Terzultima giornata di film a Milano direttamente da Venezia. Si comincia presto con un bel documentario di Stefano Consiglio intitolato L’Amore e Basta sull’omosessualità. Una decina di interviste a coppie omosessuali che esplorano che cosa significhi amare qualcuno dello stesso sesso, che cosa significhi una famiglia, normalità, diversità e via discorrendo. Mai noioso, multilingue e multiculture, da vedere con curiosità e per cancellare i pregiudizi. Nelle scuole. Voto: 7.
Dopo pranzo tocca al Leone d’Oro Lebanon di Samuel Maoz. Chiariamoci: se me lo presentano come film sulla guerra in Libano il voto è 2, dato che non parla e non riflette su quell’esperienza; anzi, direi che ha una posizione un po’ subdola a proposito, facendo trasparire come di mezzo ci fossero ancora aggressori siriani e come tra i guerreggianti gli unici dotati di pietà fossero gli israeliani (considerato il diverso trattamento riservato dai falangisti e dai protagonisti a un prigioniero di guerra). Un po’ lontana dalla realtà come rappresentazione di quell’evento storico. Se invece è un film sulla guerra il voto sale perchéè molto ben realizzato, intenso e lucido, anche se alla fine si rimane con la sensazione che il problema sia solo che la guerra la devono fare i professionisti e non poveri ragazzi impreparati o civili inermi. Mi pare un po’ poco per uno che viene da un Paese costantemente in guerra con chiunque gli capiti a tiro da 50 anni a questa parte. Voto: 8 la realizzazione, 6 il resto, 7 la media.
Per concludere la giornata ci facciamo irretire dall’ultimo film con Mastrandrea (anche produttore in questo caso) con la regia di Claudio Noce, Good Morning Aman. E’ la storia di un ragazzo romano di origine somala e di un coatto un po’ psicolabile, condita di silenzi e flussi di pensieri che non si riescono a discernere. La mia sensazione è che il buon Valerio a sto giro abbia toppato di brutto: neoneorealismo senza tanto spessore e un po’ intellettualoide nel tentativo di dire tutto senza dire niente. Tradotto in parole povere: due palle infinite, e manco ci si capisce un cazzo. Bocciato. Aspetteremo il prossimo. Voto: 4.
Dopo aver saltato un giorno per cazzi vari, siamo tornati a vedere la rassegna del festival di Venezia con Soul Kitchen di Fatih Akin, il cui Auf der Anderen Seite era stata una delle migliori sorprese del festival di Cannes 2007. Il film è una commedia la cui sceneggiatura e il cui stile di realizzazione sono un omaggio al mitologico Pulp Fiction. La storia è semplice e con un po’ di esperienza dalla comparsa dei personaggi saprai già dove andranno a finire, ma gli sketch sono ben riusciti e ti fanno scompisciare dalle risate: i due fratelli greci, la cameriera spiccicata a Uma Thurman (proprio spiccicata no, ma ci sono voluti andare vicino con il casting), il cuoco che è in assoluto il personaggio migliore insieme al vecchio Socrates. Ambientata ad Amburgo, il clima è decisamente tedesco, e nonostante il parere negativo dei critici un po’ radical chic che ho visto è un film che merita di essere visto e degustato con delle grasse sghignazzate. La grafica dei titoli di coda è molto bella e ricorda di brutto i nostri tempi migliori come innovatori grafici (nostri nel senso de "i collettivi di squinternati a cui ho partecipato negli anni"). Voto: 6,5.
Per il terzo giorno di rassegna ci trasferiamo in Iran: due film diametralmente opposti che parlano in un certo senso dello stesso luogo.
Tehroun, privo della sinossi sul depliant della panoramica (quest’anno un po’ sotto con la produzione grafico/editoriale), è un noir di un’ora e mezza ambientato a Tehran. Non è pretenzioso, ma ti fa godere esattamente quello che ti ha promesso: trama lineare, interpreti bravi, regia discreta, colori stupendi e fotografia decisamente sopra la media. Voto: 6,5.
Viceversa il Leone d’Argento Women without Men è l’esatto opposto: pretenzioso, carico di simbolismi un po’ tirati per i capelli da un lato e fin troppo plateali dall’altro. Non mi ha convinto e sono certo che si poteva trovare di meglio per un secondo premio al festival che sa molto di scelta politica. La Satrapi con un linguaggio più semplice ha fatto molto di più per spiegare agli occidentali l’Iran, le sue contraddizioni e il desiderio del suo popolo. Voto: 6.
La Lega dei Citroni è una competizione che mette di fronte le migliori squadre dei campionati di tutta Europa. Stasera era la volta dei precedenti vincitori del trofeo e dominatori della Lingua – un torneo in cui le squadre si distinguono per la lingua dei propri sostenitori più che per le casacche o i colori sociali – contro i detentori del titolo della Serie di Oz. Mourlino non è stupido e capisce subito che la Barca schiera degli alieni – cosa non prevista dal regolamento: si distinguono per la scarsa statura e per la presenza di colla e magneti subdermici nei piedi che calamitano ogni pallone e ogni rimpallo. Il centrocampo migliore del mondo non è un’eufemismo e avere un nanetto a cui non si può togliere il pallone neanche con un Gatling fa decisamente la differenza. Allora non si può scherzare: Mourlino dice ai ragazzi in nerazzurro che devono contenere la squadra avversaria, non concedere nulla in difesa e puntare alle penetrazioni centrali del Leone e del Principe. I primi 45 minuti dicono 20 minuti di studio reciproco, 15 minuti di grandi azioni nerazzurre, 10 minuti finali di assedio del Barca, in cui l’odore delle mutande sporche di tutto lo stadio si sente più o meno fino alla Valtellina. I secondi 45 minuti i ragazzi di Mourlino calano fisicamente e gli alieni prendono il sopravvento, ma l’Orco e il Muro non mollano un centimetro, aiutati dall’Uomo di Cristallo e dal Colosso, oltre che da chi ha ancora fiato a centrocampo. Gli ultimi venti minuti apnea totale e altre folate di merda si levano da tutto lo stadio, ma alla fine si porta a casa un pareggio a reti inviolate su cui si può costruire molto. In futuro. Con la speranza che finalmente l’Inter diventi grande e non conosca più il vitello.
Dopo Locarno cominciamo a vedere i film di Venezia. Ne avevamo in programma uno solo, e due di Locarno, ma sfighe varie ci hanno impedito di vedere questi ultimi. Ci siamo dovuti accontentare per quanto riguarda il secondo giorno di rassegna del solo Lo Spazio Bianco di Francesca Comencini, da più parti indicato come meritorio del premio per la migliore attrice a Margherita Buy, poi sfumato. Io ero diffidente: la Buy è brava, ma non ne posso più di vederla recitare sempre lo stesso ruolo, sé stessa sostanzialmente. Invece la ragazza mi sorprende con una prova fuori dagli schemi soliti e anche la Comencini e il montatore (o la montatrice, non lo so) si danno da fare per tirare fuori il meglio dalla sceneggiatura non originale tratta da un romanzo di Valeria Parrella. Tra un essere umano e l’altro stoccate all’Italia che si fa finta di non vedere tra scuole serali sballottate come mandrie (a Milano le chiudono direttamente, per chi non si fosse accorto di altri effetti della ricetta Gelmini-Tremonti, così che chi non ha potuto studiare possa rimanere privo di titolo di studio per sempre a meno di pagare fior di quattrini a qualche pretaccio o qualche squalo tipo CEPU e via dicendo) e figli illegittimi se non denunciati da entrambi genitori (epica la scena con lei – prof d’italiano – che dice ‘ma come illegittimo se è figlio mio?’). L’Italia fa schifo, gli esseri umani forse si possono ancora salvare (questa l’opinione della Comencini, io sono più drastico). Film da vedere. Voto: 7.
La rassegna sul Festival di Venezia 2009 a Milano inizia in realtà con i film del Festival di Locarno. E devo dire che sono rimasto molto soddisfatto dei primi due film che ho visto. Al contrario del 2008 quest’anno sono riuscito a vedere pochissimo di Cannes e anche questo settembre potrò al massimo permettermi un paio di film al giorno (il lavoro non c’è, ma ti perseguita comunque). In compenso la situazione mi ha spinto a essere molto più selettivo nella scelta di quali film andare a vedere e forse questo migliorerà l’umore delle mie pseudo recensioni.
I Due Cavalli di Gengis Khan è il nuovo film della regista de "La Storia del Cammello che Piange" e quanto a poesia non è secondo a questo suo film noto per la nomination all’Oscar: la pellicola è la storia di una donna della Mongolia Interiore (ovvero di quella parte di Mongolia ufficialmente parte del territorio della Repubblica Popolare Cinese) che intraprende un viaggio per recuperare il testo e la melodia di una canzone di cui le raccontava sua nonna che deduciamo essere morta da poco. La storia non è complessa, ma il film è struggente: le voci e le melodie mongole inseguono i paesaggi vasti delle steppe e delle montagne dell’Asia Centrale, attraverso le tradizioni di un popolo sradicato e che va scomparendo incalzato dalle miniere d’oro, dal gas e dalla ragione di stato. La lunghezza contenuta aiuta a non stancarsi, ma per i teneri di cuore, occhio ai lacrimoni. Voto: 7
Dopo questo antipasto: Zhong Guo Gu Niang (letteralmente "La ragazza cinese", tradotto "She, a Chinese"), pardo d’oro meritatissimamente. Il film esce in accoppiata con un documentario su 12 storie di vita in Cina, lavoro che probabilmente è anche il materiale su cui è stato costruito il film di fiction. Sullo schermo seguiamo la giovane Mei nella sua vita quotidiana al villaggio, nelle sue prime esperienze in città a Shenzen e Chongqing, fino all’approdo a Londra. Mei è la Cina: materialismo totale, nessuna astrazione, nessuno spazio alla teoria – attenzione non al sentimento che c’è e come – e volontà assoluta. La Cina che avanza, la Cina che attraversa ogni evento con la consapevolezza che ci sarà sempre un giorno dopo, che il futuro sarà sempre presente. La Cina che ci terrorizza perché sa continuare a camminare a dispetto di tutto. Fantastico. Per chi non conosce la Cina, è un ottimo film per capire i cinesi. Voto: 9.
Volevamo vedere anche Mirna di Corso Salani e Frontier Blues di Babak Jalali, ma non ci ha retto. Ci sentiamo di consigliarli sulla fiducia. 🙂
Secondo volume della "Trilogia sporca dell’Italia", dopo Confine di Stato. Sarasso fa parte di quella generazione che ha mangiato e digerito i cosiddetti nuovi media e che rielabora il modus narrativo di questi ultimi in vecchi media (come i libri, che per fortuna ancora non tramontano). Scrive un libro con lo stile di un fumetto: scene rapide, lunghi intervalli e poi scorci, improvvisi, collegamenti da tracciare con la fantasia prima ancora che con la consequenzialità delle parole sulla pagina. E’ un metodo interessante, secondo me adattissimo alla letteratura di cui Sarasso si sente parte, di quella riflessione sulla New Italian Epic che anche lui ammette influenza la direzione che sta prendendo il suo lavoro. Io mi sono goduto il libro, anche se sorvola un periodo ampissimo, forse risultando un po’ affrettato nello stilizzare quanto è successo all’Italia in quegli anni: d’altronde scrivere con maggiore dettaglio avrebbe significato scrivere un libro di 8000 pagine e forse non era il caso. Assieme al divertimento per la lettura, un’altra sensazione: le persone con cui è in contatto sono le stesse con cui siamo in contatto noi come Blackswift, la logica con cui vogliamo raccontare il mondo è la stessa, gli obiettivi e le influenze assimilabili. Eppure noi non troviamo la strada giusta, la motivazione o forse il modo giusto per convincere non solo noi stessi e i lettori, ma anche gli editori che valga la pena pubblicare quello che facciamo. Il mondo intorno continua a diventare più gretto dei nostri peggiori immaginari e lentamente la sensazione che quanto scriviamo si rivolga a un contesto che ci ha già superato è sempre più forte. Forse siamo noi a essere insufficienti: ci manca volontà, o forse anche qualità, per arrivare fino in fondo. Forse non sappiamo imparare abbastanza, o forse ormai ci siamo intimamente convinti che intorno a noi non ci sia la disponibilità di ascoltare a sufficienza. Non saprei: sono felice per Sarasso e per tutti coloro che riescono a trovare le motivazioni per raccontare e le strade per pubblicare, ma mi rimane la sensazione di essere un disadattato anche in questo contesto. Come se non mi bastasse esserlo nel mondo reale. Tornando al libro alla fine dello sproloquio: bel libro, divertente, da mangiare rapidamente come fumetti e film, per poi ragionarci con calma. Confermo il voto 🙂
Voto: 6/7
PS: non ho ancora capito se Sarasso lo conosco o no, probabilmente ci siamo incontrati mille volte. Ma trovare il mio cognome addosso a un carabiniere mi ha fatto veramente schiattare dal ridere.
Quando mio padre mi diceva: "se non stiamo attenti finiamo sull’asse dei formaggini"; io non capivo che cazzo voleva dire. Oggi l’ho capito: la fine che hanno fatto la bella copia del grana padano (sì sì sono proprio offensivo!) è veramente triste. Neanche un tiro in porta della nazionale casearia, due pere e a casa, con tanti saluti al contadino.
I nerazzurri entrano in campo con il rombo: Barbalbero regista basso, la Statua di Sale (ritornata nel bozzolo dopo la scorsa partita) e Superman a fare gioco, l’Olandesina vola come al solito. Davanti il Principe e il Leone. Dietro il Bambino d’Oro, l’Orco, il Muro, il Colosso. Si sa che i formaggini sono molli e appiccicosi come poche altre cose: quando colpiscono il pallone, quello s’azzecca e prende traiettorie assurde, e i rimasugli che rimangono sulla sfera impediscono ai nostri eroi di giocare alla pari. Svirgolate, calci sbilenchi all’ultimo istante.
Nonostante il ritmo lento dovuto al paciugo latticino sul campo i nerazzurri producono fior fior di occasioni, mancando sempre la stoccata.
Nel secondo tempo si cambia: Mourlino passa al 4-3-3 sostituendo la Statua di Sale Thiago Motta (speriamo che rompano il guscio prima di mercoledì) con Supermario. E si cambia registro: inanelliamo occasioni da gol, ma la palla non entra. Dentro Calimero Muntari al posto di Barbalbero, e ci si muove di più. Fino a che il Leone si inventa l’impossibile e in mezzo centimetro quadrato si gira, calcia un missile a scendere all’incrocio dei pali. Lo stadio esplode reclamando la propria porzione di formaggio. Dopo si tracima: il Principe riesce a marcare e anche Supermario meriterebbe il gol, ma messo due volte davanti al portiere dai compagni non trova il colpo giusto.
Finisce con il risultato giusto e con i protagonisti giusti sull’asse dei formaggini.
In uno dei tanto angoli di bookcrossing degli ostelli che ho girato in Turchia ho finito per scegliere, come compagno di viaggio, The Grapes of Wrath di John Steinbeck. Devo dire che è un autore che mi sono cagato poco nel passato e che ho approcciato il libro completamente scevro da influenze di critica e di altro tipo. Il libro racconta una fase della storia americana (e non solo) in cui le piccole famiglie contadine vengono cacciate dalla propria terra, spinte al nomadismo e nella povertà più assoluta cercano di sopravvivere a fronte di una società e una classe media tronfia della propria ricchezza e della propria superiorità. In questo momento in Italia sarebbe una lettura molto educativa (sempre che i poveri studenti italiani siano in grado di capire i lievissimi parallelismi con il presente del romanzo): in italiano è stato tradotto con il titolo di Furore, premio Pulitzer nel 1940 e film con Henry Fonda notevole. Leggerlo in inglese è stato veramente intenso e devo dire che le critiche di eccessivo schieramento a sinistra che ha ricevuto l’autore in seguito a questo libro (nonostante fosse un democratico abbastanza moderato e figlio di buona famiglia) sono pienamente condivisibili. Alcuni brani sono di un lirismo incredibile e alcuni passaggi delle discussioni soprattutto dei personaggi di Tom Joad, del predicatore Casy e della madre di Tom sono delle staffilate durissime alla società americana, al modello capitalista e alle sue implicazioni in termini di eguaglianza e di compatibilità con il "sogno americano". In uno dei capitoli finali c’è anche la descrizione più bella che io abbia trovato recentemente di che cosa voglia dire essere "di sinistra".
Timothy scraped a litttle hille level in the bottom of the ditch. The sun made his white bristle beard shine. ‘They’s a lot of fellas wanta know what reds is.’ He laughed. ‘One of our boys foun’ out.’ He patted the piled earth gently with his shovel. ‘Fella named Hines – got ‘bout thirty thousand acres, peaches and grapes – got a cannery an’ a winery. Well he’s all a time talkin’ about "them goddamn reds." "Goddamn reds is drivin’ the country to ruin," he says, an’ "We got to drive these here red bastards out." Well they were a young fella jus’ come out west here, an’ he’s listenin’ one day. He kinda scratched his head an’ he says: "Mr Hines, I ain’t been here long. What is these goddamn reds?" Well, sir, Hines says: "A red is any son-of-a-bitch that wants thirty cents an hour when we’re payin’ twenty-five!" Well, this young fella he thinks about her, an’ he scratches his head, an’ he says: "Well, Jesus, Mr Hines. I ain’t no son-of-a-bitch, but if that’s what a red is – why, I want thirty cents an hour. Ever’body does. Hell, Mr Hines, we’re all reds."’
Voto: 9
Finalmente un po’ di tempo per leggere dopo la stressante vacanza turca 🙂
Per allietarmi ho preso il terzo volume di Christopher Moore tradotto dalla ottima Elliotedizioni (che mi sembra stia prendendo abbastanza quota, cosa di cui non posso che felicitarmi). Suck! è una ironica storia di amore ed avventura tra i vampiri: contrariamente a Il Vangelo secondo Biff e Un lavoro sporco, mi pare un po’ scritto di fretta e con la mano sinistra. Divertenti alcuni sketch e alcune battute, lacunosa la trama e per nulla scorrevole la prosa. Se volete cominciare a conoscere il simpatico scrittore americano, non è sicuramente il libro da cui vi inviterei a cominciare. Vedremo la prossima scelta della casa editrice, intanto che fremo per il nuovo di Wu Ming (di prossima uscita) e per comprarmi l’ultimo di Erri De Luca (che un mio amico ha incensato parecchio mettendomi il tarlo nell’orecchio).
Voto: 6—