Il Nuovo Moderno

15 Aprile 2008 13 commenti

Visto che un’opinione sulle elezioni la danno tutti, ho pensato di poter parlare anche io. D’altronde nonostante ormai non vada a votare da almeno tre legislature (forse quattro non ricordo) ciò non significa che io sia indifferente alle mutazioni del panorama politico complessivo, come non lo dovrebbe essere chiunque decida di fare della politica un punto di vista rilevante nella propria vita.
Non è difficile fare una valutazione complessiva di queste elezioni, e onestamente sono andate esattamente come mi aspettavo, salvo per quanto riguarda la Lega, di cui non prevedevo un exploit così clamoroso, con il senno di poi per nulla difficile da interpretare. Come molti quotidiani hanno titolato, queste elezioni fanno da battistrada alla Terza Repubblica, e non tanto per il leit motif del "bipolarismo" quanto per l’intervento sollecito e immediato che il centro-destra predisporrà a livello istituzionale, riforma costituzionale in primis – d’altronde dopo aver concluso una rivoluzione culturale rispetto all’eredità post-bellica, è tempo per Fini-Berlusconi-Bossi di attaccare il cuore dello Stato, l’ultimo barlume di speranza che ci era rimasto, la Costituzione (e non è un caso che anche un senza legge né dio come il sottoscritto provi per quel documento ormai da tutti considerato vetusto un certo rispetto e una certa ammirazione).

Questo dimostra ancora di più il vero dato politico di queste elezioni: la scarsità e la miopia della classe politica del centro-sinistra e della sinistra. E adesso vi spiego perché. Partiamo dalle fucilate sulla croce rossa, che alla fine sono anche la cosa più divertente: la cosiddetta sinistra radicale, rinominata Sinistra Arcobaleno paga un pegno durissimo, riuscendo nel poco invidiabile record di farsi escludere dal Parlamento per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana, un primato che sono convinto si sarebbero tutti risparmiati volentieri. Il risultato era facilmente prevedibile, e in politica più che i proclami conta la capacità di leggere realtà e dinamiche in atto: è su questa incapacità di lettura tattica e di visione strategica che la sinistra italiana paga dazio, ed è per questo che il dito va puntato contro la sua classe dirigente. Inutile prendersela con "la gente", quella è quello che è, ovvero, soprattutto in Italia, un branco di becere pecore tendenzialmente reazionarie. Lo è sempre stato, e lo sarà ancora di più.
In particolare due cose erano evidenti a tutti (tranne che ai leader della Sinistra Arcobaleno evidentemente): qualcuno avrebbe preso la colpa del poco soddisfacente governo Prodi – il PD – ma a Bertinotti & Co nessuno avrebbe tolto il marchio di coprofago per antonomasia. Ovvero: dopo due anni passati a ingoiare di tutto pur di restare in sella a un governo impopolare, nessuno ha più creduto ai proclami bolsi di alternativa dietro cui si è voluto celare il progetto inesistente della Sinistra Arcobaleno. Forse per renderlo più credibile si sarebbero dovuti buttare a mare tutti i soggetti con un ruolo nel vecchio governo, cercando di sostanziare la promessa di "nuovo" con delle figure reali. E poi era ovvio che la tendenza fosse quella al bipartitismo conclamato: in politica i concetti di giusto e sbagliato, di vero e falso, sono del tutto relativi. Chiaramente non è vero che il bipartitismo è un sistema "migliore" o "più moderno" della presenza di una decina di partiti in grado di formare alleanze variabili, ma è diventato vero grazie al lavoro di martellamento mediatico e "opinionistico" a cui si sono prestati tutti. Mi direte che con il principale beneficiario di questo cambiamento proprietario delle principali televisioni, delle principali radio e editore dei principali quotidiani la cosa era scontata, ma proprio per questo bisognava capire che non si poteva non tenere in considerazione questa svolta. Il PD per dire l’ha capito, e l’ha cavalcato, e il 7% che manca alla Sinistra Arcobaleno si è distribuito tra astensionisti e votanti con il naso turato alla formazione veltroniana. Su questo punto non c’era ritorno possibile, la Sinistra Arcobaleno lo doveva sapere, e doveva agire di conseguenza: una volta coprofago, per sempre coprofago. Tanto valeva infilarsi nel PD e garantirsi una posizione di "corrente occulta interna" con nomi nuovi (che Veltroni e D’Alema non sono deficienti e altrimenti lo capivano subito il giochino): il modello realistico per la sinistra in Italia, in queste condizioni storiche era solo quello del Partito Laburista, a meno di scegliere di fare opposizione sociale – come si diceva un tempo – fuori dal Parlamento e nelle strade, ma la sensazione che emanava dal progetto della Sinistra Arcobaleno era del tutto opposta a questa. Ripeto: non è il modello che mi piace, o che auspico, ma l’unico modello che avrebbe consentito a una sinistra più "genuina" di accedere al Parlamento e di contare qualcosa nell’arena del saccheggio costituzionale a cui assisteremo.
Dal punto di vista di quelli come me la sconfitta della Sinistra Arcobaleno è cinicamente un grande successo: un tot di gente dovrà tornare a sgobbare e conoscere cosa vuol dire lavorare, nonché accettare di tornare sulla terra e prendere i calci in culo che merita. Inoltre un tot di risorse umane si renderanno disponibili di nuovo per fare agitazione sul territorio, e la vittoria della Lega, in grado di strappare la base alla sinistra storica è un segnale di quanto questo percorso sia obbligato per i rimasugli della sinistra italiana. Anche qui però i limiti di visione della classe dirigente sinistrorsa sono evidenti. Tutti sanno, Marx incluso, che i lavoratori quando si stringe la cinghia diventano reazionari, protezionisti, beceri e xenofobi (intendendo con xeno qualcosa di più che lo straniero, ma qualsiasi cosa che non sia un vantaggio per la propria sopravvivenza). All’opera nelle classi più umili italiane ma non solo ci sono sempre due forze: il darwinismo e la cultura sociale. Il primo banalmente spinge le persone a cercare un vantaggio per sopravvivere, a spese di chicchessia; il secondo rappresenta la forza contrapposta, quella che dovrebbe arginare la giungla della guerra fra poveri. Se non si è in grado di intercettare il primo e di impostare correttamente il secondo, si perde, e si consegnano milioni di persone al populismo becero e facilone del mors tua vita mea. Inutile dire che i recettori di tutto questo sono i leghisti, e inutile farsi venire voglia di prendere a pugni il prossimo: se vuoi fare politica di palazzo devi convincerlo, non picchiarlo (il contrario è vero per altri e più bui tempi).

Certo il PD non è stato scevro da errori di valutazione, ma io resto convinto che la sconfitta sia per Veltroni & Co una ritirata strategica, scelta a ragion veduta: sapevano che qualcuno lo scotto di un governo prodiano che si è concentrato sulle misure economiche – non per senso dello Stato ma per la necessità di rispondere agli unici sponsor credibili che ha avuto, la Confindustria allergica al berlusconismo scarsamente liberista e le banche – a scapito del necessario intervento su un livello istituzionale l’avrebbe pagato. Tutti i partecipanti del governo Prodi pagheranno carissimo questo errore di priorità, e purtroppo il cinismo di una parte prodiana (quella confluita nel PD) e la miopia di un’altra (quella che si è travasata nella Sinistra Arcobaleno) lo pagheremo caro noi, intendendo con noi quelli che ancora sperano in un modello di società improntato ad altri e più alti principi come la solidarietà, il rispetto, la condivisione delle risorse.
Veltroni aveva due obiettivi: primariamente spazzare via la sinistra e levarsi di torno un branco di incapaci e di "zavorre"; secondariamente sfondare al centro. Primo obiettivo centrato in pieno, grazie alla collaborazione della stupidità arcobaleno. Secondo obiettivo rimandato. Diversamente da me, Uolter ha come modello il Partito Democratico, è un figlio della borghesia e vuole solamente un modello di società dei ricchi dal volto buono, non un modello di società realmente egualitario. Dal suo punto di vista si è mosso bene, stava a quelli come noi mettergli i bastoni tra le ruote. Ha fatto piazza pultia della sinistra, riuscendo a farla uscire dal Parlamente dopo 60 anni e facendo gridare di gioia Feltri, Fini e compagnia cantante. Non è un caso che siano loro a ringraziarlo più sentitamente, perchè essendo più capaci politicamente della sinistra italiana si rendono conto che questo apre realmente a quella che viene già battezzata la Terza Repubblica, che al contrario della Seconda Repubblica sarà fondata su un vero e proprio smottamento dei principi fondanti dello Stato Repubblicano Italiano.
Infatti Veltroni e Berlusconi si sono dati subito segnali di reciproca disponibilità ad affrontare il nodo cruciale: riforma della Costituzione, riforma della legge elettorale (in realtà una volta spazzata via la sinistra va bene pure questa e ieri in tv si sono affrettati a dirlo smentendo le strali che avevano sparso in tutto il periodo pre election day), consolidamento dello status quo bipartitico per evitare recuperi a cavallo del discontento prossimo venturo – che il governo dovrà sucarsi necessariamente considerata la crisi economica da tempo conclamata e ormai priva di qualsiasi prospettiva di palliativi. Per entrambi non è un problema lasciare temporaneamente il governo al proprio opposto, ma solo a patto che il sistema preveda solo due possibilità: riformisti democratici e liberali moderni, nuove etichette per moderati e reazionari, gli uni o gli altri, e nessun’altro a spartirsi la torta. Tanto su economia e sicurezza di ricette alternative, di visioni, non ce ne sono, e infatti i due schieramenti sono praticamente identici. Sul resto, sui diritti civili c’e’ margine di intervento, ma su quello c’e’ scarsa voglia di costruire ipotesi di società contrapposte e alternative. E quindi alla fine, uno o l’altro le ricette quelle saranno, con buona pace di chi vorrebbe un mondo diverso da quello in cui vive.

Il cinismo veltroniano e la stupidità sinistrorsa la pagheremo cara noi: pagheremo carissima la scelta di non fare le tre cose fondamentali per la nostra democrazia appena insediati al governo nel 2006, riforma elettorale, riforma costituzionale (con la sinistra protagonista più o meno) e conflitto di interessi. E il PD nonostante abbia portato a casa una mezza vittoria con il successo dell’operazione di ritirata strategica, avrebbe potuto raccogliere di più se ci avesse pensato per tempo: non era necessario perdere per sperare di vincere tra cinque anni, lasciando tutto in mano a Berlusconi. Si poteva evitare, e si poteva evitare di lasciare il Paese alla rappresentazione che il resto del mondo fa dell’Italia come un pezzetto di terzo mondo incastrato in Europa. Risolvendo il conflitto di interessi però non sarebbe stato possibile convincere tutti del pensiero unico del bipartitismo come luminoso futuro ormai prossimo, oliato da sapienti artisti della parola e dell’opinione. Risolvendo la questione istituzionale si sarebbe dovuto accettare che in democrazia esistono anche persone che non la pensano secondo i due pensieri dominanti e che la politica è fatta di compromessi e battaglie continue per spostare la definizione del reale. Inoltre si sarebbe dovuto accettare che i principi fondanti della costituzione, radicati nella Resistenza e nella cultura operaia, non venissero toccati, ma solo aggiornati a una loro definizione più al passo con i tempi. Avrebbe significato in pratica assecondare la propria storia politica e una base sociale possibile a tutto sfavore dei propri sponsor (banche e confindustria), cioè scegliere un’idea e non il potere. Ma va da sé che chi sta nei palazzi questa scelta l’ha già fatta da tempo, e in direzione opposta a quella che ho fatto io.

Ci aspettano certamente tempi bui, tempi violenti, barbari, corrotti, falsi e ipocriti, tempi di prepotenze con i deboli e di acquiescenza con i forti. Ma sono i tempi moderni che abbiamo scelto, e che forse il Paese e la sua popolazione meritano, con l’unica magrissima consolazione che in una montagna di merda un fiore per quanto poco significativo e visibile, è sempre molto apprezzato.

à la prochaine 

Categorie:movimenti tellurici Tag:

Mi piaccion gli sbarbini!

14 Aprile 2008 4 commenti

L’Inter vince anche il ritorno con i gigliati viola, meritando il risultato nonostante una mezza falsa partenza. Come ammesso da Mancini stesso la squadra è disposta all’inizio con un rombo con tutti i giocatori nel posto sbagliato: Cambiasso a sinistra, Vieira a destra, Zanetti davanti alla difesa e Stankovic dietro le punte, un disastro. TUtto il primo tempo non brilliamo, ma a parte i venti minuti iniziali è Frey il migliore in campo nei primi 45 minuti, e come hanno sempre detto a noi, se il portiere è il migliore in campo vorrà pur dire qualcosa. Nel secondo tempo Mancio sposta gli uomini nei loro ruoli e si affida a uno stabile 4-4-2: magicamente mettiamo due gol e potremmo anche metterne di più. Unica conclusione della viola nel secondo tempo l’incornata di Vieri al 93esimo: poco per impensierire seriamente. 

Veniamo allo zoom sui giocatori: Julio Cesar c’è quando serve, la parata al 93esimo gli vale l’ennesimo alto voto nonostante la squadra; Maicon è tornato ad alti livelli e solo un po’ di fretta gli toglie il gol che meriterebbe, Burdisso e Matrix fanno meno danni del solito, ed è una mossa alla Mancini quello di togliere una torre per mettere Chivu proprio quando entra in campo Bobone che si sa di testa non la mette mai…; Maxwell completa il comparto difensivo ma dietro sembra tornato quello di inizio stagione, che impostava bene ma si accentrava troppo a ridosso dei centrali lasciando il suo ruolo di terzino. Nel primo tempo è solo contro tre per quarantacinque minuti e soffre, fino a che Mancio non lo capisce e lo copre di più con Stankovic e lo stesso Supermario. A centrocampo, una volta messi nella loro posizione naturale, tutti fanno il loro dovere, eccezion fatta per Deki, che ormai sembra un protagonista dello spot di sky quello con i tipi che giocano dalle poltrone, solo che il suo loculo è occupato da una bara e non da un sofa: la sua inamovibilità nella mente manciniana ci costringe a giocare in 10. Che poi diventano 9 considerato che Cruz differisce da Stankovic solo per la posizione della bara: Stankovic orizzontale, El Jardinero verticale (con tutto il bene che gli vogliamo fa più male a noi che a lui vederlo in campo così). Supermario invece supera l’esame San Siro brillantemente, esultando in faccia e contro i tifosi viola: ha stoffa per farsi odiare, è perfetto per i miei gusti. Da notare la finezza manciniana: fa entrare Figo al 44esimo, dopo averlo fatto scaldare tutto il tempo, a partita finita, poi dicono a me che sono vendicativo…

La partita era insidiosa, perché da tutto l’anno chi consciamente chi inconsciamente contro di noi fanno tutti la partita della vita, concedendo molto di più ai nostri inseguitori. Inoltre non stiamo ancora molto bene, checché ne sembri dal risultato tondo e meritato (soprattutto per la seconda frazione di gioco), e davanti a noi ci sono ancora degli ostacoli non indifferenti. Ma come disse qualcuno, se vuoi vincere devi dimostrare di voler vincere. Non ci sono cazzi (o fighe, vedete voi).  

Categorie:spalti e madonne Tag:

La classe non è acqua, è rumore

11 Aprile 2008 4 commenti

Ich warte auf meiner Eisbergspitze
am Ende der Physik
auf Novemberhitze
und auf Dinge dies nicht gibt
Ich warte warte immer weiter
letztendlich auf Musik

Ormai da anni l’unica band che posso usare per rispondere alla domanda "quale musica ascolti" sono gli intramontabili Einstürzende Neubauten che dal 1980 offrono al sottoscritto (o meglio dal 1990 quando li ho scoperti) qualcosa per cui valga la pena di pagare il prezzo di un concerto o di un album registrato. I loro pezzi sono sempre una amalgama magnifica di rumore, suono e parola, che avrebbe molto da insegnare a chi pensa che il tedesco non sia una lingua adatta alla musica moderna o alla poesia: i loro testi sono stupendi e hanno una forza immaginifica imponente, spesso più dell’inglese che è una lingua troppo semplice per veicolare dei concetti articolati senza sembrare ampolloso. 

Ieri sera sono andato per la seconda volta in vita mia a un concerto della band berlinese. Prima di questo avevo visto quello del tour di "Ende Neu" nel 1996/1997 al Tempelhof di Berlino, dove ero capitato praticamente per caso insieme all’intramontabile Ciamma (un talento teatrale che ancora opera in quel di Milano, ma che come molti del giro con cui ho fatto cose nella mia vita ha preferito rimanere ai margini ma fare quello che voleva, che piegarsi alle necessità di produzione). La formazione è ridotta a 3/5 della line-up "originale" anche se questo termine è difficile da usare: tra il 1980 e il 1981 gli EN erano Blixa Bargeld, N.U. Unruh, Alexander Hacke, F.M. Einheit, Marc Chung. Gli ultimi due dal 1996 in poi hanno abbandonato il gruppo (con grande rammarico del sottoscrittosoprattutto per quanto riguarda Einheit che è sempre stato l’anima punk e sonica del gruppo) e sono stati sostituiti da Jochen Arbeit e Rudi Moser (con il contributo nei live del tastierista australiano Ash Wednesday).

I ragazzi terribili degli anni ottanta berlinesi ormai sono degli attempati cinquantenni che si divertono a demolire il suono con strumenti di ogni tipo sfoggiando mise tutto sommato sobrie (se facciamo eccezione per Alex Hacke la cui dignità è stata da lungo tempo riposta su una mensola, almeno per quanto riguarda la questione estetica). La loro performance è meno di impatto di quelle di altri tempi, ma il muro sonoro non ha perso nulla della sua efficacia, anche se qualche pezzo dal vecchio repertorio avrebbe fatto felice tutti i presenti. E non si sono certo risparmiati, dato che hanno suonato per due ore tonde. La cosa che lascia totalmente affascinati non sono tanto gli strumenti magnifici che hanno costruito in 30 anni di carriera a partire da oggetti della deriva industriale e urbana, ma la presenza che i suoni generati riescono ad avere nella composizione complessiva dei loro pezzi, anche dal vivo. Ogni suono appare in primo piano, si perde negli altri, e porta l’occhio e l’orecchio dell’ascoltatore a cercare sul palco la sua provenienza e il suo percorso: nel macello che fanno non è una cosa scontata riuscire a dare il giusto peso a ogni rumore, ed è questa abilità nel dominare il caos e la complessità della loro musica anche dal vivo che li rende un gradino sopra tutti coloro che hanno cercato di imitarli (e che li fa entrare nell’olimpo delle band che si ricorderanno nei secoli dei secoli). 

Senza contare che sono tra i pochi con un nome anche a livello di produzioni internazionali che hanno avuto il coraggio di abbandonare le etichette per provare a produrre i propri album attraverso il supporto e la costruzione di comunità con i propri fans. Un progetto coraggioso che continua ogni concerto che registrano e rendono disponibile immediatamente dopo la performance in un doppio cd. L’Italia e le major discografiche da questo punto di vista sono millenni addietro.  Per chi se il è persi un tentativo a Bologna o Napoli dovrebbe essere una buona idea, oppure il prossimo album e il prossimo tour che tocca sempre la città di Milano (per mia fortuna 🙂

PS: tnx to Rosario per gli accrediti che mi hanno consentito di entrare a free

Categorie:concrete Tag:

Finalmente Supermario!

6 Aprile 2008 5 commenti

L’Inter era chiamata a mostrare che non ci sono più alibi e appelli: bisognava vincere e abbiamo vinto. Convincendo e meritatamente (l’Atalanta ha fatto sì e no due tiri in porta in tutta la partita), anche se con una fase di calo nei primi venti minuti del secondo tempo che con una squadra più decisa di fronte avremmo potuto pagare cari. Non siamo la squadra di dicembre ma neanche la squadra delle ultime 6 settimane, e io tiro un sospiro di sollievo. La scelta di Mancini di occupare le fasce con un presidio più corposo è corretta, anche se molti dubbi mi rimangono sulla scelta degli interpreti: se Supermario è giovane e può compensare con la corsa la posizione a lui aliena, Deki il cadavere spaziale non è assolutamente all’altezza di questa squadra. 

Julio Cesar per una volta è senza voto, mentre tutta la difesa si comporta bene: gli svarioni di Burdisso sono coperti da Rivas, fino a che rimane in campo, sostituito da un Matrix ormai quinta scelta tra i centrali. A destra Maicon e Maxwell giocano come sanno e non fanno preoccupare la squadra. A centrocampo il rientro di Vieira ma soprattutto di Cambiasso si sente moltissimo: le palle vengono filtrate e il gioco è molto meno spezzettato, qualificando la loro presenza come fondamentale. Se Moratti avesse ascoltato tifosi, esperti e Mancini quest’estate sulla necessità di almeno un centrocampista forse staremmo faticando meno per portare a casa il nostro obiettivo. Deki è un cadavere e gioca per partito preso (del Mancio) mentre a sinistra Balottelli dimostra di avere grandissime qualità, ma ancora molto da imparare a livello di carattere: non insegue mai abbastanza il pallone, mentre insegue troppo spesso la vendetta contro l’avversario. Ingenuità che possono costare care in altri momenti. Crespo è tornato e si vede, mentre Cruz è ancora abbastanza impalpabile, anche se è solo un rimpallo e l’intervento da rigore che gli negano il tre a zero.

Una menzione va fatta per il primo gol di SuperMario in serie A, che ha trasformato la giornata da soddisfazione a felicità. E se i media avessero una dignità anziché sparare cazzate sul fallo presunto di Vieira sul primo gol (lui si appoggia, ma prima il difensore ostruisce), o sul fuorigioco c’è-non-c’è di Balotelli (chissà perché nessuno parla di quello dopo che non c’è e viene fischiato o di quelli di Camoranesi e Rocchi che c’erano di sicuro), avrebbero il coraggio di dire che Mario ha una media gol superiore a quella del tanto decantato Pato in termini di minuti giocati e gol fatti.  

Categorie:spalti e madonne Tag:

Jack Spratt never eat fatt

2 Aprile 2008 Commenti chiusi

 

La serie della Nursery Crime Division di Jasper Fforde (The Big Over Easy e The Fourth Bear) è molto diversa dalla serie di Thursday Next: si tratta di gialli fantasy molto divertenti, nati come spin off della prima saga fforderiana. I tratti sono gli stessi: il fantastico come motore centrale, l’ispirazione di Johanatan Swift e una predilezione per la letteratura popolare quasi sconfinata. Si leggono con piacere e rapidamente, con la voglia di vedere come andrà a finire tutto bene, nonostante qualche piccolo buco autodenunciato anche dall’autore (nel secondo tomo la risoluzione del conflitto con Madeleine e della vicenda Allegro-Dorian Gray). Ormai sto diventando un esperto dell’autore inglese, ma fortunatamente mi manca solo il primo libro della nuova serie di Thursaday e poi mi toccherà aspettare come tutti ogni luglio una nuova uscita della sua produzione. Post breve ma intenso, no? 🙂 Comunque consigliati per una lettura senza preoccupazioni e senza troppo impegno. Sono contento che Fforde l’abbia piantata con il cinema e abbia preso sul serio il suo mestiere di scrittore. Davvero. Altri forse farebbero bene a prendersi sul serio, è che proprio non ce la fanno. Ogni riferimento a me e il mio socio è puramente casuale.
 

Categorie:pagine e parole Tag:

Il romanticismo di una banda araba

1 Aprile 2008 3 commenti

Il fascino delle immagini sul grande schermo, dei suoni e delle visioni in una sala buia è chiuso nella loro capacità di trasmettere alle persone che vivono l’esperienza cinematografica i sentimenti e le emozioni nel loro stato più primordiale. La passione per la parola scritta passa attraverso altri e più articolati meccanismi, mentre quella per il cinema è qualcosa di primitivo: penso che sia per questo che ha tanto successo, per questa capacità di identificazione con la vita delle persone.

La Banda è un film privo di complicazioni: l’autogestita banda della polizia di alessandria sbarca in Israele invitata per un concerto, si perde nel tentativo di raggiungere il luogo della performance, vive una notte in un avamposto desolato in mezzo al deserto, e infine giunge a destinazione. Tutto il film è nei personaggi che vivono questa notte a Beit Hatikva: tra dolci amori non corrisposti, il desiderio di non restare soli e di superare la memoria e il dolore, o anche solo di imparare a vivere.

Il regista lo sa: talvolta non serve un genio della fotografia, una sceneggiatura complicatissima, un drago del montaggio. Talvolta basta saper raccontare le emozioni degli esseri umani con saggia semplicità, toccando il cuore di chi sta seduto nella sala e vuole vedere e sentire raccontare anche la propria vita. La poesia della cultura araba aiuta, e sono uscito dal cinema pensando quanta parte di essa andrà distrutta nella caccia alle streghe e nelle pieghe degli opposti integralismi religiosi, con tristezza.

Voto: 7

Categorie:cinema Tag:

Agonia Nerazzurra

30 Marzo 2008 4 commenti

Nonostante le parole di Mancini la forma della squadra non sembra per nulla buona, e ogni partita diventa un agonia. Poi, intendiamoci, in questa fase vale tutto, makumbe, omicidi, stragi, magheggi, guerra atomica, catenaccio, tutto, pur di portare a casa il risultato finale. Però la forma è piuttosto scadente. Portiamo a casa un pareggio che va molto stretto alla Lazio, che è in forma e gioca per novanta minuti contro i cinquanta-sessanta dell’Inter. Il problema principale al momento mi pare recuperare un centrocampo degno di questo nome, forse l’unica ricetta per ritrovare un po’ di tranquillità. Il comparto difensivo funziona anche con i rincalzi, e davanti è necessario dare una sveglia (perché mettere dentro Suazo rientrato ieri pomeriggio dall’Honduras anziché un Balotelli con grande voglia di metterla?) e chiedere ai nostri attaccanti di fare due azioni ma di metterla in entrambe le occasioni. Il centrocampo (penso che l’Inter non abbia mai giocato due partite di fila con gli stessi quattro giocatori lì in mezzo) non filtra più un pallo né in fase difensiva, né in fase offensiva, con il risultato che davanti arrivano solo spioventi dalle retrovie o cavalcate dei laterali che ci lasciano scoperti (dato che in fascia a centrocampo schieriamo o terzini o cadaveri come Stankovic), mentre dietro passiamo decine di minuti sotto assedio, con il risultato che prima o poi un gol lo prendi, anche solo per questioni statistiche. Certo non aiuta la scarsa intelligenza della società che non è in grado manco di fare un incontro segreto sul futuro della squadra, né la magica combine media desiderosi di leccare il culo ai nuovi poteri e classe arbitrale debole e banderuola. Ma questo è il calcio italiano oggi, una merda in cui barcamenarsi in attesa di tempi migliori.

Venendo ai giocatori e alle scelte tecniche: la mia tesi è che se i giocatori sono fuori condizione o non hai la squadra al meglio il 4-4-2 offre qualche garanzia in più, anche perché nessuno ci deve neanche pensare a come posizionarsi in campo con un modulo consolidato. Invece Mancini anche in queste occasioni si fissa con il rombo, senza grandi risultati. A centrocampo Chivu fa il possibile per fare il play maker davanti alla difesa, nonostante le botte che prende da Behrami e Dabo per tutta la partita, mentre Maniche dietro le punte non si trova esattamente a suo agio, e si vede. Stankovic è un cadavere che gioca solo per incaponimento di Mancini e che ci fa rischiare moltissimo. Il suo assist a Maicon nell’azione del gol non copre il fatto che ogni volta che il nostro laterale brasiliano sale la fascia rimane sguarnita per l’incapacità di Deki di capire il concetto di copertura, nonché per la sua impossibilità di praticarla efficacemente. Zanetti a sinistra inizia a mostrarsi pesantemente affaticato, ma al suo cuore più di quanto sta facendo non si può chiedere. Quando entrano Vieira e Jimenez la manovra si rallenta ancora di più, anziché velocizzarsi per l’arrivo di nuove energie: Stankovic davanti alla difesa è inguardabile e Jimenez il giocatore con il pensiero di gioco più lento del mondo dopo forse i malati di SLA e i centrocampisti portoghesi che si muovono a ritmo di fado. Dietro Rivas è il miglior acquisto dell’estate in termini di rapporto aspettative/risultati, Burdisso senza Matrix fa meglio (forse ha bisogno come lo stesso Matrix di un giocatore veloce di fianco), Maxwell si affaccia in campo e Maicon è l’unico a sgroppare avanti e indietro (anche se perde molte più palle del solito). Su Julio Cesar c’è poco da dire, gli dobbiamo svariati punti di quelli che ci stanno tenendo ancora primi in classifica. Davanti la Beneamata continua la sua abulia: Ibra esce zoppo e non doveva giocare, ha paura a sfruttare il sinistro e per questo si mangia un gol fatto, mentre manca un assist largo per Crespo che fa torto al suo talento; Crespo è in riserva di ossigeno talvolta, ma recupera con l’intelligenza, essendo l’unico nostro attaccante in grado di capire il concetto di "movimento tattico". Suazo è brocco quando sta bene, figurarsi quando entra con solo 15 minuti di allenamento di scarico nelle gambe e il fuso orario: non si poteva buttare dentro Supermario con la sua grande voglia di farsi vedere e di segnare? Forse avrebbe dato una scossetta in più. In ogni caso per centrare l’obiettivo dobbiamo fare più di così, parecchio più di così. Speriamo almeno sia un’agonia a lieto fine… no? 🙂

Categorie:spalti e madonne Tag:

Il Metaverso delle Parole

28 Marzo 2008 1 commento


Jasper Fforde
sostiene che l’ultima idea originale sia stata usata per un libro nel 1884 – Flatland di Abbot – ma forse bisogna intendersi sul significato della parola ultima e della parola Ultima. Suppongo che lui volesse usare il termine con la minuscola, quello che lascia spazio alla "prossima" parola, dato che la sua serie incentrata su Thursday Next è certamente una delle idee più originali che la narrativa abbia visto negli ultimi anni (forse decenni). Pensavo che Gibson e Stephenson avessero messo la parola fine alla possibilità di trovare fantascienza di un certo livello, ma il ragazzo britannico figlio dell’ex capo della Banca d’Inghilterra mi ha smentito. E se a questo uniamo che ormai ho deciso che l’Ironia ha natali inglesi, potete ben immaginare quanto sia spassoso leggersi i quattro libri della saga. Tra l’altro, siccome non vi penso invasati come me che li ho fatti fuori al ritmo di uno al giorno, dovreste avere il tempo di comprare i primi tre editi da Marcos y Marcos in italiano e di aspettare la traduzione del quarto prevista per quest’anno: Il Caso Jane Eyre, Persi in un Buon Libro, Il Pozzo delle Trame Perdute, Qualcosa di Marcio.

La serie è un mix di ottime idee già balenate in vari luoghi mixate con una singola trovata geniale: l’ambientazione è Swindon, Inghilterra, negli anni tra il 1985 e il 1988 (non è un caso che siano gli anni successivi al 1984, spero che lo capiate da soli perché), in uno spazio-tempo diverso in cui la seconda guerra mondiale non è mai avvenuta, la guerra di crimea va avanti da 132 anni, il galles è una repubblica socialista, ed esistono gli hamburger di carne di cucciolo di foca. Forse questo è un dettaglio ma dovevo trovare un altro elemento per l’elenco. La protagonista della serie, Thursday Next, è un agente dei Detective Letterari che si occupano di dare la caccia a contraffazioni e intrusioni nella letteratura, ma lungo la serie si trasformerà in molto di più che questo. Infatti viaggerà nel tempo insieme a suo padre e suo figlio, membri di un’altra sezione delle Operazioni Speciali di cui i Detective Letterari sono solo un livello, la CronoGuardia, che viaggia avanti e indietro nel tempo per aggiustare il flusso dei mille piani paralleli di realtà ognuna con la loro timeline. Se qualcuno è abbastanza sveglio troverà in questa idea molto di uno dei fumetti di fantascienza più belli che siano mai stati pubblicati: Le Avventure di Luther Arkwright di Bryan Talbot. Guarda caso anche se Talbot è canadese il setting principale di Luther Arkwright è una Gran Bretagna dominata dai Cromwelliani. I libri della serie di Thursday Next si dipanano in una serie densissima di sottotrame nel tempo e nello spazio, con grande godimento da parte di chi le legge. Ma la trovata geniale è quella che costituisce il nucleo centrale dei due libri di mezzo: la protagonista a un certo punto infatti entra nel Mondo dei Libri, in cui tutte le trame vengono mantenute e alimentate, e in cui vivono tutti i personaggi, gli scenari e le trame che costituiscono i testi pubblicati di tutto il mondo e di tutti i tempi. Il Mondo dei Libri ha le sue regole, e Fforde lo costruisce in maniera estremamente precisa, rendendolo una dimensione parallela quanto e più importante di molta realtà. L’idea geniale è questa: alle dimensioni incrociate dello spazio e del tempo che vengono continuamente rimestate nella storia (come in molta parte della fantascienza) si aggiungono le dimensioni dell’irrealtà e dell’immaginazione che però costituiscono un mondo concreto a sé.

Una buona parte del libro ruota attorno all’importanza della percezione della parola, della capacità di ogni lettore di rendere vivo ciò che legge e di renderlo diverso ogni volta che viene ripercorso alla luce di un nuovo pezzo della propria vita. Quando ci divertivamo con un po’ di gente a ragionare su queste cose e a pubblicare una fanzine, o suonare free form, il punto era tutto qui: dimostrare come le parole, i lemmi per essere più precisi (dato che possiamo applicare la cosa alle parole per qualcosa di scritto ma anche ai suoni per qualcosa di ascoltato) fossero mattoncini che possono essere composti in milioni di modi, anche casuali a volte, ma che attraverso la coscienza di chi li cerca, li ascolta, li vede, li legge essi diventino vivi. Devo dire che con l’età sono diventato un po’ meno radicale e sono disposto ad accettare che prendere i mattoncini che compongono la nostra espressività e buttarli a caso raramente genera qualcosa di immediatamente godibile, e che il contributo che alcuni sanno dare all’espressione di ciò che di più complesso si cela negli esseri umani possa essere molto rilevante nella scelta di come disporre questi mattoncini. Nonostante questo i libri di Fforde spiegano l’importanza della percezione delle cose, la sua importanza anche superiore all’intenzione di chi ha disposto una cosa perché fosse percepita, in maniera semplice e diretta, riportando al centro di tutta l’esperienza di ciò che viviamo e di ciò che esprimiamo/rappresentiamo l’essere umano, l’individuo che percepisce/esperisce la realtà e la sua rappresentazione (che è poi una realtà a sé stante e parallela a quella "vera").

Vi ho già svelato troppo e non mi addentrerò nei mille episodi che costellano i libri e che li rendono veramente spassosi, ma vorrei cercare di spiegarvi perché oltre ad essere costruiti su un’idea estremamente geniale, i libri di Thursday Next sono anche dei capolavori della fantascienza di questi anni, da mettere sullo stesso scaffale di Snow Crash o Neuromante. I libri di Fforde come tutta la fantascienza migliore non parla del futuro, ma parla del presente, e in termini neanche troppo velati e difficili da intuire: lo fa con ironia e con intelligenza, senza fare sconti, ma andando a fondo di quello che ci accade intorno, di quello che significa per la natura umana e quanto quest’ultima vi sia coinvolta. I libri di Fforde quando li finisci dopo aver finito di sorridere e di invidiare la sua capacità di far quadrare così tante sottotrame e così tanti spunti fantastici, ti costringono a pensare, a tradurre quello che hai letto in quello che vedi e a non ignorarlo. Un esempio che vi ho fatto proprio in questi giorni è il link del mio post su google che richiama la multinazionale che nella serie cerca di impadronirsi del mondo intero per ricostruirlo a propria immagine e somiglianza (per chi ha familiarità con i giochi di ruolo della White Wolf una buona approssimazione è la Tecnocrazia di Mage The Awakening). Le parole di Fforde scavano in profondità nella corteccia del nostro cervello disabituato a ragionare, ed è forse per questo che amo così tanto lo strumento dell’Ironia (anche se non è mai stato il mio forte in effetti): dopo i Monty Pyton, dopo Douglas Adams, l’Inghilterra ci regala anche Fforde. Altri luoghi possono accaparrarsi altre qualità. E non potete non prendere in considerazione che i libri di Thursday Next trasudano l’amore sviscerato per la parola scritta, e capirete bene che chi legge queste mie stupidaggini sui ciò che leggo non potrà fare a meno di tuffarsi nella serie. Non temete, dopo le prime pagine, non vorrete che arrivare in fondo.

Categorie:pagine e parole Tag:

La dignità della polizia italiana: una valutazione delle dichiarazioni spontanee di Giovanni Luperi al processo Diaz

27 Marzo 2008 1 commento

Le avvisaglie si avevano avute già ieri con le dichiarazioni spontanee dei capisquadra, con agenti di polizia con servizio pluriennale che imbastiscono storielle su presunti corpi speciali dei black block che sono usciti non visti da nessuno e da nessun apparecchio audio-video e misteriose apparizioni delle ferite sugli occupanti della diaz probabilmente per un fenomeno mistico  simile a quello delle stimmate di Padre Pio.   Ma le dichiarazioni di oggi di Giovanni Luperi sono ampiamente al di là di quello che ci saremmo aspettati.

Giovanni Luperi all’epoca del g8 di genova nel 2001 era Consigliere Ministeriale Aggiunto in missione alla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, mentre ora è stato promosso a un non ben specificato compito alla Presidenza del Consiglio – anche se da quello che ne sapevo io era interno alla struttura che sono diventati i servizi segreti dopo l’ultima ennesima ristrutturazione. Ho studiato un po’ l’organigramma della polizia italiana, ma quando si arriva a un certo livello apicale è difficile distinguere chi sia il superiore di chi, questo perché quando uno arriva a un determinato livello è difficile fargli accettare di essere subordinato a qualcuno che non sia il padre eterno. Per ovviare a questo kafkiano problemino, di solito si procede a nominare la gente nei ruoli più disparati che sono null’altro che giri di parole per dire: altissimo livello della polizia italiana destinato a compiti superiori e di fatto senza sovraordinazione che non sia politica. Il ruolo di Luperi del 2001 significava questo, nonostante oggi in aula al processo per i fatti della  Diaz  che lo vede imputato abbia speso una buona mezz’oretta a girare intorno alla struttura della Polizia di Stato per spiegare che lui ormai è un poliziotto che fa analisi e raccoglie informazioni e che in ogni caso è subordinato ai direttori delle due principali direzioni del DCPP (la struttura che ha raccolto le varie eredità dell’UCIGOS e di altre branche dei servizi informativi della Polizia di Stato, e considerate che la modifica dell’organigramma della PS è in costante evoluzione): in pratica è tra le dieci persone più importanti nella Polizia di Stato – non saprei collocarlo con più precisione – ma vuole farsi passare per un agente scelto qualsiasi, a cui nessuno dice nulla, a cui nessuno chiede nulla e che non sente di avere alcun ruolo durante una operazione evidentemente importante (considerata la presenza di Dirigenti Generali e Prefetti come se piovessero).

E’ francamente un po’  allibente sentire Giovanni Luperi che dice che durante la riunione con tutti i più alti in grado della PS in cui si decide dell’operazione lui non si rende conto di nulla perché "esce a sciacquarsi la faccia", "gioca a cambiare la suoneria del telefonino di Fiorentino", o "fuma una sigaretta". Vi ricordate la canzone di Elio che usava come scusa per non parlare dei problemi con la tipa "ho un gomito che fa contatto con il piede"? Beh non ci andiamo molto lontani. Nella descrizione di Luperi poi lui semplicemente per dovere accompagna il prefetto La Barbera: da questo punto in poi il suo interrogatorio è un indecoroso scarica barile su altri imputati, possibilmente defunti e quindi in condizione di non controbattere. In pratica il capo di tutto sarebbe il prefetto La Barbera (pace all’anima sua), in subordine Berrettoni che doveva essere lì al suo posto, ma non c’è; della perquisizione sarebbero responsabili i dirigenti locali della DIGOS e della mobile che li dovevano guidare lì e che erano i più alti in grado con funzioni di polizia giudiziaria (che lui si guarda bene dal fare nelle sue parole, e più va avanti e più uno si chiede perché prenda lo stipendio); dei pestaggi sono responsabili gli agenti del Reparto Mobile e in particolare Canterini che li nega in sua presenza più volte, anche se erano giustificati secondo Luperi dalle aggressioni subite e che gli avevano raccontato sul posto (tipo Nucera); infine delle Molotov che lui non sa da dove vengano e perché finiscano in mano proprio a lui che è un povero agente scelto che non conta nulla, sono responsabili "coloro che illegalmente le portarono lì" (Troiani, Burgio, Di Bernardini, per chi non avesse seguito il processo, ovvero altri poliziotti). Onestamente ci saremmo aspettati qualcosa di meglio per giustificare tutto quello che è successo che patetiche scuse e una specie di grottesco gioco "ce l’hai" con i morti e i propri subordinati (quantomeno gerarchicamente se non funzionalmente come amerebbe dire il Dirigente).

