gioco in cui i rosanero sono prede e i nostri eroi cacciatori, senza alcuna intenzione di finire con un "…e vissero tutti felici e contenti."
Il piano funziona perfettamente e in campo si sparge il panico. Ne succedono di tutti i colori: catapulte infernali, aerei carichi di tritolo in picchiata sui piccioni, trappole aeree, fionde, lazos, cannonate alla mia destra, cannonate alla mia sinistra. E poi, mettetevi nei panni dei poveri pigeons: vedere tre Mutley grandi come un Drago, un Leone e un Supereroe dalla pelle scura ghignarvi in faccia sbraitando "medaglia medaglia medaglia" mentre danzano sul pallone manco fossero Nureev è una storia di merda. Proprio una storia di merda. Il cui risultato sono quattro gol tondi tondi e almeno altri quattro divorati. Medaglie per tutti.
Intervallo: relax; Mourlino Dastardly non si avvede che la simbiosi con la mente di Mutley sta per giocare un brutto scherzo ai suoi. Nella fortunata serie a cartoni animati il canovaccio prevede che a un certo punto il cagnaccio ne combini una di troppo, mandando all’aria i piani del suo mentore Dick. Supermario si è calato un po’ troppo nella parte: rientra in campo, finge un attacco febbrile ed esce recando con sé un sacchetto sospetto grondante sangue. Non sono gli scalpi dei piccioni picciotti, ma i cervelli originali dei suoi compagni. Qualcuno giura di aver visto un ghigno satanico illuminargli il viso d’ebano lungo gli scalini degli spogliatoi. Ecco il patatrac che fa chiedere a tutti i tifosi a gran voce l’intervento di una unità di emergenza psichiatrica: in quindici minuti prendiamo tre pere in azioni così demenziali da essere degne di un cartone animato, più che della realtà perquanto non tanto solida, della Serie di Oz.
Improvvisamente Mourlino Dastardly capisce cosa sta succedendo. Scende negli spogliatoi e strappa di mano il sacco a Mutley Balotelli. Al suo rientro le borracce che arrivano ai giocatori in realtà contengono la loro identità e magicamente i nerazzurri tornano a giocare.
E qui arriva il classico colpo di culo Mourliniano: il Colosso, che dimenticandosi del turno infrasettimanale aveva deciso di uscire con gli amici il mercoledì per la sbronza del secolo, sceglie proprio questa fase della partita per avere lo scatto del tossico, l’istante in cui il tasso alcolemico scende sotto il livello di guardia. Infoiato semina il panico sulla fascia, entra in area, scodella il pallone in mezzo e il Principe redivivo la butta nel sacco. Mancano sette minuti più recupero, ma ormai la situazione è sotto controllo. Mourlino ha finlamente dato un senso al titolo del suo serial a cartoni preferito.
Cala la nebbia su Milano e sulla partita: speriamo che raffreddi i cervelli troppo sollecitati e che convinca ulteriormente il Mou a far riposare chi deve riposare. Con il Livorno deve bastare anche la Primavera – tera-sgraaaaaat – sempre che il cervello dei nostri eroi rimanga al suo posto. Halloween finisce la notte del 31 ottobre, chiaro?
 

Categorie:spalti e madonne Tag: