Senza vergogna… e senza parole

22 Dicembre 2009 Commenti chiusi

 

Stamattina sento la rassegna stampa a radio pop, un po’ distrattamente come al solito. Poi arriva nella mazzetta Il Giornale e sento leggere il suo editoriale. Mi fermo. Ci penso. Se volete un esempio di quello che si può perfettamente definire manipolazione intellettuale e disinformazione, se volete capire perché l’Italia è conciata come è conciata, provate a leggere questo manifesto pubblicato proprio oggi sulle pagine del giornale di Berlusconi. La quantità di ignoranza, di malafede e di stupidità concentrate in queste righe dovrebbero essere incluse in un manuale di storia che spieghi come Silvio e i suoi discepoli siano riusciti a far credere alle peggiori assurdità milioni di persone, anzi peggio, a far loro interiorizzare qualsiasi stronzata servisse i loro fini. Allucinante.

Fonte: Il Giornale online

PS: spero che nessuno che legge questo blog abbia bisogno che gli spieghi che il surriscaldamento del pianeta non c’entra nulla con l’eventuale verificarsi di ordinari o meno fenomeni metereologici. E’ come dire – tanto per citare sempre gli stessi – che "se uno ha la pelle nera è sicuramente un delinquente". Due fatti accostati a caso, per provare una tesi senza alcun fondamento. Si chiama mass consensus. Che schifo. I grassetti nell’articolo sono miei, ma solo quelli.

E lo chiamano surriscaldamento del pianeta

Il
pianeta è sotto zero eppure i professionisti del catastrofismo
continuano a invocare l’effetto serra
. Non sono capaci di arrendersi
all’evidenza: la natura fa quello che vuole, non quello che decidiamo
noi

Conservate i giornali di oggi. Teneteli lì, per la prossima volta.
Teneteli per il primo che parla di surriscaldamento della terra. Meno
13, meno 24, meno 7. La neve, visto quanta? Il gelo, visto che roba?
Qui si muore di freddo. Global cold, global cooling, global chilling:
lo chiamino come vogliono, resta che qui di anormale c’è la temperatura
al ribasso. Sappiamo che a Copenaghen, nei giorni scorsi, hanno perso
tempo: l’accordo sulle emissioni da limitare e fermare, i bisticci sul
nulla, le passerelle, le bocche riempite di grandi parole sul buco
dell’ozono.


Magari qui adesso avessimo un termosifone per crearcelo da soli un
bell’effetto serra.
La realtà fa a pugni con l’idealismo. Ci raccontano un sacco di cose
sui danni che stiamo facendo, però poi ogni anno ci ritroviamo
congelati come sempre, più di sempre.
Al freddo e al gelo, e va bene
che è in linea col Natale, però ne avrebbero fatto tutti a meno in
questi giorni. Qui sul pianeta ghiacciato andrebbe bene una stufa a
petrolio o a carbone, o a qualunque combustibile inquinante. Altro che
energia da sole, vento e acqua: serve qualcosa subito, qualunque sia.
Congelare è innaturale quanto soffrire per il caldo. Fa male lo stesso,
fa morire di più. Ottanta morti in Europa in queste ultime ore. Sono
pochi? È una cosa da civiltà evoluta? È una invenzione delle
multinazionali che vogliono far bollire il globo?
La verità banale e angosciosamente semplice è che la natura fa quello
che vuole: ti dà la neve e poi il giorno dopo la fa sciogliere con il
sole o con la pioggia. È successo in ogni era, succederà ancora. Solo
che si sono fissati con questa storia del riscaldamento globale e
adesso ci vogliono convincere che pure il gelo sia colpa del caldo.
In
Valtellina ci sono meno trenta: colpa del surriscaldamento che poi fa
raffreddare.


A Rimini fa meno undici? Non è possibile, dev’essere colpa del
surriscaldamento, no? Global warming: due parole inglesi che vanno di
moda perché sono diventate una specie di mantra del politicamente
corretto. «Facciamo qualcosa per il global warming», e tutti
annuiscono. Perché è giusto anche se è sbagliato, è certo anche se non
c’è alcuna prova. Al Gore e i suoi fratelli sono i nuovi paladini del
pianeta, depositari di una verità incontestabile a prescindere.
Chiunque contesti è un buffone, oppure un mentecatto, o magari un
cialtrone, o ancora uno scellerato. Così abbiamo visto finire nel
cestino dossier e documenti firmati da centinaia di scienziati
dissidenti. Scandalo tenuto sottotraccia perché sbugiarda le teorie di
intellettuali e altri scienziati considerati buoni, giusti e amici del
pianeta.

Vogliono riempirci la testa.


Vogliono convincerci senza lasciare spazio anche a una sola teoria
alternativa. Organizzano vertici mondiali come quello di Copenaghen
dove spacciano per successo un fallimento costato milioni e milioni e
che paradossalmente produce più danni al pianeta dello zero virgola
zero zero zero e qualcosa di aumento della temperatura globale. Vedrete
oggi. Vedrete che questa ondata di gelo sarà venduta come la
dimostrazione delle loro teorie sulla cattiveria dell’uomo che
distrugge la terra. Non s’arrendono all’evidenza: tutto il mondo è al
gelo. Noi vediamo le nostre città: Milano, Torino, Venezia, Bologna.
Bianco e solo bianco. Freddo e solo freddo. Ghiaccio e solo ghiaccio.
Poi gli altri. L’America dell’Est sepolta nel peggior inverno degli
ultimi anni: il governatore della Virginia ha dichiarato lo stato di
emergenza, Washington ha chiuso tutto, compresa la Casa Bianca, che se
nessuno la conoscesse, oggi sembrerebbe chiamata così per la neve.
Aeroporti chiusi, treni fermi, strade deserte.


Un pianeta ammantato, sofficemente sotto zero: Francia senza aerei e
treni, con Sarkozy a fare da capo stazione per cercare di far partire
qualche Tgv per miracolo. L’Inghilterra peggio: chiusura degli scali di
Luton e Gatwick, disagi nel colossale Heathrow, centinaia di scuole
sono rimaste chiuse così come moltissimi uffici pubblici. Pure il
tunnel sotto la Manica bloccato. Un casino inenarrabile che vediamo
alla tv e fuori dalla finestra.
È inverno, sai che scoperta. E in inverno il tempo è brutto: se la
temperatura è decente piove, se è indecente nevica. Semplicemente
ovvio. E invece no, perché a complicarci la vita c’è il falso mito del
riscaldamento globale
che s’è meritato persino il Nobel per la pace del
2008. Avrebbero dovuto restituirlo quel premio i signori che l’hanno
vinto. Per decenza e per dignità. Perché non c’è certezza che quelle
teorie vendute come verità siano affidabili, perché sono professionisti
del catastrofismo, perché non accettano il confronto con quelli che
producono risultati scientifici diversi dai loro.


Gli intolleranti dell’ambientalismo, convinti che la natura faccia
quello che noi vogliamo. Così domani quando la neve sarà sciolta in
tutto il mondo diranno che la pioggia è arrivata per colpa del
riscaldamento: di botto così, dieci gradi di differenza tra un giorno e
l’altro. Un gioco delle tre carte o qualcosa del genere. Troppo
difficile pensare che la natura sia facile: fa quello che vuole. Segue
le stagioni, anche quelle che non ci sono più. Da una vita. Da sempre.

 

 

Crooked Little Vein – Ellis il nuovo Lansdale

22 Dicembre 2009 Commenti chiusi

 

Io non ho paura di dirla grossa: Warren Ellis è il nuovo Lansdale. Il suo primo libro, dopo anni di fumetti stupendi tra cui non posso non segnalare l’immenso Transmetropolitan e il suo protagonista Spider Jerusalem, è uno stupendo noir americano (anche se il suo autore è britannico), che sicuramente segna un passaggio importante per il genere in terra anglofona. Crooked Little Vein, tradotto ottimamente in italiano per la Elliot Edizioni da Luca Fusaro (eccezion fatta per il titolo che proprio non va!), trasporta a ritmo di sarcasmo e ironia il lettore attraverso l’America che tutti immaginiamo o conosciamo, ma che rifiutiamo di accettare per quello che è. Come nei suoi fumetti Ellis eccelle nel tratteggio dei suoi personaggi e nei dialoghi, lasciando che il panorama in cui si muovono si delinei dai dettagli e dalle sfumature più accese, senza bisogno di meticolose descrizioni e puntiformi pedanti resoconti. Se avete occasione di prenderlo non fatevelo sfuggire! Voto: 9

PS: seguite pure il suo blog perché è una fonte costante di informazioni e di ispirazione

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Inter in Wonderland: antartide

21 Dicembre 2009 Commenti chiusi

 

 

 

Ho visto cose che voi umani non potreste nemmeno immaginare, ma suppongo siano state allucinazioni dovute all’alterato stato di coscienza che i -10 gradi centigradi dello stadio hanno consentito di raggiungere. Soprattutto, considerato che il mio cervello è ancora congelato, non ho modo di raccontarvele neanche se lo volessi. D’altronde commentare una partita così è difficile: viene solo da chiedersi chi è il genio che decide gli anticipi e i posticipi – lautamente stipendiato – selezionando con così mirevole sagacia le notturne a Nord di Napoli nei mesi invernali.
Il mio stato di latente congelamento non mi ha concesso di capire molto se non alcune cose basilari: c’era una squadra composta di 10 pinguini con maglia crociata e 1 pinguino grigio in porta; c’era una squadra composta da 10 pinguini blu scuro e 1 pinguino giallo in porta; il tutto era governato dal figlio di una zebra con un mantello giallo fosforescente. Ho dedotto quasi subito che tifavo per i pinguini con la croce rossa sul petto e ho gioito per il gol di quello di loro con la criniera.
Per il resto il Mago Pinguinho ha fatto il compiti e per l’ennesima partita il nostro lato dell’Antartide è sembrato totalmente in controllo del match. In effetti la botta di culo degli orobici al 43esimo mica può ripetersi ogni volta. E’ dai tempi dell’Inter dei record e di quella dell’inizio dell’anno successivo che non avevo la sensazione che gli avversari non potessero fare un cazzo di niente. La differenza con quell’Inter era che lì avevo anche la sensazione che avremmo fatto sempre e comunque gol strabordando. Qui questa seconda sensazione è più tenue, ho una minore percezione di potenza.
In ogni caso, in antartide, al giro di boa del 2009 era importante vincere, per andare ad affrontare la pausa senza stress e polemiche, concentrandosi su come migliorare ancora di più. Ci vediamo alla Befana, fate i bravi. Io provvederò appena riuscirò a riacquistare la piena facoltà di tutti i miei arti, orgoglioso di non essere mancato allo stadio nonostante il clima proibitivo e pronto a rinfacciarlo a tutti coloro che hanno mandato sugli spalti una sagoma di cartone al loro posto. Come vedete lo spirito natalizio mi pervade come sempre. 

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Microtelling: la Politica

18 Dicembre 2009 Commenti chiusi

 

Il cielo di milano oggi è una minaccia più che un elemento del paesaggio. Incombe grigio e piatto come un enorme palmo pronto a soggiogare chi abita sotto il suo dominio. Immoto, infinito, ineluttabile, reale.
Dopo il microblogging, a voi il microtelling.

La Politica
[quella con la p maiuscola che ha allontanato quasi tutti dalla gestione del comune e che nonostante questo ha così larga parte nel determinare le condizioni in cui viviamo]

Camminavo serenamente in mezzo alla strada, circondato da uomini e donne che si affannavano a rincorrere l’ultimo regalo di Natale. Faceva freddo ma non troppo, e i volti e i corpi erano celati da strati e strati di tessuto, lana, cotone, feltro, cashmire. All’improvviso vidi un movimento repentino e venni colpito: un sapore metallico mi riempì la bocca e uno strano calore si diffuse su tutto il mio viso. Caddi a terra, ma mi rialzai tamponandomi il volto con la manica e cominciai a correre. Corsi senza fermarmi gridando aiuto a squarciagola, sperando che questo facesse desistere il mio aggressore. Mi fermai solo dopo qualche centinaio di metri, quando mi resi conto che non mi inseguiva nessuno. Mi accasciai con la schiena appoggiata alla parete e composi il numero del 118 sul telefono. L’ambulanza arrivò in una mezzoretta e mi portò all’ospedale, lasciandomi dolorante in sala d’attesa. Dopo alcune ore un medico mi disse che non era nulla di grave, mi fece fare due lastre e mi ricucì alla bell’e meglio il labbro. Mi resi conto che avevo perso due denti. Quando uscii dall’ospedale era ormai notte fonda e tornai a casa, chiedendomi chi ce l’avesse con me così tanto da aggredirmi a quel modo. Non trovai risposta e non ne trovai neanche nei giorni e nei mesi successivi, ma mi ritrovai a dover vincere il disagio di camminare spensierato in mezzo alla folla. Ancora oggi non sono riuscito a ritrovare la sensazione splendida che mi dava passeggiare tra la gente osservandola.

-*-*-*


Si destreggiava alla meglio tra la folla, attorniato da guardiaspalle enormi e da mani festanti che lo cercavano come un messia. In sottofondo qualche urlo di contestazione e qualche fischio. Nelle orecchie ancora le parole efficaci della sua ultima arringa contro "la violenza". Sorrise tra sé e sé. Stringeva mani, firmava autografi, sorrideva. Improvvisamente il colpo: un sapore metallico gli riempì la bocca e uno strano calore si diffuse su tutto il suo viso. Cadde nelle braccia dei suoi sostenitori, che lo spinsero istintivamente all’interno dell’auto blindata. Fu un istante. Tolse il cencio con cui gli stavano coprendo il volto e salì sul predellino dell’auto, mostrandosi alla folla: ferito, sanguinante, lo sguardo furente e fiero. Poi rientrò nell’auto e diede ordine di portarlo al San Raffaele, preavvisando chi di dovere. All’ospedale venne portato immediatamente a fare ogni tipo di accertamento e gli venne messa a disposizione un’intera ala della struttura per riposare almeno qualche giorno. Mentre veniva medicato e ricucito così da lasciare un segno appena percettibile tra la guancia e il labbro, pensò al da farsi. Nei successivi tre giorni, lontano dai riflettori, fece solo poche cose, ma necessarie, per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo: prese appuntamento dal dentista, dato che aveva perso due denti, ma non dal chirurgo estetico; lasciò che i suoi amici puntassero tutte le armi che avevano sui suoi nemici, si dia fuoco alle polveri; diede mandato ai suoi consulenti di aprire una azienda di import-export di souvenir del duomo, il mercato ne avrebbe avuto bisogno. Quando dopo tre giorni uscì dall’ospedale, mostrandosi ai suoi fedeli e fedelissimi, disse solo una frase: "l’amore vincerà". E anche io, pensò sorridendo sotto la medicazione. Poi ordinò all’autista di portarlo a casa, dove sarebbe rimasto a riposto fino al giorno dopo la tradizionale conferenza stampa con i giornalisti che diversamente sarebbe stato obbligato a fare. Due piccioni, e anche di più, con una fava.
 

La Coppa dei Cachi: palcoscenici e cinghiali

17 Dicembre 2009 Commenti chiusi

 

Era una notte buia e tempestosa… come dite? Non c’era tempesta? E’ vero, non c’era tempesta, ma vi assicuro che stasera al Meazza per gli ottavi di finale della Coppa dei Cachi faceva un freddo letale. Ma come si suol dire: mani fredde, cuore caldo, e così i 2000 spettatori che si sono accalcati a San Siro (di cui circa 3 paganti) hanno dimostrato di che pasta è fatto il vero tifoso. E’ anche vero che la Coppa che porta il nome del glorioso paese in cui viviamo meriterebbe palchi ben più rinomati di quello in cui si è giocato la partita… Che ne so, perché non giocare all’Arena Civica?

In ogni caso, intabarrati come omini Michelin (ooops, Pirelli) e surgelati come pinguini durante l’Era Glaciale, i coraggiosi che si sono presentati allo stadio e i pavidi che hanno seguito il match da casa, alla lettura della formazione hanno pensato di essere sul set di Ritorno al Futuro: le soluzioni con i giocatori scelti da Mourlino sono solo due, ed entrambe decisamente distopiche. Io al volo pronuncio la parola magica: stasera si gioca con il vianema, nella versione ungherese del 3-2-3-2.

Poi ci penso bene e penso che la crociata medievale di Mou non può tornare così indietro nel tempo: Calimero stasera gioca terzino sinistro, mossa controbilanciata dalla grande esperienza di Giulietto Mastino Donati all’esordio come terzino destro. Al centro della difesa l’Orco e Crystal reduce da alcune delle sue peggiori prestazioni di sempre. In mezzo al campo grande qualità ed esperienza: Barbalbero-Drago-Statua di Sale-Olandesina Volante. Davanti Supermario fa coppia con King David.

I grandi palcoscenici, si sa, ci esaltano, e per questo diamo vita a una partita che finalmente posso guardare con il sorriso sulle labbra, nel senso che la tensione è inesistente: d’altronde da un lato c’è la squadra attualmente campione del paese dei cachi, anche se rimaneggiata, e dall’altra c’è una delle più probabili candidate alla serie cadetta, ingombrata da parecchie seconde linee e nutrita nei giorni precedenti al match di soli cinghiali interi arrosto. Solo così si possono spiegare le forme giunoniche di Mozart, Rivas e Lucarelli. Francamente imbarazzante.

I futuri retrocessi non vedono mai la biglia, praticamente in tutta la partita, e nel primo tempo si segnala praticamente solo un quasi gol dell’Olandesina e un quasi gollissimo del Drago, oltre a un numero imponderabile di scivolate di King David. Il cui ruolo è a questo punto chiaro: interpreta la Miseridordia nel grande affresco mourliniano.

Il secondo tempo recita lo stesso copione, arricchito di pinguini e di un golasso dell’Olandesina, e da un numero imponderabile di scivolate di King David.

Che dire, facciamo alcune valutazioni: è stato commovente vedere l’ultima partita di King David con la maglia nerazzurra, ma dopo quello che ha combinato dubito che rivedrà mai più il campo con i colori mourliniani; è stato stupendo scoprire che Calimero come terzino è meglio di Crystal, segno che forse il rumeno deve un po’ riposare o ritornare in ruolo al centro della difesa; è stato bellissimo gridare per tutta la partita verso il giovane Mastino, che ha meritato di esordire, e vedere uomini del calibro di Barbalbero, dell’Olandesina, del Drago e di Supermario onorare la partita fino in fondo (quest’ultimo addirittura sacrificandosi in copertura, è veramente imprevedibile i momenti che sceglie per maturare).

E’ stato sorprendente scoprire di non essere morti assiderati alla fine dei novanta minuti e se non ci fosse stato quell’obeso di Lucarelli sull’ultima palla avremmo rischiato di dover subire anche la tortura artica dei supplementari. Domenica farà ancora più freddo, ma questa volta sarà una partita vera. Occhio.

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Un nuovo ’26: caricatura della storia d’italia

14 Dicembre 2009 Commenti chiusi

 

Chi cerca facile retorica da buon democratico o facili recriminazioni (ancorché basate su fatti veri) su come la violenza nei confronti delle persone normali sia una violenza di serie b, mentre la violenza contro un politico sia un affare di stato, può smettere di leggere subito. Non mi interessa fare le discussioni che addirittura Rosi Bindi riesce ad articolare.
Mi pare più rilevante sottolineare il cinismo di quanto è avvenuto ieri sera, e non mi riferisco certo all’improbabile gesto di Mr Tartaglia, quanto alla reazione che sta generando e che ha immediatamente generato.
Il centro destra (e il centro sinistra) sono da tempo incastrati in una battaglia di posizione in cui le trincee stanno tutte a casa della destra, un po’ come se i francesi avessero difeso la Marna dal lato di Berlino. E l’aggressione di ieri sera (chi parla di attentato è più squilibrato di un bradipo ubriaco) è l’occasione perfetta per uscire dall’impasse. Sempre dal lato della destra.
E’ stato molto curioso seguire le reazioni dei politici che reclamano adesso a grande voce il rispetto delle istituzioni, della democrazia, della Costituzione salvo sputarci sopra a ogni pié sospinto. Il miglior comico è proprio Ignazione La Russa: "dobbiamo difendere la democrazia, dobbiamo introdurre il REATO PENALE di DISTURBO DELLE MANIFESTAZIONI ALTRUI" (il maiuscolo è mio). E come facciamo a definire disturbo? Quando io grido che non sono d’accordo sono più o meno  democratico? E se la Polizia mette le transenne e impedisce a un corte legittimo di entrare in una piazza dove si è svolto un grave fatto nel passato disturba la
manifestazione? O anche in questo caso hanno l’esenzione dal reato penale come a Genova (tanto per richiamare eventi arcinoti)?
L’aggressione di ieri invece secondo me si inserisce perfettamente nei ricorsi  storici di questo scorcio di secolo: siamo passati attraverso una riedizione del ’22 e degli anni successivi e finalmente siamo sbarcati in una patetica e grottesca rivisitazione del ’26 (l’attentato Zamboni al pelatone tanto per  capirci). E Silvio sul predellino perché tutti possano immortalare il suo
sacrificio per la patria, il suo martirio tutto sommato a basso costo (mica ci è rimasto, ci ha perso mezzo dente) è l’emblema del fascismo videocratico in cui  siamo immersi. Si predica di abbassare i toni e si aizza la piazza alla guerra.
E nessuno dice una parola.
Ma sono pronto a scommetterci che le conseguenze di questo evento saranno molto meno uno scimmiottamento di quello che successe dopo il ’26: si istituì la pena di morte e il populismo del regime esplose in tutta la sua spettacolarità, di
fatto annullando ogni opposizione alla luce del sole. Con le buone e con le  cattive. Ora non penso ovviamente che si reintrodurà la pena di morte (anche se a sentire i militanti di centro destra per i "comunisti" ci vorrebbero almeno dei campi di confinamento), ma penso che un centro-destra prossimo ad andare alle elezioni anticipate troverà il modo di serrare le fila e di far accettare
ob torto collo al paese ogni nefandezza di cui si vedrà capace.
Proprio nel momento in cui speravo che la gente si rompesse definitivamente i coglioni e cominciasse a spaccare tutto, mi ritroverò a dover sentire deliri di ogni tipo conditi qua e là di abusate parole come "democrazia", "libertà", "futuro". D’altronde il limite siamo noi, tutti noi che viviamo ipocriti, avviliti e attoniti nel Paese che Non Esiste Più: la nostra afasia è la giustificazione dell’immondizia in cui siamo immersi. E dopo l’attapiramento che ho visto a seguito degli eventi di ieri sera, non ho dubbi che le speranza per
una matura presa di posizione siano ridotte al lumicino.
Allora avanti così, continuiamo ad essere la caricatura di un popolo, che vive nella caricatura di un paese, in cui l’evento più grave – a leggere i giornali – degli ultimi 20 anni è la caricatura di un attentato al Primo Ministro perpetrato con un souvenir da 2,5 euro. E poi mi dite di non cercare la rissa…

Inter in Wonderland: Orobia Blues

14 Dicembre 2009 Commenti chiusi

 

La Serie di Oz riapre i battenti con Mourlino trasformato da Mago in nostromo, intento a prendere appunti sul cassero di poppa e a gridare esclamazioni un po’ balzane come "corpo di mille balene!", "per tutti i capezzoli dei cetacei!", ecc. In panchina va un figuro brizzolato con una doppia B stampata sul piumino stilosissimo: Bad Boy Beppe Baresi in console. Peccato che di fronte alle domande delle p.i. nel post partita si veda bene la differenza con il principale occupante del banquillo interista.
In campo si ripropone il modulo ultraoffensivo contro i pastori orobici che corrono corrono ma non concludono un cazzo. Dal canto nerazzurro si parte in nove e mezzo, dato che schieriamo Chivu il buco con il difensore vicino all’imo delle sue prestazioni, e che il Pelato non è nel suo momento migliore. Nonostante l’inferiorità numerica, per tutto il primo tempo gli eroi nerazzurri gestiscono agevolmente la partita e segnano meritatamente con un tiro da biliardo del Principe. La partita però è abbastanza mesta, un po’ per la scarsa qualità degli avversari, un po’ per la sensazione che gli uomini di Mourlino entrino in riserva dopo 60 minuti. Gli unici pericoli dalle parti del portiere sono deviazioni dei difensori neroazzurri. Succederà anche nel secondo tempo: sarà mica crisi inter? Malcelato desiderio di suicidio per la palpabile tensione alla Pinetina?
Nel secondo tempo tutti si aspettano che i mourliniani chiudano il match, mentre nello spogliatoio un po’ tutti paiono aver bevuto un litro a testa di camomilla. Gli orobici prendono coraggio e i nerazzurri prorompono in un tristissimo blues: Sneijder si deprime e si fa cacciare (da babbo) lasciandoci in nove (dato che Crystal risulta non pervenuto mentre il Pelato si è un po’ ripreso con la cura di tranquillanti), per non piangere davanti a tutti gli spettatori. In doppia inferiorità numerica BB tarda troppo nei cambi e la squadra rincula ulteriormente. Nell’unica penetrazione seria in terra nerazzurra, il TIR trova il guizzo per il pareggio. Nonostante questo nessuno tra i nostri eroi si sveglia.
Quando il quarto uomo mostra i minuti di recupero finalmente i nostrani cavalieri si risvegliano e quasi la mettono in fondo al sacco, a dimostrazione del fatto che bastava volerlo e si portavano a casa i tre punti. Il mezzo passo falso pesa poco sulla coscienza dato che i diretti concorrenti perdono sonoramente, ma tanto basta per scatenare nelle interviste post partita un bel revival di prostituzione intellettuale: si sa, quando non c’è il gatto (Mourlino) i ratti ballano (i giornalisti), e fare i prepotenti con il povero BB è fin troppo facile.
Il simbolo della giornata è il losco figuro che si è presentato nella sede in cui guardo tutte le partite in trasferta dell’Inter. Dal minuto uno ha cominciato a urlare frasi senza senso tipo: "Mourinho speriamo che muori". Sul gol degli orobici salta in piedi dicendo: "tutta colpa di quell’eto’o di mxxxx". Come se il Leone avesse potuto controllare come un burattino Lucio sul buco in cui il TIR si è infilato. Lo sguardo sbigottito dei presenti si è trasformato in insulti e la rissa si è fermata al solo livello verbale con mio sommo disappunto: puntavo decisamente al lancio del boccale a palombella con atterraggio sulla nuca nemica. Finché esisteranno interisti così, le p.i. e i nostri avversari avranno gioco facile. Vedi te se uno deve avere crisi isterica di ignoranza calcistica in un giorno in cui comunque si guadagna un punto sulle dirette inseguitrici. Misteri della fede nerazzurra. 

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40 anni di miserie e ipocrisie all’italiana

12 Dicembre 2009 Commenti chiusi

 

Quaranta anni fa, il 12 dicembre 1969 alle ore 16 e 37 minuti, una bomba esplodeva nella Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano: una strage di cui tutti sanno tutto (i mandanti, gli esecutori, i capri espiatori, le insabbiature e le coperture istituzionali, le conclusioni processuali ingiuste) e di cui tutti fanno finta di non sapere niente. Una strage che ha inaugurato il periodo più miserevole, falso e infame della recente storia italiota: quello della Strategia della Tensione, in cui sulla pelle delle persone normali si è cercato di inventare scuse per evitare che il pericolo rosso arrivasse al potere (perché poi si può girarci intorno finché si vuole, ma questo è stato). A 40 anni di distanza è continuato il teatrino: zero commemorazioni, piede a tavoletta sulla speranza che la gente dimentichi, confonda, annebbi e che finalmente tutto possa tornare ad essere "normale".

Come ogni anno centinaia di persone (quest’anno ancora meno degli anni scorsi, segno dei tempi che corrono) si sono ritrovate a marciare per le strade di Milano, giusto per non dare l’impressione che proprio a tutti stia bene che si dimentichi, che si cancellino interi pezzi di storia collettiva. Una volta arrivati davanti a piazza Fontana le persone si sono trovate di fronte camionette, forze dell’ordine schierate e transenne per impedire l’accesso alla piazza. Alla domanda semplice: "perché alcuni cittadini possono entrare normalmente in piazza Fontana e ricordare la strage e altri come quelli che hanno partecipato a un corteo perfettamente legittimo non possono farlo?" La risposta sono state un paio di cariche. La gente non se n’è andata. Fino a quando non se ne sono andati gli uomini in divisa, che una volta di più anziché difendere i valori democratici si sono ritrovati ad essere idiota strumento delle necessità del potere: una bella scazzottata che i media possano usare per alimentare il mito dei manifestanti cattivi e intolleranti. E il problema è che la maggior parte delle persone sono disposte a bersi qualsiasi stupidaggine pur di continuare con il proprio tran tran.

Sono i tempi che corrono. Tempi che fanno infuriare e allo stesso tempo fanno riflettere sul fatto che se un popolo non vuole diventare adulto, non ci saranno speranze per il suo futuro e per quello delle generazione che lo seguiranno. Che mestizia.

UPDATE

Apprendo oggi dalla registrazione di Radio Popolare (complimenti, sempre dalla parte del popolo, ovviamente) e da La Repubblica che il problema ieri sono state le persone che volevano entrare in piazza e che tutti i presenti in piazza in quel momento (o almeno quelli che stavano sul palco) si sono indignati non perché una piazza che è di tutti nel giorno del 12 dicembre fosse asserragliata di sbirri, ma del fatto che personaggi che nulla hanno a che fare con la commemorazione come Letizia Moratti, Roberto Formigoni e Guido Podestà fossero sonoramente fischiati. Anche i familiari delle vittime cadono nell’equivoco e anziché pretendere che la piazza fosse aperta non sanno fare meglio che mugugnare per la "festa rovinata". Io sono allibito. Non ci sono altri termini. Solo io penso che l’anormalità ieri fosse nelle transenne che chiudevano la piazza e nelle istituzioni della destra sul palco e che la cose positiva fosse il desiderio di centinaia di altre persone di essere presenti nel luogo dove si commemora un evento purtroppo fin troppo attuale?  Il mondo alla rovescia, il mondo attraverso una telecamera. E per tutti i benpensanti: speriamo che di scontri se ne vedano presto di molto più recrudescenti perché a furia di ingoiare si finisce per assomigliare agli struzzi più che agli esseri umani.

 

La Lega dei Citroni: no panic attack!

10 Dicembre 2009 Commenti chiusi

 

I prodromi per un traghettamento di Mazzola c’erano tutti: la famosa frase "è una finale" pronunciata dal capitano, i gufi neri all’orizzonte, la pazzia congenita della squadra nerazzurra, il nervosismo malcelato del Mago Mourlino. Invece è andato tutto bene. Proprio tutto. Sugli spalti quando si legge la formazione i tifosi si incazzano e io pontifico: ma no, va bene così, il mandato mourliniano è chiarissimo. "Joga la bala!" al posto di "Cori come un pirla!".
I tatari al grido di "Ke Kazan!" scendono in campo con un coraggiosissimo 4-6-0 facilitando di brutto il compito ai nostri eroi di cartapesta europea: per 45 minuti la Statua di Sale, l’Olandesina e il Drago insieme al trittico della morte Principe-Leone-Supermario non fanno vedere la biglia ai mesti ex sovietici. In compenso visto che era un po’ che non si infortunava nessuno perdiamo il Muro (prognosi neriana: 40-50 giorni) e io predico l’uscita anzitempo del Drago prima del Mago Otelma (prognosi: giocherà a Bergamo per necessità e rishierà di rompersi di brutto).
Per ben due volte il cosmo è sull’orlo dell’estinzione: l’Uomo d’Acciaio al 30esimo salta tutto il Kazan e anche un paio di nerazzurri e mette al centro manco fosse la reincarnazione di Messi – ah, come dite, è ancora vivo? Beh, ci siamo capiti – per un tacco bellissimo di Supermario che arriva al Leone che a scanso di equivoci la spara a duecento all’ora in fondo al sacco. Nel secondo tempo il Capitano si ripete in uno slalom ubriacante carpiato che lascia di stucco tutto lo stadio. In quel caso non segnamo, ma tutti sentono distintamente i pilastri ai margini dell’Universo tremare sonoramente.
Nel frattempo il portiere tataro – oltre ad aver rinviato svirgolando 7658 palloni (gentile dono ai bambini, si sa che i tatari sono di indole buona e mite) – riesce a parare un missile di Maicon che tutti vedono dentro. Si va al riposo su un 1-0 fin troppo risicato.
Il secondo tempo nerazzurro dimostra che i nostri problemi in Europa non sono finiti e che i limiti della rosa sottolineati dal Mago Mourlino sono fin troppo palesi. Per 15 minuti non capiamo un cazzo e il Rubin rischia di infilarci con una palla dal limite che tutti – e dico tutti, speaker incluso – vedono dentro. Il nostro portierone si deve essere giocato i deflettori al plasma, infatti poi viene invitato con dei gesti inconsulti dall’arbitro a buttare via le cartucce di riserva nascoste sotto i tacchetti.
Ci ripigliamo, ma se in quei 15 minuti ci fosse una squadra di calcio anziché dei barbari senza Dio, avremmo preso sicuro due pere. In compenso i tatari ci regalano una punizia da 35 metri. Mi giro e guardo negli occhi i miscredenti intorno a me, sentenziando: da lì Mario può metterla. Detto fatto e in transenna guardo con aria di sfida coloro che non credono al verbo del Padre (non il mio, quello di una socia di interistiorg con funzioni pesantemente totemiche).
Il resto della partita è accademia. Peccato per la vittoria del Barça, ma chiedere di arrivare primi in un girone giocato come lo abbiamo giocato sarebbe stato pretendere un credito eccessivo dal culo di Mourlino. I limiti dei nostri eroi sono sempre lì e speriamo che vengano tamponati con gente che almeno non se la faccia addosso (il Pelato entrato sul 2-0 ha mostrato che volendo può circolare… quando vinciamo). Al riparo dagli attacchi di panico abbiamo salvato noi stessi dal traghettamento e dal buttare a monte mezza stagione. Ora accontentiamoci: cerchiamo di non uscire con un doppio 6-0 ad opera di Chelsea o Real Madrid. Puntiamo a una battaglia primaverile dignitosa. Almeno potremo dire: nous ne regrettons rien.
 

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Inter in Wonderland: regalie e tradizioni

6 Dicembre 2009 Commenti chiusi

 

Gli eroi nerazzurri sbarcano nella Terra Nemica per antonomasia con la prospettiva di affrontare il Big Match piu’ inutile dell’anno: alla fine dei novanta minuti infatti la Serie di Oz non sara’ cambiata di una virgola, per lo meno per quanto riguarda le posizioni di testa. Alla faccia della sfida decisiva, della partita della vita o della morte. Poveri giornalisti.

Mourlino carica i suoi come solo lui sa fare quando e’ in preda a un attacco di catalessi: dichiarazioni sottotono, mani avanti, tattica per la partita basata su contenimento e ripartenze, e dulcis in fundo lascia fuori dall’undici di partenza il miglior purgatore di bianconeri a nostra disposizione.

Appena entrati in campo la scena e’ di quelle da Libro Cuore: da un lato aitanti eroi senza macchia e senza paura, dall’altro poveri gobbi tignosi e arrabbiati con il mondo, preda di manie di persecuzione e complessi di inferiorita’, con la mano tesa a chiedere un’elemosina senza certezza della reazione dei tuoi possibili benefattori. I nostri cavalieri si guardano negli occhi e i tifosi scorgono l’ombra della pieta’ e della misericordia sostituire il sadismo della prepotenza. "Cazzo, no!", esclamo nel bar di Madrid tra gli sguardi attoniti degli avventori e avversari (tra cui l’unico florentino gobbo che abbia mai visto in vita mia).

Il motto del match diventa un laconico Let it Be, o alla peggio un Live and Let Live (depende se preferite il rock statunitense o la musica classica britannica). E di fronte a tanta bonta’ i gobbetti si affannano per essere all’altezza della regalia, ricordandomi la famigerata filastrocca La famiglia dei Gobon. Nonostante questo clima di remissivita’ generale i tapini riescono a trovare il vantaggio solo dopo una doppia deviazione fortuita con rimpallo a risucchio sul terreno viscido: un gol degno della loro tradizione di doppiezza e disonesta’ che sancisce il dono nerazzurro dal sapore prenatalizio. Mourlino sembra essere uscito dalla catalessi perche’ manda a quel paese l’arbitro e viene cacciato dal campo non senza il prode contributo di infamia di quel signore che siede giustamente sulla panchina bianconera.

Proprio il gol sveglia gli istinti predatori di alcuni nerazzurri che in pochi minuti con il Leone pareggiano i conti, riaddormentandosi subito dopo. Il messaggio e’ chiaro: su, accontentatevi di un pareggio senno’ vi ammazziamo. Messaggio rincarato con un inizio di secondo tempo arrembante. Su un contropiede pero’ Samuel si fa vincere dal sentimento cristiano (maledetta colonizzazione cattolica nel Sudamerica) e consente a Gobbisio di fare il golazo della vita, ammantandosi in un giorno e per sempre delle simpatie e dei favori di quella masnada di poveracci che costituisce il pubblico piu’ becero d’Italia. Il punteggio non cambiera’ piu’ e nessuno fara’ d’altronde qualcosa perche’ accada qualcos’altro in partita.

Baresi e’ ancora sotto gli influssi della tisana catatonica e lo dimostra con il suo contributo tattico, sicuramente concordato con il Mago di corte: Supermario entra per Calimero (che aveva gia’ rischiato due volte di lasciarci in dieci) scazzato e scenografo come non mai (non gli ho mai visto accentuare cosi’ alcune cadute); Amantone rileva il Pelato, ma nessuno si accorge del fatto che stia calcato il campo; infine Matrix si lancia nella mischia nella famigerata mossa Huth. Ce n’e’ abbastanza per chiedere di sospendere lo strazio, altro che cori razzisti.

La tisana della misericordia era pensata per durare novanta minuti e complice qualche infortunio proprio allo scadere esaurisce i suoi effetti: riusciamo cosi’ a collezionare una edificante rissa che costera’ (giustamente) 3 giornate a quel cretino di Crystal (e a Samuel tanto per gradire anche se era gia’ stato sostituito), e forse anche alla Statua di Sale che quando c’e’ da correre non si capisce dove si nasconda (peggio di Mariolino Corso), ma quando c’e’ da menare le mani compare sempre al centro della mischia.

Tiriamo le somme al fischio finale: onoriamo ancora una volta la tradizione che ci vuole fare pochi risultati a Torino quano siamo primi in classifica. Alzi la mano chi vorrebbe tornare alla tradizione contraria precedente. Io no di certo.

Il punto e’ che se eravamo in vena di regalie, lo abbiamo fatto ancora una volta da veri bauscia, con stile: anziche’ mandare in campo una squadra di panchinari e primavera spompiamo per bene i titolari (voglio proprio vedere quanto fiato avra’ il Drago per dirne uno mercoledi’ sera), remediando contemporáneamente un bel po’ di indisponibili (tra diffidati ammoniti e squalificati in prova TV) per la abitualmente "facilissima" trasferta in Orobia. Complimenti al team manager (e non sto certo parlando di Butti).

Fortunatamente non vedro’ i giornali e i loro peana ai poveri gobbacci, ne’ la caccia alle streghe per aizzare (come se ce ne fosse bisogno) e giustificare le stangate di Tosel. Fortunatamente non leggero’ le tragedie che si paventeranno nei luoghi di discussione online e offline degli interisti. So solo che io e blanca non possiamo piu’ andare in trasferta : quest’anno abbiamo uno score di due partite viste lontano dalla sede su due perse. La Serie di Oz ci vuole indubitabilmente milanoidi. Che culo. Ci mancava pure questa.

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