Ah, dimenticavo il modo in cui racconta gli eventi. Passi che debba raccontare un sacco di balle per salvarsi la carriera, lui che ben prima di altri aveva individuato i membri delle nuove BR-PCC (con tutta sta gente che ha fatto cose contro le BR non si capisce come questi possano aver fatto due omicidi, o sono dei maghi o la polizia italiana è un branco di dementi), ma che si permetta di fare ipotesi fantasiose circa la gente che ha rischiato di lasciarci la pelle nella Diaz per "rimettere sulla bilancia" la situazione (come dice lo stesso Luperi, lapsus freudiano forse) è veramente al di là del bene e del male: "io quando sono entrato nell’atrio ho visto una quarantina di persone e un sacco di operatori che andavano e venivano, di sangue non ne ho visto, non escludo che le pozze che si vedono in tanti documenti video possano essersi creato quando le persone sono state portate dai piani superiori o fossero celate sotto le persone sedute che io avevo visto". Ovvio, no? D’altronde ci eravamo dimenticati di dire che l’operazione alla Diaz l’ha diretta Babbo Natale a cui si sa tutti i poliziotti di buon cuore, compreso il Capo della Polizia, sono subordinati. Ci saremmo aspettati una misura un po’ più ampia della dignità della Polizia Italiana che questa volgare dimostrazione di pochezza e di viltà. Con tutta franchezza, nonostante il fatto che siamo e saremo sempre dall’altra parte della barricata: abbiamo diritto ad avversari più degni di così. <g>

Processo Diaz: settimana densa di parole da leggere e ascoltare

25 Marzo 2008 Commenti chiusi

 

Questa settimana i processi nei confronti delle forze dell’ordine per fatti collegati al g8 vivranno giorni abbastanza importanti e interessanti. Sul fronte del processo Bolzaneto, conclusa l’arringa dei pm con la richiesta di 76 anni di carcere per 44 imputati e concluse le arringhe dei difensori di parte civile (le vittime per semplificare), arriva il momento del responsabile civile (lo Stato che dovrà dire come e quanto farà fronte ai risarcimenti) e degli avvocati della difesa: proprio questi ci forniranno l’ottimo spettacolo di sgusciare tra prove evidenti alla ricerca di una via d’uscita per i loro assistiti, se non dai fatti almeno dal processo (i cavilli sono sempre in agguato).

Nel processo per i fatti della Diaz invece assisteremo alla conclusione dell’istruttoria (salvo imprevisti e qualche altro testo settimana prossima): tra mercoledì e giovedì infatti oltre agli ultimi testi dovrebbero presentarsi a rendere spontanee dichiarazioni (dopo anni di assenza dall’aula di tribunale che li vede protagonisti) alcuni imputati tra cui certamente i capi squadra (difesi dal candidato della Fiamma Tricolore avvocato Porciani) e soprattutto Giovanni Luperi, uno dei due imputati più alti in grado coinvolti nel processo (l’altro è il "benemerito" e benvoluto dalla sinistra Francesco Gratteri), che ha preannunciato che parlerà per circa due ore. Chi era lì e chi ha a cuore la memoria di Genova potrebbe decidere di fare un salto giovedì 27 marzo per il suo piccolo show (dovevate vedere la faccia di Di Bugno quando il presidente della corte gli ha detto che non avrebbe avuto un’udienza tutta per lui, il dr Luperi… gli toccherà dividere le telecamere con qualcuno… eheh!)

UPDATE 26 MARZO: Mercoledì sono venuti a rendere dichiarazioni spontanee i capisquadra Ledoti, Zaccaria, Stranieri e Cenni. Le loro parole le trovate su supportolegale, qui vi faccio una sintesi. Ledoti sembra Pieraccioni agente del reparto mobile con l’accento del centro sud, arriva ancora zoppicando e accentua la cosa quando si allontana dal banco degli imputati dicendo che dopo la diaz si è fatto refertare una distorsione al ginocchio; ovviamente lui è un buon samaritano che non tocca nessuno, ma che anzi viene aggredito e nonostante questo salva una povera giovane scortandola fino al piano terra, ma non nota nulla di altro pur essendo tra i primi dentro la scuola. Stranieri è un marcantonio di due metri per centotrenta chili, fa veramente brutto, ed è un po’ ridicolo sentirlo raccontare di come sia stato aggredito e sia rimasto contuso, dato che io anche armato contro di lui a mani nude probabilmente non gli farei nulla; ovviamente si accorge di qualche collutazione ma nulla di che. Zaccaria sembra uscito da Il Padrino Parte Terza, e racconta anche lui la solita solfa, solo che tutti i particolari sono sballati, sarà confusione o solo amore? Il peggiore è Cenni: questo come introduzione fa tutta una tirata sulla sua carriera in cui ha fatto da scorta anche ad Arafat quando aveva un mandato di cattura internazionale sulla testa e all’onorevole Berlinguer, e poi racconta il suo arrivo in cui lui per una serie fortuita di circostanze arriva dopo l’ingresso di tutti, trova i suoi uomini tutti contusi, e poi accompagna i primi arrestati regalando loro dell’acqua da brav’uomo qual e’. Oltrettutto è un medium: mentre arriva per ultimo vede dal retro della scuola allontanarsi una trentina di ragazzi incappucciati e vestiti di nero, con dei caschi che non si muovevano a caso, ma con ordine, quasi marciando. Strano che tra tutti i presenti e tutti quelli che hanno sorvolato, visto, raccontato, ripensato a quella notte, questo plotone di gente altamente addestrata non lo ricordi nessuno. Saranno un po’ come le molotov? Domani è il gran giorno, attendete le panzane che ci rifilerà Luperi…